MAFIA A MILANO

Incipit: Introduzione di Nando Dalla Chiesa. La mafia a Milano: o della cecità. C’è mezzo secolo di affari e di delitti in questo libro. La sola lettura stupisce senz’altro per la quantità dei fatti e dei protagonisti, dei viluppi di relazioni stabilitisi tra organizzazioni mafiose e vita sociale cittadina, tra clan criminali e mondo economico, o, sempre di più, mondo politico amministrativo.

Prologo: Salvatore Barbaro ha 36 anni, è alto e magro, veste in jeans scuri e polo blu. E’ accusato di aver imposto il monopolio della ‘ndrangheta nei lavori edilizi dell’hinterland di Milano. Si siede di fonte al giudice e dice che lui non è il capo di nessuna associazione mafiosa. Non gli è mai passato per la testa, assicura, di ottenere lavori sfruttando la paura che ancora incuter il nome di suo suocero, Rocco Papalia, detenuto all’ergastolo.

Il primo boss di spicco a salire al Nord e a installarsi nel cuore di Milano, in un magnifico appartamento nella centralissima via Albricci, è stato un nome che metteva paura su entrambe le sponde dell’Atlantico: Joe Adonis per i compari, al secolo Giuseppe Doto. In realtà l’idea di lasciare Chicago per il Belpaese non è stata sua. Un provvedimento di espulsione dagli Stati Uniti lo aveva costretto a imbarcarsi sul transatlantico Conte Biancamano il 3 gennaio 1956. Un viaggio in prima classe, naturalmente, come si addiceva a un boss diventato miliardario con traffici loschi di ogni tipo: whisky durante il proibizionismo, sigarette, casino, droga. Da ultimo, soprattutto droga.
Una volta installato nel lussuoso appartamento milanese non era difficile incontrarlo all’edicola di via Larga, o a spasso con la mazzetta dei giornali sottobraccio. Un sessantenne a modo, educato e ben vestito, dai lineamenti ancora gradevoli e dal sorriso pronto, smentito però da occhi a spillo. Occhi da uccello predatore.
Ecco, è cominciata così la conquista di Milano e poi, via via, dell’Hinterland e di tutta la Lombardia, da parte di Cosa nostra. Perché com’era facilmente intuibile, a seguito del boss sono arrivati altri capicosca di spicco del calibro di Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, i Calò, i Madonia, i Ciulla… e picciotti pronti a sparare. A partire da quel momento è stato tutto un baciare mani all’ombra del Duomo, un organizzare summit in questo o in quell’hotel. Vertici mafiosi nel corso dei quali si discuteva su come impiantare raffinerie di droga al Sud, infiltrare le aziende mettere le mani sugli appalti e organizzare traffici planetari.
Ma anche su chi ammazzare, su chi promuovere, su chi affiliare.
Eppure sbaglierebbe chi pensasse a Milano come a una filiale di soltanto di Cosa nostra. La grande metropoli dei danée già prima dell’arrivo di Joe Adonis era terra di conquista di un’altra organizzazione mafiosa: la ‘ndrangheta calabrese, che vi si stava insediando piano piano senza chiasso, senza eccessi di vita notturna com’era nelle abitudini dei boss siciliani amanti delle bische e dei night club. Quasi in punta di piedi, salvo sporadiche ammazzatine qua e là. Grazie soprattutto ai provvedimenti di “confino”, adottati dai magistrati per staccare i mafiosi che non era possibile mettere in galera dalle rispettive famiglie, i mammasantissima calabresi si stavano magnificamente appropriando di interi quartieri preferendo zone appartate in periferia o addirittura nei paesi vicini: Corsico, Paderno Dugnano, Novate, Trezzano sul Naviglio… Modesti appartamenti e villette con vani interrati, progettati per nascondere sequestrati, soldi o partite di droga da tagliare.
Queste orde barbariche a partire dal dopoguerra hanno avuto decenni per sistemarsi, integrarsi, impiantare vere e proprie holding del crimine. Naturalmente, mentre politici locali e nazionali si affannavano a rassicurare i cittadini con frasi perentorie: qui la mafia non esiste!, negando l’innegabile, non vedendo il morto per strada, non accorgendosi di quello che avveniva sui cantieri e nell’assegnazione degli appalti. Fette di salame sugli occhi e voti che alle elezioni arrivavano a pacchi, proprio come accadeva al Sud nel secolo scorso.
La mafia non esiste. Anche le associazioni imprenditoriali negano, minimizzano, si stupiscono. E intanto metà degli imprenditori fa affari con le cosche, mentre l’altra metà subisce estorsioni, danneggiamenti, minacce. A volte perfino omicidi.
Ma fosse solo questione di business! La mafia penetra ovunque, come un cancro invade i tessuti sani e non smette di propagarsi fino a infiltrare pesantemente anche la politica e il vivere quotidiano dei cittadini, la mentalità, le abitudini. Addirittura cercata, coccolata dai candidati smaniosi di accaparrarsi poltrone col meccanismo dei voti di scambio: tu boss mi fai votare e io, una volta eletto ti favorirò in ogni modo.
Questo libro, un saggio anche se si legge come un vero e proprio “romanzone” del malaffare organizzato, grazie a uno stile semplice, piano e non privo di humour, racconta in modo dettagliato e organico il lungo viaggio delle cosche, dai picciotti ai mega-impreditori di oggi che muovono in borsa i capitali del riciclaggio. Una storia di successi criminali e di arricchimenti spropositati, sottratti al fisco e a tutti gli italiani.
C’è tutto in queste pagine: la stagione dei sequestri, la finanza insanguinata di Sindona e Calvi, l’arresto di Liggio, i colletti bianchi del narcotraffico, lo “stalliere” di Berlusconi, i maneggi di Dell’Utri. E ci sono omicidi, sparizioni con la lupara bianca, rapacità e su tutto il potere delle paura e quello dellì’ingordigia equamente distribuiti. E omertà come a Palermo, e affiliazioni, e punizioni definitive. Tutto vero. Tutto documentato. Tutto dimostrato dai ponti che cadono, dalle case che si sgretolano, dai costi delle opere pubbliche che lievitano. A dispetto di chi continuava (e continua ) ad affermare che la mafia al Nord non c’è.

Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni
MAFIA A MILANO. Sessant’anni di affari e delitti
Melampo, 491 pagine, € 15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile anche In Ebook a 6,99

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