MORTE DI UN PRESIDENTE. Quello che né lo Stato. né le Br hanno mai raccontato sulla prigionia e l’assassinio di Aldo Moro

Morte di un presidente

Incipit: “Premessa. L’essenziale che manca nel “caso Moro”. In questa inchiesta non si affronterà il «caso Moro» nel suo ormai sterminato complesso, ma ci si concentrerà sulle dinamiche connesse alla morte del presidente della DC, il 9 maggio 1978. Si tratta infatti dell’elemento più importante e al contempo meno studiato dell’intera vicenda. Rimangono di conseguenza esclusi o solo accennati temi anche rilevanti, per i quali si rinvia alla miglior bibliografia sul tema. Il caso Moro appare come un mare sconfinato che lascia sgomenti, perché mancano le mappe che indichino la rotta da seguire per riuscire ad attraversarlo per intero, dal rapimento in via Fani, al ritrovamento della Renault 4 in via Caetani. Sembra mancare ancora oggi l’elemento essenziale in grado di dare nome e significato ai tanti «misteri» che legano, in un «gomitolo di concause», il comportamento dello Stato, delle Brigate Rosse e del presidente Aldo Moro durante i cinquantacinque giorni di prigionia”.

 Introduzione. Un delitto che ci riguarda tutti. Quella di Aldo Moro è una morte che ci riguarda collettivamente perché, altrimenti, tutte le citazioni ancora oggi ricorrenti, i discorsi e le cerimonie commemorative non avrebbero alcun senso. I giovani, giustamente, non riescono a comprendere perché chi parla ancora oggi di quel 9 maggio del 1978 cerchi di trasmettere la consapevolezza di un accadimento unico, di un taglio nel tempo; un omicidio politico che segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. 

 Per le investigazioni nei casi di omicidio esistono particolari protocolli che contemplano l’indagine sul territorio e l’indagine scientifica che tiene conto di ogni minimo dettaglio presente sulla scena del crimine. Se questo protocollo, che per la verità non sempre viene osservato, fosse stato applicato anche solo parzialmente al padre di tutti gli omicidi, quello del presidente Aldo Moro, oggi forse non saremmo ancora così lontani da tutte (non da una soltanto) le verità. Trascurando la risposta alla domanda di rito ‘chi ha ucciso materialmente’ Moro, domanda per la quale forse non ci sarà mai la risposta certa, a tutt’oggi ignoriamo ancora troppo: dove è avvenuto l’omicidio, quando esattamente, come e soprattutto perché. Ma fortunatamente ci sono i giornalisti investigativi coraggiosi e soprattutto pazienti, come l’autore di questo libro, che pur non avendo accesso agli strumenti in dotazione alle forze dell’ordine, si prefiggono di arrivare alla verità e spesso ci si avvicinano di molto, se non addirittura la raggiungono. Il metodo investigativo adottato da Paolo Cucchiarelli è quello del confronto e dell’incrocio dei dati reperiti attraverso gli atti di indagine dei vari procedimenti arrivati in tribunale, le testimonianze dei brigatisti e di chiunque, a qualsiasi titolo, fosse al corrente dei fatti, gli scritti e i documenti di chi c’era: politici, soprattutto, ma anche testimoni. A questo lavoro da formichina va aggiunto il supporto della documentazione fotografica, in molti casi assolutamente inedita.

I cinquantacinque giorni intercorsi fra la strage di via Fani e il rinvenimento del cadavere di Moro nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani furono uno dei momenti più pericolosi per la tenuta della democrazia. E, in questo, il lavoro di Paolo Cucchiarelli è tanto più prezioso in quanto lascia intravedere un morbo che ha appestato il nostro ordinamento. Un morbo che potrebbe ripresentarsi e che quindi deve essere riconoscibile. Sul caso Moro si è scritto molto. Molti dettagli – sempre grazie ai giornalisti che si sono impegnati per la ricerca della verità, fra cui meritano di essere citati Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, autori del saggio Complici: il patto segreto fra DC e BR – sono venuti alla luce malgrado l’ostinata determinazione a impedire il raggiungimento della verità da parte di certi apparati dello Stato. Eppure a oggi mancano ancora molti collegamenti fra i vari elementi che diano una visione d’insieme all’intera vicenda.  Collegare il maggior numero possibile di punti, per dare una spiegazione convincente sul come Aldo Moro è stato ucciso, sul dove e sul quando, è ciò che si è prefisso l’Autore a cui si devono nuove scoperte, libere finalmente dai depistaggi e dalle convinzioni maturate nel Paese sulla base di quanto veniva fatto trapelare nei giorni del sequestro, attraverso le griglie di quella poderosa diga di sbarramento contro  la verità che fu il Comitato di Crisi. Voluto dal trio Andreotti, Cossiga, Lettieri,  che agirono sotto il controllo di Steve Pieczenik, “l’Amerikano” a cui si deve  l’allestimento della trappola che portò al tragico epilogo,  in cui alla fine caddero tutti, anche le stesse Brigate Rosse, il Comitato ebbe un solo compito: impedire che Aldo Moro sopravvivesse al sequestro.

Proprio all’”Amerikano” questo libro dedica un corposo capitolo che apre una finestra sui nostri rapporti con gli Usa e sulla pericolosità della condizione di  “sudditanza” verso cui vorrebbe spingerci anche oggi chi ci governa. E poiché la memoria del passato è fondamentale per una nazione che vorrebbe crescere libera e mantenersi compiutamente democratica, la lettura di questo saggio dovrebbe diventare materia fondamentale di studio. Ma a parte le considerazioni di carattere politico, sono molte le novità introdotte da questa inchiesta. Anzitutto le condizioni in cui fu rinvenuto il cadavere di Moro dentro la Renault: posizione del tronco e degli arti; condizione degli abiti; sabbia rinvenuta nei risvolti dei pantaloni e assenza di fori nella coperta posata sopra il cadavere; testimonianza dell’artificiere Vitantonio Raso che alle, alle 11 del mattino del 9 maggio aprì la Renault rossa e, spostato il cadavere di Moro, scoprì che il sangue sottostante era ancora fresco: tutti dettagli che smentiscono le versioni fornite dai brigatisti e messe agli atti. E poi: i retroscena del falso comunicato n.7 e delle ricerche al lago della Duchessa; i fori, il sangue sul tettuccio;  il pollice destro di Moro trapassato da un proiettile; le menzogne istituzionali circa l’orario del rinvenimento del cadavere e moltissimi altri dettagli, fin qui trascurati se non addirittura negati, che concorrono a una ricostruzione logica degli eventi.  Ma perché si volle a tutti i costi la morte di Aldo Moro, anche contro la volontà del papa, all’epoca Paolo VI, che si era attivato per ottenerne il riscatto?

Una spiegazione l’ha data lo stesso Steve Pieczenik, il consulente della CIA inviato in Italia per pilotare la crisi, nel corso di una lunga intervista televisiva rilasciata al giornalista Giovanni Minoli. Vale la pena di riportarla per intero perché è, allo stesso tempo, illuminante e agghiacciante. «No non ero favorevole all’iniziativa del Vaticano volta a trarre fuori dal sequestro Aldo Moro attraverso il riscatto; fui proprio io a bocciarla. In quel momento stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Le ripeto il punto non era Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate Rosse e la destabilizzazione delle BR in Italia. L’obiettivo di Moro era restare vivo e a questo scopo era pronto a minacciare lo Stato il suo stesso partito e i suoi stessi amici. Quando mi resi conto, dissi: “nel quadro di questa crisi quest’uomo si sta trasformando in un peso.  […] Si ho detto io a Cossiga di screditare la posta in gioco e cioè l’ostaggio.»

Un gioco che riuscì benissimo passando ai media notizie secondo le quali l’uomo che traspariva dalle lettere non era più Aldo Moro. Che l’ostaggio non era in sé. «D’altronde erano tutti convinti che se i comunisti fossero arrivati al potere e la Dc avesse perso si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero più controllato la situazione; gli USA avevano un preciso interesse per quanto riguardava la sicurezza nazionale soprattutto nell’Europa del Sud. Mi dicevo “di cosa ho bisogno”? Qual è il centro di gravità che al di là di tutto sarebbe stato necessario per evitare di destabilizzare l’Italia? A mio giudizio quel centro di gravità si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro“».

E così Moro fu sacrificato. Non tanto per timore dell’avvento dei comunisti al potere come è stato fatto credere ai cittadini, ma perché  una volta che fossero arrivati al governo dopo aver vinto le elezioni, Aldo Moro avrebbe preteso per loro, da tutto il parlamento,  il pieno rispetto pieno delle regole democratiche. Una grande inchiesta, questa, che non solo mette in fila tutti gli indizi ma che analizza le dichiarazioni rilasciate nel corso di 38 anni da tutti i protagonisti e dai personaggi a vario titolo coinvolti. Il tutto legato da uno stile semplice e asciutto che fa di questo poderoso saggio  un romanzo. Il romanzo nerissimo della Prima Repubblica.

Paolo Cucchiarelli

MORTE DI UN PRESIDENTE. Quello che né lo Stato né le BR hanno mai raccontato sulla prigionia e l’assassinio di Aldo Moro

Ponte alle Grazie, 430 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99