TANGENTOPOLI

L’ultimo bilancio dell’inchiesta mani pulite, condotta dal pool di magistrati della procura di Milano, risale al febbraio del 1999. Anche perché da allora la stessa inchiesta mani pulite può dirsi morta, mentre Tangentopoli continua ad imperare.

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A sette anni dall’avvio delle indagini sulla corruzione politica e finanziaria che va sotto il nome di Tangentopoli, cominciate il 17 febbraio 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il solo pool di Milano aveva indagato 3.200 persone, aveva chiesto 2.575 rinvii a giudizio e aveva ottenuto 577 condanne, di cui 153 con sentenza passata in giudicato.
Le statistiche ci dicono ancora che fino alla fine 1997 la guardia di finanza aveva accertato reati fiscali legati a Tangentopoli per un importo di 3.609 miliardi. Sono cifre che bastano da sole a dare un’idea della diffusione in Italia del sistema della corruzione che ha riguardato arricchimenti personali, ma anche e soprattutto maniere illecite di finanziamento dei partiti mediante il sistema delle tangenti, le cosiddette bustarelle, pagate da imprenditori ad esponenti politici. Quello che le statistiche non possono però raccontarci riguarda i criteri in base ai quali, non solo il pool di Milano, ha portato avanti queste inchieste.
Anche perché, pur essendo – per ammissione degli stessi magistrati inquirenti – la corruzione estesa a tutti i partiti, nessuno escluso, decapitando di fatto solo una parte della classe politica e permettendo ad un’altra di salire al potere, l’inchiesta giudiziaria mani pulite ha avuto un notevole impatto sugli assetti istituzionali del Paese.

Ha notato, acutamente, Barbara Spinelli sulla Stampa:
“E’ accaduto qualcosa che non può non rendere perplessi: una completa classe politica è stata eliminata per via giudiziaria, mentre sono rimaste totalmente indenni le forze politiche che durante la guerra fredda erano ritenute ideologicamente inadatte a governare. I ruoli si sono con furia rovesciati: i partiti legittimati di ieri sono stati proclamati in un baleno illegittimi, mentre gli illegittimi si sono trovati ad essere non solo rilegittimati per grazia giudiziaria, ma – come nel secondo dopoguerra sul piano culturale, grazie alla Resistenza di cui in parte erano stati protagonisti – sono diventati ancora una volta i distributori di salvacondotti democratici. Questo squilibrio ha danneggiato Mani Pulite, intossicandola. E resta ampiamente senza risposta il quesito del finanziamento dei partiti in un Paese dove una fortissima opposizione – il Pci – era pagata, in guerra fredda, dalla principale potenza avversaria delle democrazie”.
Si può essere di qualsivoglia parte politica, ma è difficile obiettare a una simile contestazione che ha il dono dell’oggettività.
Stanno qui, in questa concezione non giudiziaria, ma moralisticheggiante e purificatrice di una malattia che non è solo italiana, i grandi misteri di Tangentopoli e dell’inchiesta che ha cercato di portare alla luce i suoi meandri più bui. L’inchiesta portata avanti dal pool di Milano, diretto da Francesco Saverio Borrelli, è stata davvero un’inchiesta al di sopra delle parti? Se al pool di Milano va riconosciuto l’indubbio merito di aver scoperchiato il pentolone che conteneva il maleodorante marciume della corruzione, il comportamento dei suoi pubblici ministeri è stato sempre corretto ed imparziale?  Come mai la magistratura italiana presa nel suo insieme, se non inerte, certamente molto lenta e confusa sui versanti della mafia, del terrorismo e dello stragismo, ha saputo attivarsi i modo così compatto a proposito delle inchieste sulla corruzione?  Perché soltanto le forze politiche allora al governo, in primis il PSI di Craxi e la DC di Forlani – forze certamente corrotte ma non le sole – sono state spazzate via?  Perché sono così pochi gli imprenditori e i grandi industriali che hanno pagato il prezzo di quell’inchiesta? E soprattutto perché tra questi non è vi è neppure l’ombra degli iscritti al club dei “poteri forti”, a cominciare dagli Agnelli, dai De Benedetti e da alcuni grandi boiardi di Stato dell’IRI?
Fino a scendere nei dettagli: perché Francesco “Chicchi” Pacini Battaglia, l’uomo che per definizione dello stesso Di Pietro era “appena un gradino al disotto di Dio”, uscito indenne dalle inchieste milanesi è stato inquisito poi dalle magistrature di La Spezia e Perugia?
Dobbiamo dedurne che l’inchiesta mani pulite è stata solo un’inchiesta a metà, oppure era solo quella la metà dell’inchiesta che interessava?
E infine: perché le inchieste mani pulite si sono arenate? E’ forse finita la corruzione? Ci sono poi i misteri nei misteri. Uno su tutti: perché Antonio Di Pietro lasciò all’improvviso la magistratura?
Ancora a distanza di tanti anni, il Tonino nazionale, ora finito nelle pastoie della politica, non ha saputo spiegarcelo.

CRONOLOGIA DELL’INCHIESTA MANI PULITE
1992 – 2001

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