Noi eravamo quei giornalisti

2017-09-30

Incipit. Nota introduttiva di Francesca Boari. Se pare insindacabile che ci troviamo oggi sollecitati da un’attenzione mediatica frammentata e fragile e che i quotidiani non rappresentano più il “Vangelo” di un tempo, altrettanto si può dire con certezza che la testimonianza di Carlo Grandini nel suo “Noi eravamo quei giornalisti” offre al lettore l’idea che il giornalismo possa essere ancora, e nonostante tutto, uno dei mestieri più appassionanti del mondo.

Capitolo 1 (1957-1962). La Giustezza. Quel tipografo era morto pochi mesi prima dopo oltre vent’anni di servizio spesi a comporre con la sua linotype gli articoli che gli venivano assegnati giorno per giorno, sera per sera, notte per notte dal proto, il responsabile della tipografia. Era morto, avevano detto i medici, di silicosi, una malattia che il poveretto aveva contratto aspirando e accumulando i vapori sprigionati dalla lega di piombo che la linotype cui stava seduto fondeva per creare le righe bollenti destinate al telaio dell’impaginazione.
Scorreva adesso a Ferrara l’ottobre inoltrato del 1957 e nella piccola tipografia della “Gazzetta Padana” in cui mettevo piede per la prima volta, il proto stava appunto raccontandomi con dignitosa tristezza come quel collega ci avesse rimesso la vita, lasciando la moglie e due figli ancora da tirare su, per la passione di un mestiere che era stato di suo nonno e poi di suo padre.

Quanti aspiranti giornalisti affollano oggi le aule delle scuole dell’Ordine e di quelle un po’ fai da te, allestite da privati, con la speranza di vedere un giorno la propria firma sui grandi quotidiani? Troppi. Decisamente troppi. E Tutti ignorano o fingono di ignorare che solo una sparuta minoranza ce la farà a ottenere se non proprio l’assunzione, almeno un incarico temporaneo presso una radio commerciale, o riuscirà a ad avere l’incarico di seguire una rubrichetta su un settimanale popolare, o avrà una collaborazione a titolo quasi gratuito presso un quotidiano locale, o, ancora, uno stage senza diritto ad alcun compenso presso un giornale per sostituire durante il periodo estivo i redattori in vacanza.
In altre parole: laurea, corsi, scuole di specializzazione e master in giornalismo servono solo ad assicurarsi il privilegio di lavorare (quasi) gratis.
Non è questo il mondo descritto con signorile leggerezza dall’autore che quel mondo lo ha esplorato in ogni anfratto.
Carlo Grandini, oggi in pensione, è stato un grande cronista sportivo. in questo delizioso “amarcord” si abbandona a rievocazioni che sembrano appartenere alla preistoria mentre risalgono a due, massimo tre decenni fa.
Grandini è stato un giornalista a tutto tondo. Cronaca locale, all’inizio, in un giornale della Bassa. E quasi subito il salto di qualità nel quotidiano diretto da Indro Montanelli. Poi la magica avventura dello sport.
Grandini ha lavorato in quotidiani prestigiosi sotto la direzione di grandi direttori, a cominciare, appunto, da Indro Montanelli. Ha viaggiato molto. Ha conosciuto firme prestigiose e, sempre innamorato del proprio lavoro, non ha mollato mai, nemmeno quando, agli inizi, i suoi pezzi finivano appallottolati nel cestino del caporedattore e lui, studente lavoratore di giurisprudenza, faticava a ritagliarsi il tempo per gli esami.
Ma i suoi erano momenti d’oro in cui i giornalisti viaggiavano molto e si impegnavano a fondo per tornare in redazione “con l’osso in bocca”, cioè con l’intervista difficile, con la notizia che non aveva nessun altro. Sempre sognando lo scoop.
Un libriccino delizioso, che incanterà chi sogna di entrare nella professione e che commuoverà coloro che hanno vissuto, come lui, i tempi difficili e meravigliosi del giornalismo d’antan e frequentato l’ambiente del giornalisti lombardi, soprattutto sportivi, perché vi ritroveranno tanti amici che non ci sono più.

Carlo Grandini
Noi eravamo quei giornalisti
Cicorivolta edizioni, pagine 131, € 12,00