I BOSS DI CHINATOWN

2017-03-07

Incipit. Introduzione.  Anche parlando della mafia cinese in Italia è obbligatorio partire da un aureo principio. Se c’è una cosa che non si può fare, che non si può più fare, di fronte all’insorgenza di un fenomeno criminale, è perdere tempo. Perdere tempo a vederlo, a rilevarlo nelle mappe cittadine, negli intrichi di affari che nascono, nei delitti di tipo nuovo che irrompono o si insinuano nelle cronache giudiziarie, nelle dinamiche demografiche retrostanti.

 Ombre cinesi. Piccolo prologo. La prima ronda inizia la mattina presto, quando le saracinesche dei negozi con le insegne ricamate da ideogrammi sono serrate e sotto i portici di piazza Vittorio ancora non si sentono cinguettare le commesse dagli occhi a mandorla. Il sey kow jai dà una sistemata al ciuffo vermiglio che gli ondeggia sulla testa di pece e si abbottona il giubbotto di pelle scura. Monta sulla motocicletta e sobbalza sull’incrocio di binari che solcano come cicatrici le strade del quartiere.

I sey kow jay, sono i soldati dell’Organizzazione, ragazzi smaniosi di mettersi in luce, totalmente privi di sentimenti a parte quello della fedeltà al boss e accomunati dalla ferocia. Vengono affiliati con un rito macabro. «Il Heung Chu, il Maestro di cerimonia, trancia di netto la testa a un gallo ancora vivo e raccoglie il sangue in una coppa. Aggiunge vino, cinabro, zucchero e agita lentamente il calice. Poi incide con una lama il dito dell’iniziato e mescola il sangue umano con il resto della mistura. Il novizio poggia le labbra sull’orlo della coppa e beve. Quindi solleva la pergamena che tiene in mano e legge: “Se un membro della Società si troverà in difficoltà tutti accorreranno in suo aiuto. Se io romperò il giuramento, le spade cadranno e mi uccideranno.” La pergamena brucia nell’incenso, l’iniziato passa sotto un arco di daghe e recita le trentasei promesse di fedeltà e fratellanza. II novizio assume il rango di sey kow jai. La triade è la sua nuova famiglia.». A queste bande di adolescenti con i capelli colorati o le cinture rosse, pronti a fare a pezzi chiunque a un’alzata di sopracciglio del boss, vanno aggiunte le bande sciolte che si contendono i quartieri delle Chinatown a colpi di coltello e di machete. Poi ci sono reti di trafficanti che importano merci di contrabbando e proibite,  le più pregiate delle quali sono uomini e donne dalla Cina all’Italia;  che lucrano sui viaggi dei disperati in cerca di fortuna; che ricattano e minacciano di morte i familiari dei clandestini per ottenere i soldi del viaggio di un congiunto. Poi bisogna tenere conto della “banca fantasma” che opera solo con i cinesi. Dell’importazione illegale di farmaci della medicina tradizionale cinese ma anche di quella occidentale. Delle cliniche abusive che curano esclusivamente cinesi al di là di ogni legalità. E che dire delle prostitute sulle strade, stivate in appartamenti minuscoli, nei centri per i massaggi? Dell’import export senza regole? Dei raid nei negozi per taglieggiare i commercianti? Dell’espansione attraverso l’acquisizione legale di appartamenti, negozi, bar, ristoranti? Su tutte queste attività dominano i clan organizzati, con boss di rango che vedono aumentare di settimana in settimana il proprio potere e le loro ricchezze, che stringono alleanze d’affari con le mafie italiane e cercano amicizie politiche.

I cinesi che vivono nelle nostre città sono silenziosi, laboriosi, schivi e riservati, impenetrabili. Si fanno gli affari loro (e si ammazzano fra di loro) evitando il più possibile il contatto con gli occidentali e questo ha fatto nascere la leggenda secondo la quale sarebbero gli immigrati ideali, quelli che non creano mai problemi, che portano soldi se ci si dimentica della concorrenza sleale ai commercianti per i prezzi bassissimi delle loro merci. In realtà questa è solo apparenza. Perché nelle Chinatown sotto questa calma si vive nella paura di vedersi entrare nel negozio, o nel ristorante i sey kow jay, oppure i ragazzi dalla cintura rossa, o gli appartenenti a una qualsiasi delle tante bande. Ed è tale la ferocia con cui questi giovani si fanno largo nella società a colpi di daga, di pugnale, o di machete, che sono spuntati i primi pentiti: gente perbene che dopo essersi rivolta alle forze dell’ordine vive nel terrore di vedersi recapitare un mazzo di gladioli rossi, chiaro annuncio di morte secondo il codice antichissimo. Tutto questo avviene nelle nostre città dove, ogni giorno vengono scaricati tir di merci contraffatte, di paccottiglia importata senza dazio e di roba proibita nel silenzio e nell’indifferenza dei media che non si scompongono nemmeno quando vengono rinvenuti cadaveri di orientali  fatti a pezzi.

Questo libro inchiesta ricco di vicende ed episodi di vita quotidiana, che si legge come un romanzo nero, è un reportage rigoroso e documentatissimo, il primo a mostrare la faccia nascosta dei nostri coinquilini, quella che va molto oltre le piccole illegalità quotidiane delle vendite sottocosto e delle confezioni in laboratori clandestini. Una faccia che non ha nulla da invidiare ai nostri boss mafiosi più sanguinari, che fino a oggi è passata sotto traccia solo perché le vittime sono scelte esclusivamente fra i connazionali privi di potere e di voce: immigrati clandestini e loro familiari, prostitute, piccoli commercianti per bene che non vogliono o non possono sottostare ai diktat di chi li taglieggia.

Giampiero Rossi Simone Spina

I BOSS DI CHINATOWN

Melampo, 208 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.