LA FINE DEL MOVIMENTO E LA NASCITA DEI PARTITINI

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La domanda cruciale che riguarda il ’68, in fondo, è questa: perché l’unificazione delle istanze di protesta o di opposizione a uno sviluppo culturale e sociale – prima ancora che politico – si frantuma e poi si dissolve quasi sul nascere. Nel perché ovunque, e quindi anche in Italia, il ‘68 si esaurisce così in fretta.
Una delle ipotesi è che la spinta del ‘68 si sfibri perché non riesce a produrre, in termini di soggettività, un’organizzazione politica in grado di dialogare con tutte le tematiche nuove che emergono nella società. Ed anche perché nel movimento operaio ufficiale non si muove nulla.
In altre parole il movimento del ’68, nella sua dimensione così composita, non trova interlocutori che lo aiutino ad estendere la tematica dell’antiautoritarismo che è poi il mastice del movimento stesso. Non trova nessuno pronto a far vivere le nuove forme della politica, a raccogliere le sollecitazioni che vengono da strati molto vasti che chiedono soprattutto nuove forme di organizzazione sociale. Lo stesso movimento operaio, di fronte ad una rottura sociale emersa nel ’68, non riesce a rompere con la propria cultura.
Ci sono poi limiti, di tipo strutturale, interni allo stesso movimento del ’68. Secondo Franco Russo, leader studentesco romano, per due legislature deputato di Democrazia proletaria, “Quando Adriano Sofri, figura di spicco del Potere operaio pisano e che diventerà poi il numero uno di Lotta continua, va a Torino e, raccogliendo la spinta dei delegati di linea della Fiat, propone il “siamo tutti delegati”, fa un’esaltazione dell’assemblea, della partecipazione diretta e tocca un punto di rottura con il vecchio modo di fare il sindacato che è importantissimo. In altri termini sostiene che spetta a tutti decidere sulla propria condizione di lavoro. Il limite dov’è? Sta nel fatto che nessuno riesce a comprendere fino in fondo le potenzialità dirompenti insite in una rappresentanza consiliare da cui partire per costruire un sindacato diverso. Ed è allora il sindacato stesso che si appropria dei consigli, burocratizzandoli e raccogliendo tutta la nuova leva operaia che si andava formando. Rispetto a questa operazione il movimento non è stato in grado di intervenire. Ha lanciato le idee, poi non è stato capace di gestirle, di dominarle“.
Si verifica allora un paradosso: mentre la classe operaia – pur nella sua ottica – recupera, adattandolo, tutto il “nuovo” che viene dagli studenti, il movimento del ’68 – che esprime la vera “novità sociale” – riprende a velocità supersonica tutto il “vecchio” della tradizione del movimento operaio. E’ un’osmosi che si tradurrà per gli uni nell`autunno caldo e per gli altri nella morte del movimento studentesco e nella nascita dei gruppi.

LA SINISTRA EXTRAPARLAMENTARE IN ITALIA (1968-72)
ORIGINI, SVILUPPI E RAPPORTI CON IL PCI
Tesi di Laurea di Luca Mori