Le dichiarazioni di un ufficiale del SISMI

di Gian Paolo Pelizzaro,
Gabriele Paradisi,
François de Quengo de Tonquédec

Sono le ore 12,30 dell’8 ottobre 1986, stanza 1 dell’Ufficio Istruzione del Tribunale penale di Venezia. Il generale di Cavalleria Silvio Di Napoli (all’epoca dei fatti contestati era tenente colonnello), nato a Napoli il 19 luglio 1935, vice Direttore della Seconda Divisione R del SISMI dal 1° novembre 1979 al 30 giugno 1981, è convocato per essere interrogato in veste di imputato dal giudice istruttore Carlo Mastelloni, nell’ambito del procedimento penale 204/83AGI su un presunto traffico di armi tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e le Brigate Rosse.
Il verbale si chiude con cinque righe vergate a mano dal magistrato per trascrivere le parole dell’interrogato che sono a dir poco clamorose.
Abbiamo cercato questo atto per mesi e lo abbiamo finalmente trovato. È un tassello fondamentale nelle vicende connesse alla strage di Bologna. Un documento straordinario, inedito, che abbiamo riportato alla luce dopo circa 23 anni dalla sua creazione e dopo 29 anni dall’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna. Fa una certa impressione leggerlo. Vi sono passaggi che, oggi più che all’epoca, fanno tremare le vene nei polsi.
Le rivelazioni del tenente colonnello Di Napoli confermano in pieno la tesi secondo la quale, a seguito del sequestro dei missili Sam 7 Strela ad Ortona e il successivo arresto del giordano di origini palestinesi Abu Anzeh Saleh, capo della struttura militare dell’FPLP in Italia e in collegamento con Carlos nella sua base a Budapest, si aprì una durissima vertenza con i vertici del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
Un contenzioso che, da parte palestinese, veniva interpretato come una grave violazione del cosiddetto “lodo Moro”, ovvero degli accordi segreti tra le autorità italiane e la dirigenza palestinese per favorire il transito e il trasporto di uomini e armi della loro organizzazione in cambio di impunità e coperture da parte dei nostri servizi di sicurezza.
L’impossibilità da parte italiana di esaudire le pretese dei palestinesi (richiesero, infatti, non solo la restituzione delle armi, ma anche la rimessa in libertà di Saleh, condannato insieme agli altri imputati a sette anni di reclusione da parte del Tribunale di Chieti che procedette per direttissima), provocò nella controparte una violenta reazione, immediatamente valutata come una minaccia alla sicurezza dello Stato.

(…)

Il verbale redatto all’esito dell’interrogatorio del tenente colonnello Di Napoli, ex numero due della Divisione R (Ricerca all’estero, la struttura del servizio segreto che svolgeva intelligence all’estero e dalla quale dipendeva anche l’attività del centro di spionaggio a Beirut, diretto dal colonnello Stefano Giovannone), costituisce l’evidenza finale di uno scenario ormai consolidato, storicamente fondato su dati ormai insuperabili e incontrovertibili, su elementi oggettivi, prove logiche e riscontri inoppugnabili: vi fu un accordo (”lodo Moro”), una violazione dell’accordo (sequestro dei missili di Ortona, arresto e condanna di una pedina fondamentale dell’FPLP, Abu Anzeh Saleh, residente a Bologna e in stretto collegamento con Carlos in Ungheria) e una sanzione (l’attentato alla stazione di Bologna).
Tutto ruota intorno a questo semplice, ma disarmante ragionamento.
Il tenente colonnello Silvio Di Napoli, nel corso dell’interrogatorio (esame del testimonio senza giuramento) reso sempre al giudice istruttore Mastelloni il 7 maggio del 1985, venne indiziato del reato di favoreggiamento nel traffico d’armi tra Brigate rosse e Olp in concorso con il colonnello Stefano Giovannone, il colonnello Armando Sportelli, all’epoca direttore della Seconda Divisione, e con il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi (nel frattempo deceduto).
In questo verbale del maggio 1985, Di Napoli racconta le modalità di assunzione al servizio, nel settembre del 1978, attraverso la chiamata per cooptazione da parte del colonnello Giovanni Serappo, segretario particolare del direttore Santovito, del suo incarico come capo di una sezione dell’Ufficio del direttore del Servizio con compiti di Stato Maggiore e del suo successivo impiego come ufficiale di collegamento con il centro di Beirut diretto da Giovannone:

«Agli inizi del 1979 – spiega Di Napoli – ripresi la conduzione della Sezione dell’Ufficio del Direttore e, più specificatamente, mi fu conferito l’incarico di studiare una struttura ottimale circa l’articolazione delle Divisioni da una parte e i rapporti tra le stesse e l’Ufficio del Direttore».

«Orbene – prosegue la testimonianza dell’ex funzionario del SISMI – agli inizi del 1979, Santovito mi convocò e mi illustrò la propria decisione di impiegare me come tramite organico ed ufficiale tra lui e il Capo Centro in Beirut, il col. Giovannone. Mi riferì che voleva organizzare una 5ª Sezione autonoma nell’ambito della Seconda Divisione-Ricerche a cui fosse devoluto esclusivamente il compito della gestione dei rapporti con il Capo Centro nel senso che in tal guisa il Giovannone fosse abilitato a riferire a me, che poi dovevo riferire al Santovito e viceversa. In sostanza, si trattava di creare un destinatario naturale dei messaggi che il Giovannone trasmetteva da Beirut alla Centrale i quali, comunque, passavano attraverso il Centro cifra di Forte Braschi che li devolveva al mio Ufficio. In sostanza, dalla data del marzo 1979 ho ricevuto tutti i messaggi che pervenivano da Giovannone».

La situazione mutò quando Di Napoli venne promosso vice capo della Seconda Divisione (il colonnello Armando Sportelli assunse l’incarico di direttore della Divisione nell’ottobre del 1979):

«Io divenni vice direttore di Divisione. Ciò avvenne il 1° novembre del 1979. Prima di diventare vice direttore di divisione, in ambito Sismi subii un attacco da parte di Musumeci che faceva parte dell’Ufficio Controllo e Sicurezza e su questi fatti ho deposto davanti al pm di Roma dottor Sica [nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Supersismi”. Ndr]. La vicenda che atteneva ai miei rapporti personali non si concluse con un procedimento disciplinare, bensì con le scuse da parte del Direttore del Servizio, che pervenne, a fine ottobre del 1979, a mandarmi una lettera di compiacimento; ciò dimostrò la volontà da parte di certi ambienti del Sismi a non farmi pervenire alla carica di vice direttore di Divisione».

Nella sentenza di condanna dei colonnelli Pietro Musumeci e Pietro Belmonte dell’Ufficio Controllo e Sicurezza del Sismi, depositata alla cancelleria della Quinta Corte d’Assise di Roma il 4 settembre 1985, al “Capo F. Inchiesta su Di Napoli” (pag. 46 e seguenti) si legge:

«L’Ufficio Controllo e Sicurezza, su disposizione di Musumeci e ad opera di Belmonte, svolse verso la fine del 1979 una “inchiesta” nei confronti del funzionario del Sismi ten. col. Silvio Di Napoli, tesa a dimostrare che costui aveva rapporti con il KGB sovietico. I suindicati imputati hanno dichiarato che l’”inchiesta” fu “girata” alla Divisione competente diretta dal col. Notarnicola, ma quest’ultimo ha negato recisamente l’assunto ed ha riferito che quando casualmente apprese la notizia che Di Napoli era “caduto in sospetto” dispose di sua iniziativa, quale capo dell’Ufficio di Controspionaggio, un rigoroso accertamento che dimostrò l’assoluta infondatezza delle insinuazioni. Egli quindi protestò con il gen. Santovito perché aveva consentito che iniziative di pertinenza del controspionaggio venissero svolte, per di più “con superficialità ed acrimonia”, da persone addette ad altri incarichi. Dell’inchiesta svolta da Musumeci e Belmonte non vi è traccia, come al solito, agli atti del Sismi. Essa – a detta del col. Secondo D’Eliseo – “doveva essere soltanto una specie di avvertimento per gli altri funzionari”. In concreto, mirava a far allontanare dal Servizio l’ufficiale, o comunque ad impedire di occupare il nuovo e più importante ufficio cui era stato destinato. Ma l’ingerenza profittatrice – che costituì l’essenza del delitto di cui all’art. 324 Codice Penale – assume nella fattispecie vaghi contorni, perché l’”operazione” appare contrassegnata dal fine di danneggiare il ten. col. Di Napoli, ritenuto inadatto alla bisogna verosimilmente perché non manovrabile».

Questo passaggio spiega molte cose.
Va infine ricordato che Silvio Di Napoli venne prosciolto da ogni accusa per quanto riguarda l’inchiesta condotta dal giudice Mastelloni sul traffico di armi tra Olp e Br.

Ecco allora che l’8 ottobre 1986, davanti al giudice istruttore Carlo Mastelloni, l’ex funzionario del Sismi, attraverso una serie di risposte, decide di squarciare il velo sui retroscena dei rapporti tra intelligence e terrorismo palestinese (in particolare con l’FPLP all’epoca saldamente nelle mani di George Habbash che ereditò tutta la struttura, anche quella militare clandestina, dopo la morte a Berlino Est alla fine di marzo 1978 del suo storico socio, il dottor Wadi Haddad).
Il suo racconto illumina la scena degli eventi che fecero da sfondo all’azione ritorsiva (un attentato senza sigla e senza rivendicazioni) del 2 agosto 1980.
Siamo di fronte non solo ad uno squarcio di verità, ma ad un capitolo fondamentale e drammatico della storia italiana del dopoguerra.
Come detto in apertura, in cinque righe vergate a mano dallo stesso giudice istruttore in calce al verbale, Di Napoli svela l’ultimo segreto sui patti inconfessabili che hanno provocato l’azione di ritorsione contro l’Italia:

«Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui l’FPLP aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habbash».

Ecco spiegata la presenza a Bologna, il giorno della strage, del terrorista tedesco Thomas Kram (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7), l’esperto di esplosivi arruolato nel gruppo Carlos (Separat) dalle Cellule Rivoluzionarie (8) (9) (10) (11), la medesima organizzazione dalla quale provenivano Johannes Weinrich, il numero due di Separat, e Christa-Margot Fröhlich, la terrorista tedesca legata a Kram, arrestata all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino il 18 giugno 1982 con una valigia di esplosivo risultato compatibile con quello utilizzato il 2 agosto 1980.

Fonte: www.cielilimpidi.it

LE DICHIARAZIONI DI SILVIO NAPOLI
al giudice istruttore Carlo Mastelloni