La vicenda giudiziaria. 27 anni di indagini, dall’esecutore ai suoi mandanti

17 maggio 1973: alla fine della cerimonia per l’anniversario dell’ uccisione del commissario Luigi Calabresi – quando l’allora ministro dell’Interno Mariano Rumor ha già lasciato il luogo – il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli lancia tra la folla una bomba a mano tipo ananas. I morti sono quattro e i feriti 45. Bertoli viene subito arrestato, si proclama anarchico e dice di aver agito da solo. La bomba se la sarebbe procurata in Israele, dove avrebbe lavorato in un kibbutz.

1 marzo 1975: la prima corte d’Assise di Milano condanna Bertoli all’ergastolo.

9 marzo 1976: la prima corte d’Appello di Milano conferma la sentenza di primo grado.

19 novembre 1976: la prima sezione penale della Cassazione respinge il ricorso di Bertoli. La condanna diventa così definitiva.

3 novembre 1991: negli elenchi di Gladio compare il nome di Gianfranco Bertoli, nato a Dolo. I servizi segreti sostengono che si tratta di un caso di omonimia, come se fosse possibile che esistano du Gianfranco Bertoli, entrambi nati a Dolo.

18 giugno 1997: Gianfranco Bertoli tenta il suicidio con una overdose di eroina. Il 23 giugno il tribunale di sorveglianza gli revoca la semilibertà, ottenuta quattro anni prima. Bertoli, in seguito, otterrà di nuovo la semilibertà.

21 luglio 1998: il giudice istruttore Antonio Lombardi, a conclusione del supplemento d’ inchiesta condotto col vecchio rito, rinvia a giudizio 7 persone: Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, Carlo Digilio e Amos Spiazzi, accusati di concorso in strage, Gianadelio Maletti e Sandro Romagnoli di omissione di atti d’ ufficio e di soppressione e sottrazione di atti e documenti concernenti la sicurezza dello Stato.

11 marzo 2000: dopo cinque giorni di camera di consiglio, la quinta corte d’Assise di Milano condanna all’ergastolo con l’accusa di strage Carlo Maria Maggi, Amos Spiazzi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami. Gian Adelio Maletti viene condannato a 15 anni di reclusione.

3 agosto 2000: nelle motivazioni del processo di primo grado i giudici sostengono che la responsabilità di Gianadelio Maletti “è manifesta ed è gravissima”. L’allora capo del reparto D del Sid, riparato in Sudafrica, “seppe dei propositi di attenato a Rumor addirittura prima che venisse perpetrato” e omise di riferirli alla magistratura e occultò documenti e nastri magnetici importanti per far luce su una tragedia nella quale i morti furono 4 e i feriti 45”.

I giudici della 5a sezione della corte d’Assise di Milano, in oltre 400 pagine, definiscono la strage alla Questura di Milano una strage “annunciata” per 2 volte. Secondo le motivazioni della sentenza Carlo Maria Maggi, il medico imputato anche per la strage di piazza Fontana, è l’’”incontrastato capo carismatico” della cellula eversiva di Ordine Nuovo di Venezia-Mestre; Giorgio Boffelli, è “uomo di fiducia di Maggi, a lui devoto, suo guardaspalle” e amico di Gianfranco Bertoli, l’autore dell’attentato; Francesco Neami è l’organizzatore dell’attentato e addestratore di Bertoli, e organizzatore è anche Amos Spiazzi, il colonnello della Rosa dei Venti.

Secondo i giudici, presieduti da Ezio Siniscalchi, Maletti seppe da Labruna, l’ufficiale del Sid allora alle sue dipendenze, dei propositi dell’attentato. Maletti “è responsabile in prima persona, per l’alta carica ricoperta, della sparizione della relativa bobina e del ritardo con cui le altre bobine contenenti le dichiarazioni di Orlandini (un confidente, ndr.) al Labruna, sono pervenute (per merito altrui) all’autorità giudiziaria”.

Nelle motivazioni della sentenza si sottolinea ancora che “un appunto redatto dall’ufficio diretto dall’imputato collegava nell’immediatezza dei fatti il Bertoli” alle dichiarazioni che preannunciavano l’attentato: quell’appunto non fu inviato alla magistratura, come “l’intera documentazione sulla collaborazione di Bertoli”, chiamato il Negro, con i servizi segreti italiani,prima del ’73 e fino al 1991, quando vennero acquisiti i nastrie i documenti occultati.

Le motivazioni – costruite in buona parte sulle dichiarazioni di Carlo Diglio, una figura oscura, a metà tra l’agente segreto e il provocatore, prosciolto per prescrizione – ricordano che l’attentato fu preannunciato “sia qualche mese prima del fatto, sia nelle ore immediatamente precedenti al 17 maggio, da due fonti diverse ed autonome fra loro”.

I giudici si riferiscono a quanto era venuto a sapere Maletti, e a quanto rivelato dal conte Pietro Loredan, che aveva fornito “precise coordinate spazio\temporali, nel vano tentativo di impedire la perpretazione della strage, ad autorevole persona che godeva di tutta la sua fiducia”: si trattava di Ivo Dalla Costa, allora esponente del Pci.

Quanto al movente dell’attentato, le motivazioni della sentenza puntano tutto su qualcosa di assolutamente controverso: l’obiettivo dell’attentato era Mariano Rumor, al tempo ministro dell’ Interno. Anche se è ormai storia che Rumor, al momento del lancio della bomba da parte di Bertoli, fosse già lontano dal luogo della strage. ;

Secondo le motivazioni, “la responsabilità della strage è nella estrema destra

Eversiva”; “la strage si inserisce a pieno titolo nella strategia della tensione che in quegli anni ha avuto di mira la destabilizzazione del Paese”, in realtà per “stabilizzarlo”; “tra i protagonisti della strategia della tensione vi era la cellula eversiva di Ordine Nuovo di Venezia-Mestre” “tale cellula sopravvisse alla riunificazione con il Movimento Sociale Italiano, che fu solo di facciata”.

28 novembre 2000: Gianfranco Bertoli, 67 anni, muore a Livorno dove viveva in semilibertà facendo il lavapiatti in un piccolo ristorante di periferia.

27 settembre 2002: dopo nove ore di camera di consiglio la corte d’Appello di Milano assolve tutti gli imputati perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, rovesciando completamente la sentenza di primo grado.

8 gennaio 2003: vengono rese note le motivazioni della sentenza d’appello. Secondo i giudici della corte d’Appello di Milano la strage alla questura non fu una strage neofascista, ma derivò dall’azione di un singolo anarchico, Gianfranco Bertoli. Inoltre, sempre secondo i giudici, Bertoli non ebbe alcun rapporto coi servizi segreti. Era veramente un anarchico, ha agito da solo per vendicare la morte di Giuseppe Pinelli e non per attentare alla vita dell’allora ministro degli Interni Mariano Rumor che, d’altronde, al momento dell’attentato era già molto distante dalla questura.

11 luglio 2003: la quinta sezione penale della Cassazione annulla l’assoluzione di Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami per i quali il processo di secondo grado è da rifare. Confermata, invece, l’assoluzione del generale del Sid Gianadelio Maletti, oltre che di Amos Spiazzi.

30 settembre 2003: nelle sue motivazioni, la Cassazione scagiona i servizi segreti italiani dal sospetto del coinvolgimento nella strage, ma esorta a chiarire i rapporti che l’intelligence ebbe con Gianfranco Bertoli e – per quanto riguarda i mandanti dell’ attentato – punta il dito contro i neofascisti di Ordine Nuovo (Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami).

Le motivazioni si articolano in 50 pagine e spiegano perché la Suprema Corte

ha deciso di annullare con rinvio il verdetto della Corte d’Appello di Milano, che aveva attribuito il lancio della bomba ananas al solo gesto individuale del sedicente anarchico Bertoli.

Per quanto riguarda i contatti tra i servizi segreti e Bertoli, la Cassazione afferma che mai, né l’istruttoria del giudice Guido Salvini, né la sentenza di primo grado “hanno attribuito ai servizi italiani o israeliani alcuna responsabilità per la strage, hanno solo affermato che i servizi israeliani hanno fornito supporto logistico al Bertoli in quanto accreditato come informatore del servizio italiano collegato. In tal senso va definito il possibile apporto dei servizi alla vicenda oggetto del giudizio”. Anche perché sono emersi elementi di prova – proseguono i giudici della Cassazione – “dai quali può ricavarsi che Bertoli, dopo essere stato informatore del Sifar dal 1954 al 1960, ha ripreso i contatti nel 1966 ed è stato aiutato ad espatriare nel 1971”. Fatte queste precisazioni, e limitato a ciò uno dei campi da scandagliare col nuovo processo, la Cassazione aggiunge che “non vi è invece in atti alcun elemento dal quale possa evincersi che i servizi segreti siano stati coinvolti nella preparazione o nell’attuazione della strage”.

Per questo i magistrati della Suprema Corte bacchettano la corte di merito per essersi “preoccupata di escludere totalmente i servizi segreti italiani ed israeliani dal’ espatrio di Bertoli”, ed essersiinvece “avventurata in una complicata ed incerta disamina del sistema di fascicolazione ed intestazione delle pratiche relative agli informatori del servizio segreto, fondata sui ragionamenti del teste Pollari (attuale capo del Sismi, NDR).

In realtà il teste, solo recentemente posto a capo dei servizi segreti – osservano imagistrati di legittimità – ha tentato di spiegare il sistema di fascicolazione delle pratiche contenenti i contributi forniti agli informatori, vigente negli anni Sessanta, attribuendo un significato logico ad annotazioni ed archiviazioni di dati che sembrerebbero improntati ad approssimazione e disordine. La Corte ha dato totalmente credito al Pollari, trasformando così una semplice ipotesi logica, effettuata da un funzionario che non aveva partecipato alla fascicolazione delle vecchie pratiche, in una indiscutibile verità, in grado di superare tutte le dichiarazioni fatte dai funzionari addetti al servizio”.

Un’altra bacchettata viene data alla corte diAppello per non aver creduto alla deposizione di Ivo Dalla Costa- nel 1973 funzionario del Pci a Treviso – che per i supremigiudici è “persona assolutamente credibile”. Il testeraccontò di aver saputo dal conte Pietro Loredan (legato aglieversori di Ordine Nuovo) – due prima della strage – che aMilano, entro 48 ore, ci sarebbe stato un attentato contro un’alta personalità del governo.

Per i giudici della Cassazione questa deposizione è importante e i giudici del rinvio dovranno tenerla presente cercando anche di scoprire “quale sia stata la fonte della notizia” data dal conte – amico, tra gli altri, dei neofascisti Giovanni e Luigi Ventura – al Dalla Costa.

1 dicembre 2004: la Corte d’Appello di Milano, nel processo di rinvio stabilito dalla Cassazione, assolve nuovamente Carlo Maria Maggi e Francesco Neami, confermando così la sentenza del primo appello. L’accusa aveva chiesto per entrambi la condanna all’ergastolo. La posizione di Giorgio Boffelli risulta stralciata per motivi di salute.

22 febbraio 2005: la Corte d’Appello di Milano assolve anche Giorgio Boffelli.

9 maggio 2005:  la motivazione della sentenza che ha assolto Maggi e Neami chiarisce che testimonianze e documenti hanno consentito di individuare “con certezza il contesto politico-eversivo” dove ebbe origine la strage e ha permesso di attribuirla a elementi di Ordine Nuovo, mentre il sedicente anarco-individualista Gianfranco Bertoli “fu solo l’esecutore materiale dell’attentato”. Detto questo, la corte sostiene che non sono state raggiunte le prove per condannare i due impoutati.

27 maggio 2005: il sostituto procuratore generale Laura Bertolé Viale deposita il ricorso in Cassazione contro la nuova sentenza della Corte d’Appello.

13 ottobre 2005: la 1.a sezione penale della Cassazione conferma l’assoluzione dei neofascisti di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami. Il sostituto procuratore generale della Suprema corte, Tindari Baglioni, aveva chiesto l’annullamento delle assoluzioni e un nuovo processo d’Appelo (il terzo)  per i due ordinovisti.

In questo modo esce confermato il verdetto emesso il 1 dicembre 2004 dalla corte d’Appello di Milano che aveva assolto Maggi e Neami “per non aver commesso il fatto”.