PETEANO, 31 MAGGIO 1972: TRAPPOLA MORTALE. Una telefonata per un massacro

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Avvertita da una telefonata anonima, una pattuglia dei carabinieri, giunge in località Peteano, in provincia di Gorizia. La chiamata, arrivata al centralino del pronto intervento alle 22.35, ha descritto un’auto da controllare: una Fiat 500 che presenta due fori di pistola sul parabrezza. Insomma un normale controllo.I carabinieri si avvicinano alla piccola vettura, la esaminano, poi uno di loro cerca di aprire il cofano: l’auto salta in aria. Collegato al gancio di apertura un ordigno con detonatore a strappo. Muoiono, dilaniati dall’esplosione, il brig. Antonio Ferraro e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Don- giovanni. Restano gravemente feriti il ten. Francesco Speziale e il brig. Giuseppe Zazzaro. Chi ha ordito quella micidiale trappola?
L’inchiesta sulla strage di Peteano rivelerà un’intricata trama fatta di depistaggi, servizi segreti, vecchi arnesi del golpismo nostrano, militari infedeli e neofascisti convinti di lottare per la rivoluzione, in realtà solo strumenti di provocazione.
Della     strage    di     Peteano   si    è autoaccusato   una    delle più emblematiche figure del neofascismo italiano: Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo con sentenza passata in giudicato. Vinciguerra – senza mai accettare né la qualifica, né i benefici spettanti ad un collaboratore di giustizia e soprattutto senza rinunciare alla sua identità – da anni sta ricostruendo l’ambiente e i legami che sono all’origine dello stragismo italiano.

DENTRO LE OSCURITA’ DI ORDINE NUOVO
L’analisi della commissione Stragi (relazione Pellegrino)