HO INCONTRATO CAINO. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie

Incipit.  Introduzione. La fuga, il tormento e il marchio. Ho incontrato Caino. Sta ancora fuggendo. Dagli sbagli di una vita, dal sangue. Dalla vendetta. In quanti sguardi ho incrociato il suo volto, e in quante storie ho ascoltato il tormento esprimersi sempre con le stesse parole che trovo nella Bibbia: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto … Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Ho incontrato Caino. Uomini e donne con la mafia nel sangue, o anche solo impregnati del suo puzzo perché nati e cresciuti in quel mondo; senza Dio o, al contrario, con un Dio fatto a propria immagine e somiglianza.

Domenico , che era rispettato da tutti. Poi. Mi sono guastato la testa. «Forse perché uno ce l’ha nel sangue», così mi risponde Domenico quando gli domando perché. «Anche io, quante volte me lo sono chiesto – dice -; chissà, forse perché uno ce l’ha nel sangue». Era affascinato non dai soldi – di quelli non aveva bisogno, anzi «questa è la mia rabbia – ripete di continuo -, a me non mancava niente»; era attirato dal potere e dal rispetto: stare con quella gente lo faceva “sentire importante”, e per lui che già a diciotto anni era “rispettato da tutti”, entrare in un bar nel codazzo di un uomo d’onore ed essere salutato dai presenti con riverenza era come toccare il cielo con un dito.

Don Marcello Cozzi, vicepresidente di Libera, nomi e numeri contro le mafie,  l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, raccoglie da anni le confidenze dei “pentiti”. I pochi pentiti veri, quelli cioè che sono disposti a parlare non soltanto con i magistrati ma anche con lui. Perché nelle organizzazioni criminali è raro incontrare chi si pente e si duole dei propri crimini. Per lo più i collaboratori di giustizia parlano per disperazione e per convenienza, perché sanno di non avere scampo né fuori dal carcere né dentro e che, insieme a loro, non hanno scampo mogli, figli e parenti tutti. Allora e solo allora, quando cioè capiscono di essere morti che camminano, saltano il fosso e si fanno “infami”. Pentito vero, forse, lo è stato Domenico “Micu”, andranghetista affiliato alla famiglia dei Cordì. Coinvolto nell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale di Calabria, Francesco Fortugno, una persona per bene che avrebbe avuto buone probabilità di vincere le amministrative mentre, per sua sfortuna, le “famiglie” avevano puntato su un altro candidato, dopo quel crimine non fu più lo stesso anche se il suo ruolo  era stato piuttosto marginale. Pentito per disperazione è invece Emanuele Andronico, alle spalle «una famiglia di padrini e uomini d’onore» da cui si distingueva il padre, Simone, «che era un delinquente comune».

Fin da ragazzino Emanuele smaniava per entrare nel club degli affiliati. Era un teppistello che rubacchiava alla Standa, faceva gli scippi e taglieggiava i negozianti di Ballarò. Aggressivo ma non troppo pericoloso. A tracciargli la strada erano certi cugini mafiosi ai quali lo aveva affidato incautamente il genitore perché gli dessero qualche regola. E loro, le regole, gliele avevano date: quelle di Cosa nostra. Il ragazzo, dopo il giusto periodo di osservazione, era stato affiliato e si era rivelato un bravo picciotto, preciso e puntuale nell’eseguire gli ordini. Cioè gli omicidi. Finché un giorno gli era stato ordinato di ammazzare l’uomo sbagliato: il parente di un boss. Appena saputo chi aveva assassinato, Emanuele aveva capito di essere segnato.  E poiché era intelligente, quando i cugini lo avevano invitato a “all’appuntamento con un uomo d’onore molto importante, nientemeno che Matteo Messina Denaro”, aveva intuito che si trattava di una trappola e che da quell’incontro non sarebbe uscito vivo: lo avrebbero ammazzato per non lasciare in vita testimoni. Era stato allora che aveva deciso di presentarsi ai carabinieri e farsi collaboratore di giustizia. Infame, sì, ma pentito mai! Perché Cosa nostra per lui restava il suo mito.

A queste due storie ne seguono molte altre, tutte raccontate con le voci dei pentiti, errori di sintassi e dialettalismi compres. E sono tante finestre spalancate sulla vita dei mafiosi: esistenze miserande, piene di denaro e di rispetto originato dalla paura, ma con la morte perennemente cucita addosso.

Marcello Cozzi

HO INCONTRATO CAINO. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie

Melampo, 152 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.