Valpreda e Pinelli. La pista anarchica

PietroValpreda
Pietro Valpreda al primo processo

La prima fase delle indagini sulla strage di piazza Fontana è saldamente nelle mani della polizia. I carabinieri, dal canto loro, sembrano defilati e comunque si muovono – almeno all’inizio – come se fossero dei semplici osservatori. L’Ufficio Affari Riservati del Viminale e l’Ufficio politico della questura di Milano gestiscono con piglio la drammatica situazione nell’immediato dell’esplosione. Due ore dopo le bombe i colpevoli sono già stati trovati: sono gli anarchici, in particolare quelli che a Roma si raccolgono nel circolo “22 marzo”, una scissione del circolo “Bakunin”, che si scoprirà infiltrata da un poliziotto e nella quale convivono militanti di destra e sinistra. A Milano nel mirino finisce il circolo anarchico del “Ponte della Ghisolfa”, molto più tradizionale. L’indagine sembra in particolare focalizzarsi su due persone: il ballerino Pietro Valpreda, considerato una “testa calda” anche nel suo ambiente ed il ferroviere Giuseppe Pinelli, considerato al contrario un leader assennato. Quest’ultimo viene fermato nel pomeriggio dello stesso 12 dicembre dagli uomini agli ordini del vice commissario dell’Ufficio politico della questura di Milano, Luigi Calabresi, mentre Valpreda viene arrestato, sempre dalla polizia, tre giorni dopo, all’uscita dal palazzo di Giustizia del capoluogo lombardo dove si era recato, proveniente da Roma, per testimoniare davanti ad un magistrato per altre vicende. Se Valpreda viene subito trasferito a Roma dove nel frattempo sono stati catturati altri militanti del “22 marzo”, Pinelli vede il suo fermo prolungarsi illegalmente oltre le 48 ore. Tanto che nella serata dello stesso 15 dicembre, senza aver dormito né mangiato, dopo interminabili interrogatori, precipita, attorno alla mezzanotte, dalla finestra del quarto piano della stanza dello stesso vice commissario Calabresi – nella quale erano presenti quattro poliziotti e un carabiniere – schiantandosi al suolo e arrivando già morto in ospedale.
Le indagini si sono mosse subito negli ambienti anarchici (anche se nell’immediatezza saranno fermati centinaia di militanti politici di sinistra e anche di destra) con una motivazione che si basa però su di un pretesto che con l’andare del tempo di rivelerà fallace: gli attentati del 12 dicembre erano stati preceduti dalle bombe scoppiate durante il 1969 un po’ dovunque: a Torino, a Roma, il 25 aprile allo stand della Fiat alla Fiera di Milano e all’ufficio cambi, al rettorato e alla questura di Padova, e ancora l’8-9 agosto su otto treni (12 feriti). Tutti attentati sistematicamente addebitati agli anarchici e che la magistratura in seguito scoprirà essere stati ideati ed eseguiti dalla cellula nera di Franco Freda e Giovanni Ventura.
La pista anarchica e la colpevolezza di Valpreda vengono subito confermate da uno strano personaggio, un tassista, Cornelio Rolandi, tessera del Pci, che lo riconosce in una foto mostratagli dal questore di Milano Marcello Guida, già responsabile durante il fascismo del confino di Ventotene. Rolandi riconosce in Valpreda – che pure ha descritto in tutt’altro modo – come l’uomo che, con una valigetta in mano, quel 12 dicembre si era fatto trasportare per poche centinaia di metri da una via adiacente al Duomo alla vicinissima piazza Fontana. Nel giugno del 1970 Rolandi viene ricoverato in ospedale dove i magistrati, con una procedura irregolare, accorrono per raccogliere a futura memoria la conferma delle sue accuse. Un anno dopo Rolandi morirà di infarto a casa sua.
La pista anarchica, servilmente e ciecamente sposata dalla grande stampa nazionale, comincerà a mostrare le sue crepe a lì a poco, quando ai magistrati di Treviso Calogero e Stiz si presenterà il professor Lorenzon, per riferire alcune confidenze raccolte su attentati commessi da un suo amico, l’editore Giovanni Ventura. Nascerà in quel momento la “pista nera”.
Valpreda e i suo “compagni” del circolo “22 marzo”, tra cui c’era anche il neofascista Mario Merlino, per sua definizione “militante a cavallo tra destra e sinistra”, saranno processati e assolti, ma solo nel 1987, al termine di un lungo e tortuoso iter giudiziario. Nel frattempo Valpreda sarà stato scarcerato sulla base di un’apposita legge nel 1972, anno in cui si era presentato alle elezioni politiche, ma senza essere eletto, nelle liste del Manifesto.
Per quanto riguarda la fine di Giuseppe Pinelli, la sua morte sarà archiviata nel 1975 dal giudice milanese Gerardo D’Ambrosio, autore di una acrobatica sentenza, la quale stabilì che il ferroviere anarchico era caduto dalla finestra del quarto piano della questura milanese a causa di un “malore attivo”.

“VALPREDA E’ COLPEVOLE”
di Marcello el Bosco (L’Unità del 17 dicembre 1969)

VALPREDA: CONTRO IL PROCESSO DI STATO
di Giuliano Spazzali (Quaderni piacentini – marzo 1972)

IO, SOSIA DELLA STRAGE
Di Roberto Palermo (Diario – 30 agosto 2002)