Il segreto

Incipit. Uno. L’inverno, finalmente, era passato. La primavera si annunciava mite e diffondeva una sensazione di languore. Anche nell’angolo, in fondo a sinistra, del giardino che Hendrika aveva voluto tutto per sé, il roseto dava segni di vita. Hendrika sorrise. «Che la vita ricominci?». Poi si rabbuiò. «No, è tardi, maledettamente tardi.»
Aveva trascorso tre mesi all’ospedale e là, su quel letto, si era ritrovata a ripercorrere, avanti e indietro, ossessivamente, il fallimento dei suoi quarant’anni. Il matrimonio naufragato, due aborti, una serie interminabile di tragedie familiari. Con Ron tutto era stato sbagliato, fin dall’inizio. Lo aveva conosciuto in un ristorante di New York.

Senza fare spoiler diciamo subito che il Ron di cui si parla nell’incipit è un terrorista e che la povera Hendrika ha il destino segnato. Potremmo azzardare un’ipotesi: sotto il nome scelto dall’autore per coprire quello vero, dato che Il segreto appartiene al genere letterario definito “nonfiction novel”, potrebbe nascondersi Ilic Ramirez Sanchez, in arte “Carlos lo Sciacallo”. E qui entriamo subito nel vivo perché questo romanzo in realtà nasconde un saggio molto informato su quello che fu l’evento più misterioso, drammatico e metamorfico dal dopoguerra a oggi: il rapimento di Aldo Moro e il suo assassinio.
Scritto 35 anni fa su richiesta di un dirigente del Corriere della sera, il quotidiano per cui l’autore all’epoca lavorava, è rimasto nel cassetto fino a oggi. Non perché non meritasse di vedere la luce, ma perché lo meritava troppo.
Troppo informato, troppo esplicito, troppo avanti, in fatto di rivelazioni, rispetto a tempi in cui a dominare era il depistaggio.
Antonio Ferrari a quel tempo si occupava di terrorismo e stragi. Era un giornalista d’inchiesta. Quando fu incaricato di scrivere un libro sul sequestro e l’assassinio contenente tutto quello che aveva scoperto nel corso delle sue personali indagini, disse di no.
Quelli erano momenti in cui si moriva per molto meno di un libro. Il suo amico Walter Tobagi, assassinato nel 1980, era un esempio piuttosto esplicito. Ma dopo un lungo tira e molla Ferrari, da quel cronista di razza che era, cedette. Il libro non fu pubblicato e basta scorrerne i primi capitoli (identificando facilmente molti dei protagonisti di allora nonostante i nomi di fantasia) per capire perché.
Dunque, cosa poteva mai raccontare di tanto sconvolgente un giornalista che già viveva sotto scorta? Semplice: quello che nonostante i molti processi, le varie commissioni parlamentari d’inchiesta, si è sempre celato fino a un paio di anni fa, quando piano piano la verità, anche se non ufficialmente, ha cominciato a trapelare grazie soprattutto a tanti suoi colleghi, agli storici seri e imparziali, a parlamentari non appronati alla linea “della fermezza”, come l’onorevole Sergio Flamigni (Pci) e il senatore Gero Grassi (Dc), che hanno reso disponibili i loro archivi. E cioè che l’affaire Moro fu un intrigo internazionale ordito a tavolino mentre le Brigate rosse, massicciamente infiltrate da doppiogiochisti, spie e agenti dei servizi segreti, agirono soprattutto da copertura. Furono, in altre parole, “utili idioti”, incapaci di districarsi da quello che fu un vero e proprio crimine di stato, voluto per cambiare il corso della storia e impedire che si realizzasse il compromesso storico, aborrito tanto dalle forze atlantiche quanto dai sovietici.
All’assassinio di Aldo Moro sono seguite molte altre atrocità, come la strage di Bologna, Ustica, le bombe di Firenze, Roma e Milano, la trattativa Stato-mafia. Tutti eventi sui quali è calato il silenzio ma che sono legati fra loro da un fil rouge al cui capo c’è proprio il sequestro Moro.
Chissà quanti anni dovranno ancora passare prima che la verità diventi ufficiale!

Antonio Ferrari
Il segreto
Chiarelettere, pagine 315, € 18,00