LA SECONDA VITA DI MAJORANA

Incipit: Prefazione di Salvatore Majorana. Ho accolto con esitazione l’invito degli autori a lasciare un commento sul loro lavoro.  L’idea che il segreto di Ettore potesse divenire un po’ più accessibile mi creava disagio, devo ammetterlo Lo zio Ettore – così sono stato abituato a chiamarlo in casa – è stato per tanti anni una figura affascinante, che da ragazzo guardavo con straordinaria e fanciullesca ammirazione, sentendolo un po’ mio. Con il tempo, grazie agli studi e alle diverse testimonianze raccolte in famiglia, e dai molti che mi hanno regalato i loro punti di vista più o meno bizzarri, ho assunto un rispettoso distacco da una delle figure più geniali della storia della fisica.

Questo libro. La scomparsa di Ettore Majorana, geniale fisico teorico italiano, è uno dei casi che più hanno affascinato e conquistato l’attenzione di giornalisti, scrittori, investigatori e lettori. E non solo in Italia. Dal 1938, esattamente dalla sera del 25 marzo, per oltre sette decenni, “chi ha visto Ettore Majorana?” è una fatidica domanda che si sposta come una pallina da flipper, dai giornali ai libri alle pellicole cinematografiche. All’indomani della sua sparizione “la Domenica del Corriere” scriverà: «Ettore Majorana, ordinario di Fisica teorica all’Università di Napoli, è misteriosamente scomparso dagli ultimi di marzo. Di anni 31, alto metri 1,70, snello, con capelli neri, occhi scuri, una lunga cicatrice sul dorso di una mano. Chi ne sapesse qualcosa è pregato di scrivere al R.P.E Marianecci, viale Regina Margherita 66, Roma.»

Era un mago della fisica. Una vera ‘beautiful mind’ e anche di più. Ma era anche un giovane triste e introverso. Gradevole di aspetto, ma con enormi difficoltà a confrontarsi con gli altri. Con le donne soprattutto, proprio com’è nella natura dei veri geni, cioè di quelle persone la cui intelligenza è così al di sopra della media da farle sentire costantemente fuori luogo e fuori tempo. Majorana lavorava con Enrico Fermi e aveva per compagni di studio, al Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, le menti matematiche più brillanti del suo tempo: Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo, Oscar D’Agostino. Tutti insieme formavano il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, una grande risorsa della scienza italiana destinata purtroppo a disperdersi pochi anni dopo. Mentre già si avvertiva il presentimento di qualcosa di tremendo che stava per abbattersi sull’Europa, nel 1938 Enrico Fermi, insignito quell’anno del premio Nobel, stava progettando con il suo gruppo la costruzione del primo reattore nucleare a fissione, capace di produrre quella reazione a catena controllata destinata a tradursi nella bomba atomica. L’Italia sarebbe entrata in guerra nel giro di due anni e senza le ottuse leggi razziali la minaccia latente “dell’arma segreta” a cui stavano lavorando i ragazzi di via Panisperna avrebbe cambiato le sorti del conflitto. E non si sa se sarebbe stato un bene. Ettore Majorana, forse perché aveva compreso il potenziale distruttivo dello strumento che sarebbe nato dagli studi di meccanica quantistica e, particolarmente, dalla fisica nucleare, in cui il suo gruppo era impegnato, oppure, chissà, a causa di contrasti con Enrico Fermi, preferì eclissarsi.

La sera del 25 marzo 1938 salì sul traghetto postale che da Napoli faceva rotta verso Palermo e da quel momento più nessuno lo vide. Per moltissimi anni si parlò di suicidio. Ipotesi che ebbe come alternativa solo quella più affascinante e immaginifica del rapimento da parte di una potenza straniera, visto che il catanese Ettore Majorana, classe 1906, possedeva una mente prodigiosa capace di intuizioni matematiche fuori del comune ed era dotato di un’abilità nel calcolo e nell’analisi in grado di competere con le menti più eccelse della fisica teorica mondiale. Anche su questo sospetto, per ordine di Mussolini, furono svolte indagini approfondite che non portarono a nulla. Poi, di colpo, ecco che nel 2008 alla trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” arriva una telefonata destinata a sciogliere, forse, il mistero. A chiamare la conduttrice Federica Sciarelli è un settantenne di Latina, Enrico Fasano, che mostra una fotografia scattata negli anni ‘50 in Venezuela, dove lui era emigrato. La foto, successivamente consegnata alla magistratura, mostra lo stesso Fasano poco più che ventenne in posa con un signore sui cinquant’anni, che lui sosteneva di conoscere come signor Bini, ma che mostrerebbe una forte somiglianza con Ettore Maiorana.

Fasano racconta, sempre durante la stessa diretta televisiva, che Bini era un tipo molto riservato e che, nonostante fossero amici, non gli aveva mai raccontato nulla di sé. Spiegò inoltre di aver mantenuto i contatti con lui fino al 1958, quando il golpe militare capeggiato da Marcos Pérez  lo aveva costretto a tornare in Italia. A partire da quel momento sulla sorte di Bini era calato definitivamente il buio. Naturalmente in Italia sono ripartite le indagini. La scomparsa di Majorana è stata trattata come un cold case. E i rilievi antropometrici sulla fotografia, uniti alle perizie calligrafiche su una cartolina scritta da Bini a un amico e finita chissà come in possesso di Fasano, pare abbiano accertato, anche se con un margine di dubbio, che il misterioso Bini sia in realtà il fisico scomparso. Gli autori di questo libro, Borello, Gironi e Sceresini, per trovare le tracce di Ettore Majorana sono partiti per il Venezuela, hanno seguito un’interminabile catena di “sì, mi ricordo”, “potrebbe essere lui ma non sono sicuro”, “credo che abbia lavorato con mio padre”. Voci, tantissime. Testimonianze certe molto poche perché lo sfuggente Bini aveva la capacità di scomparire senza lasciarsi nulla alle spalle. E tuttavia l’indagine, riversata in queste pagine con  fotografie e documenti inediti, è decisamente avvincente.

Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi, Andrea Sceresini

LA SECONDA VITA DI MAIORANA

Prefazione di Salvatore Maiorana

Chiarelettere, 186 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

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