LA GUERRA CIVILE LIBANESE

Piazzadeimartiti1991
La piazza dei Martiti a Beirut come appariva nel 1991, dopo la lunga guerra civile
Foto: Provvisionato

C’è anche la questione palestinese all’origine dei 15 anni di guerra civile che tra il 1975 e il 1990 travaglierà il Libano. Tre lustri d’inferno, durante i quali tutte le componenti etnico-religiose del Paese (cristiani e musulmani sunniti, sciiti e drusi) – e di conseguenza i loro referenti politici – saranno costrette a scendere in campo, spesso complici, ma al tempo stesso vittime, di tre attori internazionali: la SiriaIsraele e l’Iran.

Uno scontro furibondo che all’apparenza lascerà la situazione del dopo identica a quella precedente.

Ma cosa c’entrano i palestinesi con il Libano?

I palestinesi sono presenti in Libano dal 1948, da quando cioè la creazione dello Stato Ebraico costringe decine di migliaia di civili ad abbandonare la loro terra secolare, laPalestina, per trovare rifugio più a nord, nel Paese dei cedri.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), la cacciata dei guerriglieri dalla Giordania (il “settembre nero” del 1970) e la scelta della lotta armata da parte dell’OLP, il Libano diventa rifugio anche della guerriglia palestinese e, al tempo stesso, anche l’unico Paese confinante con Israele dal quale la resistenza palestinese possa scatenare i suoi attacchi. Il risultato è che, specie il sud del Libano, diventa terreno di lotta su cui si scatena la rappresaglia israeliana, con bombardamenti aerei e tiri di artiglieria che colpiscono sia i guerriglieri palestinesi, finanziati dall’Unione sovietica e dai Paesi arabi, che i civili palestinesi e libanesi.

Nel 1973, finanziate ed armate da Israele, le milizie falangiste, create nel 1936 daPierre Gemayel, che si nutrono di un’ideologia decisamente fascista, cominciano ad opporsi – con l’aiuto dell’Esercito libanese – ai gruppi armati palestinesi.

Non è solo, ovviamente, la questione palestinese ad agitare le acque. In palio c’è la gestione del potere in Libano. Da un lato i cristiani, sostenuti da Israele, cercano di difendere l’indipendenza e la sovranità del Paese e i loro privilegi; dall’altro imusulmani, sostenuti dai palestinesi, ma soprattutto dalla Siria e, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, anche dall’Iran a reclamare una spartizione più equa del potere statale.

Nell’aprile 1975 bastano una serie di scaramucce armate tra cristiani e palestinesi a scatenare l’incendio.

Nei primi mesi della guerra la Siria si schiera al fianco dell’OLP e dei suoi alleati raccolti nel Partito Socialista Progressista che vede assieme palestinesi, musulmani e drusi.

Nel giugno del 1975 la Siria cambia cavallo: truppe e mezzi blindati siriani salvano i cristiani da una sconfitta ormai certa. Da questo momento la Siria cercherà di mantenere un ambiguo equilibrio tra le parti in lotta per arrivare (in seguito) al controllo totale del Paese che i siriani da sempre considerano una loro provincia.

Da questo momento la guerra civile libanese si avvita su se stessa fino al primo intervento armato israeliano che avviene nel marzo del 1978, al termine del quale Tsahal, l’esercito dello stato ebraico, instaura una zona di sicurezza, occupando militarmente la parte meridionale del Paese e affidandone il controllo a delle milizie mercenarie libanesi filo-israeliane, l’esercito del Libano del sud. Questa cosiddetta fascia di sicurezza sarà restituita al Libano solo nel 2000, per poi essere di nuovo ricostituita – sotto controllo congiunto dell’esercito libanese e di una missione internazionale dell’ONU – nel 2006, al termine di un nuova invasione israeliana.

Ma nel 1982 Israele invade di nuovo il Libano: il suo obiettivo è l’annientamento delle formazioni armate palestinesi. In pochi giorni le truppe israeliane arrivano a Beirut. La capitale libanese è cinta d’assedio. Stanno per cominciare i massacri congiunti israelo-cristiani dei campi profughi palestinesi.

Il “cessate il fuoco” imposto dagli americani prevede che l’OLP abbandoni Beirut sotto protezione di una forza multinazionale. Il leader palestinese Arafat, il suo stato maggiore e la quasi totalità dei guerriglieri palestinesi sono costretti all’esilio.

Tutto sembra finito, ma la guerra civile libanese vera e propria deve ancora cominciare perché, nel frattempo, un attentato sponsorizzato dalla Siria ha tolto dalla scena politica l’appena eletto presidente del Libano, Béchir Gémayel, figlio del fondatore del partito Falangista, nonché fervido sostenitore della causa cristiana e prezioso alleato di Israele.

Le Forze libanesi, settore estremista della compagine cristiana, a questo punto, sempre con il pieno appoggio di Israele, scatena l’attacco alle componenti musulmane. Primo obiettivo i Drusi di Walid Jumblatt. I Drusi respingono l’attacco.

Ma il mosaico libanese, intanto, si è ulteriormente complicato.

A seguito dell’invasione israeliana del Libano del 1982, l’Iran – con accordo e l’aiuto dei siriani – aveva inviato molti Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione khomeinista) per addestrare alla guerra la comunità sciita. Fa così la sua comparsa sulla scena libanese una nuova variante: Hezbollah, cioè il Partito di Dio, composto da integralisti islamici. Sono loro, con attentati e rapimenti, a far fuggire dal Libano la Forza multinazionale (febbraio 1984).

Gli Hezbollah si attestano soprattutto nel sud del Libano, dove prendono il posto della guerriglia palestinese, e dalle cui postazioni cominciano ad attaccare il nord di Israele.

Il Partito di Dio, inoltre, si scontra con l’altro partito sciita libanese, Amal, una milizia diretta da Nabih Berri, appoggiata dai siriani. Ed in seguito anche i Drusi di Jumblatt.

Da questo momento la guerra civile comincia ad attraversare anche il fronte musulmano, più che mai diviso, e le alleanze cambiano spesso e molto velocemente.

Nonostante il caos politico e militare in cui il Libano è precipitato, sono due i capisaldi che restano incrollabili: i musulmani hanno l’esigenza di un riequilibrio del potere politico libanese; i cristiani continuano a sognare un Stato libanese unicamente cristiano.

Si arriva cos’ al 1988I22 settembre 1988, con la fine del suo mandato, il presidente libanese Amin Gemayel, succeduto a suo fratello Béchir, assassinato nel settembre dell’82, dà l’incarico ad un cristiano, il gen. Michel Aoun, di formare un nuovo governo, ristabilendo in Libano l’autorità dello Stato, sciogliendo tutte le milizie armate e liberando il Paese dagli eserciti di occupazione israeliano e siriano.

Il gen Aoun, a capo dell’esercito libanese, comincia allora ad attaccare le stesse milizie cristiane restie alla consegna delle armi ed in primo luogo le Forze libanesi guidate daSamir Geagea. Come è già avvenuto tra le file dei musulmani, scoppia così una guerra tutta interna alla comunità cristiana. Un guerra particolarmente devastante.

Ma quando il 14 marzo 1989, Aoun lancia la sua «guerra di liberazione» contro l’esercito siriano la sua fine è segnata. I siriani rispondono bombardando il settore cristiano di Beirut ed il palazzo presidenziale. Aoun si rifugia nell’ambasciata francese della capitale. I siriani diventano i padroni del Libano.

Il 22 ottobre 1989, i deputati libanesi riuniti a Taef, in Arabia saudita, sotto la pressione dei Paesi arabi e della comunità internazionale, firmano un accordo – detto «d’intesa nazionale» – che disegna un riequilibrio dei poteri istituzionali libanesi e soprattutto, riconosce la presenza – definita “fraterna” – dell’esercito siriano in Libano.

In pochi mesi le armi di tutte le fazioni in lotta tacciono. L’egemonia politica siriana sul Libano diventa assolutamente legale e accettata dalla comunità internazionale.

La Siria lascerà il Libano solo nel 2005, dopo il misterioso attentato ad un importante uomo politico libanese musulmano sannita, Hariri.

Ma questa è un’altra storia.

BREVE STORIA DELLA GUERRA CIVILE LIBANESE