IL CONFLITTO ALGERINO Dieci anni di guerra sporca tra Stato e terrorismo islamico

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E’ all’inzio degli anni Novanta che il conflitto algerino esplode in tutta la sua brutalità. Uno scontro senza esclusione di colpi tra l’estremismo islamico e le sue orrende stragi e una repressione sanguinaria e senza regole da parte dell’esercito governativo.

Per un lungo periodo l’Algeria ha vissutto in uno stato di assoluto terrore.

Dopo aver subito 100.000 vittime (150.000 secondo stime indipendenti) oggi l’Algeria sembra volere lentamente tornare alla normalità. Lo scontro religioso appare in fase di lento riflusso, anche se non si può dire del tutto concluso, e sacche di irriducibili dell’integralismo proseguono ancora le attività armate.

Uscita stremata da un devastante conflitto con la Francia negli anni Cinquanta e Sessantaper ottenere l’indipendenza, l’Algeria arriva al 1990 con una situazione di profondo malessere sociale e una corruzione molto diffusa ai vertici dello Stato. Ad approfittare della situazione sono i numerosi gruppi radicali che si sono formati negli anni, accomunati sotto l’egida del Fronte Islamico di Salvezza (FIS). Sono questi gruppi a puntare sul malcontento popolare e a mostrarsi come l’unica pssobilità di sollevare il Paese dall’arretratezza economica, ma soprattutto dallo stile di vita Occidentale che per queste organizzazione è all’origine del decadimento dello Stato algerino.

Il programma del FIS, propugnato dai suoi leader, Abassi Madani e Ali Belhadj, mira alla creazione di una Repubblica Islamica plasmata sul modello iraniano.

Nei primi mesi del 1992, il FIS, capace di attrarre una larga base elettorale, vince le elezioni politiche le quali vengono però giudicate irregolari dal governo: con un vero e proprio colpo di stato il voto viene annullato ed il regime (concentrato su un unico partito, il Fronte di Liberazione Nazionale, FNL) riprende in mano le redini del potere.

Le forze integraliste decidono così di passare alla lotta armata: comincia una lunga fase di guerriglia a cui partecipano, inizialmente, il braccio armato del FIS ed il Gruppo Islamico Armato (GIA).

E’ l’inizio di un inferno: il nord del Paese viene messo a ferro e a fuoco da una infinità di attentati terroristici. Intere famiglie vengono massacarate, cominciano anche i sequestri di persona. La risposta delle forze di sicurezza governative è di pari violenza. L’Algeria è sull’orlo del baratro perché migliaia di giovani si arruolano tra le file dei ribelli che attorno al 1996 arrivano a contare su una massa di manovra di 20-30.000 uomini armati.

Gli estremisti del fondamentalismo islamico perpetrano le loro orrende stragi dopo aver lanciato proclami di “purificazione” verso tutti gli “infedeli”, ossia coloro che “non rispettano la legge islamica”.

Le atrocità di questa guerra intestina raggiungono livelli inimmaginabili e sarà solo nel 1999 che il presidente Abdelaziz Bouteflika con la sua “politica di riconciliazione” comincerà ad aprire un varco tra i gruppi più oltranzisti, promettendo il reinserimento nella società di tutti quei giovani islamici che non si sonomacchiati di di massacri e di attacchi contro l’esercito.

E’ una scelta, quella di Bouteflika che dà grossi risultati, anche se diverse centinaia di combattenti continuano a rimpinguare le fle del GIA, mentre a fronte della crisi del FIS nasce una nuova formazione armata, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) che diventa la prima fazione radicale del Paese.

Di recente sono emersi inquietanti particolari sul modo in cui il governo del FLN ha fronteggiato l’estremismo islamico. Sono infatti sempre più numerosi gli ex-militari che puntano il dito contro il regime, accusandolo di avere favorito o di aver preso direttamente parte alle molte stragi commesse ai danni della popolazione. Scopo degli squadroni della morte del governo di Bouteflika era quello di far ricadere la responsabilità dei massacri sugli estremisti islamici: una vera e propria strategia del terrore tesa a favorire una sempre più stretta militarizzazione della società algerina.

Altro gravissimo problema con cui l’Algeria si trova a dover fare i conti è la questione dei “disparus” (scomparsi): Sono infatti migliaia gli oppositori politici democratici scomparsi a far data dal 1992, ufficialmente assassinati dai fondamentalisti, ma in realtà, il più delle volte, vittime delle forze di sicurezza, incaricate di mettere a tacere ogni forma di dissidenza.

Con l’avvento del multipartitismo (sebbene l’FLN continui ad occupare una posizione preminente) sembra essersi aperto qualche spiraglio per una effettiva democratizzazione del Paese.

Ultimamente il pugno di ferro del governo si è abbattuto sulla regione settentrionale della Cabilia (circa 100 Km ad est di Algeri), abitata dalla minoranza berbera, che costituisce circa un quinto degli abitanti del Paese. Queste popolazioni, che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, denunciano da tempo una situazione di isolamento sociale, di discriminazioni e di violenze.

La questione della Cabila esplode nella primavera del 2001 quando, a seguito dell’omicidio di un giovane da parte della gendarmeria algerina, scoppiano scontri in tutta la regione, sullo stile dell’intifada palestinese: le vittime tra i manifestanti berberi sono oltre 100.

Una schiarita si è registrata in quest’ultimo lasso di tempo dopo che il governo ha annullato le elezioni amministrative del 2002, boicottate in tutta la Cabilia.

UN PAESE SEMPRE PIU’ RICCO, UNA POPOLAZIONE SEMPRE PIU’ POVERA

SENZA MEMORIA
di Daïkha Dridi

BOUTEFLIKA SOLO CONTRO TUTTI

I GENERALI SOTTO ACCUSA

DAL CONFLITTO ARMATO ALLA VIOLENZA SOCIALE

IL MURO DEL SILENZIO