Intervista di Sandro Provvisionato

AUDISIO smentisce VALERIO

Quello che pubblichiamo è un documento importante: il racconto di una confessione. Siamo a Cattolica, sulla riviera adriatica, la sera dell’ 8 agosto del 1950. L’on. Walter Audisio (Pci), il “colonnello Valerio” – colui che ufficialmente uccise Benito Mussolini e Claretta Petacci il 28 aprile 1945, fucilandoli a Giulino di Mezzegra davanti al cancello di villa Belmonte – è in vacanza nella cittadina romagnola, ospite di un suo collega parlamentare e compagno di partito, già partigiano, l’on. Giuseppe Ricci. Con loro ci sono un altro comunista e partigiano, Bruno Gombi, di Bologna, che diventerà senatore del Pci tre anni dopo; Luigi Bordoni, un comunista della federazione di Rimini incaricato di fare da guardiaspalle ad Audisio ed Edoardo Conti, un altro giovane militante comunista, segretario personale di Ricci. Fino alle cinque del mattino i cinque uomini discutono di politica. In particolare Audisio racconta loro, sotto il vincolo del segreto, le ultime ore di Mussolini. L’unico sopravvissuto dei cinque è oggi Edoardo Conti che, a 88 anni, ha deciso di rivelare tutto ciò che “il colonnello Valerio” raccontò quella notte. L’ha fatto in un suo libro di memorie – “L’altra faccia dell’Italia” (a cura di Silvia Marcolini), Editore La Piazza, 2015 – e anche in una lunga intervista esclusiva che ci ha rilasciato lo scorso inverno. Ecco la parte del suo racconto in cui riferisce come Audisio ricostruì l’azione svolta sul Lago di Como il 28 aprile 1945.

«Il venerdì e il sabato di ogni settimana era mia abitudine recarmi nell’abitazione del sindaco di Cattolica, on. Giuseppe Ricci, di cui ero segretario. Ricci, scomparso nel 1972 a 82 anni, capo partigiano, è stato sindaco di Cattolica nel settembre 1944 (poi revocato dal governo provvisorio perché comunista) ma eletto nel 1946 fino al 1951. E’ stato anche deputato del Pci dal 1948 al1963. gni venerdì Ricci tornava da Roma e attorno alle 21 si poteva discutere con tranquillità. Quella sera di agosto del 1950 trovai l’onorevole con altre persone. Con notevole imbarazzo chiesi scusa ma lui mi presentò i suoi amici: Bruno Gombi di Bologna e l’on. Walter Audisio, il famoso “colonnello Valerio”. C’era un’altra persona che conoscevo molto bene perché era di Cattolica, Luigi Bordoni. Seppi dopo che la federazione del Pci di Rimini l’aveva messo a disposizione dell’on. Audisio come guardiaspalle. icci mi presentò come il suo segretario personale. La Camera era chiusa per ferie e l’on. Audisio era ospite per alcuni giorni di Ricci.Quella sera rimasi sbalordito dai vari temi dibattuti. Ero molto giovane, avevo 21 anni, e l’impatto fu forte. a discussione si protrasse fino alle cinque del mattino perché i tre parlamentari affrontarono questioni di grande rilevanza politica: l’amnistia ai fascisti voluta dal Guardasigilli Togliatti senza consultare il Cln; l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini e il Movimento sociale di Giorgio Almirante con il quale tornavano sulla scena politica i fascisti, un boccone amaro per tutto il Cln. Poi si parlò dell’art. 7 della Costituzione che, riproponendo il Concordato del 1929 da molti era considerato uno sbaglio. Quando arrivai la discussione non doveva essere iniziata da molto. Si parlò dei fatti di Portella della Ginestra e della morte del bandito Giuliano, rimasto ucciso il mese precedente, della notte del Gran Consiglio fino a che il discorso non cadde sulla morte di Mussolini e della Petacci.

L’on. Audisio mi sembrò imbarazzato. Cercava le parole, consapevole che ci stava per raccontare un episodio di storia molto importante e quasi sconosciuto. Disse Audisio: “E’ un fatto che non è stato narrato che in forma romanzata, come una vicenda finita in modo tragico per mano di un gruppo di banditi accecati dall’odio. Il mondo intero mi accusa di avere assassinato una giovane donna, la cui sola colpa era di essere l’amante del duce del fascismo. Questo è un tormento assillante che mi rode spesso perché sono sicurissimo di non meritare accuse così infamanti. Mi ritengo assolutamente estraneo da quelle accuse. Vi dirò poi come si sono svolti i fatti in realtà. Faccio una confessione davanti a voi, pochi compagni, ma dovete promettere di non svelare il mio racconto se non quando tutti i protagonisti non saranno più in questo mondo da molto tempo” Tutti facemmo solenne giuramento che in nessun modo e per nessuna ragione avremmo rivelato i fatti ascoltati; di noi solo io sono ancora in vita. Per non dimenticare, nei giorni successivi, ho trascritto fedelmente su un diario gli avvenimenti ascoltati quella notte dall’on. Walter Audisio.

Audisio riprese il suo racconto: “La missione è di trovare il Duce e fare giustizia in nome del Popolo italiano. Ricevo l’incarico da Luigi Longo, è un documento a firma di Cadorna, per catturare Mussolini e consegnarlo alla giustizia, perché sia processato dal Tribunale del Popolo (Comitato di Liberazione Nazionale). Longo però mi da anche un altro documento, che mi autorizza a giustiziare Benito Mussolini e tutti i membri della Repubblica di Salò che si sono macchiati di sangue. Il documento mi mette in grado di assumere i pieni poteri per quella missione deliberata dal CLN. Specifica però che la decisione non è stata presa da tutti i componenti del CLN ma solo da quattro dei suoi esponenti: Alessandro Pertini, Leo Valiani, Ferruccio Parri e Longo stesso. Il generale Cadorna non è stato informato della vera missione poiché la sua autorità è stata imposta dagli Alleati e comunque rappresenta il governo monarchico che ha le sue responsabilità. A missione compiuta, il documento doveva andare distrutto, nessuno avrebbe dovuto conoscere i fatti come sono realmente accaduti e non dovevo nemmeno riferire nulla a nessuno. La ragione per cui si fanno ricostruzioni romanzate è perché si conosce solo una percentuale microscopica dei fatti. Longo m’informa che, su richiesta di Ferruccio Parri, Italo Pietra mi mette a disposizione dodici partigiani scelti del suo battaglione, che comprende anche Aldo Lampredi. Il mistero sugli avvenimenti sussiste perché il CLN non ha mai voluto che fossero rivelati, soprattutto preoccupato di non coinvolgere i partiti dell’Esercito Patriottico di Liberazione. Per questo nessun organismo politico ha potuto mai conoscere questa operazione segretissima condotta da quattro persone: da me, dai coniugi De Maria e da un partigiano fidatissimo che non avrebbe parlato nemmeno sotto tortura. Tutti giurammo di non rivelare i fatti di quelle ore e di non esprimere alcun giudizio. Le persone coinvolte dovevano portare a termine la loro esistenza in assoluta tranquillità. In conclusione, non c’è traccia della ricostruzione degli avvenimenti. Primo: perché tutti i fatti, dal Municipio di Dongo all’alba del 29 aprile 1945, a piazzale Loreto, sì svolsero in sedici/diciotto ore e in assoluta segretezza. Poi perché Luigi Longo m’impose di non rivelare i fatti delle ultime ore del duce del fascismo e della mia missione. Quando mi chiamò “per una missione speciale” da compiere in assoluta segretezza, disse “nel CLN si dice che sei un nomo senza volto, ma dotato di grandi poteri decisionali, quindi sei in il prescelto”. Non avevo scelta, ero un militare dell’Esercito patriottico di Liberazione.

Le persone che seppero almeno una parte microscopica della verità, sono poche. Sono molto più numerose le persone che tentano di mettere insieme una storia credibile per lucrare denaro, disposte a tutto pur di avere una pagina su un quotidiano con titoli importanti. Un’intervista esclusiva su un settimanale di grande tiratura editoriale, scrivere libri o romanzi su una tragedia vera, un fatto di cronaca che fa storia. Ho avuto molte pressioni in Italia e all’estero per un memoriale degli avvenimenti di quei brevissimi giorni, mi hanno offerto una fortuna. Per Luigi Longo, che per conto del CLN mi consegnò il documento e l’incarico, quel patto è sacro, questo impone la coscienza, il rispetto dell’impegno, non c’è nulla al di sopra della coscienza. Devo dire però che sono stato più volte tentato di chiedere a Longo di sciogliermi dal giuramento fatto, perché non sopporto tutte le falsità che si dicono anche sul mio conto.

Nel lasciare Milano, bisognava far credere che la missione era di catturare Benito Mussolini e consegnarlo al CLN, perché il Duce del fascismo potesse avere un giusto processo con gli alleati anglo americani. Tutto questo secondo le convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra. Gli ordini del CLN però sono diversi: eliminare Benito Mussolini, il duce del fascismo, e con lui tutti i capi della Repubblica di Salò che si sono macchiati di sangue. Dovevo agire con molta cautela perché i servizi segreti anglo americani erano alla loro ricerca da tempo, onde sottrarli alla giustizia popolare. Lascio Milano di mattina presto, in macchina, con quattro compagni: [Mario] Ferro, [Aldo]  Lampredi, [Giovanni] Aglietto e [Dante] Gorreri.

Si sono descritte molte cose inesatte delle brigate partigiane, fiumi di parole di Bellini delle Stelle (il comandante della 52 Brigata Garibaldi che il 27 aprile 1945 a Dongo ferma la colonna Mussolini e cattura il dittatore e il suo seguito, NdR) e altri partigiani più o meno importanti. Benito Mussolini, catturato a Dongo da Urbano Lazzaro, “Bill”, e trasportato sotto scorta nel Municipio, dove è stato raggiunto dalla giovane amante Claretta Petacci, rilascerà una dichiarazione molto importante e cioè che i partigiani l’hanno trattato con rispetto. È un ‘affermazione che serve a tranquillizzare i servizi segreti e gli anglo americani, ancora fermi sulle rive del fiume Po. Quella dichiarazione “trattato con rispetto, ha una doppia valenza: tranquillizza gli anglo americani e mette in buona luce il CLN, perché dimostra che l’Esercito patriottico di Liberazione Nazionale rispetta le leggi di guerra sui prigionieri.

Sono arrivato a Dongo nel pomeriggio del 28 aprile, diverse ore dopo la cattura del duce e lì, dopo avere mostrato ai compagni le mie credenziali, ho preso il comando dell’operazione. Benito Mussolini, perché fosse irriconoscibile, era stato bendato su tutta la testa con della garza, simulando una grave ferita con urgente bisogno di trasportarlo in ospedale. Lo vidi così, in un ufficio del Municipio, dove è stato raggiunto da Claretta Petacci. Ho tentato – inutilmente di mandare via la ragazza ma lei non sentiva ragione. Ho messo poi Lampredi al comando del gruppo dei partigiani di Italo Pietra per occuparsi dei gerarchi fascisti. Aglietto, Gorrerì e Ferro sono tornati indietro, a Milano, senza la Petacci. Era importante trarre in inganno i servizi segreti, l’OSS Special Force, che sicuramente sorvegliavano il municipio di Dongo. Benito Mussolini e Claretta Petacci furono portati via dal Municipio con una messinscena: feci indossare a un partigiano il cappotto di Benito Mussolini e a una partigiana la pelliccia di Claretta Petacci. Il loro compito era di camminare avanti e indietro nella stanza del municipio e fingere di parlare, gesticolando in modo concitato, come due persone che non si trovano d’accordo su qualcosa. I loro gesti dovevano essere visti da fuori ma loro non dovevano avvicinarsi troppo alle finestre e soprattutto non dovevano guardare in quella direzione. Lo scopo molto importante era quello di far intendere che Mussolini e la Petacci fossero ancora all’interno del Municipio, dove s’intrattenevano perché Mussolini doveva convincere l’amante a non seguirlo e lasciarlo al suo destino.

A Giulino di Mezzegra, siamo arrivati in macchina con un partigiano che portavo sempre con me e che conosceva una famiglia di contadini antifascisti che non si erano mai esposti, ma erano amici dei partigiani. Sono i coniugi De Maria, abitano in un casolare isolato, da un certo punto in poi raggiungibile solo a piedi attraverso un sentiero abbastanza ripido in salita, una stradina da capre. Siamo arrivati che faceva già scuro. Mussolini zoppicava e saliva con fatica, forse una vecchia ferita o gli anni, lo aiutai perché si arrivasse nel casolare il prima possibile. Era meglio non esporsi troppo, non volevo intoppi e la missione doveva essere portata a termine e il più presto possibile. Lo stratagemma che avevo ideato a Dongo mi aveva permesso di depistare i servizi segreti ma la missione era importante e ogni precauzione non sembrava inutile, finire presto sarebbe stata cosa saggia per tutti. Eravamo sei persone. Oltre a me c’erano i due padroni di casa, i De Maria, il partigiano e Benito Mussolini con la sua Claretta Petacci. Disponevo di alcune stanze. La Petacci, nella stanza in fondo, era guardata a vista dalla moglie del De Maria. Il padrone di casa, come d’abitudine, girava intorno al casolare come se stesse facendo qualche lavoretto lì fuori, cose che fanno i contadini, e intanto sorvegliava attentamente che nessuno si avvicinasse.

Benito Mussolini era con me in un’altra parte della casa. Il casolare dei De Maria ci consentiva di avere un dialogo lontano dagli altri. Il colloquio tra di noi era senza testimoni. Così informai il duce del fascismo che il Cln, dopo un breve processo, aveva decretato la sua condanna, la morte per i suoi crimini nei confronti dei suoi avversari politici, ma soprattutto per il tradimento e l’inganno al popolo italiano. Così dissi: “Io, Walter Audisio, colonnello Valerio del Comitato di Liberazione Nazionale, sono incaricato di eseguire la sentenza in nome del Popolo italiano “. Pronunciai la sentenza con voce autorevole e sicura, il Duce ammutolì, era bianco in viso e pieno di terrore. Per qualche minuto ho temuto un collasso, cominciò un tremolio nervoso. In quel momento, l’alterigia, la superbia che l’aveva distinto in oratorie epocali, era svanita. Il baldo condottiero che voleva rinverdire i fasti dell’antica Roma, l’ultimo dei Cesari, adesso si era tramutato in un piccolo uomo, pauroso e tremante, consapevole che la sua sorte, con la sentenza emessa, non poteva che considerarsi definitiva.

Questa riflessione, tuttavia, la feci più tardi, in quel momento il mio compito era dì portare a termine il prima possibile l’ordine ricevuto, pensavo solo a quello. L’ordine era di fare presto, presi una decisione immediata, preparai un piano: dovevo portare il duce in cantina e lontano da tutti eseguire la sentenza. La cantina dei De Maria era fuori da ogni intervento esterno. Avevo dirottato il gruppo dei partigiani con Lampredi alla colonna dei prigionieri e gli altri gerarchi della Repubblica di Salò, da un ‘altra parte. Ero solo e dovevo compiere la mia missione nel più breve tempo possibile e in assoluta segretezza. Pensai che la cantina dei De Maria fosse il posto migliore. Gli ordini del CLN erano chiari, non si trattava di una vendetta ma di un diritto di giustizia del Popolo italiano. Avevo separato Benito Mussolini e Claretta Petacci di proposito poiché, dopo avere eseguito la sentenza e fatto giustizia, Claretta Petacci l’avrei accompagnata a Milano.

Il piano ideato era di arrivare in cantina solo io e Mussolini, lontano da orecchie e occhi indiscreti, così avrei potuto eseguire e portare a termine la missione in assoluta tranquillità. L’ordine di Luigi Longo era di fare presto. All’improvviso accadde un fatto imprevisto che mi mise in serio imbarazzo. Come una furia arrivò Claretta Petacci, apparve in cantina seguita dalla sua sorvegliante, la moglie del De Maria tentava di giustificarsi. “Ho dovuto rivelarle il luogo poiché urlava che voleva il suo Ben “. Quella di Claretta Petacci si dimostrò una pressione ossessiva. Temevo che qualcuno da fuori potesse sentire, tentai di calmarla. Non era mia intenzione uccidere Claretta Petacci ma lei disse che la sorte del Duce del fascismo doveva essere anche la sua. L’infatuazione di una ragazzina poi trasformata in passione, ma era l’amante del Duce. Abbracciò Mussolini e poi, rivolta a me con determinazione, fissando il mitra che avevo a tracolla, ”Questa è la mia volontà, io, Claretta Petacci, chiedo l’onore di condividere la sorte del duce del fascismo. Non avrò nessun pentimento, né davanti a Dio né di fronte agli uomini, perché ho amato con tutto il cuore e con tutta me stessa l’uomo che ha fatto la Storia d’Italia “. Si strinse a lui mostrandomi un ciondolo, un pegno d’amore, con la scritta “Io sono te, tu sei me “. Mussolini rimase folgorato e prese notevole forza da quella decisione. La guardò e la strinse con il vanto di un uomo orgoglioso. Quella donna che voleva morire con lui era più giovane di sua figlia.

Le ultime parole di Claretta Petacci rivolte al suo Ben, furono: “Tu sei un Cesare del XX secolo, dell’era moderna, dopo di te non ci saranno che uomini minuscoli, uomini mediocri, non puoi lasciarmi sola dopo le tante promesse che ci siamo scambiati. Sono scritte nei pegni che ci siamo dati, la tua sorte e la mia insieme. Tu sei un mito che ha reso l’Italia immortale. Hai saputo parlare alla testa e al cuore di un popolo alla riscoperta della sua dignità e detta sua cultura “. Davanti al mitra caddero insieme il Duce e la sua amante. A mia difesa e come testimone della mia innocenza, totalmente privo di colpe, vi dico in questa confessione le parole dì Claretta Petacc. La coscienza mi dice che non sono un assassino come hanno scritto da molte parti, cosa che mi reca dolore”.

Il racconto di Audisio sembrava giunto al suo epilogo, ma non era così. Dopo una lunga pausa, Audisio riprese a raccontare: “In quel casolare isolato, fuori dal mondo, sembrava l’inferno dantesco. La segretezza era mantenuta e totale poiché eravamo solo in quattro a conoscere gli avvenimenti e l’epilogo di quella tragedia. Tuttavia rimane, suo malgrado, una giovane vita spezzata, estranea all’immensa tragedia della guerra e degli orrori delle camicie nere e degli squadroni della morte, prima negli anni ’20 e poi con la Repubblica di Salò. Ripeto, quella morte non era prevista e adesso era diventato importante come portare fuori i corpi senza vita di Benito Mussolini e Claretta Petacci. Trovai in cantina il carretto che usava De Maria per portare gli attrezzi nei campi. La decisione fu immediata, avvolsi i due corpi con delle coperte e li mettemmo uno accanto all’altra sul carretto, con l’aiuto del partigiano e di De Maria, che doveva poi riportare il carretto nel casolare. A notte fonda portai Benito Mussolini e Claretta Petacci davanti al cancello in zona Bonzanigo – Giulino di Mezzegra e qui una scarica per simulare l’avvenuta esecuzione. In questo modo, volevo evitare eventuali complicazioni alla famiglia De Maria, che aveva ospitato il Duce e la sua amante nelle ultime ore di vita. Da lì, sempre in macchina, abbiamo portato i corpi del duce e di Claretta Petacci dove c’erano gli altri partigiani, poi il partigiano che era con me ed io ripartimmo, mentre i corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci sono stati portati a Milano sul camion, con i corpi dei gerarchi di Salò e dei prigionieri, quelli della colonna giustiziati al muretto dal gruppo di Lampredi. A missione terminata, distrussi il documento che mi aveva dato Longo, il documento col quale potevo agire con pieni poteri e che mi rendeva unico responsabile delle ultime ore del Duce e di tutti gli avvenimenti legati a quel fatto. Molti raccontano storie inventate, Claretta Petacci uccisa perché fuggiva davanti a un partigiano, niente di più falso, solo nei libri gialli si raccontano certe storie. Mussolini e la Petacci, quando li portai davanti al cancello di quella villa, erano già morti da qualche ora. Io solo sono stato insieme giudice ed esecutore. All’alba del 29 aprile i corpi senza vita di Mussolini e Claretta Petacci sono arrivati insieme con gli altri a piazzale Loreto, a Milano, Dal Municipio di Dongo erano trascorse meno di venti ore, ma non posso dire a che ora li ho giustiziati, non posso dire l’ora perché l’orologio non lo guardavo”.

 

Il resoconto sulla morte del duce e della Petacci assunse le dimensioni di un’intervista quando Ricci e Gombi chiesero ad Audisio dei chiarimenti sui fatti raccontati. C’erano molti misteri. Per lo più dovuti alla volontà di Togliatti. Così almeno ci spiegò “il colonnello Valerio”: “Io stesso scrissi diversi articoli sulla vicenda, molti in contraddizione tra loro. C’erano da scoprire altre verità. Tuttavia quei racconti erano un depistaggio voluto solo da Togliatti. Ad esempio la donna era senza scarpe e senza mutandine. Qualcuno insinuò atti di violenza su di lei da parte dei partigiani. E poi il duce era senza uno stivale. Il popolo di Milano e non solo si chiedeva come mai Claretta Petacci fosse vestita ma senza scarpe e senza mutandine. C’era una’ certa morbosità tra la gente, alimentata da una certa stampa, ma io non so cosa sia successo, in quei momenti il mio unico pensiero era rivolto alla missione. Posso pensare che quando Claretta ha intuito cosa stesse accadendo, nella fretta di arrivare in cantina, non si preoccupò di quanti indumenti avesse addosso. Dopo la sua irruzione in cantina, dopo i primi momenti concitati, lasciai per un certo tempo, forse un’ora, Mussolini e la sua amante da soli. Ho pensato che lui potesse farla desistere dal suo proposito di rimanere con lui. La situazione era così  tragica che sono convinto che nessun atto d’amore si sia consumato in quelle circostanze. Io avevo il pensiero fisso sull’ordine ricevuto.

A proposito del fatto che Mussolini avesse un solo stivale ricordo che quando condussi il duce per fare giustizia non guardavo i suoi piedi, lo guardavo fisso negli occhi. Volevo che quel tremolio, la paura, quello sguardo fisso nel vuoto aumentassero. Volevo che fosse consapevole che l’uomo che aveva di fronte non era lì per una vendetta ma per un atto di giustizia. Ho già detto che faticava molto quando è arrivato al casolare dei De Maria. In qualche momento si sarà tolto lo stivale per avere un certo sollievo. I racconti che si sono sentiti sulla morte di Claretta Petacci sono totalmente falsi ed io non ho mai avuto emozioni ma solo un pensiero: portare a termine la missione affidatami da Luigi Longo. Io e i miei uomini trovammo due grosse borse di Mussolini. Una conteneva medicine, l’altra valuta estera e gioielli. I gioielli che Claretta portava con sé furono consegnati alla famiglia. La borsa con gli altri gioielli e il denaro a Lampredi. Un’ultima annotazione: i misteri sulla morte del duce e della Petacci sono tali perché il Cln non volle mai sapere come si fossero effettivamente svolti gli avvenimenti di quei giorni. “Meglio un solo responsabile” ed io ero considerato “un uomo senza volto”, come mi disse Luigi Longo, “che sa pendere decisioni”.

«Con queste parole – conclude Edoardo Conti – l’on. Audisio chiuse il racconto di quei drammatici giorni. Era l’agosto del 1950. Oggi che coloro che ascoltarono quelle parole sono tutti scomparsi tranne me è arrivato il momento di rendere nota la testimonianza dell’uomo che giustiziò Benito Mussolini».

STORIA IN RETE luglio/agosto 2017