L’Orologio

jevola

Era soltanto un piccolo circolo di intellettuali in un’epoca – i primi anni Sessanta – in cui la distensione internazionale e la decolonizzazione sembravano vieppiù spingere ai margini del dibattito e dell’iniziativa politica la destra radicale.
Eppure le tesi terzaforziste, radicalmente anticapitaliste e antiamericane, propugnate nella rivistina L’Orologio, diretta daLuciano Lucci Chiarissi – uno dei migliori quadri dei primi FAR – saranno il riferimento ineludibile per tutti quei militanti neofascisti decisi a non farsi ingabbiare dalle logiche perbenistiche del MSI e dalla subalternità all’atlantismo e al gretto interventismo dei più noti gruppi extraparlamentari.
Tutti i miti di movimento – dal vietcong “soldato politico povero ma potente” alla contestazione studentesca come rivolta antisistema e non come manifestazione degenerativa dell’ascesa del Quarto stato, stigmatizzata daEvola – che innerveranno le tendenze rivoluzionarie dell’estrema destra, dalFreda sovversivo di “Disentegrazione del sistema” a Terza posizione, saranno prodotti in questo laboratorio del “fascismo di sinistra”.
Altre figure di spicco del circolo sono Gaetano Rasi – uno dei pochi socializzatori che rientrerà nel MSI nel 1969 con la segreteria Almirante, oggi componente dell’Authority per la privacy – e Giano Accame, all’epoca braccio destro di Randolfo Pacciardi nell’avventura gollista di Nuova Repubblica e in seguito direttore del Secolo d’Italia.
Anche dal punto di vista della trasmissione della memoria tra generazioni neofasciste, i quadri dell’Orologio avranno un ruolo fondamentale: Paolo Lucci Chiarissi, figlio di Luciano, sarà il leader di una delle frazioni più originali delFuan-Nar, quella che, in fuga dalla metropoli tentacolare, cercherà di costruire a Formello esperienze comunitarie e pratiche di combattimento a bassa intensità (la campagna di Gasperone e i briganti della Tolfa contro il caroprezzi dell’Acotral), mentre la figlia di Giano Accame (a sua volta sposato con la figlia di un gerarca), finirà con lo sposare Peppe Dimitri, il “capobanda” più amato della piazza nera romana alla fine degli anni ’70 (quattro condanne per banda armata: Terza posizione, Fuan-Nar, covo di via Alessandria e ricostruzione diAvanguardia nazionale).