Le otto montagne

Incipit. Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.
Mia madre, che l’aveva conosciuto da ragazzo, diceva che lui non aspettava nessuno nemmeno allora, tutto preso a inseguire chiunque vedesse più in alto, perciò occorreva avere buona gamba per rendersi desiderabili ai suoi occhi, e ridendo lasciava intendere di averlo conquistato così.
Lei, più tardi, alle corse cominciò a preferire sedersi nei prati, immergere i piedi in un torrente, o riconoscere i nomi delle erbe e dei fiori. Anche in vetta le piaceva soprattutto osservare le cime lontane, pensare a quelle della sua giovinezza e ricordare quando c’era stata e con chi, mentre mio padre a quel punto veniva invaso da una specie di delusione, e voleva soltanto tornarsene a casa.

Questo romanzo ha vinto il premio Strega 2017 senza grandi sorprese. Nel senso che la vittoria non era scontata però si percepiva nell’aria e bisogna dire che una volta tanto non ha avuto strascichi né polemiche l’assegnazione del più ambito riconoscimento italiano nato da un’idea di Maria e Goffredo Bellonci, creatori di un’apposita fondazione con la quale hanno voluto replicare nel tempo il loro inaccessibile salotto letterario.
L’autore, Paolo Cognetti, faccia da montanaro autentico, è piaciuto proprio a tutti e forse la ragione sta anche nella deliziosa semplicità del suo stile nonché nella gradevole capacità di dire tanto con poche parole, senza perifrasi, né sinèddochi, né tantomeno stucchevoli metafore: figure retoriche di cui si fa spesso abuso nelle opere con pretese letterarie.
Indubbiamente Le otto montagne è un bel romanzo descrittivo indeciso fra l’alpestre e il rurale , pieno di inconsapevole poesia come non se ne scrivono più dai tempi di Heidi. Si legge d’un fiato e ha la freschezza di un bicchiere di acqua fresca, il profumo dei prati a primavera e l’odore acre delle stalle. Pero…
Già, però manca completamente di profondità. Una volta letto, a parte qualche suggestione e la voglia di tirare fuori dall’armadio scarponi e piccozza, non lascia niente.
La storia è semplice e lineare. Anzi, le storie perché ce ne sono diverse, avvolte dalla carta dorata di una narrazione scintillante.
C’è il continuo inseguirsi di un padre di pochissime parole e di un figlio, Pietro, che cresce nella costante ricerca di un dialogo otterrà mai. Ci sono i rapporti tenerissimi di Pietro con la madre e c’è la silenziosa ribellione passiva di lei che alla ruvidezza del marito oppone sollecitudine e silenzio. Poi c’è l’amicizia, un po’ artefatta e, bisogna ammetterlo, a tratti troppo semplificata , di Pietro, ragazzino di città che in montagna va solo durante le vacanze, e Bruno, selvatico ragazzo degli alpeggi che della città ha orrore. Infine ci sono le onnipresenti montagne che nel libro appaiono mastodontiche creature dotate di anima e sentimenti.
Si è parlato tanto, subito dopo la vittoria dello Strega, di “luoghi dell’anima”, di “percorso di iniziazione”, di “perenne ricerca di vette interiori” e altre fruste banalità. A noi è apparso esattamente invece per quello che è: un bel romanzo da leggere e gustare come una vacanza della mente e dello spirito. Senza sconfinamenti nella psicoanalisi e nella filosofia.
E questo è davvero già molto.

Paolo Cognetti
Le otto montagne
Einaudi, pagine 199, € 18,50