Numero zero

2017-09-30

Incipit. Sabato 6 giugno 1992, ore 8. Questa mattina non colava acqua dal rubinetto.
Blop blop, due ruttini da neonato, poi più niente.
Ho bussato dalla vicina: a casa loro, tutto regolare. Avrà chiuso la manopola centrale, mi ha detto. Io? Non so neppure dove sia, è poco che vivo qui, lo sa, e torno a casa solo alla sera. Mio Dio, ma quando parte per una settimana non chiude acqua e gas? Io no. Bella imprudenza, mi lasci entrare, le faccio vedere.
Ha aperto l’armadietto sotto il lavello, ha mosso qualcosa, e l’acqua è arrivata. Vede? Lo aveva chiuso. Mi scusi, sono così distratto. Ah, voialtri single! Exit vicina, che ormai parla inglese anche lei.
Nervi a posto. Non esistono i poltergeist, solo nei film. E non è che sia sonnambulo, perché anche da sonnambulo non avrei saputo dell’esistenza di quella manopola, altrimenti l’avrei usata da sveglio, perché la doccia perde e rischio sempre di passar la notte a occhi aperti sentendo tutto il tempo quella goccia, pare di essere a Valldemossa.
Infatti spesso mi risveglio, mi alzo, e vado a chiudere la porta del bagno e quella tra camera da letto e ingresso, per non sentire quel dannato sgocciolio. Non può essere stato, che so, un contatto elettrico (la manopola, come dice la parola stessa, funziona a mano) e nemmeno un topo, che anche se fosse passato di lì non avrebbe avuto la forza di muovere l’aggeggio. È una ruota di ferro all’antica (tutto in questo appartamento risale almeno a cinquant’anni fa), e oltretutto è arrugginita. Dunque ci voleva una mano. Umanoide. E non ho un camino da cui potesse passare lo scimmione della Rue Morgue.

L’ultimo romanzo di Umberto Eco è del tutto anomalo. La prima sensazione, addentrandosi nelle pagine, è che sia un’amorevole presa per i fondelli del lettore il quale, da lui abituato a libri coltissimi, ambientati in epoche remote, densi di dissertazioni filosofiche e costruiti su ricerche semantiche rigorose, vi si trova del tutto disorientato.
Cos’avrà voluto dire? Quale significato cela?
Sì, un significato segreto nascosto fra le righe di “Numero zero”, c’è, ma la sensazione, leggendo, è che l’autore abbia voluto giocare a nascondino con il lettore insinuandogli il dubbio che, a parte le lezioni di cattivo giornalismo (o di buon giornalismo inteso alla rovescia) che tutto sia puro e semplice divertimento.
Non è così. Fra le varie ipotesi c’è quella della sottile, raffinata vendetta intellettuale. Il grande semiologo dopo una vita spesa a far conoscere la pura bellezza delle parole, potrebbe aver voluto vendicarsi per l’imbarbarimento della comunicazione orale e scritta, che trova nel giornalismo la sua massima espressione, sia nell’uso della lingua sia, soprattutto, nei contenuti.
L’epoca in cui si svolgono i fatti narrati non a caso è il 1992, l’anno tragico della nostra storia recente. Quello in cui la buona informazione sarebbe stata essenziale per permettere ai cittadini di difendere la democrazia.
Stragismo mafioso, scandali finanziari, Mani Pulite e Tangentopoli… Di tutto di più. E’ appunto agli inizi del 1992 che un anonimo magnate dell’editoria, padrone di tutto quello che si può comprare: supermercati, alberghi, palazzi e soprattutto televisioni (chi sarà mai costui?) vorrebbe, lui venuto dal nulla, entrare negli ambienti che contano della Milano da bere e soprattutto da mangiare: quelli con la erre moscia e con il grembiulino nascosto nell’armadio.
Con questa idea in testa incarica il vecchio giornalista Simei, uno che ha navigato a lungo in testate ambigue e trash, di mettere insieme una redazione di falliti e disillusi per produrre il nuovo magazine scandalistico “Domani”, fatto soltanto di numeri zero. Dodici, per la precisione. Uno al mese per un anno.
Si tratta di pubblicazioni molto particolari, non destinate ad andare in edicola perché, com’è noto, i “numeri zero” sono prove fatte solo per essere sottoposte ai Focus
Anima e autorità indiscussa della redazione è il cinico Colonna, un giornalista di valore nel suo genere, abbastanza scaltro da capire le intenzioni non esplicite dell’editore e pronto a cogliere al volo l’opportunità. A lui soltanto il direttore Simei rivela che quelle bizzarre pubblicazioni sono destinate esclusivamente a pochi personaggi . Gente di potere, capace di penetrare il significato profondo degli articoli e di reagire di conseguenza.
La redazione, come tutte le redazioni, si riunisce ogni giorno e i giornalisti vengono incoraggiati da Colonna ad “andare oltre le notizie”, a pescare nel torbido, a trovare nei fatti acclarati quello che non c’è, inventando dettagli per il grande pubblico.
E’ così che sorge il pretesto, per Umberto Eco, di attingere a piene mani alla storia d’Italia, risalendo fino al Dopoguerra e inventando, per ogni fatto, un epilogo diverso, assurdo ma ben articolato. Bufale insomma, roba per palati robusti e poco avvezzi all’analisi, che, se “Domani” fosse un periodico normale, riuscirebbero a seminare dubbi nella mente dei lettori, cominciando dalla (possibile) finta fucilazione di Mussolini e dei gerarchi che invece sarebbero fuggiti in Argentina, fino ai tentativi di golpe, a Gladio, alle stragi e a tutto quello che è seguito. Ogni cosa manipolata ad hoc per far credere a tentativi di riportare al potere il Dux più vivo che mai.
E qui, sicuramente, dietro la farsa della redazione raccogliticcia di “Domani”, si nasconde un significato molto serio: Umberto Eco spiega come sia stato (e continui a essere) facile, far passare certe bufale per fatti e come si possa, solo con l’uso strumentale delle virgolette, di titoli ambigui, di false interviste eccetera, avviare la “macchina del fango” e far sì che la verità dei fatti sfumi nelle storie costruite ad hoc; come fonti inesistenti diventino autorevoli; come il semplice copia/incolla di interi paragrafi rubati a Wikipedia, diventi lo strumento principale di lavoro per redattori pigri e cialtroni.
Ma non basta: Eco, con questo romanzo, che ha anche i contorni del noir, si serve della redazione fasulla di “Domani” per lanciare accuse chiare, benché dissimulate sotto metafore, contro i troppi giornalisti appronati al sistema, così arroganti e sfrontati da riuscire a stravolgere la realtà fino, tanto per dire, a far passare le vittime per carnefici e viceversa.
Un libro importante, ingiustamente passato quasi sotto silenzio che, grazie all’esposizione brillate e ricca di caustica ironia, si fa divorare. Ma anche un vero e proprio manuale di controinformazione per rileggere la storia recente e scoprire come sia stato (e continui a essere) facile trasformare in fatti quelle che sono soltanto opinioni utili al potere.

Umberto Eco
Numero zero
Bompiani, pagine 218, € 17,00