Il terrorismo islamico

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Anche se per alcuni versi intrecciato con la questione mediorientale, il problema del terrorismo di matrice islamica trova le sue radici nel diffondersi – a partire dagli anni Settanta – di un forte integralismo religioso in quasi tutti i paesi di cultura musulmana.
Il fondamentalismo islamico – teorizzato da ideologi come il pakistano Mawdudi, l’egiziano Qutb e, soprattutto, l’iraniano Khomeini – punta su un ritorno all’essenza del Corano e su una sua interpretazione quanto mai restrittiva e letterale, nonché sulla proclamazione della jihad, cioè la guerra santa da condurre in nome di Dio contro tutti “i corrotti” e “gli infedeli”.
Quella che può essere considerata la moderna era dell’Islam comincia all’indomani della guerra arabo-israeliana del 1973 per trovare la sua prima, piena affermazione sei anni dopo con la rivoluzione iraniana che detronizza lo Scià e porta Khomeini al potere.
Negli anni successivi il movimento islamico si organizza attorno a due poli: quello radicale che ha come riferimento Khomeini stesso e quello conservatore che si identifica con la dinastia saudita, custode dei luoghi sacri della Mecca e di Medina, che con i petrodollari governa la penisola arabica.
Questo doppio volto dell’Islam e soprattutto – come scrive Gilles Keppel, uno dei più acuti studiosi dell’Islam – “l’ambiguità del suo messaggio in cui possono riconoscersi sia il falco capitalista quanto l’abitante delle baraccopoli” hanno la capacità di unificare tutte le componenti delle società musulmane dei diversi paesi arabi: dal nord dell’Africa fino al centro dell’Asia, passando per il Medioriente.
Queste due visioni uguali e contrarie dell’Islam vengono gestite dai governanti dei singoli stati nella maniera più diversa. La questione religiosa diventa così in tutto il mondo arabo una tigre da cavalcare e i movimenti islamici che ovunque si affermano si trasformano spesso in massa di manovra sia in senso rivoluzionario che in direzione conservatrice.
Inevitabile, quindi, che proprio i due volti dell’Islam entrino in aperto contrasto: gli anni Ottanta sono così caratterizzati da due conflitti.
Il primo è la guerra scatenata contro l’Iran rivoluzionario e confessionale di Khomeini dall’Iraq laico di Saddam Hussein che usa però la religione per sottrarne il monopolio al suo avversario. Sullo sfondo dello scontro Iran-Iraq la sagoma dell’Arabia saudita che si schiera al fianco di Saddam per poi diventarne vittima quando – sul finire del decennio – lo stesso invaderà il Kuwait. Ma intanto Khomeini avrà scelto l’arma del terrorismo internazionale e del rapimento di occidentali per ribaltare a suo favore i rapporti di forza nel mondo arabo ed esportare la sua rivoluzione islamica indirizzata soprattutto contro “il grande Statana” americano.
Il secondo terreno di scontro per le due anime del fondamentalismo islamico è – nello stesso arco di tempo – l’Afghanistan: a finanziare questa nuova jihad – che ha come obiettivo la cacciata delle truppe sovietiche entrate a Kabul nel dicembre del 1979 – ancora l’Arabia saudita, affiancata questa volta dalla CIA.
Ma per la parte conservatrice dell’Islam la guerra in Afghanistan ha un altro significato: spostare le attenzioni dei militanti radicali dall’Occidente “corrotto” al pericolo sovietico.
Ed è proprio sull’Afghanistan che si accentra l’attenzione di tutte le correnti dell’islamismo che – come movimento – ha così l’occasione di rompere i confini delle singole nazioni arabe per trasformarsi questione fondamentale per tutto il mondo musulmano. “In Afghanistan combattono, oltre ai mudjahidin orginari del paese, jihaidisti venuti da Egitto, Algeria, penisola arabica, sud e sud-est asiatico, che si riuniscono in brigate internazionali; superaddestrati alla guerriglia, elaborano negli ambienti chiusi in cui vivono, una variante ideologica islamica incentrata sulla lotta armata e su un estremo rigorismo religioso” (Kepel).

I problemi cominciano a partire dal 1989 quando il movimento islamico che si è concentrato in Afghanistan in funzione anti-sovietica comincia ad esportare il suo fondamentalismo e la sua ideologia religiosa, sfuggendo così al a controllo sia dei servizi segreti statunitensi e pakistani, sia ai condizionamenti finanziari dell’Arabia. In brevissimo tempo la concezione vincente della guerriglia afghana comincia a dilagare: in Algeria nasce il FIS (il Fronte islamico di salvezza); in Sudan gli islamisti prendono il potere con un colpo di stato; in Palestina la prima Intifada subisce l’egemonia di Hammas ai danni dell’OLPdi Yasser Arafat. Intanto – con il crollo del muro di Berlino – comincia il disfacimento dell’URSS che libera le energie represse degli stati musulmani dell’Asia centrale , del Caucaso, mentre da lì a poco – con l’esplosione della Jugoslavia – il fondamentalismo metterà piede in Europa attraverso la Bosnia. Ulteriore catalizzatore del fondamentalismo islamico e della sua deriva terroristica sarà la guerra del Golfo condotta da una coalizione internazionale a guida americana contro Saddam Hussein, l’invasore del Kuwait che da quel momento – pur tra mille ambiguità – si ergerà a paladino della causa islamica rivoluzionaria contro la corruzione e l’egoismo dei signori del petrolio, Kuwait ma soprattutto Arabia saudita in testa e contro l’”impero del male” occidentale.
La guerra del Golfo sedimenterà un senso di rancido rancore in tutto l’Islam rivoluzionario. E – proprio sotto il profilo dell’Islam – chi farà le spese di questa guerra non sarà tanto lo sconfitto Saddam, quanto la vincente Arabia saudita che vedeva cancellata la sua legittimità religiosa di taglio conservatore, anche perché incapace di impedire che truppe “infedeli” calcassero il sacro suolo dove sorgono i luoghi sacri dell’Islam stesso: la Mecca e Medina.
Dopo la guerra del Golfo al fondamentalismo islamico non rimarrà che la strada di un’ulteriore radicalizzazione: la vittoria afghana sull’Unione sovietica aveva convinto i movimenti più estremi che quella esperienza di jihad, di guerra santa, meritava di essere esportata contro il mondo occidentale intero, contro tutti i regimi “empi” del pianeta.
Ma la sconfitta del movimento è già dietro l’angolo: la presa di Kabul da parte dei mudjahidin prima e dei talebani poi non si sposerà mai con altrettanti successi in Bosnia, in Algeria, in Egitto, in Indonesia, in Sudan, in Pakistan, tutti paesi dove il movimento islamico verrà a più riperse sconfitto nella sua lotta per il potere.
Perfino in Iran – dove ha regnato per anni un islamismo rivoluzionario ma di segno diverso perché promosso dagli sciiti, in eterna rivalità con i sunniti afghani – l’ascesa al potere del moderato Kathami produce un’inversione di tendenza.
A metà degli anni Novanta al fondamentalismo islamico non resta che prendere atto dei propri fallimenti politici: sarà allora che il radicalismo comincerà a percorrere con enfasi e retorica – ma anche con molta aggressività –i tremendi sentieri del terrorismo più spietato: dagli attacchi alle ambasciate americane in Africa fino agli aerei lanciati come bombe sugli Stati Uniti. E’ un capitolo che si apre ufficialmente a partire dal 1998 e che sembra molto lontano dal concludersi.

JIHAD – ALGERIA

HEZBOLLAH – LIBANO

HAMAS – PALESTINA