I depistaggi dei carabinieri. Dagli inquinamenti alla confessione

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Una vicenda giudiziaria quanto mai intricata quella relativa alla strage di Peteano, anche se una vicenda giudiziaria formalmente chiusa, certamente sul piano delle responsabilità penali. Per la morte dei tre carabinieri uccisi da un’autobomba nel 1972 abbiamo oggi, infatti, una delle poche condanne passate in giudicato di tutta la storia dello stragismo italiano. Ma non è un caso che per Peteano si sia giunti a questa conclusione grazie alla decisione di uno dei responsabili, il neofascista Vincenzo Vinciguerra, di ammettere le proprie responsabilità. Una scelta che per l’estremista di destra ha avuto il significato di una clamorosa denuncia contro il suo stesso ambiente politico. Per Vinciguerra, infatti, l’ordinovismo veneto – ma più in generale tutto il mondo dell’estrema destra italiana degli anni Settanta– era inquinato da ben identificati personaggi dei corpi dello stato (servizi segreti, ma non solo), ma anche da collegamenti con elementi dell’intelligence atlantico. E che Vinciguerra avesse ragione lo dimostra la stessa storia processuale della strage di Peteano, intessuta da continui depistaggi. I principali depistatori? Alcuni ufficiali dell’arma dei carabinieri che, per coprire gli autori del massacro (non va mai dimenticato che anche le vittime erano carabinieri) arrivano a costruire una falsa pista che porta all’arresto ed al processo di alcuni piccoli malavitosi friulani, completamente estranei alla vicenda.
Anche quei depistatori di professione oggi sono stati processati e condannati.
Ma sulla strage di Peteano non tutto è chiaro. C’è ancora qualcosa da capire. Torneremo ad occuparcene.

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