Chiaro-scuri di una testimonianza

di Fabio Andriola

La testimonianza di Edoardo Conti pubblicata in queste pagine è, nonostante i non pochi chiaro/scuri, decisamente importante. Importante soprattutto perché conferma che la versione ufficiale sulla morte di Mussolini e Clara Petacci non è altro che una montatura pensata, difesa e diffusa dal Partito Comunista con il pieno avallo delle componenti azionista (infiltrata, anzi saturata, dai servizi inglesi) e socialista in seno al partigiano Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). Ed è importante perché arriva non solo dal fronte comunista ma direttamente dalla bocca di quel personaggio, tragico e mediocre ad un tempo, che è stato Walter Audisio, il colonnello “Valerio” dietro il quale si agitava il ragionier Audisio col suo mix inesploso di rimorsi e rancori, il cui peso gli aveva comunque garantito tre legislature da deputato e una da senatore. Se non avesse accettato un ruolo scomodo per chiunque ma spropositato per lui, uno così Montecitorio l’avrebbe visto solo col binocolo…

In barba a quanto raccontato e scritto a più riprese, sia prima che dopo, quella sera di agosto 1950 sulla riviera romagnola, Audisio rivela ai suoi compagni di partito alcune cose che oggi, alla luce di quanto emerso nel corso degli anni, assumono una valenza ancora più importante di quella che potevano avere per chi lo ascoltava allora. La prima, ovviamente, è che l’uccisione di Mussolini e Petacci – la “giustizia” per favore lasciamola da parte – è avvenuta in casa De Maria dove i due erano stati portati da Dongo. Davanti al cancello di Villa Belmonte, a qualche centinaio di metri in linea d’aria dalla casa dei contadini non ci fu altro che una messa in scena di cui finalmente si viene a sapere il perché: proteggere i due contadini, Giacomo e Lia De Maria, che in questo racconto da semplici e forzati comprimari per la prima volta assumono invece le vesti di veri e propri complici. Sulle balle raccontate dai due si sono versati fiumi di inchiostro e adesso emerge che i De Maria facevano parte di un piano organizzato di disinformazione sistematica a tutti i livelli. Un piano – su questo Audisio è chiarissimo – voluto dal numero due del PCI e all’epoca massimo rappresentante comunista nell’Italia del Nord: Luigi Longo.

Se nel 1950 Audisio pensa di rivelare e stupire i suoi interlocutori, nel 2017 le sue parole suonano più che altro come una conferma, una conferma al lavoro soprattutto di due grandi giornalisti che a quei fatti hanno dedicato fin dagli anni Cinquanta tempo, sudore e fosforo: Franco Bandini e Giorgio Pisanò. Al primo dobbiamo, fin dai primi anni Settanta, l’ intuizione della “doppia fucilazione” (ridicolizzata fino a quando altre testimonianze e importanti riscontri medico-legali sono giunti a sostenerla con forza), una messa in scena che nella ricostruzione di Bandini ha un suo caposaldo nel travestimento di due partigiani, un uomo e una donna, incaricati di far la parte di Mussolini e Claretta diretti al cancello di Villa Belmonte. A Pisanò si deve invece l’indicazione di cosa accadde realmente a Casa De Maria e dove, soprattutto grazie alla testimonianza di una vicina, Dorina Mazzola. Pian piano quindi il quadro va componendosi, relegando definitivamente la versione ufficiale nell’angolo delle balle propagandistiche di cui la Seconda guerra mondiale è stata una fattrice inesauribile, geniale e ineguagliata. Si conferma la volontà dei comunisti e dei loro alleati di uccidere subito Mussolini, ingannando e battendo sul tempo l’ala moderata e militare del CLNAI – incarnata dal generale Raffaele Cadorna – considerata troppo vicina al governo monarchico di Roma che aveva preso chiari impegni internazionali. Si conferma, ovviamente la diversa modalità dell’uccisione; si conferma la deliberata azione di depistaggio e copertura.

Detto questo, la testimonianza non è esente da sbavature e incongruenze che siamo però portati ad attribuire soprattutto alla non esatta comprensione da parte del giove Conti di alcuni passaggi del racconto di Audisio. La cronologia è palesemente alterata, certe azioni che Audisio colloca a Dongo non lo possono aver visto protagonista visto che era in quelle ore (il tardo pomeriggio del 27 aprile) sicuramente ancora a Milano. La stessa scena dei due partigiani che fingono di essere Mussolini e la Petacci non può essere stata organizzata da lui nel Municipio di Dongo anche se si coglie un riverbero, un qualcosa di ciò che forse è stato inscenato tra Bonzanigo e Giulino di Mezzegra il giorno dopo. L’idea che il biglietto in cui Mussolini dichiara di essere stato trattato bene dai partigiani dopo la cattura possa aver tranquillizzato gli americani già la notte tra il 27 e il 28 aprile è semplicemente surreale. Quel biglietto – tra l’altro scritto su richiesta di un graduato della Guardia di Finanza la sera del 27, quando Mussolini aveva già lasciato Dongo per la casermetta della Finanza di Germasino – emergerà solo qualche tempo dopo infatti e comunque gli alleati avrebbero avuto bisogno di ben altro per essere rassicurati. C’è poi un altro dettaglio davvero sorprendente e cioè che ancora nel 1950 Audisio definisce – così come già aveva fatto lui o chi per lui nel resoconto anonimo pubblicato da «L’Unità» il 30 aprile 1945 – casa De Maria come “casolare isolato” mentre è circondata da case su tre lati mentre sul quarto aveva davanti a sè un grande prato che degradava verso il lago. Un grande spazio aperto che permise alla Mazzola di sentire e vedere alcune scene drammatiche la mattina del 28 aprile 1945. Gli articoli de «L’Unità» tornano in mente anche quando Audisio indulge nei paralleli grotteschi tra Mussolini e i Cesari dell’antica Roma o quando ne sottolinea lo stordimento e la paura mettendola a confronto con la protervia ostentata negli anni del potere. Tutte cose che non tornano nei resoconti di altri testimoni oculari: chissà se tra loro c’è quel partigiano misterioso e senza nome che Audisio dice di aver avuto con se, forse l’unico con i coniugi De Maria a sapere come andarono davvero le cose.

E poi c’è Claretta: un vero tormento per Audisio, ricorda Conti. E c’è da credergli anche se la sua ricostruzione fa anche in questo caso un po’ acqua: Audisio dice infatti di non aver avuto ordine di uccidere Claretta (ma noi sappiamo che nella notte tra il 27 e il 28 aprile qualcuno l’ordine di riunire proprio il dittatore e la sua amante lo diede ed è una decisione che non ha mai destato lo stupore che avrebbe dovuto) ma poi di aver di fatto consentito al desiderio della donna di essere uccisa col suo uomo. Perché accogliere una richiesta del genere? Per quanto arrovellato e pentito, Audisio non riesce a spiegarlo, protestando la propria “innocenza” anche se ammette di aver sparato e ucciso quando aveva tutti i mezzi e l’autorità per far allontanare la donna anche con la forza. E invece, impietosito, l’ammazza per poi fare il coccodrillo per il resto dei suoi giorni… (ma più d’uno lo sentì usare parole sprezzanti verso Claretta ormai cadavere davanti Villa Belmonte e poi a Dongo). Ma nelle parole di Claretta che riporta i toni esaltati e retorici, disperati e fanatici non sono poi così lontani da quelli che emergono dai diari e dalle lettere pubblicati negli ultimi anni. Insomma, la testimonianza di Conti, anche se non perfettamente tonda e solida, ha molti passaggi che fanno pensare a scene drammaticamente reali.

STORIA IN RETE luglio/agosto 2017