Ordine nero

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“Lo spirito di chi faceva le cose ai tempi di Ordine nero, non era molto diverso da ciò che fecero i Nar. Posso garantirti che se i comunisti ci avessero lasciato perdere, noi avremmo fatto solo azioni contro lo stato repubblicano, contro la DC e la partitocrazia”.
Così Fabrizio Zani, “addetto stampa” di Ordine nero e poi leader dello spontaneismo armato, rivendica la sostanziale continuità della sua esperienza “terroristica” (oggi sconta in regime di semilibertà una duplice condanna all’ergastolo per due omicidi dei Nar curando un periodico ecologista a Cesena).
“Se pensavamo al Golpe – spiega Zani – era perché non sembrava ci fosse altro modo per riconquistare agibilità politica, e ‘contare’ all’interno di una nazione dalla quale eravamo stati ripudiati trent’anni prima. Cambiano le prospettive, le idee ‘politiche’, anche certe posizioni etiche. Ma lo ‘spirito’ di chi è o di chi fu “fascista” non cambia. E` spirito ribelle, spirito ‘anarchico’, ma elitario ed individualista, gerarchico… e irrazionale”.
Di diverso avviso Mario Tuti, il cui Fronte nazionale rivoluzionario (FNR) era contiguo alla cellula toscana di Ordine nero: “Nel ’73-74 quando nel nostro ambiente (mi riferisco al ristretto giro pisano, abbastanza autonomo ma con simpatie e contatti ordinovisti) si parlava di colpo di Stato, questo veniva considerato come un golpe bianco, di regime, mirante a mettere fuori gioco gli opposti estremismi e soprattutto ad escludere i comunisti. Già c’era stata la storia di Feltrinelli, le Bravevano dato i primi colpi, la storia della Banca della Agricoltura con le accuse a Freda, Rauti ci appariva chiaramente come una provocazione e una persecuzione, e noi stessi avevamo constatato l’armarsi dei compagni (ovviamente noi che eravamo in meno li avevamo preceduti) e tutto questo per proteggere gli interessi americani e capitalistici. Naturalmente ciò non escludeva certo il pericolo, e noi e anche alcuni di On l’avevamo denunciato, che gente di destra potesse farsi coinvolgere nell’impresa, magari per fare i lavori più sporchi, ed essere poi scaricata ed anzi colpita proprio per ridare una parvenza di legalità al regime.
Un’altra ipotesi poi considerava addirittura un golpe e/o un’insurrezione dei compagni (a me risultava che ad Empoli era ancora attiva la vecchia struttura di Pietro Secchia e il magistrato Vigna nel ’67 o ’68 aveva messo le mani in un loro deposito di armi), appoggiata magari da un intervento sovietico (i fatti di Praga erano ancora ben vivi nella memoria) in occasione di qualche crisi internazionale che potesse distogliere l’attenzione dall’America o portare ad una specie di scambio con questa. Come risultato di tutte queste considerazioni, all’idea di un golpe noi pensavamo di darci alla macchia e l’ho raccontato su Quex. Lo stesso processo montato da Violante contro Ordine Nero toscano prende le mosse dal raduno di alcuni di noi – io però non c’ero – in un luogo abbandonato dell’alta Lucchesia nei primi mesi del ’74, proprio come misura precauzionale di fronte ad un pericolo di golpe, notizia questa che avevamo avuto da quel Pecoriello – da poco arrivato a Livorno e legato ad An – che poi era stato quello che aveva “infamato” tutti i partecipanti al raduno”.
Al di là dei diversi punti di vista dei protagonisti, Ordine nero passa alla storia come uno dei gruppi operativi neofascisti protagonisti della stagione finale dei tentativi golpisti, con nuclei attivi in Lombardia, Toscana e Marche-Abruzzo e significativi rapporti con il Mar di Fumagalli e la loggia P2.
I militanti provengono da Avanguardia nazionale (i lombardi) e Ordine nuovo (i toscani). Compie 32 attentati tra 1974 e 1976, soprattutto nell’Italia settentrionale, di cui 21 nel 74.
All’ambiente di Ordine nero sono attribuite anche le stragi di Brescia e dell’Italicus. Ma per Zani “la nostra pratica di un terrorismo dimostrativo, diffuso e rivendicato è stata l’occasione per gli stragisti di una sicura attribuzione delle loro bombe”.
Nella stessa destra eversiva sono feroci le polemiche sulle origini e la natura stessa del gruppo: filiazione di Ordine nuovo, gruppo spontaneo, sigla provocatoria per compromettere On fino allora non compromesso in fatti di sangue, articolazione dei servizi segreti.
La sua caratteristica – secondo il modello di guerra controrivoluzionaria dell’OAS – è l’azione coperta per produrre un panico diffuso e una domanda d’ordine. Lo stesso possibile effetto boomerang dell’azione coperta può essere previsto nei piani dei suoi esecutori, innescando una risposta repressiva nell’ambiente per radicalizzarlo sul terreno del terrorismo.
Il 28 marzo 1974 a Varese una bomba di Ordine nero uccide un venditore ambulante. Micidiale l’escalation in vista del referendum per il divorzio: il 21 aprile tentata strage sulla linea ferroviaria a Vernio, il 23 notte dei fuochi (preceduta da una riunione a casa del leader toscano Augusto Cauchi, confidente del SID) con attentati alla casa del popolo di Moiano, alla federazione del Psi di Lecco e all’Esattoria di Milano. A Lecco viene arrestatoPetroni.
Il 27 è la volta della scuola Slovena di Trieste (già bersaglio degli ordinovisti veneti in preparazione della strage di piazza Fontana).
A Brescia fallisce un attentato il 1 maggio alla CISL e poi il 9 a una macelleria, opera dei cugini Ferrari (uno dei due, Silvio, morirà il 19 maggio, poco prima della strage di piazza della Loggia, trasportando un ordigno esplosivo).
Il 10 ancora una nuova serie coordinata di attentati, all’Esattoria di Milano e alla Chiari e Forti di Bologna. Questo ultimo attentato stabilisce la competenza territoriale dei giudici bolognesi che spiccano quasi subito una serie di ordini di cattura, per i dirigenti di Ordine nuovo Umberto Balistreri e Luigi Falica, per Maurizio Di Giovine, e l’editore Claudio Mutti (il carattere gotico del logo di Ordine nero è uguale a quello delle sue Edizioni all’insegna del Veltro…).
Perquisizioni sono effettuate al circolo tradizionalista “Compagnia del retaggio” di Bologna e all’Hotel Giada di Cattolica, dove ai primi di marzo si era tenuto un convegno riorganizzativo del disciolto Movimento politico Ordine nuovo. Il proprietario dell’albergo Catarino Falzari, collaboratore del SID, consegna i telex di Massagrande, e il giudice Persico rinuncia alla perquisizione.
Il gruppo milanese capeggiato da Giancarlo Esposti è controllato daFumagalli che vuole utilizzare militarmente i ragazzi di destra per innescare un golpe presidenziale incruento: è composto da Zani, Ferri, Petroni, Vivirito,Di Giovanni, D’Intino, in gran parte provenienti da Avanguardia nazionale.
Dopo il blitz che colpisce il Mar, la banda Esposti abbandona Milano e tramite Ugo Colombo prende contatto con il responsabile del nucleo abruzzese Benardelli. Dopo l’incontro di Campli, si appoggiano nella base di Roiano dove, avvertiti dalla sorella di Gianni Nardi e da Marini, che sta arrivando la polizia, si spostano a Pian del Rascino, usando come staffettaVivirito in moto e utilizzando una cartina con i posti di blocco (probabilmente fornita dal maggiore Mezzina della Stradale, amico di famiglia Nardi, che sarà arrestato per qualche giorno).
Dopo la sparatoria del 30 maggio 1974 (Pian del Rascino) in cui è uccisoGiancarlo Esposti, leader riconosciuto della banda lombarda, emergeranno i rapporti tra Benardelli, il capitano dei carabinieri e del SID D’Ovidio, figlio del procuratore della Repubblica di Lanciano. Viene scoperta una base a Rocca San Giovanni di Lanciano con molto esplosivo jugoslavo e volantini in bianco intestati ad Ordine Nero.
Il SID aiuta Benardelli a fuggire con il leader sanbabilino Cesare Ferri (poi inquisito e assolto per la strage di Brescia) in Svizzera e di là in Grecia. La fuga viene provocata da un ordine di cattura il 16 giugno, emesso proprio dalla procura di Lanciano per reati precedenti. Quel giorno Benardelli si trovava a casa D’Ovidio.
Subito dopo la strage di Brescia, i giudici bolognesi fanno compiere un salto di qualità all’inchiesta, emettendo 11 mandati di cattura per strage: 4 ai detenutiBalistrieri, Di Giovine, Falica e Mutti, gli altri per i dirigenti ordinovistiClemente Graziani, Elio Massagrande, Salvatore Francia, e per 4 militanti (i perugini fratelli Castori, Gubbini e il toscano Batani). Solo questi ultimi due sono arrestati, come già Di Giovine e Balistreri.
Viene anche fermato il bresciano Ruggeri, massone, collaboratore diEdgardo Sogno, investigatore privato e confidente, fiduciario delMovimento nazionale opinione pubblica (una delle componenti legali del partito del golpe). Ha contattato l’avvocato Bezicheri, responsabile bolognese dei Volontari nazionali del MSI, per un’unificazione dei gruppi di destra (consegnando poi all’ufficio politico di Brescia gli elenchi forniti dallo stesso Bezicheri).
L’inchiesta bolognese si intreccia con quella torinese contro Ordine nuovo. Viene infatti perquisita la ditta di import-export di Salvatore Francia e diAdriana Pontecorvo a Torino. Ma Francia è già in Spagna.
A luglio i giudici torinesi allargano le indagini allo spezzone toscano di Ordine Nero, grazie a un memoriale del confidente Paolo Pecoriello, un’avanguardista livornese già allontanato dall’ambiente. Intanto il 5 luglio a Milano ci sono stati altri due attentati contro una scuola elementare e un ufficio postale.
A settembre Mutti è prosciolto dall’accusa di strage e rimesso in libertà. Nell’arco di pochi mesi seguirà il proscioglimento dei leader del Mpon, essendo evidente la loro estraneità alle attività della banda.
Dopo la fuga di Tuti per la strage di Empoli e le tracce lasciate da Cauchi, l’inchiesta ritrova slancio. E’ arrestato Donati, e poi gli aretini Albiani eCapacci, scarcerati a fine aprile insieme a Falica (secondo i giudici non è dimostrato che l’attentato di via Arnaud sia stato discusso e programmato nelle riunioni di Cattolica e Bologna).
Il 7 maggio 1975 è Balistreri ad ottenere la libertà provvisoria.
Il 5 aprile 1976 sono arrestati Pratesi e Brogi. Quest’ultimo, che ha rapporti con il capitano De Felice, capo dell’ufficio I dei parà di Pisa, si consegna e rende subito ampia confessione ai giudici, incastrando molti camerati.
Il 3 ottobre ’78 sentenza di primo grado a Bologna. Il Pm aveva chiesto 270 anni, ne sono comminati 13 e mezzo a 5 imputati: Zani 3 e mezzo, Petroni 3,Cauchi e Brogi 2 e mezzo, Benardelli 2. Assolti Batani, Bumbaca,Donati, Ferri, Colombo, Di Giovanni, D’Intino, Danieletti, Pratesi,Torri, Rossi, Albiani e Capacci.
Il 14 febbraio ’84 la sentenza di appello sconvolge le pene: 9 anni per strage e associazione a Zani, Cauchi e Benardelli, oltre ad altre 5 condanne.