LA NEWSLETTER DI MISTERI D’ITALIA N. 159 – novembre – dicembre 2015 (speciale Parigi 13 novembre)

LA NEWSLETTER DI MISTERI D’ITALIA N. 159 – novembre – dicembre 2015 (speciale Parigi 13 novembre)

PARIGI: TRE SETTIMANE DOPO. L’INFERNO CONTINUA

Tre settimane dopo torniamo sugli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 per accorgerci che la verità su come sono realmentre andate le cose è ancora molto lontana, mentre è di una chiarezza lampante e tangibile l’incompetenza e l’incapacità dei servizi di sicurezza occidentali, specie di quelli francesi e belgi.

A proposito dei primi perché, nel silenzio più assoluto dei media, l’inchiesta giudiziaria sull’attacco a Charlie Hebdo e al supermercato kosher di Parigi del gennaio scorso è stata segretata e coperta dal segreto di Stato?

Di che salute gode la tanto sbandierata Coalizione internazionale control’Isis dove dovrebbero convivere due Paesi come Russia e Turchia pronte a darsele di santa ragione?

E di che salute gode il mercato delle armi italiano?

IN QUESTO NUMERO:

  • ATTENTATI DI PARIGI: PERCHE’ ANCORA TANTI “BUCHI NERI”
  • ATTENTATI DI PARIGI (2): DA CINQUE GIORNI L’INTELLIGENCE SAPEVA DEGLI ATTENTATI DEL 13 NOVEMBRE
  • ATTENTATI DI PARIGI (3): PERCHE’ SALAH ABDESLAM VIENE SEGNALATO ALLA POLIZIA SOLO 12 ORE DOPO GLI ATTENTATI
  • CHARLIE HEBDO: PERCHE’ C’E’ IL SEGRETO DI STATO SULL’INCHIESTA GIUDIZIARIA SULLA STRAGE?
  • CHARLIE HEBDO (2): MA A PARLARE DI COMPLOTTO E’ L’ULTIMA COMPAGNA DI CHARB
  • BELGIO: UNA SICUREZZA INCAPACE TENTA DI PARALIZZARE BRUXELLES. MA NON CI RIESCE.
  • COALIZIONE: SCENARI FUTURI. L’INCREDIBILE INTRECCIO DI INTERESSI DIVERSI
  • COALIZIONE (2): MA INTANTO L’ARABIA SAUDITA E I PAESI DEL GOLFO SI OCCUPANO SOLO DELLO YEMEN
  • COALIZIONE (3): L’ISIS SI RIORGANIZZA SUL TERRENO
  • COME CHIAMARLI: IS, ISIS O DAESH?
  • ARMI ITALIANE: IN CINQUE ANNI ESPORTATI 4,8 MILIARDI DI ARMI IN NORDAFRICA E MEDIO ORIENTE
ATTENTATI DI PARIGI: PERCHE’ ANCORA TANTI “BUCHI NERI”

ATTENTATI DI PARIGI: PERCHE’ ANCORA TANTI “BUCHI NERI”

A più di 20 giorni dalla serie di attentati a Parigi che ha fatto 130 vittime sono ancora troppe le cose che l’inchiesta giudiziaria in corso non è riuscita a chiarire.

La prima cosa che non convince è che a combinare un simile disastro oltre mezz’ora siano stati solo 8 terroristi di cui almeno cinque si sono limitati a farsi saltare in aria, uccidendo soltanto una persona.
Ci sono poi le contraddizioni: un giornalista italiano molto noto, Giuliano Ferrara, che vive a Parigi, ha scritto della sua disavventura. Alle 19.50 del 13 novembre stava viaggiando su un autobus della linea 47 quando, giunto a Chatelet, nodo importante, nella rete dei trasporti parigini, il bus si è fermato, ha fatto scendere tutti i passeggeri ed è tronato indietro. Il motivo: ragioni di polizia. Eppure manca ancora un’ora e mezza al primo attacco allo stade de France. Forse che la polizia aveva sentore di qualcosa?

Ora Parigi è la città più sorvegliata del mondo
Ora Parigi è la città più sorvegliata del mondo

Altre domande:
1) di guardia il 7 gennaio scorso alla redazione di Charlei Hebdo – già preso di mira da attentati islamici – c’era solo una guardia armata (poi uccisa dagli attentatori). Al Bataclan, di proprietà di due ebrei – e quindi di per sé obiettivo sensibile – le guardie giurate erano due, subito eliminate. Perché tanta ripetuta sottovalutazione?
2) Il governo francese nelle ore successive agli attentati ha dovuto ammettere: “Sapevamo che si stavano preparando attentati e non solo in Francia”. Quali contromisure erano state prese?
3) Quattro servizi segreti (Arabia saudita, Turchia, Iraq e Algeria) tutti del mondo musulmano avevano informato quelli francesi che qualcosa si stava preparando. Nessuno ha spiegato se si sia trattato di allarmi generici o precisi?
4) Solo il 17 novembre, quattro giorni dopo gli attentati di Parigi, è merso che da tempo non esiste alcun coordinamento tra i servizi segreti francesi e quelli belgi. In altre parole la DGSI francese non parla con la SRGS del Belgio. E’ normale?
5) Entrambi i servizi (DGSI e SGRS) però conoscevano tutti e 8 gli attentatori fin qui identificati. Ognuno di loro aveva addirittura un fascicolo intestato. Cinque di loro avevano combattuto in Siria, mentre due erano già stati arrestati per reati comuni e quindi schedati. In Belgio la Commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti ha aperto un’inchiesta. E in Francia?
6) Uno dei kamikaze che si sono uccisi nell’assalto (tardivo) allo Stade de France, Ismail Mostefai, era schedato in Francia da ben cinque anni. Eppure nel 2013 era potuto andare in Siria per tornare in Francia nella primavera del 2014 senza subire alcun controllo. I servizi turchi hanno affermato di aver avvisato i colleghi francesi degli spostamenti di Ismail nel dicembre del 2014 e nel giugno 2015 senza ricevere alcuna richiesta di approfondimento.
7) Samy Amour, uno degli assalitori del Bataclan, era stato arrestato nel 2012 con l’accusa di attività terroristiche. Nel 2013, scarcerato era scomparso ma era stato colpito da un mandato di cattura internazionale. Nel 2014 era stato segnalato in Siria dove il padre (ma nessuna polizia) lo aveva raggiunto per convincerlo ad abbandonare l’Isis. Come ha fatto Amour a rientrare in Francia senza essere notato?
8) Nella loro rivendicazione i terroristi dell’Isis sostengono di aver colpito anche nel 18/mo arrondissement dove invece non è accaduto nulla. Che significa? C’è una cellula che non è riuscita ad entrare in azione e che ora è libera di agire?

 

ATTENTATI DI PARIGI (2):  CINQUE GIORNI PRIMA L’INTELLIGENCE SAPEVA DEGLI ATTENTATI DEL 13 NOVEMBRE

ATTENTATI DI PARIGI (2): CINQUE GIORNI PRIMA L’INTELLIGENCE SAPEVA DEGLI ATTENTATI DEL 13 NOVEMBRE

La prima pagina di Le Monde riporta una notizia che potrebbe far sorgere molti dubbi sul lavoro dei servizi segreti francesi: “Già dall’otto ottobre l’intelligence sapeva degli attentati”. In più, gli 007 avrebbero anche saputo che uno dei luoghi colpiti sarebbe stata una sala per concerti. Una indiscrezione che fa dire al quotidiano francese che i serivzi di sicurezza francesi “nonostante le informazioni in loro possesso, non sono riusciti a fermare il commando”.

Era infatti datato 8 ottobre 2015 un documento interno del ministero della Giustizia il quale parlava di una serie di possibili attacchi, di cui uno compiuto in una sala per concerti. Gli attentati sarebbero stati ideati – come poi è accaduto – da Abdelhamid Abaaoud, uno dei terroristi uccisi dalla polizia a Saint Denis.

Una scena del massacro di Parigi
Una scena del massacro di Parigi

Ma allora perché non si è agito? Il prestigioso quotidiano parigino cerca di minimizzare il problema, sostenendo che esso va ricercato nella enorme massa di informazioni che l’intelligence francese deve trattare e del numero di persone che vanno tenute sotto controllo. Una mole di lavoro probabilmente eccessiva. Le Monde, contraddicendosi, interviene anche nel dibattito, delicatissimo, che prevede una costrizione delle libertà individuali in cambio di un’efficace lotta al terrorismo. A complicare il lavoro dei servizi segreti francesi – secondo il giornale – sarebbero anche le leggi che regolano il funzionamento di uno stato democratico e che impediscono una raccolta dati tale da permettere di seguire più di 10mila persone che hanno legami sospetti con la Siria. Ma se il problema è la mole di informazioni a fronte dell’esiguità delle forze dell’intelligence, non basterebbe rafforzare quest’ultima?

ATTENTATI DI PARIGI (3): PERCHE’ SALAH ABDESLAM VIENE SEGNALATO ALLA POLIZIA SOLO 12 ORE DOPO GLI ATTENTATI

ATTENTATI DI PARIGI (3): PERCHE’ SALAH ABDESLAM VIENE SEGNALATO ALLA POLIZIA SOLO 12 ORE DOPO GLI ATTENTATI

A dimostrazione del fatto che il problema è meno semplicistico di come lo pone Le Monde c’è quanto scrive l’ANSA da Parigi. L’agenzia di stampa, solitamente molto cauta nei toni specie per fatti d’oltralpe, sostiene che ad essere fragile è soprattutto “il contesto ormai ricostruito fin nei minimi particolari di un Abdeslam Salah che – in fuga da Parigi – viene fermato sabato mattina (il giorno dopo gli attentati. NdR) da una pattuglia della stradale mentre fa ritorno verso casa, a Bruxelles”. Sono le 9.10, l’auto è una Golf grigia. Dentro ci sono due persone partite alle tre del mattino dal Belgio per andare a Montreuil e riportare a casa Abdeslam Salah, l’unico conosciuto dei commando operativi a Parigi che non sia stato ucciso o non si sia fatto saltare. Salah ha appena parcheggiato in quella banlieue parigina la Seat nera degli agguati ai ristoranti, la sua ultima tappa nella capitale è stata il Comptoir Voltaire, ristorante dove ha scaricato il fratello che si è fatto esplodere al tavolo dopo aver ordinato.
Dodici ore dopo, la Golf grigia con i tre individui viene fermata dalla polizia stradale a Cambrai che non si trova alla frontiera con il Belgio, come spesso ripetuto in questi giorni, bensì a 56 chilometri di autostrada dalla prima località belga, dove in questi giorni hanno ripristinato i controlli alla frontiera, Hensies. A circa 45 minuti di strada all’interno della Francia, quindi, la Golf viene fermata, i tre vengono fatti scendere, mostrano i documenti ai gendarmi, che li controllano. Poi, secondo fonti dell’inchiesta contattate dall’ANSA, gli agenti telefonano per essere certi che, nel gravissimo contesto di quelle ore, i tre possano essere lasciati ripartire. La risposta è: nulla osta. Così, la Golf con Abdeslam Salah riparte verso il Belgio. Quando arriverà a destinazione – e la polizia belga li raggiungerà – il ricercato numero uno sarà già in fuga.
Dopo 12 ore, quindi, l’identità di colui che ha guidato l’auto in missione suicida a Parigi, dopo aver a suo nome noleggiato la Seat in Belgio, non era stato trasmesso per segnalazione ai gendarmi sulla strada fra Parigi e il Belgio. Non solo, ma – secondo le stesse fonti contattate dall’ANSA – la Golf era stata anche ‘flashata’ dall’Autovelox della A2, sia all’andata sia al ritorno.
Anche nel caso di Charlie Hebdo, clamoroso fu il flop della sicurezza, che una settimana prima della strage aveva fermato Amedy Coulibaly – ritenuto il killer di una poliziotta e di 4 persone all’ipermercato kosher – per un controllo. Anche in quel caso il sospetto era a bordo di una Seat. Schedato dall’antiterrorismo, venne lasciato inspiegabilmente ripartire.
E noi sottolineiamo INSPIEGABILMENTE.

CHARLIE HEBDO: PERCHE’ C’E’ IL SEGRETO DI STATO SULL’INCHIESTA GIUDIZIARIA SULLA STRAGE?

Una manifestazione a Parigi dopo la strage di Charlie Hebdo
Una manifestazione a Parigi dopo la strage di Charlie Hebdo

Perché il 23 ottobre 2015, cioè appena 20 giorni prima della strage di Parigi, le autorità francesi hanno deciso di porre il segreto di stato sulla strage di Charlie Hebdo e il successivo assalto al supermercato kosher della capitale francese?
Il 7 gennaio scorso, dopo aver attaccato la sede del quotidiano satirico, uccidendo diverse persone, due terroristi erano fuggiti, ma nel farlo avevano dimenticato un documento di riconoscimento nella macchina usata per la fuga. Grazie a questo ritrovamento – i terroristi dimenticano sempre almeno un loro documento d’identità, era successo l’11 settembre 2001 a New York, accadrà ancora il 13 novembre 2015 a Parigi – gli investigatori erano risaliti in pochi istanti a tre terroristi di origine islamica: i fratelli Kouachi, Said e Chérif e Amedy Coulibaly. Mentre il terzo era stato ucciso durante l’irruzione in un supermercato kosher parigino, gli altri due erano stati colpiti a Dammartin vicino a Parigi. Le sparatorie erano avvenute in contemporanea tre giorni dopo l’assalto a Charlie.
Durante l’inchiesta erano emersi particolari inquietanti come quello relativo alle armi denunciato dal quotidiano francese La Voix du Nord secondo cui le armi usate dai terroristi facevano parte di uno strano stock destinato ad una misteriosa – così scriveva il giornale, mai smentito – “rete costituita da forze dello Stato”.
Sulle armi, comunque, l’inchiesta è stata tutt’altro che chiara. La relazione tecnica sulle armi consegnata ai magistrati il 20 gennaio 2015, 13 giorni dopo la strage di Charlie Hebdo, non diceva nulla sulla loro provenienza. Ma la magistratura di Lille aveva scoperto che quattro giorni prima l’Europol aveva consegnato allo Sdat (una sorta di polizia politica francese, paragonabile alla nostra Digos) un’informativa in cui si diceva che le armi «sono state acquistate dall’azienda slovacca Agf Security da una ditta di Lille che fa capo a Claude Hermant». Costui è un informatore dei servizi segreti francesi.
Ora con la segretazione imposta dal ministro dell’Interno Cazeneuve i giudici non potranno più indagare sulla strage di Charlie Hebdo ed anche l’inchiesta sulla morte di Amedy Coulibaly è stata bloccata. Quest’ultimo era entrato nel supermercato kosher armato di un mitra Skorpion, un fucile d’assalto Vz 58 (simile al Kalashnikov) e due pistole Tokarev. Anche queste sono armi di provenienza cecoslovacca che in Francia, ovviamente, non sono in vendita. Su questo aspetto stava indagando la magistratura francese quando è calata la mannaia del segreto di stato. Perché? Forse i giudici si stavano avvicinando troppo alla verità? E quale potrebbe essere la verità?
Secondo il sito “Mediapart”, “poliziotti di Lille e uno dei loro informatori sono al centro del traffico d’armi con cui è stato armato Coulibaly… la loro posizione è abbastanza delicata da indurli a trincerarsi dietro il “sècret défense””, appunto il segreto di stato. In altre parole l’ipotesi più concreta è che lo Stato francese si sarebbe occupato di armare giovani francesi d’origine islamica da impiegare in Siria in funzione anti – Assad. A questo punto è chiaro che i fratelli Kouachi, e quasi certamente anche Coulibaly, siano stati arruolati a Parigi per andare a combattere in Siria. Ma che poi abbiano usato le armi anche per la doppia strage di Parigi. Di loro iniziativa o dirottati da qualcuno?

CHARLIE HEBDO (2): MA A PARLARE DI COMPLOTTO E’ L’ULTIMA COMPAGNA DI CHARB

di Tullio Giannotti – ANSA

Dieci mesi dopo la strage, il 18 ottobre, è stato nella redazione di Charlie Hebdo, che è spuntata la tesi del complotto.
Se ne è fatta portavoce Valerie, l’ultima donna che fu accanto a Charb, il vignettista simbolo e direttore della rivista. Parla di soldi, di molti soldi che Charb stava ottenendo da misteriosi “uomini d’affari mediorientali” per colmare il buco di 200.000 euro che avrebbe condannato a morte la rivista.
E’ rimasta piuttosto nell’ombra finora, ma è stata lei, Valerie, l’ultima a parlare con Charb. Da quattro anni avevano una storia, ma lui ci teneva a rimanere single. Era estranea al giornale e forse anche per questo il vignettista si confidava con lei. Ora – sempre sotto anonimato – racconta per la prima volta tutti i suoi dubbi e chiede di conoscere la verità. Dice di aver esposto fatti “inquietanti” alla polizia ma che gli inquirenti non ne avrebbero tenuto conto. In redazione, qualcuno però parla di affermazioni “campate in aria”.

Stéphane Charbonnier, in arte Charb, direttore di Charlie Hebdo
Stéphane Charbonnier, in arte Charb, direttore di Charlie Hebdo

“Nell’autunno 2014, lo stato delle finanze del giornale era catastrofico – racconta Valerie al quotidiano Le Parisien – Charb mi diceva che doveva trovare 200.000 euro entro la fine dell’anno per non chiudere baracca nel 2015. S’è messo a cercare soldi un po’ dappertutto, senza troppo parlarne ai suoi amici di Charlie. In questa ricerca, è stato messo in relazione con molte persone diverse, fra le quali alcuni uomini d’affari, in particolare del Medio Oriente. Il giorno prima dell’attentato, Charb mi ha detto che era riuscito a trovare il denaro che mancava”.
“Dove si trova questo denaro – si chiede Valerie – e come è stato consegnato? Può esistere un legame con quello che successe quel 7 gennaio?”. Valerie sembra essere più che propensa a pensare di sì. Anche perché, racconta, Charb – alla sua domanda su dove avesse trovato quei soldi – rispose: “Sono i frutti delle serate in cui ho fatto il cascamorto con quei ricchi”. A pagare sarebbe stata una persona che lui, Charb, indicava alla sua donna come “il contatto”. La mattina della strage, aggiunge Valerie, Charb scese dal fornaio sotto casa – nel quartiere parigino di Montorgeuil – e risalì molto inquieto per la presenza “di una Renault o una Peugeot, nera, con i vetri oscurati”.
“Il sabato dopo il dramma – continua Valerie, riportando a galla un ennesimo episodio che, afferma, sarebbe stato sottovalutato dalla polizia – sono tornata con il fratello di Charb e qualche amico stretto nell’appartamento. Erano entrati, avevano messo tutto sottosopra, portato via delle cose fra cui dei disegni e il suo computer. Il pc era indispensabile, conteneva elementi utili all’inchiesta”.
Dopo le dispute interne per questioni finanziarie e l’uscita dal giornale satirico di firme importanti, le polemiche per la copertina con la vignetta del bambino morto sulla spiaggia in Turchia e l’unanime condanna per l’ultima con Nadine Morano – dissidente del partito di Nicolas Sarkozy – ritratta come una donna down – Charlie Hebdo è sempre più nella bufera. Il complotto ipotizzato da Valerie semina nuovi dubbi e incertezze su un evento che suscitò in poche ore una reazione di solidarietà su scala mondiale.

 

 

 

BELGIO: UNA SICUREZZA INCAPACE TENTA DI PARALIZZARE BRUXELLES. MA NON CI RIESCE.

Bruxelles: controlli nel centro della città.
Bruxelles: controlli nel centro della città.

Eravamo a Bruxelles tra il 21 ed il 25 novembre nei giorni che la stampa internazionale descriveva come i giorni del terrore, quando nella capitale europea il livello di allerta è stato alzato al massimo, con scuole, metropolitane, luoghi di grande ritrovo chiusi, parchi compresi.
Possiamo testimoniare dell’assoluta esagerazione di cui si è nutrita l’informazione mondiale e quella italiana in particolare che pure nella capitale belga aveva fior di inviati, ma tutti pronti a drammatizzare.
Bruxelles era di certo una città a disagio ma mai, neppure per un istante, una citta bloccata, paralizzata, in stato di assedio o in preda alla paura. La gente ha continuato a lavorare e a vivere, nei limiti del possibile, senza cambiare il proprio stile. Le strade non sono mai state deserte, neppure di notte. La cappa della paura non ha mai avvolto, neppure alla lontana, Bruxelles.
Quello che la stampa mondiale non ha invece raccontato è che quei giorni sono stati il frutto di un’assoluta incapacità e dell’assoluto fallimento della polizia e dei servizi segreti belgi, impegnati soltanto a respingere un possibile assalto mediatico nei loro confronti. Alziamo l’allarme al massimo così, qualsiasi cosa accada, nessuno potrà incolparci di negligenza. E così in un Paese abitato da appena 11milioni di cittadini, ben 6 diverse polizie si sono messe a caccia di un fantasma impendibile, concentrandosi nella sua capitale di poco più di un milione di abitanti, divisa però in 19 circoscrizioni alla testa di ognuna delle quali c’è un borgomastro con poteri assoluti. Alla faccia del decentramento amministrativo.
Un fantasma che era entrato ed uscito dal Paese a suo piacimento già un’infinità di volte. Un fantasma che ha costretto il governo belga ad inventare di sana pianta attentati sventati (Dove? Quando?) e a dichiarare la propria impotenza coperta da un tentativo di stato assedio, peraltro fallito, con arresti in massa di persone (di origine araba) che venivano rilasciate il giorno successivo. Il fantasma Salah Abdeslam viveva a Moelbeek, un quartiere povero nel semicentro di Bruxelles, a forte presenza di immigrati, il luogo che sempre la stampa internazionale ha dipinto come fosse Gomorra. Ha partecipato alla notte di sangue del 13 novembre a Parigi. E’ fuggito con grande semplicità. Forse è stato proprio lui a lasciare una cintura da kamikaze in un cassonetto nella zona degli attentati. Ma l’idea che quella cintura fosse ancora con lui ha seminato il panico tra le forze di sicurezza del Belgio.
Sta di fatto che polizia e servizi segreti belgi, pur tenendo un intero Paese prono alle proprie incapacità, hanno fatto un immenso buco nell’acqua, mostrando la loro falla principale: l’assoluta mancanza di coordinamento non solo con le altre intelligence, ma addirittura all’interno delle sue sei polizie: basti pensare che quella vallone non comunica con quella fiamminga.
Il tutto in un Paese grande poco più della Lombardia che però ospita 800 combattenti dell’Isis che hanno lasciato il Belgio per recarsi in Siria e poi fare tranquillamente ritorno alle proprie case. 800 combattenti assolutamente incontrollati. E per la confusa polizia belga assolutamente incontrollabili.
L’ultimo episodio che ha ulteriormente ridicolizzato la sicurezza belga è avvenuto il 26 novembre: bloccata l’autostrada Bruxelles – aeroporto di Charleroi per isolare un quartiere in un cui era stata indicata la presenza del terrorista in fuga. Risultato: rien de rien. Come sempre.

COALIZIONE: SCENARI FUTURI. L’INCREDIBILE INTRECCIO DI INTERESSI DIVERSI

Putin, Cameron, Obama e Hollande

Se non si trattasse di una tragedia come una guerra, potremmo di dire che contro l’Isis si sta schierando una vera e propria Armata Brancaleone.
Sulla carta la coalizione anti-Isis è composta da più di 20 Paesi. Ma al momento, effettivamente impegnati in Siria, ma solo dall’alto dei cieli, sono:

1) Russia (interessata a salvare Assad e a conservare in Siria i due porti di cui dispone, unici accessi al Mediterraneo rimasti dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica).
2) Francia e Stati Uniti, ambedue intenzionati ad abbattere il regime di Assad.
3) A terra, ma molto limitatamente e lungo i propri confini, agiscono solo i Curdi che vivono in Turchia e quelli del Kurdistan siriano. Assieme all’Esercito siriano di Assad ci sono per ora solo piccole milizie di Hezbollah libanese e di iraniani. Poca cosa.
E tutti gli altri Paesi?
Per illustrare possibili e probabili scenari futuri dobbiamo tenere conto di una frase scritta di recente da un’analista serio e realista come Sergio Romano: “Quanto più l’Isis appare pericoloso e minaccioso, tanto meno le democrazie sono disposte a rischiare la vita dei loro soldati”. Le lezione afghana e irachena sono state molto utili alle democrazie occidentali. In Afghanistan, dopo 14 anni di guerra, i talebani controllano un territorio maggiore di quello che controllavano l’11 settembre 2011. L’Iraq è oggi, dopo l’aggressione anglo-americana, completamente destabilizzato e per metà nelle mani dell’Isis.

Putin, Cameron, Obama e Hollande
Putin, Cameron, Obama e Hollande

1) Paesi europei: solo Gran Bretagna e Germania hanno appena ottenuto dai rispettivi parlamenti il via libera per operazioni militari dall’alto. La Gran Bretagna fornirà alla coalizione solo quattro caccia e una nave, mentre la Germania – che ne ha forniti altrettanti – non può però bombardare ma solo fare ricognizioni aeree. Olanda e Belgio forniranno solo assistenza militare, mentre tutti gli altri Paesi, Italia compresa, restano alla finestra o al massimo forniranno truppe di peacekeeping per sostituire i francesi negli scenari mondiali, Mali e Libano in primo luogo.
2) Turchia: è ora nell’occhio del ciclone per le pesanti accuse rivolte da Mosca circa gli affari dei familiari del premier Erdogan con l’Isis in materia di contrabbando di petrolio e finanziamenti al califfo. La Turchia, comunque, sembra più interessata a risolvere con le armi l’annosa questione curda che a combattere l’Isis.
3) Israele: ha già gridato a squarciagola che il nemico principale è l’Iran e quindi un suo impegno militare sembrerebbe escluso ma così non è. Come riporta l’agenzia Nena news, il canale 2 israeliano ha riferito che i jet di Tel Aviv hanno compiuto alcuni raid nella notte del 3 dicembre scorso vicino a Damasco. Target dei bombardamenti, afferma la rete televisiva, sarebbe stato un convoglio di 4 camion che trasportavano missili e che erano appena usciti da una base militare. Questi raid giungono a pochi giorni dall’ammissione di Netanyahu secondo cui, “di tanto in tanto”, l’aviazione israeliana opera in Siria per prevenire il trasferimento di armi in Libano. Ammettendo per la prima volta che lo stato ebraico sta intervenendo militarmente nel Paese arabo, il leader della destra israeliana ha spiegato come i bombardamenti aerei siano finalizzati ad impedire che si apra un fronte contro Israele, quello che «l’Iran sta cercando di costruire sul Golan». L’obiettivo, ha sottolineato, è “contrastare il trasferimento di particolari armi dannose dalla Siria al Libano. Continueremo a farlo”.
Israele è impegnato in modo ampio e da lungo tempo in Siria, anche se in maniera ambigua e solitamente di nascosto ma focalizza il suo intervento militare sulle regioni meridionali del Paese arabo. Inoltre Israele intrattiene contatti regolari con gruppi armati che combattono contro Damasco. Un rapporto delle Nazioni Unite riferì un anno fa che le Forze di Disimpegno degli Osservatori delle Nazioni Unite (Undof), schierate lungo le linee di armistizio del Golan, avevano registrato relazioni frequenti tra ufficiali israeliani e miliziani siriani che combattono contro Damasco.
4) Canada: ha annunciato il suo disimpegno da operazioni militari in Siria.
5) Ci sono poi i Paesi del Golfo che prediligono come obiettivo lo Yemen.

COALIZIONE (2): MA INTANTO L’ARABIA SAUDITA E I PAESI DEL GOLFO SI OCCUPANO SOLO DELLO YEMEN

di Bruce Riedel (al-Monitor)

Roma, 20 novembre 2015 Nena News – Sulla scia degli attacchi dello Stato islamico nella penisola del Sinai, a Beirut e a Parigi, c’è un urgente bisogno di mobilitare risorse per affrontare la minaccia rappresentata dall’Isis, in particolare nel mondo arabo. Invece, l’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo stanno dedicando tutte le loro risorse e i loro sforzi a una complicata e costosa campagna militare in Yemen.
Quando la campagna aerea contro l’Isis è iniziata, più di un anno fa, la Royal Saudi Air Force è stata una delle prime partecipanti. Eppure, non vola in missione contro obiettivi Isis da settembre, secondo il New York Times. Il Bahrain ha effettuato una missione area contro lo Stato islamico nel mese di febbraio. Gli Emirati Arabi Uniti si sono fermati a marzo, mentre la Giordania ha smesso nel mese di agosto.
Non c’è stato alcun annuncio ufficiale o pubblico della ritirata. Tutti i governi arabi ribadiscono la loro ferma opposizione all’Isis. Questa settimana, i grattacieli di Riyadh si sono tinti dei colori della bandiera francese per esprimere solidarietà con Parigi. Re Salman bin Abdul Aziz Al Saud ha detto al presidente Usa Barack Obama, ad Ankara, che l’Arabia Saudita avrà un ruolo importante in Siria. Ma, nella pratica, i funzionari militari americani riferiscono che la guerra nello Yemen ha lentamente portato via la forza aerea araba dalla lotta contro i terroristi in Siria e in Iraq. Lo Yemen è la priorità, anche se di tanto in tanto vengono effettuate operazioni simboliche per colpire obiettivi Isis.
L’assenza di forze aeree arabe ha creato un vuoto politico – non militare – anche se la Russia, la Francia e l’America sono pienamente in grado di condurre una guerra aerea contro l’Isis. Alla coalizione manca però la risposta musulmana all’auto-proclamato “califfo Ibrahim.” Si tratta di uno spreco di risorse simbolicamente importanti.
La guerra è anche costosa. Nessuna stima ufficiale dei costi delle operazioni militari è stata ancora rilasciata, ma in questo momento devono essere utilizzati decine di miliardi in armamenti, manutenzione e altre spese.

Il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdul Aziz Al Saud
Il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdul Aziz Al Saud

Ad esempio, questa settimana, il Pentagono ha annunciato la vendita di 1,29 miliardi di dollari in munizioni e attrezzature associate per rifornire l’aviazione saudita delle bombe utilizzate nella campagna in Yemen. La vendita fornisce qualcosa come 20 mila nuove munizioni in sostituzione di quelle già usate. Anche il Regno Unito, un’altra fonte importante nel magazzino degli aerei di Riyadh, sta reintegrando le scorte usate dai sauditi. Amnesty International e Human Rights Watch hanno sollevato domande circa l’uso di queste armi e su possibili crimini di guerra.
L’Arabia Saudita è stata ripetutamente presa di mira dall’Isis, che ha effettuato attentati suicidi sia in Arabia Saudita che in Kuwait. E promette di rovesciare la Casa dei Saud e di issare le bandiere nere sopra la Mecca. Centinaia di cittadini sauditi stanno combattendo con il gruppo terroristico in Iraq e Siria, mentre la Giordania è stato un obiettivo dell’Isis, con uno dei suoi piloti chiuso in una gabbia e bruciato vivo dai miliziani del Califfato. Questi Stati hanno quindi un interesse in questa guerra.
Ma l’attenzione e le risorse di Riyadh sono focalizzate sullo Yemen, su una guerra in situazione di stallo. Dopo alcuni successi durante l’estate, la coalizione a guida saudita aveva promesso di riconquistare Sanaa, capitale dello Yemen, entro questo autunno. La cosa sembra improbabile oggi. La guerra si è trasformata anche in una catastrofe umanitaria per 25 milioni di yemeniti, con il protrarsi di un blocco che impedisce la fornitura di cibo e medicine alla popolazione.
La cosa peggiore è che i principali beneficiari della guerra finora sono al-Qaeda e l’Iran. Al-Qaeda ha preso il controllo di gran parte del sud-est dello Yemen dall’inizio della guerra. Le sue bandiere nere sventolano su Aden, la capitale provvisoria del governo filo-saudita. Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) è cresciuta sempre di più. Questo è un segno preoccupante per coloro che ora promettono di sconfiggere l’Isis.
L’Iran sta lottando fino all’ultimo houthi, ridendo dei sauditi e degli emiratini, mentre questi spendono risorse in quello che Teheran spera sarà un pantano senza fine. L’Iran guadagna in Iraq e Siria dal dirottamento delle forze sunnite nello Yemen.
Washington e Parigi hanno entrambi fatto troppe concessioni alla missione di Riyadh nello Yemen, in quanto entrambi hanno ospitato il ministro della Difesa saudita, il principe Mohammed bin Salman – il trentenne architetto della guerra in Yemen – e hanno fatto troppo poco per porre fine a questo disastro. Possono fare pressioni, insieme a Londra, in quanto controllano l’oleodotto di rifornimento militare dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, ma i loro tentativi poco convinti di avviare un processo politico si fanno ora molto più urgenti. Entrambe le parti hanno accettato la mediazione delle Nazioni Unite e la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu per un cessate il fuoco, ma il conflitto si trascina senza sosta.
Dopo il massacro di Charlie Hebdo nel mese di gennaio, si era levato un coro di minacce ai terroristi in Yemen: avrebbero ricevuto una risposta globale. Invece sono più forti che mai e lo Yemen è diventato un altro campo di battaglia nella guerra settaria fra sunniti e sciiti che sta devastando il mondo islamico.

(Traduzione a cura di Giorgia Grifoni)

COALIZIONE (3): L’ISIS SI RIORGANIZZA SUL TERRENO

Cobattenti dell'Isis.
Combattenti dell’Isis.

di Chiara Cruciati (il manifesto)

Erbil (Kurdistan), 19 novembre 2015 – L’intensità della reazione congiunta di Francia e Russia cambia i piani dello Stato Islamico. Ieri l’Osservatorio Siriano per i diritti umani riportava del trasferimento di molti miliziani e delle loro famiglie dalla “capitale” Raqqa verso l’irachena Mosul. Tra loro anche leader del gruppo, in fuga dopo l’uccisione di 33 islamisti negli ultimi bombardamenti.
Non si pensi ad una ritirata: chi resta a Raqqa si sta organizzando. Avrebbero lasciato le postazioni note, campi di addestramento, quartier generali, più volte target dell’aviazione francese, per nascondersi tra i 350mila civili rimasti, nei quartieri abitati, nelle case abbandonate da chi fuggì un anno fa. Una mossa che si accompagna al controllo delle strade in uscita da Raqqa: ai residenti, che nei giorni scorsi hanno cercato riparo nelle campagne, ora viene impedito di andarsene.
A raccontare ai media la vita a Raqqa sono i rifugiati all’estero, in costante contatto telefonico con amici e parenti rimasti in Siria, visto che internet è stato bloccato dagli uomini di al-Baghdadi: il califfato si attenderebbe un’invasione via terra da parte di forze kurde (la nuova formazione Forze Democratiche sostenute dalla coalizione) e non meglio definite forze arabe, forse le milizie anti-Assad da anni finanziate dall’Occidente.
Di certo Raqqa è nel mirino e l’Isis ne è consapevole: le forze kurde siriane hanno strappato agli islamisti la città di Hol e stanno ora marciando verso Shaddadeh, a sud di Hasakah e 150 km a est di Raqqa, speculare a Sinjar in Iraq. Se presa, i kurdi delle Ypg e i peshmerga assumerebbero il controllo di entrambe le zone di confine, irachena e siriana, il corridoio di territorio prima usato dallo Stato Islamico per muovere uomini, armi, petrolio di contrabbando. Si aprirebbero di fronte ai kurdi siriani le montagne di Abdul-Aziz, primo passo verso la “capitale” islamista.
Lo Stato Islamico non può attendere oltre: si starebbe preparando ad un eventuale scontro diretto, ponendo difese intorno alla città e impedendo la fuga ai civili, potenziali scudi umani. Si mescolano alla gente, evitano di utilizzare i veicoli militari durante le ore notturne, si muovono a piedi nei vicoli di Raqqa per non essere localizzati. Scavano tunnel e trincee, raccontano gli attivisti presenti in città, e hanno posto contenitori pieni di carburante lungo il perimetro esterno, da incendiare in caso di un attacco da fuori.
Prendono precauzioni: dopotutto 33 miliziani uccisi in tre giorni non sono molti e confondersi ai civili potrebbe in parte frenare la risposta aerea occidentale, che in questi giorni si è concentrata su zone non abitate e su centinaia di camion di greggio. I leader hanno preferito spostarsi a Mosul, meno seguita dalla coalizione internazionale, ma che ora potrebbe tornare nel mirino. La seconda città irachena è quasi del tutto circondata: Sinjar a ovest, Erbil a est, e la via verso la Siria tagliata a metà dalla presenza peshmerga.
I limiti nella reazione, però, sono di nuovo dettati dalle frizioni interne al fronte anti-Isis: (…) il ministro degli Esteri russo Lavrov è tornato a criticare la strategia Usa, definendola contradditoria: «Vogliono pescare un pesce senza bagnarsi i piedi». Al centro resta il presidente siriano Assad, che gli Stati uniti non intendono facilitare con i raid, mentre i russi lo sostengono bombardando le zone delle controffensive.
Ma, raid o meno, il problema resta la limitatezza della risposta globale al califfato. In un anno e mezzo non sono state prese misure concrete per scalfire le sue ingenti entrate finanziarie, a partire dalle vendita di petrolio sottobanco e dalle ricche donazioni di simpatizzanti privati nel Golfo: secondo uno studio della Reuters, l’Isis gode di un patrimonio di 2mila miliardi di dollari, derivanti da contrabbando di greggio, controllo delle risorse naturali e minerali, estorsioni, tasse. Troppo denaro per restare fuori dal sistema finanziario mondiale.
Allo stesso modo non si è mai lavorato seriamente al controllo dei movimenti dei nuovi adepti che entrano dalla Turchia senza ostacoli di sorta. Per far fronte al problema, Ankara ha annunciato un’operazione congiunta con gli Usa per il monitoraggio della frontiera con la Siria, in ritardo di un anno e mezzo. Per lungo tempo le autorità turche, con il sostegno di servizi segreti, esercito e gendarmeria, hanno permesso agli islamisti di entrare in Siria con armi e veicoli. Erano necessari a demolire il progetto di confederalismo democratico kurdo teorizzato dal Pkk e concretizzato da Rojava.
Adesso che l’Isis, novello Frankestein, si è reso incontrollabile, anche la Turchia dice di voler fare la sua parte: chiuderà tutto il confine e potrebbe lanciare un’operazione militare, ha detto il ministro degli Esteri turco Sinirlioglu.

COME CHIAMARLI: IS, ISIS O DAESH?

Barbarie: Prigionieri dello Stato islamico in procinto di essere sgozzati
Barbarie: Prigionieri dello Stato islamico in procinto di essere sgozzati

 

 

Dobbiamo decidere come chiamare quelli che per molti anni saranno i nostri nemici dichiarati.
Il nome più appropriato ci sembra quello di ISIS, cioè Islamic State Iraq e Syria. Forse superato quello di IS, Islamic State e basta. Ma da qualche tempo molti, a cominciare da Hollande, lo chiamano DAESH, un acronimo inglese della traduzione dall’arabo del nome originale: Al Dawla al Iscanya Fi ac Iraq wa al Sham.
In questo nome c’è molta malizia perché in arabo DAESH suona come “Colui che semina discordia” ed è ovviamente un nome che gli estremisti islamici rifiutano

 

 

ARMI ITALIANE: IN CINQUE ANNI ESPORTATI 4,8 MILIARDI DI ARMI IN NORDAFRICA E MEDIO ORIENTE

Missili ottenuti dal’Isis grazie all traffico di armi con l’Occidente e i Paesi del Golfo

(ap) I venti di guerra si rafforzano: dopo gli attentati di Parigi, la tensione tra Turchia e Russia riscalda un altro fronte internazionale e l’Italia – come già fatto da Francia e Belgio – si prepara a mettere sul piatto nuove risorse per la sicurezza. Una situazione che fa volare Finmeccanica a Piazza Affari e mette di nuovo in luce quanto l’industria delle armi sia centrale in questa fase storica. A dare ulteriormente una dimensione al fenomeno ci ha provato in questi giorni una ricerca della Cgia di Mestre, secondo la quale tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha autorizzato esportazioni nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente per 4,8 miliardi di euro. Dopo l’Europa, quest’area geografica è il nostro principale mercato di sbocco per la vendita di armamenti.
I dati sono stati elaborati in base alle relazioni annuali al Parlamento di Palazzo Chigi sull’export di armamenti.
“Nei cinque anni presi in esame dalla Cgia – recita una nota – le industrie italiane produttrici di armi sono state destinatarie di autorizzazioni definitive alle esportazioni per 17,47 miliardi di euro: di questi, 8,58 miliardi sono stati realizzati in Europa (pari al 49,2 per cento del totale), 4,85 miliardi in Africa settentrionale e nel vicino Medio Oriente (27,8), 1,68 miliardi in Asia (9,6), 1,22 miliardi in America settentrionale (7), 670 milioni nell’America centro-meridionale (3,8), 267,4 milioni in Oceania (1,5) e 188,6 miliardi in Africa centro meridionale (1,1)”.

Missili ottenuti dal'Isis grazie all traffico di armi con l’Occidente e i Paesi del Golfo
Missili ottenuti dal’Isis grazie all traffico di armi con l’Occidente e i Paesi del Golfo

Valore delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di armi (industria italiana)

Anni 2010-2014 – Valori in milioni di euro e in %

Export italiano di armi
(per aree geografiche)

                                                2010          2011          2012           2013           2014                                   Totale          2010-2014 Inc. % anni 2010-2014 (su totale)

Europa                                  1.045,7       3.289,3      1.933,4        968,4         1.352,1                             8.588,8                                          49,2
Africa Sett. e Vic. M.O.        1.429,2          735,5      1.237,6        709,3            740,9                             4.852,5                                           27,8
Asia                                          296,8          701,9         309,1        184,0           194,2 1.                            685,8                                             9,6
America Settentrionale          313,1          153,6         463,9           97,7           192,2                             1.220,5                                             7,0
America Centro-Meridionale   62,2          298,8          63,9            89,6           155,5                                670,0                                             3,8
Oceania                                     79,8            40,8           61,7           71,1             14,1                                267,4                                             1,5
Africa Centro-Meridionale       25,0            41,9           90,6           29,2               1,9                                188,6                                             1,1

Totale                                     3.251,7       5.261,7     4.160,2     2.149,3          2.650,9                         17.473,8                                          100,0

Dall’analisi delle esportazioni in Nord Africa e Medio Oriente, il nostro principale partner commerciale è l’Algeria: tra il 2010 e il 2014 abbiamo “ceduto” armi per 1,37 miliardi di euro. Seguono l’Arabia Saudita per un importo di 1,30 miliardi di euro e gli Emirati Arabi Uniti per un valore di 1,06 miliardi di euro. Le vendite in questi tre Paesi costituiscono il 77,2 per cento del totale delle esportazioni autorizzate in quest’area.

Sono comprese armi di vario tipo distinte in più categorie (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici, esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).
Nel 2014, dai rapporti emerge che i settori più rappresentativi dell’attività di esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa e i sistemi d’arma (missili, artiglierie). La maggior parte delle prime 10 aziende sopra elencate sono possedute o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica. Nell’ordine, sono AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex, Ge Avio, Elettronica, Oto Melara, Piaggio Aero, Beretta, Whitehead, Iveco, con export autorizzato da 589,2 milioni (per Agusta) a 55,6 milioni di euro (per Iveco).

Valore delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di armi (industria italiana) in Africa Settentrionale e vicino Medio Oriente

Anni 2010-2014 – Valori in milioni di euro e in %
Export italiano di armi                2010           2011          2012          2013             2014                             Totale                          2010-2014 Inc. % anni 2010-2014 (su totale)
Algeria                                          343,1         477,5          262,9        234,6              61,6                           1.379,7                                                     28,4
Arabia Saudita                             435,3         166,0          244,9        296,4            162,8                           1.305,4                                                     26,9
Emirati Arabi Uniti                       477,1           36,1          149,5          94,6             304,2                          1.061,5                                                     21,9
Israele                                               1,3             0,2          472,9            2,4               0,4                               477,2                                                       9,8
Oman                                              79,3           20,6              1,7           44,2           140,2                              286,1                                                        5,9
Egitto                                              10,9           14,4            24,6           17,2              31,8                               98,9                                                        2,0
Kuwait                                             33,1             6,3           47,0              0,1               0,4                                86,8                                                       1,8
Libia                                                38,0             0,9            20,0             0,0               0,0                                 58,9                                                       1,2
Marocco                                          10,9           12,1             1,0              3,3               0,5                                 27,7                                                       0,6
Bahrein                                              0,2            0,5              0,3              0,0            24,6                                 25,7                                                       0,5
Giordania                                           0,0            0,0            12,8             0,0             11,3                                 24,1                                                       0,5
Iraq                                                     0,0            0,0               0,0           11,8               0,0                                11,8                                                        0,2
Qatar                                                  0,0            0,4               0,0             4,7               1,7                                  6,7                                                        0,1
Libano                                                0,0            0,0               0,0             0,0               1,3                                 1,3                                                        0,0
Tunisia                                                0,0            0,5              0,0              0,1               0,2                                 0,7                                                        0,0

Totale                                           1.429,2        735,5        1.237,6          709,3           740,9                          4.852,5                                                    100,0

 

LODO MORO: PER GIANCARLO DE PALO “E’ ANCORA IN VIGORE”

LODO MORO: PER GIANCARLO DE PALO “E’ ANCORA IN VIGORE”

di Monica Mistretta

“Il Lodo Moro è ancora in vigore” a dirlo è Giancarlo De Palo, fratello di Graziella, la giornalista uccisa in Libano nel 1980 mentre indagava, insieme al collega Italo Toni, sul traffico d’armi tra Italia e Palestina.

Certo, di Giancarlo è stato detto tutto, anche che sia pazzo. Perfino da alcune persone che dovrebbero essergli vicino. In realtà, anche se provato e invalido, è lucido e preciso nei ragionamenti. Collabora con Liberoreporter. Eppure, come nelle migliori “spy story”, quello che più di ogni altro ha seguito il caso dei giornalisti scomparsi in Libano e mai più ritrovati, l’uomo che sa più cose di tutti sul Lodo Moro e sui patti con i palestinesi, non deve essere nelle condizioni di parlare.

Ma Giancarlo non ci sta e a volte qualche intervista, lucidissima, la concede. Quando gli diciamo che sua sorella, dopo essere stata rapita dagli uomini dell’Olp, potrebbe essere stata consegnata ai siriani, ribatte puntualizzando: “No, non abbiamo le prove documentali, pertanto non possiamo affermarlo. Atteniamoci ai fatti”.

E sul fatto che il Lodo Moro sia ancora in vigore, Giancarlo non ha dubbi.

Quando è stato tolto il segreto di Stato sul caso della scomparsa dei due giornalisti italiani, Graziella De Palo e Italo Toni, i documenti relativi ai rapporti tra Italia e organizzazioni palestinesi sono rimasti secretati. Le altre carte sono state consegnate piene di omissis.

“Il presidente del Copasir Giacomo Stucchi, nel settembre del 2014, ha detto a noi familiari che la possibilità di rendere nota la questione di tali rapporti fa tremare anche il governo Renzi. Il segreto deve rimanere. Nessuno deve sapere quali furono gli accordi tra italiani e palestinesi. Anche se, ormai, i contenuti del Lodo Moro si conoscono: i palestinesi potevano far transitare le loro armi sul nostro territorio, a patto che non le utilizzassero contro bersagli italiani”.

E oggi? E oggi il patto continua: questa volta non più con l’Olp, ma con ogni probabilità con Hamas.

“Ogni volta che l’Italia ha cercato di uscire da questo accordo, l’ha pagata molto cara – spiega Giancarlo – Quando ha arrestato Abu Saleh, il rappresentante del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) in Italia per la questione dei missili d’Ortona, è saltata per aria la stazione di Bologna. Ed è singolare che mia sorella Graziella sia scomparsa esattamente un mese dopo la strage di Bologna: il 2 settembre 1980. Ed è altrettanto singolare che Graziella indagasse da due anni sui traffici di armi che coinvolgevano i palestinesi e gli italiani nella figura del capocentro dei nostri servizi a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone. Ci fu un’altra occasione in cui il patto sembrò saltare: quando Berlusconi scelse la linea filoamericana in Iraq, gli arabi ci punirono con la strage di Nassiriya”.

“Quando nel 1981 arrivai a Beirut, in Libano, per cercare mia sorella – ricorda ancora Giancarlo – restai colpito da una cartina appesa al muro di una stazione locale della polizia libanese: era la mappa dell’Italia con tutti porti marcati da un segno. Sembrava che i libanesi trattassero quei porti come cosa loro. Questa era la sensazione che si aveva guardando quelle cartine appese alla parete. E all’epoca, fino al 1982, i capi della polizia e dei servizi segreti libanesi rispondevano direttamente ad Abu Ayad, braccio destro di Arafat e capo dei servizi segreti di Fatah”.

Se è vero che il Lodo Moro non è mai stato messo in discussione, se non a nostro rischio e pericolo, è anche vero che le armi palestinesi circolano ancora nel nostro paese. Potrebbero esserne una prova i tanti sequestri di armi avvenuti in questi ultimi anni nei porti italiani. Armi che dovevano finire nelle mani di Hamas, l’organizzazione palestinese che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza. Alcuni di questi sequestri sono stati clamorosi. Nell’estate del 2010 al Porto di Gioia Tauro vengono sequestrate sette tonnellate di esplosivo T4 provenienti dall’Iran e dirette al porto di Latakia in Siria e quindi destinate a Hezbollah in Libano e ad Hamas a Gaza.

L’allora ministro degli Esteri Franco Frattini, in seguito al sequestro, si precipitò dal segretario di Stato americano Hillary Clinton, alla quale spiegò, confermando la collaborazione dell’intelligence di altri paesi: “E’ un ritrovamento di grandissima importanza che rimette la lotta al terrorismo al centro della collaborazione transatlantica tra Ue e Usa”.

Ma il 9 dicembre del 2012, nel porto commerciale di Napoli, si fa un altro ritrovamento: cinque container carichi di lanciamissili e bazooka diretti al porto di Alessandria d’Egitto e destinati ai palestinesi.

 

Fonte: www.articolotre.com

ATTENTATO DI ANKARA: SEI COSE CHE BISOGNA SAPERE

ATTENTATO DI ANKARA: SEI COSE CHE BISOGNA SAPERE

L’11 ottobre durante una manifestazione per la pace ad Ankara, la capitale della Turchia, due bombe sono esplose uccidendo 99 persone e ferendone altre 502 in quello che è stato il più grave attacco terroristico nella storia del paese. Le due esplosioni sono avvenute vicino alla stazione centrale di Ankara, poco prima dell’inizio di una manifestazione organizzata da sindacati e Ong, a cui partecipavano diversi partiti d’opposizione. La maggior parte dei partecipanti erano curdi e simpatizzanti dell’Hdp, il principale partito curdo che alle scorse elezioni ha ottenuto un risultato storico diventando il terzo partito del paese.

 

  1. Chi è stato. Nessuno ha mai rivendicato l’attentato, ma ci sono molte ipotesi e accuse incrociate. Ahmet Davutoğlu, primo ministro turco e leader dell’Akp, il partito di maggioranza relativa, sulle prime ha detto che i responsabili più probabili potrebbero appartenere al Pkk, un movimento politico militare che combatte per una maggiore autonomia della minoranza curda in Turchia; all’Isis (o Stato Islamico); oppure ad alcune formazioni terroristiche di estrema sinistra. Davutoğlu ha detto che diversi indizi indicano come l’attentato sia stato compiuto da due terroristi suicidi. Il leader dell’Hdp e moltissimi attivisti curdi accusano invece lo “stato profondo”, un termine che raggruppa le frange estreme dei servizi segreti che, secondo i curdi, collaborano con i nazionalisti di estrema destra e con i gruppi jihadisti come l’Isis. È difficile stabilire davvero cosa sia successo, in mancanza di una rivendicazione, anche per le pressioni che il governo turco esercita sui media locali.
  2. La guerra. I manifestanti protestavano contro i combattimenti che vanno avanti da luglio tra polizia ed esercito turchi e Pkk. Gli scontri hanno interrotto una tregua iniziata nel 2013 che aveva messo fine a una guerra durata quasi 30 anni e che aveva provocato decine di migliaia di morti. Gli scontri sono ricominciati dopo che un attentato ha ucciso decine di attivisti curdi a Suruc, una città del sud della Turchia al confine con la Siria. Il Pkk ha accusato il governo di complicità nell’attacco e ha ucciso tre poliziotti turchi per rappresaglia. Il governo turco ha risposto con una campagna di bombardamenti delle basi del Pkk e i miliziani curdi hanno iniziato a colpire poliziotti e militari turchi con attacchi anche all’interno delle grandi città.
  3. Chi sono i curdi. Sono una minoranza linguistica presente in Siria, Iraq, Iran e soprattutto in Turchia, dove costituiscono circa il 20 per cento della popolazione. I curdi vengono chiamati “il più grande popolo senza stato del mondo”. Sono divisi in molti gruppi politici e militari a volte in lotta tra di loro. Negli ultimi anni di instabilità del Medio Oriente alcuni di questi, come i curdi iracheni e quelli siriani, sono riusciti a ritagliarsi ampi spazi di autonomia. I due principali gruppi politici in cui si dividono i curdi turchi sono il Pkk, illegale in Turchia e considerato un gruppo terroristico da Europa e Stati Uniti, e l’Hdp. Quest’ultimo ha spesso svolto la funzione di mediatore con il governo turco e il cessate il fuoco del 2013 è stato raggiunto anche grazie agli sforzi dei leader dell’Hdp.
  4. L’HDP. La Turchia ha una legge elettorale unica: la soglia di sbarramento è fissata al 10 per cento, il livello più alto di tutto il mondo. Secondo storici ed analisti, lo scopo di questo sbarramento era tenere fuori dal parlamento i partiti curdi. Alle elezioni dello scorso giugno l’Hdp è stato il primo partito curdo a riuscire a superare lo sbarramento ed è diventato il terzo partito al Parlamento nazionale. L’Hdp è un partito di sinistra radicale, imparentato con Syriza, che correrà anche alle prossime elezioni anticipate fissate per il primo novembre. I sondaggi danno l’Hdp tra il 12 e il 13 per cento, in leggero calo rispetto a giugno, ma comunque sopra la soglia di sbarramento.
  5. Le elezioni di giugno. Lo straordinario risultato ottenuto dall’Hdp a giugno ha rappresentato una sconfitta per l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan, ex leader dell’attuale partito di maggioranza relativa, l’Akp. Da anni Erdoğan vorrebbe far approvare dal parlamento turco una riforma costituzionale che trasformi il paese in una repubblica presidenziale di tipo francese (secondo i suoi avversari il suo obiettivo è diventare un presidente autoritario come Vladimir Putin). Tutte le opposizioni sono contrarie alla riforma di Erdoğan che ha bisogno di una maggioranza molto netta per essere approvata. A giugno, per la prima volta da un quindicennio, Erdogan non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti e ha mancato questo risultato proprio a causa dello straordinario risultato ottenuto dall’Hdp. Le elezioni anticipate
  6. Secondo molti commentatori Erdoğan ha fatto fallire appositamente i colloqui per formare un governo di coalizione condotti dal primo ministro Davutoğlu in modo da andare il più in fretta possibile alle elezioni anticipate e tentare nuovamente di ottenere una maggioranza assoluta dei voti. Dopo il fallimento dei colloqui, le elezioni sono state fissate per il primo novembre. I critici accusano Erdoğan di aver inasprito il conflitto con i curdi in modo da sottrarre voti all’estrema destra nazionalista e recuperare il consenso necessario a ottenere una nuova maggioranza alle prossime elezioni.

Fonte: Il Post

STATI UNITI: L’ESTREMISMO INTERNO HA FATTO PIU’ MORTI DI QUELLO ISLAMICO

Il paese che più di altri ha lanciato una crociata globale contro l’estremismo jihadista è costretto a guardare dentro i suoi confini e a scoprire che l’estremismo politico interno, dopo l’11 settembre 2001, ha causato più morti sul suolo americano che l’estremismo islamico. Quasi il doppio.
A partire dal 2001, 48 persone sono morte in attacchi da parte degli estremisti di destra, rispetto alle 26 persone che sono cadute vittime di attacchi jihadisti. I suprematisti bianchi, i fanatici e altri estremisti non islamici hanno condotto 19 attacchi sul suolo americano in questo lasso di tempo. Al contrario, ci sono stati sette attacchi mortali da parte di militanti islamici.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, le agenzie di sicurezza nazionale si sono concentrate sulla minaccia del terrorismo islamico, limitando le risorse pubbliche per la lotta contro i gruppi di odio nazionale.
Prima di Charleston, il caso più recente e drammatico di un attacco da parte di un estremista di destra si era verificato nell’agosto 2012, quando il neo-nazista, ex veterano dell’Esercito, Wade Michael Page era entrato in un tempio Sikh in Wisconsin e aveva sparato, uccidendo sei persone e ferendone altre tre prima di essere ucciso dalla polizia.
Nel mese di giugno 2014, Jerad e Amanda Miller, una coppia con idee neonaziste e forti oppositori del governo, sono entrati in una pizzeria a Las Vegas e hanno ucciso due poliziotti che stavano pranzando. La coppia ha lasciato una svastica sui corpi e una nota che diceva: “Questo è l’inizio di una rivoluzione”. La Miller ha ucciso una terza persona in un negozio vicino.
Per non parlare di un altro caso che sarebbe potuto finire in tragedia ad Austin, Texas, quando Larry McQuilliams ha sparato oltre 100 proiettili contro alcuni edifici governativi, tra cui il quartier generale della polizia e il Consolato del Messico. I proiettili non hanno colpito nessuno e McQuilliams è stato ucciso da un agente di polizia, che ha impedito il sospetto di far esplodere una bomba che portava con sé.
Gli estremisti nazionali, riuniti sotto l’egida di organizzazioni della supremazia dei bianchi o che agiscono da soli , generalmente condividono il rifiuto delle minoranze, l’ostilità nei confronti del governo e una strenua difesa del concetto di “cittadino sovrano”.
Chi sono i bersagli dei loro attacchi? Gli agenti di polizia, membri delle minoranze razziali, religiosi e civili casuali.
In un rapporto del 2009, il Department of Homeland Security ha avvertito che la combinazione di una economia debole e l’elezione del primo presidente nero avrebbe potuto scatenare una reazione violenta da parte dei suprematisti bianchi.
Tuttavia, mentre ci sono centinaia di esperti che lavorano nei diversi livelli di governo per svelare le minacce islamiste, ci sono solo decine di analisti federali che monitorano la minaccia nazionale.
Ora, dopo la sparatoria della Carolina del Sud, ci sono state voci che chiedono la stessa determinazione emersa dopo l’attentato di Oklahoma City del 1995 per affrontare il pericolo di avere il nemico in casa
Fonte: www.Lantidiplomatico.it

ATTACCO CONSOLATO USA IN LIBIA (2): INTERVISTA DI ALDO GIANNULI A MICROMEGA

Conversazione con Aldo Giannuli – ricercatore di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano; consulente delle Procure di Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo, nonché della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Stragi (1994-2001); esperto di Servizi Segreti – sugli ultimi sviluppi in Nordafrica e in Medio Oriente, con particolare attenzione agli aspetti che sembrano suggerire, nella vicenda che riguarda la diffusione web del film blasfemo sulla figura del Profeta Maometto, l’ipotesi di un’operazione di Intelligence.

di Michele Marelli

Nella misteriosa vicenda che riguarda il film blasfemo sul Profeta Maometto, le cose che non tornano sono parecchie. La sensazione che si sia cercato di provocare una reazione a tutti i costi è forte…

Camilleri definirebbe l’autore di questo film ‘mastro d’opra fina’. Come prodotto artistico è una schifezza irripetibile, ma come operazione di guerra psicologica è assolutamente impeccabile, da manuale direi.

Stando alla versione ufficiale, dietro a questo film ci sarebbero unicamente tre copti di origine egiziana – Nakoula Basseley Nakoula, Nasrallah Abdelmasih e Morris Sadek. Le sembra un’ipotesi credibile?

Non diciamo cazzate. Per com’è stata concepita e per la raffinatissima sensibilità psicologica dimostrata, si tratta quasi certamente di un’operazione da Servizi Segreti. Quei tre cretini dovrebbero innanzitutto spiegare dove hanno trovato i soldi per fare questo film; ma, in ogni caso, se io – insieme a dieci amici – trovassi dei soldi per girare un cortometraggio con l’obiettivo di prendere a pesci in faccia l’Islam, potrei pure metterlo su YouTube ma non è che automaticamente tutti se ne accorgerebbero. Se aspettassi il passaparola, forse in cinque anni… Se una cosa del genere scoppia in modo così repentino, significa che qualcuno, oltre ad averci messo dei soldi, ha organizzato alla perfezione il lancio del film via web proprio allo scopo di ottenere un’eco mediatica come quella che abbiamo visto.

Pare che il film fosse in rete già dallo scorso giugno e che solo con la comparsa – circa due settimane fa – di una versione sottotitolata in arabo si sia giunti allo scoppio, decisamente repentino, di questa crisi. Strano, se si pensa che in Paesi come la Libia e lo Yemen l’alfabetizzazione si attesta intorno al 50%…

Cerchiamo di capire, innanzitutto, chi ci guadagna. Non può non colpire la coincidenza fra questa crisi e l’avvicinarsi della possibile azione militare israeliana contro l’Iran. Diciamo che la ‘minestra’ era preparata da un po’. Se è vero che il film era stato caricato su YouTube già lo scorso giugno, probabilmente questa cosa era ‘in viaggio’ già dalla scorsa primavera, se non addirittura da prima. Qualche tempo tecnico per preparare questa porcheria ci sarà pure voluto…

Tra l’altro pare che questo misterioso produttore, Nakoula, si sia recato in Egitto alla ricerca di fondi. Sarà un caso, ma la presenza dei Servizi Segreti israeliani in Egitto è un fatto assodato…

Si può dire che lì stiano di casa… L’interesse è chiaramente di chi auspica una frattura fra il Mondo islamico e l’Occidente. È per questo che mi viene da pensare più agli israeliani che agli americani. Questi ultimi puntano, semmai, più a una rottura fra l’Iran e il Mondo arabo, giocando – con l’appoggio dell’Arabia Saudita – sul crinale sunniti-sciiti. Qui invece l’operazione ha mirato a spostare la spaccatura sulla contrapposizione Occidente-Islam: l’intento è inequivocabilmente quello di impedire un ponte col mondo islamico. Per quanto possa sembrare paradossale, gli israeliani sono più interessati a un Medio Oriente fondamentalista che non a un Medio Oriente che evolva verso forme di democrazia più o meno simili a quelle occidentali. In un Medio Oriente tendenzialmente filo-occidentale, democratizzato e secolarizzato, infatti, Israele perderebbe gran parte della sua ragione d’essere.

Quando parla di un coinvolgimento israeliano in questa vicenda, a chi si riferisce?

Parlare di Israele in toto sarebbe un errore. Ho in mente alcuni circoli di destra che, per esempio, non vogliono saperne di alcun processo di distensione coi palestinesi e che premono per un’operazione in Iran. Consideriamo poi un altro fatto: la destra israeliana non ama Obama. Non le sembra strano che questa crisi in Nordafrica e in Medio Oriente sia scoppiata a poco più di un mese dalle Presidenziali americane? Di colpo Obama si è trovato tra le mani, oltre ad un Ambasciatore ucciso in un modo a dir poco atroce, una situazione delicatissima: se non reagisce trasmette un’immagine di debolezza, ma può forse reagire bombardando a cuor leggero le città di un Paese che lui stesso ha contribuito a liberare da una dittatura?

Eppure, stando ai primi sondaggi, sembra che Romney non abbia guadagnato terreno su Obama in questa fase. Anzi, sembra che ci stia addirittura rimettendo…

Romney ci sta rimettendo perché è un inetto. Però, obiettivamente, lo ‘scherzo’ a Obama non è stato carino…

In questa operazione, secondo lei, quali altri attori potrebbero essere in gioco?

Io non escluderei l’ipotesi di una ‘manina’ americana riconducibile a quei settori legati ai petrolieri. L’idea che abbiano dato una mano o che siano essi stessi i ‘committenti’ non è campata per aria. Non vedo, viceversa, la possibilità di coinvolgimenti di altri Servizi Segreti. Nessun Servizio europeo, in un momento di crisi come questo, si prenderebbe la briga di far scoppiare un simile caos. I cinesi? Che interesse vuole che abbiano… I russi? Quelli hanno già tanti problemi coi ceceni e la creazione del nemico americano è roba da URSS, non da Russia di Putin… Gli iraniani…?

Trova così improbabile l’ipotesi di un coinvolgimento dei Servizi Segreti iraniani? In effetti, questa crisi sembra aver ricompattato l’opinione pubblica musulmana contro il comune nemico americano, indipendentemente dalle divisioni fra sunniti e sciiti…

Sì, è vero. Ma un’operazione simile, a tre settimane da un possibile attacco israeliano in Iran, non avrebbe alcun senso. Il tempismo fa pensare agli israeliani, non agli iraniani.

Ha in mente altre possibili ‘regie’?

Si potrebbe anche pensare a un’operazione dei Fratelli Musulmani egiziani organizzata per mettere in crisi l’Esercito e per mobilitare le masse verso un fondamentalismo religioso lontano da uno sbocco di tipo democratico-occidentale. Ma è un’ipotesi poco probabile…

La ‘pista egiziana’ non la convince?

Non è una pista campata per aria, intendiamoci. Tuttavia, i Servizi Segreti egiziani – i cosiddetti Mukhabarat – sono roba seria e, a quanto ne so io, sono controllati dall’Esercito. Se i Fratelli Musulmani si fossero mossi in questo senso (e dubito che siano così ‘raffinati’), i Mukhabarat l’avrebbero scoperto e, a quel punto, l’obiettivo dell’operazione sarebbe stato chiarissimo. Il piano, le garantisco, non sarebbe andato in porto.

Un gioco di sponda fra alcune frange dei Servizi Segreti americani e l’Intelligence israeliana legata alla destra, dunque?

È sicuramente un’ipotesi molto più convincente.

Quando parla di Servizi Segreti israeliani a chi allude?

È sbagliato pensare necessariamente al Mossad. Esistono altri Servizi, come quello dell’Esercito, decisamente più ‘cattivelli’. A confronto, quelli del Mossad sono i ‘buoni’ (quant’è difficile usare quest’espressione…). È l’Esercito che in questa storia ha un interesse maggiore a mantenere una tensione permanente, in modo da restare un’istituzione intoccabile. Fino a quando permarrà una situazione d’emergenza, infatti, l’Esercito potrà fare ciò che vuole.

Torniamo ai tre copti che avrebbero prodotto il film blasfemo su Maometto. È probabile che siano stati usati e che non abbiano la minima idea di chi siano in realtà le persone per cui stanno lavorando?

Quando dico che il regista di questa operazione è ‘mastro d’opra fina’ penso anche alla scelta della ‘faccia’. Tra tutti i possibili ‘candidati’ chi si è deciso di usare per un’operazione di questo tipo? Tre copti. Così magari ci scappa pure un bel massacro dei cristiani in Egitto. Ulteriore motivo per poter dire: «Guardate i musulmani che carogne che sono»… Probabilmente si tratta di tre imbecilli reclutati per l’occasione. Qualcuno avrà detto loro: «Facciamo una cosa contro Maometto» e quelli ci sono cascati in pieno. Se si fosse voluto creare un caos simile in Turchia, a metterci la faccia sarebbero stati sicuramente tre armeni… Sotto questo punto di vista, ripeto, è stata un’operazione perfetta.

Colpisce anche un altro fatto, tralasciato dai più. Si parla di rivolte in tutto il mondo islamico, eppure nella Penisola Arabica – ad eccezione dello Yemen – sembra che non stia succedendo niente. In Arabia Saudita, in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman nessuno si muove in difesa del Profeta…?

Questo ha colpito anche me. Tuttavia, l’Arabia Saudita è un Paese poco popoloso, molto più controllato anche per ciò che riguarda Internet e colpito solo in misura ridottissima dalla Primavera Araba, mentre Qatar ed Emirati sono Paesi ad alto reddito. In più, non dimentichiamo che in quella zona ci sono le basi americane… Diciamo che le condizioni e gli interessi per tenere sotto controllo la cosa ci sono. È la dimostrazione di un fatto: se non si crea un ‘ponte’, la notizia non passa. A colpirmi è anche un altro fatto: a muoversi maggiormente sono stati, guarda caso, i Paesi colpiti dalla Primavera. L’impressione è che si tratti proprio di un’operazione mirata…

Fonte: Micromega del 20 settembre 2012

LIBIA: QUANDO GLI USA TORTURAVANO GLI OPPOSITORI DI GHEDDAFI

L’ultimo rapporto di Human Rights Watch documenta in modo sorprendente come nel giro di brevissimo tempo possano cambiare i rapporti tra gli Stati. Il rapporto rivela che durante l’amministrazione Bush (figlio), in nome della lotta al terrorismo, la Cia torturava e poi consegnava a Gheddafi gli oppositori libici. Durante l’amministrazione Obama però Gheddafi è diventato un nemico ed è stato abbattuto.
“Consegnati nelle mani del nemico” è il titolo del documento di Human Rights Watch che, in 154 pagine, riporta le interviste a 14 ex detenuti e alcuni documenti ritrovati negli uffici dell’ex capo dell’intelligence libica. Gli ex detenuti facevano parte del Gruppo combattente islamico libico, una fazione armata che per 20 anni si è battuta per la destituzione di Gheddafi e che nel 2011, supportata dalla Nato ha contribuito al cambiamento nell’assetto di potere in Libia.
Le rivelazioni di HRW contraddicono palesemente le conclusioni, senza alcuna incriminazione, dell’inchiesta avviata dal procuratore speciale John Durham sui metodi di interrogatorio usati dalla Cia su oltre 100 sospetti terroristi. Le testimonianze di due ex detenuti che denunciano di essere stati sottoposti ad annegamento simulato o altre forme simili di tortura – si legge nel rapporto – smentirebbero le dichiarazioni della passata amministrazione statunitense che ammise l’uso della pratica del waterbording soltanto su tre uomini tenuti in custodia dagli agenti Usa in Polonia e in Tailandia.
Secondo il rapporto di HRW gli Usa assieme a Gran Bretagna, Olanda, Chad, Afghanistan, Mali, Malesia, Marocco, Pakistan e Sudan arrestarono e incarcerarono senza processo numerosi miliziani del Gruppo combattente islamico libico per poi rimpatriarli. Oggi molti di loro occupano posti di rilievo nell’amministrazione della Libia post-Gheddafi.

UCCISIONE OSAMA BIN LADEN: IN UN LIBRO UNA NUOVA VERITA’

Un libro appena pubblicato negli Stati Uniti getta nuova luce sul blitz delle forze speciali americane che nel maggio del 2011 portarono all’eliminazione di Osama bin Laden. A raccontare il blitz è un ex componente della squadra dei Navy seal. Il libro si intitola “No easy day” (“Un giorno non facile”) ed è stato scritto da Matt Bissonnette, 36 anni, componente della squadra di élite della Marina “Seal Team 6”. Bissonnette afferma di essere stato tra i primi ad entrare nella stanza che ospitava Bin Laden dopo l’assalto e di aver visto il capo di Al Qaeda in fin di vita con “sangue e materia cerebrale che fuoriuscivano da un lato del cranio” e due donne in lacrime al suo fianco. Lo stesso autore del libro e un secondo soldato avrebbero poi finito il bersaglio della loro incursione con un’altra serie di colpi al petto. La versione ufficiale è molto diversa: bin Laden sarebbe stato inseguito fin dentro la sua camera da letto mentre era impegnato in una strenua resistenza e quindi abbattuto mentre impugnava un’arma da fuoco. Per Bissonnette, invece, bin Laden “non era pronto a difendersi e non aveva intenzione di combattere”, poiché era chiaramente disarmato. Il che conferma che la missione ordinata da Barack Obama aveva come scopo non la cattura di Bin Laden per sottoporlo ad un regolare processo, ma invece l’eliminazione sommaria dell’obiettivo, anche se disarmato e inoffensivo.
Che l’establishment politico e militare americano non desiderasse ritrovarsi per le mani un detenuto come Osama bin Laden è d’altra parte più che verosimile, dal momento che avrebbe teoricamente potuto rivelare verità scomode sulla nascita di Al-Qaeda o fare luce su elementi ancora oscuri attorno agli attentati dell’11 settembre.

Secondo un e-book scritto da un altro ex membro dei Navy Seal, Matt Bissonnette avrebbe deciso di parlare perché messo fuori dal team dopo che lo scorso anno aveva espresso il desiderio di abbandonare la divisa per avviare un’attività in proprio.

L’amministrazione Obama dal canto suo non è entrata nel merito delle accuse di aver manipolato la ricostruzione del blitz contro bin Laden ma ha fatto sapere che il Dipartimento della Difesa sta valutando l’opportunità di aprire un’azione legale contro Bissonnette, il quale avrebbe dovuto sottoporre il suo manoscritto al Pentagono prima della pubblicazione.

BIN LADEN: QUANDO MORI’ NON ERA PIU’ AL TIMONE DI AL QAEDA

Quando fu ucciso dalle forze speciali americane, il 2 maggio scorso, Osama bin Laden di fatto non era più al timone di Al-Qaeda, pur restandone nominalmente il leader: è quanto emerge dall’analisi dei documenti trovati nel covo di Abbottabad, una cinquantina di chilometri a nord di Islamabad, dove lo “sceicco del Terrore” si nascondeva. Fonti dell’anti-terrorismo Usa, che hanno preteso l’anonimato, hanno riferito che, dopo aver esaminato circa duecento tra taccuini, dischetti per computer, chiavette Usb e hard-disk recuperati dai soldati autori del blitz, ne hanno ricavato la convinzione secondo cui “era già passato un bel pezzo da quando bin Laden non aveva più la gestione quotidiana dell’organizzazione” da lui fondata.

TERRORISMO INTERNAZIONALE: AL QUAEDA HA PERSO ANCHE IL SUO NUMERO DUE

Secondi fonti provenienti dagli Stati Uniti D’America, citate dalla pagina Twitter della tv americana Cnbc, l’organizzazione terroristica internazionale di Al Qaida avrebbe perso l’attuale numero due del movimento, il libico Attiyah Abd Al-Rahman.

L’ex n° 2, sarebbe stato ucciso il 22 Agosto in Waziristan, durante un attacco di un drone contro un veicolo con quattro persone a bordo nell’area di Norwak, nel distretto di Mir Ali. La scomparsa di Al-Rahman, a lungo rappresentante di Al Qaeda in Iran e che era membro del Gruppo combattente islamico libico e di Ansar al-Sunna, rappresenta una grave perdita per l’organizzazione, in quanto il suo attuale leader, Ayman al-Zawahri, contava molto su di lui, come sottolineato da un alto responsabile USA. Sulla testa del terrorista pendeva una taglia di un milione di dollari, prezzo che raccontava bene l’importanza del membro in Al Qaeda: in alcuni documenti trovati nel computer portatile di Bin Laden, sequestrato durante l’attacco del commando dei Navy Seals al rifugio di Abbottabad, emerge tutta la centralità della figura, incaricata numero 1 nel delegare i messaggi di Bin Laden al resto del gruppo terroristico.