I 3000 DI AUSCHWITZ. Una storia vera

Incipit: Prefazione. Ho scritto queste memorie nel 1991, un quarto di secolo fa, e le ho messe da parte. Un paio di anni fa, in seguito alla morte del mio caro marito Andor, i nostri figli mi hanno chiesto di stampare tutti i miei appunti.
Io scrivo in continuazione – pagine di diario, riflessioni, poesie, ricette – e così il risultato è stata una pila di fogli alta una decina di centimetri. Ho detto ai miei figli che da qualche parte, in quel mucchio, c’erano i ricordi dei miei primi vent’anni di vita: prima, durante e subito dopo l’Olocausto.

Capitolo 1. Prima del principio. Secondo il mio certificato di nascita, rilasciato in Ungheria nel 1927, sono Margit. In Australia, secondo le lettere ufficiali che mi sono state recapitate, sono Margaret. Ma più che Margit, e ben più che Margaret, io sono Baba, soprannome che mi porto dietro sin dall’infanzia. Significa “bambina”, e fu mia sorella maggiore, Erna, a chiamarmi così quando nacqui. Mi rimase incollato addosso, e perciò Baba è stato sempre il mio nome, da tutta la vita.
Sono nata a Nyírbátor, città di dodicimila abitanti nella provincia più orientale dell’Ungheria, che confina a est con lande rumene dimenticate da Dio e a nord con quella terra solo leggermente più civilizzata che adesso è chiamata Slovacchia. Nyírbátor si trova in una pianura circondata da fattorie: non esattamente una delle più belle creazioni del Signore. Era una città rurale attraversata da strade polverose, le vie principali erano contornate da alberi di acacia, che emanavano un profumo delizioso. Era una città del tutto ordinaria.
Ma io ero una bambina e venivo spinta solo dalle emozioni che colmavano il mio giovane cuore: per me, Nyírbátor era casa. Certo, se sei amata e ricoperta di attenzioni, se hai una madre come la mia e un padre affettuoso e infinitamente protettivo com’era il mio, allora ogni città può diventare un paradiso, persino Nyírbátor, con le sue strade polverose.

L’autrice Baba Schwartz, nata in Ungheria nel dicembre del 1927, è sopravvissuta con la madre e due sorelle all’Olocausto. Dopo la disfatta del Reich e la fine del conflitto, negli anni Cinquanta è emigrata con quel che restava della sua famiglia a Melbourne, in Australia.
L’aspetto più interessante di questo libro, che offre la sua testimonianza, se mai ce ne fosse ancora bisogno, su quello che realmente avveniva ad Auschwitz, è il raffronto fra il prima e il dopo.
Prima della deportazione.
Dopo l’internamento.
Baba era una ragazzina quando, nel maggio 1944, dopo l’invasione dell’Ungheria avvenuta nel marzo precedente, tutti i 3000 ebrei residenti nella cittadina di Nyírbátor furono caricati sui treni piombati e avviati ai campi di sterminio. Fino al giorno della deportazione la sua vita era stata serena, piena dell’amore dei genitori: casa, scuola, amici, riti religiosi e preghiere, libri… Tanti libri, che Baba divorava.
Poi un giorno tutto è cambiato. Di colpo gli ebrei di Nyírbátor hanno scoperto di essere diversi dai loro concittadini.
«A Nyírbátor, gli ebrei non sono mai stai costretti ad isolarsi in apposite zone. (..) ci consideravamo tutti ungheresi», spiega Baba.
Ma è solo il preludio alla tragedia che viene annunciata da un cugino, piombato a casa di Baba quello stesso mattino con la notizia che i tedeschi erano arrivati in Ungheria.
Neanche il tempo di informarsi e capire, che subito la città, come sicuramente tutta l’Ungheria già invasa, viene tappezzata di proclami: gli ebrei di Nyírbátor dovranno radunarsi il giorno successivo portando con sé solo il minimo indispensabile.
Da Nyírbátor partono in tremila fra uomini, donne e bambini, tutti stipati sui carri bestiame. Direzione Auschwitz.
Ad attendere i deportati ci sono soldati tedeschi con gli immancabili cani feroci al guinzaglio. Il balenare di zanne, i latrati sono per tutti il primo, disumano impatto. E terrorizzano Baba appena scesa dal treno e testimone della selezione fatta nientemeno che da Josef Mengele.
Quello che segue è orrore puro. Separazione da chi viene subito avviato alle camere a gas, spogliazione dei superstiti di tutto quello che possiedono, anche dei capelli, marchiatura, sistemazione nelle baracche, lavoro disumano, sete, fame, freddo. E, sopra ogni cosa:
«la puzza di carne bruciata che aleggiava sempre nell’aria.»
Quella puzza «divenne semplicemente normale. Ci si abitua anche a questo odore straziante».
Baba, con sua madre e le sorelle è riuscita, per una serie di eventi fortunati, a sopravvivere al lager e alle “marce della morte” imposte dai tedeschi ormai sconfitti e in fuga. Ma quello che scrive, corredato da fotografie e documenti nazisti inediti, appartenenti all’archivio Yad Vashem, rimane una ferita ancora viva nel corpo dell’umanità intera.

Baba Schwartz
I 3000 DI AUSCHWITZ. Un storia vera
Newton Compton, 224 pagine, € 8,42 anziché 9,90 su internetbookshop.

https://www.ibs.it/3000-di-auschwitz-libro-baba-schwartz/e/9788822700841?inventoryId=51856231

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *