Lager Bolzaneto

Piantina(Diario)

Una caserma trasformata in un mattatoio dove secondini (qualcuno vorrebbe pretenziosamente chiamarli agenti di custodia oppure personale di polizia penitenziaria, ma non è questo il caso), questurini, carabinieri e medici del ministero della Giustizia, durante i fatti del G8 a Genova del luglio 2001, si comportarono come bestie ed aguzzini, perpetrando violenze, offese ed aggressioni contro i manifestanti fermati, costretti a recitare stupide filastrocche fasciste e razziste, ad inneggiare al Duce e a cantare inni del regime fascista. E già questo da solo la dice lunga sulla tenuta democratica delle nostre, cosiddette, forze dell’ordine.

Per quanto accaduto per tre giorni di seguito nella caserma Bolzaneto di Genova, trasformata in luogo di detenzione per circa oltre 200 giovani arrestati, sono finite alla sbarra 45 persone tra cui alcune con incarichi di rilievo come il vicequestore Alessandro Perugini – detto il “calciatore” per una sequenza fotografica che lo ritrae in piazza mentre prende a calci un minorenne già a terra – all’epoca dei fatti vice capo della Digos di Genova; il generale della polizia penitenziaria Oronzo Doria e Biagio Antonio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, responsabile della sicurezza del centro di detenzione provvisorio.

Le accuse, a vario titolo, hanno riguardato reati gravi come abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Nel nostro codice penale, purtroppo, il reato di tortura, non è contemplato.

255 sono state invece le parti lese, ossia ragazzi e ragazze che, come dimostrano le “sintesi delle dichiarazioni delle parti offese” raccolte dai pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati (che di seguito pubblichiamo integralmente), hanno dovuto subire botte, insulti ed umiliazioni da parte di persone che, chiamate a tutelare l’ordine pubblico, si sono trasformate in eversori del sistema democratico.
Il primo ad uscire di scena è stato un magistrato, Alfonso Sabella, che a suo dire vanta un passato antimafia (scriverà anche un libro, non su Bolzanto, ma sull’antimafia), coordinatore di tutte le attività dell’amministrazione penitenziaria durante il G8, stranamente stralciato dall’inchiesta e la cui posizione è stata alla fine archiviata. Sabella a Bolzaneto sta come l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro ai fatti del G8: erano entrambi responsabili, ma senza alcuna responsabilità.
Dopo 180 udienze, 360 testi ascoltati e 115 parti civili, il processo per i fatti di Bolzaneto, cominciato nell’ottobre del 2005, si è concluso il 14 luglio 2008. I pm del processo hanno descritto il lager di Bolzaneto come “un girone infernale”, un luogo di tortura fisica e psichica. Secondo l’accusa, a Bolzaneto sarebbero avvenuti episodi di vera e propria tortura che avrebbero violato la dignità umana e i più significativi diritti della persona. Anche in infemeria, medici e agenti, avrebbero inflitto vessazioni agli arrestati feriti e ormai inermi.
Ciononostante i giudici del tribunale di Genova, presieduto da Renato Delucchi,  hanno deciso di usare la mano leggera: solo 15 i condannati ad un totale di 24 anni di carcere contro i 76 anni e quattro mesi chiesti dall’accusa. Assolti tutti i carabinieri, dirottati a Bolzaneto dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. Assolti anche gli agenti di polizia penitenziaria, a cominciare da Oronzo Doria, Ernesto Cimino eBruno Pelliccia. La condanna più grave, 5 anni e 8 mesi, è andata a Biagio Antonio Gulgliotta. Incedibilmente ridimesionata la posizione di Giacomo Toccafondi, il medico in tuta mimetica, condannato solo a un anno e due mesi. Mentre a Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo di polizia, la condanna è stata a 3 anni e due mesi. Infine due anni e quattro mesi ad Alessandro Perugini, il “poliziotto calciatore”, sotto processo anche per violenze di strada., ma subito promosso ad incarichi superiori, e ad Anna Poggi.
A Genova, per i gravi fatti di Bolzaneto, la Giustizia italiana non è stata capace di riconoscere che quel che accadde era tortura, tortura vera.

Nel gennaio 2009, otto anni dopo, per tutti gli imputati al processo per il lager Bolzaneto la mano santa della prescrizione. Giustizia non è stata fatta, anche se ancora manca un proninciamento della Cassazione.

GLI ALTRI IMPUTATI

LA VICENDA GIUDIZIARIA

IL TERRORE DI BOLZANETO
le 255 testimonianze che inchiodano gli aguzzini

IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA DI PRIMO GRADO

SINTESI DELLA SENTENZA D’APPELLO

SINTESI DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA D’APPELLO