Ma chie era davvero Gianfranco Bertoli?

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Anarchico individualista o neofascista travestito? Rivoluzionario sui generis alla ricerca del gesto esemplare oppure provocatore al soldo dei servizi segreti? Misconociuto intellettuale o povero sbandato della politica?
La figura di Gianfranco Bertoli sembra destinata a restare avvolta nell’indeterminatezza. Di lui è stato scritto tutto ed il contrario di tutto. E la sua stessa biografia ci aiuta poco a capire.
I suoi atteggiamenti, il suo stile di vita, il suo modo di presentarsi erano indubbiamente, negli anni che precedono il suo arresto e la sua condanna all’ergastolo come esecutore materiale della strage davanti alla Questura di Milano (17 maggio 1973), quelli di un marginale, scollegato dai gruppi della nuova sinistra. Poco noto perfino tra gli anarchici, Bertoli – che continuerà a definirsi anarchico fino alla fine dei suoi giorni (è morto in carcere nel 2001) – aveva amicizie soprattutto tra miltanti e simpartizzanti della destra estrema.
Quando viene afferrato dalla folla, dopo aver gettato la bomba, Bertoli era appena arrivato in Italia da Israele dove ha vissuto a lungo in un kibbutz. La sua scheda segnaletica venne trovata nel cassetto della scrivania del commissario Luigi Calabresi, ucciso esattamente un anno prima della strage alla Questura. E un Bertoli Gianfranco – si dirà sempre un omonimo – compare nell’elenco dei “gladiatori”, cioè dei civili arruolati nella struttura segreta di Gladio.

Chi è stato davvero Gianfranco Bertoli?

L’ANARCHICO VENUTO DA ISRAELE

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