Pino Pinelli, ferroviere, anarchico. La diciottesima vittima della strage

PinoPinelli

La strage di piazza Fontana non ha provocato 17 vittime, bensì 18.

16 sono morte dilaniate nell’esplosione dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura che si trovava, appunto, in piazza Fontana a Milano (ora al suo posto c’è un altro istituto bancario, ma la scritta della vecchia banca è rimasta in segno di lutto perenne). Un’altra vittima è mancata qualche tempo dopo, nel suo letto di dolore. La diciottesima vittima, invece, muore nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre 1969, cioè tre giorni dopo la strage. Della sua morte non è stato mai definitivamente (e credibilmente) accertata neppure l’ora esatta: forse pochi minuti prima della mezzanotte, forse pochissimi minuti dopo. Il suo nome era Giuseppe Pinelli, per gli amici “Pino”, di professione ferroviere, di idea e militanza anarchica, una vita dedicata alla famiglia (moglie e due figlie) e alla politica sempre condotta con un senso preciso della non violenza.

Pino Pinelli muore in modo inconsueto: volando fuori da una finestra del quarto piano della questura di Milano che, ieri come oggi, è in via Fatebenefratelli, sempre a Milano.

La stanza dietro quella finestra era l’ufficio del commissario Luigi Calabresi, 32 anni, funzionario addetto all’Ufficio Politico della questura di Milano (oggi questa sezione non esiste più, si chiama Digos). In quella stanza da ormai tre giorni, in modo assolutamente illegale, con brevi interruzioni, si stava svolgendo un pesante interrogatorio con al centro proprio lui, Pino Pinelli, animatore del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. Pinelli era stato fermato proprio nel circolo poco dopo la strage. Gli lasciano credere che si tratti di una pura formalità, tanto che Pinelli non viene portato via, ma segue con il suo motorino l’auto dei poliziotti che lo avevano cercato, tra cui lo stesso Calabresi.

Pinelli non viene arrestato e non risulta neppure fermato anche perché i tempi previsti dalla legge per il fermo sono ampiamente scaduti. Quindi in quella stanza di quella questura Pinelli non sarebbe dovuto esserci. Lo ripetiamo: l’averlo trattenuto risponde ad un atto contrario alla legge.

Accade che attorno alla mezzanotte tra il 15 ed il 16 dicembre 1969 Pinelli voli dalla finestra di quella stanza.

La versione del suicidio è quella che gli agenti ed il carabiniere presenti in quella stanza sostengono fin da subito con vigore, pur fornendo versioni contrastanti e contraddittorie. La versione del suicidio, in un’improvvisata conferenza stampa che avviene subito dopo la morte di Pinelli che giunge ancora vivo in ospedale, anche se in condizioni disperate, viene ribadita anche dal dirigente dell’Ufficio Politico della questura Antonino Allegra che dice ancora di più: Pinelli si è gettato dalla finestra perché “incastrato” alle sue responsabilità nell’attentato e lo ha fatto gridando “Viva l’Anarchia”. Il ballerino anarchico Pietro Valpreda viene indicato come l’esecutore dell’attentato alla Banca di piazza Fontana. Resterà in carcere per tre anni, e sarà messo in libertà provvisoria, con un apposito provvedimento di legge, prima di un processo che lo assolverà definitivamente.

Comincia un’aspra campagna di stampa di alcuni giornali della sinistra tra cui l’organo del gruppo di Lotta continua: l’accusa è per il commissario Calabresi e per i cinque uomini che erano nella stanza della morte, quattro sottufficiali di polizia e un ufficiale dei carabinieri: Pietro Mucilli, Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi e Savino Lograno.

Nel maggio 1970, il giudice istruttore Giovanni Caizzi archivia l’istruttoria sulla morte di Pinelli. Non luogo a procedere. Come dire: non è successo nulla.

Nell’ottobre dello stesso anno, finalmente, si apre il processo per diffamazione intentato da Calabresi (ha resistito alla lunga) contro Lotta continua che la querela del commissario l’aveva invocata e provocata con articoli e vignette molto feroci.

Il dibattimento si capovolge nel processo: non è più Lotta Continua alla sbarra, ma, di fatto, il commissario Luigi Calabresi che deve giustificare le sue responsabilità sulla morte di Pinelli.

Nell’aprile del 1971 la corte decide la riesumazione del cadavere: a quel punto il difensore di Calabresi ricusa il presidente, Aldo Biotti, che avrebbe espresso in privato la propria convinzione della colpevolezza del commissario.

Nell’autunno del 1971, accogliendo questa volta una denuncia diLicia Rognini, vedova di Pinelli, la procura generale apre un procedimento per omicidio contro Calabresi e i funzionari di polizia e dei carabinieri presenti all’interrogatorio di Pinelli. L’istruttoria, condotta da Gerardo D’Ambrosio, durerà quattro anni (nel rattempo Calabresi nel 1972 è stato ucciso) e verrà conclusa nell’ottobre 1975 col proscioglimento di tutti gli imputati (Allegra, Calabresi più i quattro sottufficiali della polizia e l’ufficiale dei carabinieri).

La lettura della sentenza D’Ambrosio – che trovate qui sotto – è molto istruttiva: un complesso esercizio funambolico che, con grande sprezzo della realtà, attribuisce la morte di Pinelli ad un “malore attivo”, qualcosa di assolutamente sconosciuto nella sterminata letteratura medica e criminologica internazionale.

Di contro presentiamo anche una tesi, contenuta nel libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana”, che – almeno in via ipotetica – dovrebbe risolvere la questione della morte di Pino Pinelli: il ferroviere anarchico precipita dalla finestra di spalle, sotto la pressione di una violenta minaccia che proviene dai poliziotti presenti nella stanza del commissario Calabresi. Nei fatti un omicidio, anche se forse preterintenzionale.

LA SENTENZA D’AMBROSIO
Sulla morte di Pino Pinelli

LA CADUTA PROVOCATA DA UNA LA MINACCIA
L’ipotesi di Paolo Cucchiarelli