Il Fronte nazionale rivoluzionario di Tuti

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In Toscana le bande armate del partito del golpe hanno presenze organizzate in numerose province (Arezzo, Lucca, Pisa) e si avvalgono delle più variegate protezioni e solidarietà: missini e massoni, 007 e generali di polizia danno una mano alle teste calde. Anche dopo le stragi diBrescia e dell’Italicus continuano i sabotaggi delle linee ferroviarie. Ed è solo una soffiata, agli inizi del ‘75, che fa scoprire un gruppo particolarmente attivo e pericoloso, il Fronte nazionale rivoluzionario, che finirà per rappresentare, nella figura del suo leader, il punto di rottura tra la vecchia guardia del golpe e delle trame e la generazione della “lotta armata” contro il sistema. La superficialità con cui è perquisita la casa di Mario Tuti, il capobanda sotto controllo da giorni, provoca la morte di due agenti e la nascita della leggenda. Per una nuova generazione di militanti Tuti sarà non più l’ultimo bombarolo, ma il primo combattente che ha preso le armi per scendere sul terreno della guerra allo Stato. È stato più abile Augusto Cauchi, il capobanda toscano, a dileguarsi giusto in tempo: il minimo per un confidente del Sid.
Aldilà degli esiti processuali, che vedono Tuti e camerati assolti per la strage dell’Italicus, i commissari parlamentari affermano che la loggia P2 era “il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale: e ciò in incontestabile contrasto con le proclamate finalità statutarie dell’istituto”. In questo quadro gli imputati sarebbero stati “istigati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell’eversione di destra si sarebbe avvalsa nell’ambito della cosiddetta “strategia della tensione””.
Il giudizio storico del presidente della commissione Tina Anselmi travalica senza sfumature le conclusioni processuali. Molto più netto è il giudizio diVincenzo Vinciguerra che, in uno scritto polemico contro Stefano Delle Chiaie, pubblicato sul mensile Avanguardia, attribuisce al “Caccola” una esplicita confidenza sulla responsabilità nella strage dei fratelli De Felice, spiegandola con la loro passione esoterica e iniziatica “per il ferro e per il fuoco”.
La trama delle protezioni ha continuato a funzionare e le attenzioni degli inquirenti si sono concentrate sui settori più autonomi e meno compromessi negli intrecci col potere. Il diverso trattamento riservato a Cauchi e a Tuti è emblematico.
Cauchi, messo in guardia dal capoposto fiorentino del Sid che era il suo referente, si rifugerà in Spagna, dove si distinguerà, negli scontri di Montejurra e in azioni di controguerriglia nei convulsi mesi della transizione postfranchista. E’ tra gli ordinovisti che si arruolano con Delle Chiaie: fermato e subito rilasciato a Barcellona, seguirà “Caccola” in Cile (dove lavora per la Dina, la polizia politica di Pinochet) e poi in Argentina, dove si rifarà la vita, con una compagna che gli darà due figli (la prima moglie lo aveva accusato di coinvolgimento nella strage dell’Italicus, ma era finita in manicomio). Arrestato nel ‘93, le autorità argentine negheranno l’estradizione per la natura politica dei reati. E lui farà il gradasso, dichiarandosi disponibile a collaborare.
A mettere nei guai Tuti è la soffiata di un dipendente di Licio Gelli, impiegato della Lebole di Arezzo, Maurizio Del Dottore.
Al processo Del Dottore subisce un breve arresto per reticenza. Il soggiorno alle celle di sicurezza gli fa passare la paura di essere considerato una spia dai camerati e gli rinfresca la memoria.
La caduta dell’arsenale del FNR – e l’arresto di Franci e Malentacchi – impediscono un attentato contro la Camera di commercio di Arezzo. Segue la perquisizione a casa Tuti che si conclude con un massacro. Evidentemente la cellula nera del geometra di Empoli, proseguendo la campagna contro la sicurezza dei trasporti, si era dimostrata refrattaria agli ordini di rientrare nei ranghi.
Dopo il fallimento dei progetti golpisti, gli sponsor politici non avevano interesse a mantenere alta la tensione utilizzando il terrorismo nero. Gli sparsi nuclei operativi del partito armato del golpe non hanno tutti la stessa prontezza di riflessi. Le campagne terroristiche si trascinano stancamente in alcune realtà periferiche.
Intanto Tuti, latitante scomodo, si rende conto di essere stato mollato. La sua fuga finisce in Costa Azzurra dopo sei mesi: “venduto” dal camerata Mennucci, è ridotto in fin di vita in un’operazione di polizia che sembra un tiro al bersaglio.
In mezzo c’è una latitanza precaria, con i camerati che lo scaricano sistematicamente (il dirigente toscano di Ordine Nuovo, Mauro Tomei, gli promette soldi e documenti che non arrivano mai) o cercano di specularci sopra (Affatigato, che lo ha ospitato a Lucca, vende le sue foto e un memoriale fasullo alla stampa). Il fucile della strage è abbandonato al deposito bagagli della stazione di Firenze: per dormire è costretto a girare mezz’Italia in treno. Ai “bischeri e bischeroni” che l’hanno mollato giura vendetta. Invia una memoria difensiva alla procura di Firenze in cui accusa Peppino “l’impresario” (l’ex maròGiuseppe Pugliese, affittuario della villa in Corsica in cui ripara Clemente Graziani) di non avere onorato gli impegni, causandone l’arresto (e la caduta dell’intera rete logistica di Concutelli).
Tuti decide di ammazzare Tomei: “Sapevo che era a Bastia – racconterà al processo per l’Italicus – mi comprai un fucile e progettai una bella vendetta corsa. Poi, dovetti rinunciare. Ma gli infami che non conoscete sono tanti. Li conoscerete a posteriori, domani o fra dieci anni”. E approfitta dell’occasione per fornire un primo elenco, annunciando “dure rese di conti per Pecoriello, Tomei, Mennucci [sarà ucciso sette mesi dopo da un commando dei Nar], Sanna, Brogi, Cesca e per tanti altri che non nomino perché altrimenti vi mettete e li mettete in allarme”.
Per l’unico effettivamente colpito, Mennucci, ucciso dagli ultimi Nar, la Corte d’Assise di Pisa escluderà la sua responsabilità come mandante.
Anche quando l’assoluzione per l’Italicus gli risparmia il marchio di stragista,Tuti continua a battersi disperatamente per fugare il sospetto di partecipazione anche solo al disegno strategico e agli atti preparatori: “Proprio le molteplici infiltrazioni del nostro gruppo – precisa accoratamente – (Affatigato per conto di ON, Del Dottore per conto della Questura…), sia con le loro vere e proprie istigazioni e poi con le loro abbondanti dichiarazioni processuali (largamente integrate dal “contributo” di parecchi dei membri del gruppo…) conferma in pieno l’assoluta mancanza di una qualsiasi volontà e programma stragista… per non parlare dell’assoluta incapacità a “reggere” alle inevitabili conseguenze di un simile misfatto … E lo stesso volantino di rivendicazione di quello che doveva essere l’ultimo attentato della serie, l’ultimo gradino dell’escalation, l’attentato notturno alla Camera di Commercio di Arezzo per mandarne in frantumi le vetrate, mi pare confermi in pieno la nostra precisa volontà di fare semplici gesti dimostrativi”.
Tuti – che i suoi ergastoli (per i due poliziotti uccisi) se li sarebbe presi – ha qualche ragione di denunciare le caratteristiche di giustizia sommaria dei primi processi contro il terrorismo nero, ma non può rimuovere il dato storico dell’organicità della cellula nera toscana all’ala più oltranzista del partito del golpe.