LA NEWSLETTER DI MISTERI D’ITALIA N. 159 – novembre – dicembre 2015 (speciale Parigi 13 novembre)

LA NEWSLETTER DI MISTERI D’ITALIA N. 159 – novembre – dicembre 2015 (speciale Parigi 13 novembre)

PARIGI: TRE SETTIMANE DOPO. L’INFERNO CONTINUA

Tre settimane dopo torniamo sugli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 per accorgerci che la verità su come sono realmentre andate le cose è ancora molto lontana, mentre è di una chiarezza lampante e tangibile l’incompetenza e l’incapacità dei servizi di sicurezza occidentali, specie di quelli francesi e belgi.

A proposito dei primi perché, nel silenzio più assoluto dei media, l’inchiesta giudiziaria sull’attacco a Charlie Hebdo e al supermercato kosher di Parigi del gennaio scorso è stata segretata e coperta dal segreto di Stato?

Di che salute gode la tanto sbandierata Coalizione internazionale control’Isis dove dovrebbero convivere due Paesi come Russia e Turchia pronte a darsele di santa ragione?

E di che salute gode il mercato delle armi italiano?

IN QUESTO NUMERO:

  • ATTENTATI DI PARIGI: PERCHE’ ANCORA TANTI “BUCHI NERI”
  • ATTENTATI DI PARIGI (2): DA CINQUE GIORNI L’INTELLIGENCE SAPEVA DEGLI ATTENTATI DEL 13 NOVEMBRE
  • ATTENTATI DI PARIGI (3): PERCHE’ SALAH ABDESLAM VIENE SEGNALATO ALLA POLIZIA SOLO 12 ORE DOPO GLI ATTENTATI
  • CHARLIE HEBDO: PERCHE’ C’E’ IL SEGRETO DI STATO SULL’INCHIESTA GIUDIZIARIA SULLA STRAGE?
  • CHARLIE HEBDO (2): MA A PARLARE DI COMPLOTTO E’ L’ULTIMA COMPAGNA DI CHARB
  • BELGIO: UNA SICUREZZA INCAPACE TENTA DI PARALIZZARE BRUXELLES. MA NON CI RIESCE.
  • COALIZIONE: SCENARI FUTURI. L’INCREDIBILE INTRECCIO DI INTERESSI DIVERSI
  • COALIZIONE (2): MA INTANTO L’ARABIA SAUDITA E I PAESI DEL GOLFO SI OCCUPANO SOLO DELLO YEMEN
  • COALIZIONE (3): L’ISIS SI RIORGANIZZA SUL TERRENO
  • COME CHIAMARLI: IS, ISIS O DAESH?
  • ARMI ITALIANE: IN CINQUE ANNI ESPORTATI 4,8 MILIARDI DI ARMI IN NORDAFRICA E MEDIO ORIENTE
ATTENTATI DI PARIGI: PERCHE’ ANCORA TANTI “BUCHI NERI”

ATTENTATI DI PARIGI: PERCHE’ ANCORA TANTI “BUCHI NERI”

A più di 20 giorni dalla serie di attentati a Parigi che ha fatto 130 vittime sono ancora troppe le cose che l’inchiesta giudiziaria in corso non è riuscita a chiarire.

La prima cosa che non convince è che a combinare un simile disastro oltre mezz’ora siano stati solo 8 terroristi di cui almeno cinque si sono limitati a farsi saltare in aria, uccidendo soltanto una persona.
Ci sono poi le contraddizioni: un giornalista italiano molto noto, Giuliano Ferrara, che vive a Parigi, ha scritto della sua disavventura. Alle 19.50 del 13 novembre stava viaggiando su un autobus della linea 47 quando, giunto a Chatelet, nodo importante, nella rete dei trasporti parigini, il bus si è fermato, ha fatto scendere tutti i passeggeri ed è tronato indietro. Il motivo: ragioni di polizia. Eppure manca ancora un’ora e mezza al primo attacco allo stade de France. Forse che la polizia aveva sentore di qualcosa?

Ora Parigi è la città più sorvegliata del mondo
Ora Parigi è la città più sorvegliata del mondo

Altre domande:
1) di guardia il 7 gennaio scorso alla redazione di Charlei Hebdo – già preso di mira da attentati islamici – c’era solo una guardia armata (poi uccisa dagli attentatori). Al Bataclan, di proprietà di due ebrei – e quindi di per sé obiettivo sensibile – le guardie giurate erano due, subito eliminate. Perché tanta ripetuta sottovalutazione?
2) Il governo francese nelle ore successive agli attentati ha dovuto ammettere: “Sapevamo che si stavano preparando attentati e non solo in Francia”. Quali contromisure erano state prese?
3) Quattro servizi segreti (Arabia saudita, Turchia, Iraq e Algeria) tutti del mondo musulmano avevano informato quelli francesi che qualcosa si stava preparando. Nessuno ha spiegato se si sia trattato di allarmi generici o precisi?
4) Solo il 17 novembre, quattro giorni dopo gli attentati di Parigi, è merso che da tempo non esiste alcun coordinamento tra i servizi segreti francesi e quelli belgi. In altre parole la DGSI francese non parla con la SRGS del Belgio. E’ normale?
5) Entrambi i servizi (DGSI e SGRS) però conoscevano tutti e 8 gli attentatori fin qui identificati. Ognuno di loro aveva addirittura un fascicolo intestato. Cinque di loro avevano combattuto in Siria, mentre due erano già stati arrestati per reati comuni e quindi schedati. In Belgio la Commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti ha aperto un’inchiesta. E in Francia?
6) Uno dei kamikaze che si sono uccisi nell’assalto (tardivo) allo Stade de France, Ismail Mostefai, era schedato in Francia da ben cinque anni. Eppure nel 2013 era potuto andare in Siria per tornare in Francia nella primavera del 2014 senza subire alcun controllo. I servizi turchi hanno affermato di aver avvisato i colleghi francesi degli spostamenti di Ismail nel dicembre del 2014 e nel giugno 2015 senza ricevere alcuna richiesta di approfondimento.
7) Samy Amour, uno degli assalitori del Bataclan, era stato arrestato nel 2012 con l’accusa di attività terroristiche. Nel 2013, scarcerato era scomparso ma era stato colpito da un mandato di cattura internazionale. Nel 2014 era stato segnalato in Siria dove il padre (ma nessuna polizia) lo aveva raggiunto per convincerlo ad abbandonare l’Isis. Come ha fatto Amour a rientrare in Francia senza essere notato?
8) Nella loro rivendicazione i terroristi dell’Isis sostengono di aver colpito anche nel 18/mo arrondissement dove invece non è accaduto nulla. Che significa? C’è una cellula che non è riuscita ad entrare in azione e che ora è libera di agire?

 

ATTENTATI DI PARIGI (2):  CINQUE GIORNI PRIMA L’INTELLIGENCE SAPEVA DEGLI ATTENTATI DEL 13 NOVEMBRE

ATTENTATI DI PARIGI (2): CINQUE GIORNI PRIMA L’INTELLIGENCE SAPEVA DEGLI ATTENTATI DEL 13 NOVEMBRE

La prima pagina di Le Monde riporta una notizia che potrebbe far sorgere molti dubbi sul lavoro dei servizi segreti francesi: “Già dall’otto ottobre l’intelligence sapeva degli attentati”. In più, gli 007 avrebbero anche saputo che uno dei luoghi colpiti sarebbe stata una sala per concerti. Una indiscrezione che fa dire al quotidiano francese che i serivzi di sicurezza francesi “nonostante le informazioni in loro possesso, non sono riusciti a fermare il commando”.

Era infatti datato 8 ottobre 2015 un documento interno del ministero della Giustizia il quale parlava di una serie di possibili attacchi, di cui uno compiuto in una sala per concerti. Gli attentati sarebbero stati ideati – come poi è accaduto – da Abdelhamid Abaaoud, uno dei terroristi uccisi dalla polizia a Saint Denis.

Una scena del massacro di Parigi
Una scena del massacro di Parigi

Ma allora perché non si è agito? Il prestigioso quotidiano parigino cerca di minimizzare il problema, sostenendo che esso va ricercato nella enorme massa di informazioni che l’intelligence francese deve trattare e del numero di persone che vanno tenute sotto controllo. Una mole di lavoro probabilmente eccessiva. Le Monde, contraddicendosi, interviene anche nel dibattito, delicatissimo, che prevede una costrizione delle libertà individuali in cambio di un’efficace lotta al terrorismo. A complicare il lavoro dei servizi segreti francesi – secondo il giornale – sarebbero anche le leggi che regolano il funzionamento di uno stato democratico e che impediscono una raccolta dati tale da permettere di seguire più di 10mila persone che hanno legami sospetti con la Siria. Ma se il problema è la mole di informazioni a fronte dell’esiguità delle forze dell’intelligence, non basterebbe rafforzare quest’ultima?

ATTENTATI DI PARIGI (3): PERCHE’ SALAH ABDESLAM VIENE SEGNALATO ALLA POLIZIA SOLO 12 ORE DOPO GLI ATTENTATI

ATTENTATI DI PARIGI (3): PERCHE’ SALAH ABDESLAM VIENE SEGNALATO ALLA POLIZIA SOLO 12 ORE DOPO GLI ATTENTATI

A dimostrazione del fatto che il problema è meno semplicistico di come lo pone Le Monde c’è quanto scrive l’ANSA da Parigi. L’agenzia di stampa, solitamente molto cauta nei toni specie per fatti d’oltralpe, sostiene che ad essere fragile è soprattutto “il contesto ormai ricostruito fin nei minimi particolari di un Abdeslam Salah che – in fuga da Parigi – viene fermato sabato mattina (il giorno dopo gli attentati. NdR) da una pattuglia della stradale mentre fa ritorno verso casa, a Bruxelles”. Sono le 9.10, l’auto è una Golf grigia. Dentro ci sono due persone partite alle tre del mattino dal Belgio per andare a Montreuil e riportare a casa Abdeslam Salah, l’unico conosciuto dei commando operativi a Parigi che non sia stato ucciso o non si sia fatto saltare. Salah ha appena parcheggiato in quella banlieue parigina la Seat nera degli agguati ai ristoranti, la sua ultima tappa nella capitale è stata il Comptoir Voltaire, ristorante dove ha scaricato il fratello che si è fatto esplodere al tavolo dopo aver ordinato.
Dodici ore dopo, la Golf grigia con i tre individui viene fermata dalla polizia stradale a Cambrai che non si trova alla frontiera con il Belgio, come spesso ripetuto in questi giorni, bensì a 56 chilometri di autostrada dalla prima località belga, dove in questi giorni hanno ripristinato i controlli alla frontiera, Hensies. A circa 45 minuti di strada all’interno della Francia, quindi, la Golf viene fermata, i tre vengono fatti scendere, mostrano i documenti ai gendarmi, che li controllano. Poi, secondo fonti dell’inchiesta contattate dall’ANSA, gli agenti telefonano per essere certi che, nel gravissimo contesto di quelle ore, i tre possano essere lasciati ripartire. La risposta è: nulla osta. Così, la Golf con Abdeslam Salah riparte verso il Belgio. Quando arriverà a destinazione – e la polizia belga li raggiungerà – il ricercato numero uno sarà già in fuga.
Dopo 12 ore, quindi, l’identità di colui che ha guidato l’auto in missione suicida a Parigi, dopo aver a suo nome noleggiato la Seat in Belgio, non era stato trasmesso per segnalazione ai gendarmi sulla strada fra Parigi e il Belgio. Non solo, ma – secondo le stesse fonti contattate dall’ANSA – la Golf era stata anche ‘flashata’ dall’Autovelox della A2, sia all’andata sia al ritorno.
Anche nel caso di Charlie Hebdo, clamoroso fu il flop della sicurezza, che una settimana prima della strage aveva fermato Amedy Coulibaly – ritenuto il killer di una poliziotta e di 4 persone all’ipermercato kosher – per un controllo. Anche in quel caso il sospetto era a bordo di una Seat. Schedato dall’antiterrorismo, venne lasciato inspiegabilmente ripartire.
E noi sottolineiamo INSPIEGABILMENTE.

CHARLIE HEBDO: PERCHE’ C’E’ IL SEGRETO DI STATO SULL’INCHIESTA GIUDIZIARIA SULLA STRAGE?

Una manifestazione a Parigi dopo la strage di Charlie Hebdo
Una manifestazione a Parigi dopo la strage di Charlie Hebdo

Perché il 23 ottobre 2015, cioè appena 20 giorni prima della strage di Parigi, le autorità francesi hanno deciso di porre il segreto di stato sulla strage di Charlie Hebdo e il successivo assalto al supermercato kosher della capitale francese?
Il 7 gennaio scorso, dopo aver attaccato la sede del quotidiano satirico, uccidendo diverse persone, due terroristi erano fuggiti, ma nel farlo avevano dimenticato un documento di riconoscimento nella macchina usata per la fuga. Grazie a questo ritrovamento – i terroristi dimenticano sempre almeno un loro documento d’identità, era successo l’11 settembre 2001 a New York, accadrà ancora il 13 novembre 2015 a Parigi – gli investigatori erano risaliti in pochi istanti a tre terroristi di origine islamica: i fratelli Kouachi, Said e Chérif e Amedy Coulibaly. Mentre il terzo era stato ucciso durante l’irruzione in un supermercato kosher parigino, gli altri due erano stati colpiti a Dammartin vicino a Parigi. Le sparatorie erano avvenute in contemporanea tre giorni dopo l’assalto a Charlie.
Durante l’inchiesta erano emersi particolari inquietanti come quello relativo alle armi denunciato dal quotidiano francese La Voix du Nord secondo cui le armi usate dai terroristi facevano parte di uno strano stock destinato ad una misteriosa – così scriveva il giornale, mai smentito – “rete costituita da forze dello Stato”.
Sulle armi, comunque, l’inchiesta è stata tutt’altro che chiara. La relazione tecnica sulle armi consegnata ai magistrati il 20 gennaio 2015, 13 giorni dopo la strage di Charlie Hebdo, non diceva nulla sulla loro provenienza. Ma la magistratura di Lille aveva scoperto che quattro giorni prima l’Europol aveva consegnato allo Sdat (una sorta di polizia politica francese, paragonabile alla nostra Digos) un’informativa in cui si diceva che le armi «sono state acquistate dall’azienda slovacca Agf Security da una ditta di Lille che fa capo a Claude Hermant». Costui è un informatore dei servizi segreti francesi.
Ora con la segretazione imposta dal ministro dell’Interno Cazeneuve i giudici non potranno più indagare sulla strage di Charlie Hebdo ed anche l’inchiesta sulla morte di Amedy Coulibaly è stata bloccata. Quest’ultimo era entrato nel supermercato kosher armato di un mitra Skorpion, un fucile d’assalto Vz 58 (simile al Kalashnikov) e due pistole Tokarev. Anche queste sono armi di provenienza cecoslovacca che in Francia, ovviamente, non sono in vendita. Su questo aspetto stava indagando la magistratura francese quando è calata la mannaia del segreto di stato. Perché? Forse i giudici si stavano avvicinando troppo alla verità? E quale potrebbe essere la verità?
Secondo il sito “Mediapart”, “poliziotti di Lille e uno dei loro informatori sono al centro del traffico d’armi con cui è stato armato Coulibaly… la loro posizione è abbastanza delicata da indurli a trincerarsi dietro il “sècret défense””, appunto il segreto di stato. In altre parole l’ipotesi più concreta è che lo Stato francese si sarebbe occupato di armare giovani francesi d’origine islamica da impiegare in Siria in funzione anti – Assad. A questo punto è chiaro che i fratelli Kouachi, e quasi certamente anche Coulibaly, siano stati arruolati a Parigi per andare a combattere in Siria. Ma che poi abbiano usato le armi anche per la doppia strage di Parigi. Di loro iniziativa o dirottati da qualcuno?

CHARLIE HEBDO (2): MA A PARLARE DI COMPLOTTO E’ L’ULTIMA COMPAGNA DI CHARB

di Tullio Giannotti – ANSA

Dieci mesi dopo la strage, il 18 ottobre, è stato nella redazione di Charlie Hebdo, che è spuntata la tesi del complotto.
Se ne è fatta portavoce Valerie, l’ultima donna che fu accanto a Charb, il vignettista simbolo e direttore della rivista. Parla di soldi, di molti soldi che Charb stava ottenendo da misteriosi “uomini d’affari mediorientali” per colmare il buco di 200.000 euro che avrebbe condannato a morte la rivista.
E’ rimasta piuttosto nell’ombra finora, ma è stata lei, Valerie, l’ultima a parlare con Charb. Da quattro anni avevano una storia, ma lui ci teneva a rimanere single. Era estranea al giornale e forse anche per questo il vignettista si confidava con lei. Ora – sempre sotto anonimato – racconta per la prima volta tutti i suoi dubbi e chiede di conoscere la verità. Dice di aver esposto fatti “inquietanti” alla polizia ma che gli inquirenti non ne avrebbero tenuto conto. In redazione, qualcuno però parla di affermazioni “campate in aria”.

Stéphane Charbonnier, in arte Charb, direttore di Charlie Hebdo
Stéphane Charbonnier, in arte Charb, direttore di Charlie Hebdo

“Nell’autunno 2014, lo stato delle finanze del giornale era catastrofico – racconta Valerie al quotidiano Le Parisien – Charb mi diceva che doveva trovare 200.000 euro entro la fine dell’anno per non chiudere baracca nel 2015. S’è messo a cercare soldi un po’ dappertutto, senza troppo parlarne ai suoi amici di Charlie. In questa ricerca, è stato messo in relazione con molte persone diverse, fra le quali alcuni uomini d’affari, in particolare del Medio Oriente. Il giorno prima dell’attentato, Charb mi ha detto che era riuscito a trovare il denaro che mancava”.
“Dove si trova questo denaro – si chiede Valerie – e come è stato consegnato? Può esistere un legame con quello che successe quel 7 gennaio?”. Valerie sembra essere più che propensa a pensare di sì. Anche perché, racconta, Charb – alla sua domanda su dove avesse trovato quei soldi – rispose: “Sono i frutti delle serate in cui ho fatto il cascamorto con quei ricchi”. A pagare sarebbe stata una persona che lui, Charb, indicava alla sua donna come “il contatto”. La mattina della strage, aggiunge Valerie, Charb scese dal fornaio sotto casa – nel quartiere parigino di Montorgeuil – e risalì molto inquieto per la presenza “di una Renault o una Peugeot, nera, con i vetri oscurati”.
“Il sabato dopo il dramma – continua Valerie, riportando a galla un ennesimo episodio che, afferma, sarebbe stato sottovalutato dalla polizia – sono tornata con il fratello di Charb e qualche amico stretto nell’appartamento. Erano entrati, avevano messo tutto sottosopra, portato via delle cose fra cui dei disegni e il suo computer. Il pc era indispensabile, conteneva elementi utili all’inchiesta”.
Dopo le dispute interne per questioni finanziarie e l’uscita dal giornale satirico di firme importanti, le polemiche per la copertina con la vignetta del bambino morto sulla spiaggia in Turchia e l’unanime condanna per l’ultima con Nadine Morano – dissidente del partito di Nicolas Sarkozy – ritratta come una donna down – Charlie Hebdo è sempre più nella bufera. Il complotto ipotizzato da Valerie semina nuovi dubbi e incertezze su un evento che suscitò in poche ore una reazione di solidarietà su scala mondiale.

 

 

 

BELGIO: UNA SICUREZZA INCAPACE TENTA DI PARALIZZARE BRUXELLES. MA NON CI RIESCE.

Bruxelles: controlli nel centro della città.
Bruxelles: controlli nel centro della città.

Eravamo a Bruxelles tra il 21 ed il 25 novembre nei giorni che la stampa internazionale descriveva come i giorni del terrore, quando nella capitale europea il livello di allerta è stato alzato al massimo, con scuole, metropolitane, luoghi di grande ritrovo chiusi, parchi compresi.
Possiamo testimoniare dell’assoluta esagerazione di cui si è nutrita l’informazione mondiale e quella italiana in particolare che pure nella capitale belga aveva fior di inviati, ma tutti pronti a drammatizzare.
Bruxelles era di certo una città a disagio ma mai, neppure per un istante, una citta bloccata, paralizzata, in stato di assedio o in preda alla paura. La gente ha continuato a lavorare e a vivere, nei limiti del possibile, senza cambiare il proprio stile. Le strade non sono mai state deserte, neppure di notte. La cappa della paura non ha mai avvolto, neppure alla lontana, Bruxelles.
Quello che la stampa mondiale non ha invece raccontato è che quei giorni sono stati il frutto di un’assoluta incapacità e dell’assoluto fallimento della polizia e dei servizi segreti belgi, impegnati soltanto a respingere un possibile assalto mediatico nei loro confronti. Alziamo l’allarme al massimo così, qualsiasi cosa accada, nessuno potrà incolparci di negligenza. E così in un Paese abitato da appena 11milioni di cittadini, ben 6 diverse polizie si sono messe a caccia di un fantasma impendibile, concentrandosi nella sua capitale di poco più di un milione di abitanti, divisa però in 19 circoscrizioni alla testa di ognuna delle quali c’è un borgomastro con poteri assoluti. Alla faccia del decentramento amministrativo.
Un fantasma che era entrato ed uscito dal Paese a suo piacimento già un’infinità di volte. Un fantasma che ha costretto il governo belga ad inventare di sana pianta attentati sventati (Dove? Quando?) e a dichiarare la propria impotenza coperta da un tentativo di stato assedio, peraltro fallito, con arresti in massa di persone (di origine araba) che venivano rilasciate il giorno successivo. Il fantasma Salah Abdeslam viveva a Moelbeek, un quartiere povero nel semicentro di Bruxelles, a forte presenza di immigrati, il luogo che sempre la stampa internazionale ha dipinto come fosse Gomorra. Ha partecipato alla notte di sangue del 13 novembre a Parigi. E’ fuggito con grande semplicità. Forse è stato proprio lui a lasciare una cintura da kamikaze in un cassonetto nella zona degli attentati. Ma l’idea che quella cintura fosse ancora con lui ha seminato il panico tra le forze di sicurezza del Belgio.
Sta di fatto che polizia e servizi segreti belgi, pur tenendo un intero Paese prono alle proprie incapacità, hanno fatto un immenso buco nell’acqua, mostrando la loro falla principale: l’assoluta mancanza di coordinamento non solo con le altre intelligence, ma addirittura all’interno delle sue sei polizie: basti pensare che quella vallone non comunica con quella fiamminga.
Il tutto in un Paese grande poco più della Lombardia che però ospita 800 combattenti dell’Isis che hanno lasciato il Belgio per recarsi in Siria e poi fare tranquillamente ritorno alle proprie case. 800 combattenti assolutamente incontrollati. E per la confusa polizia belga assolutamente incontrollabili.
L’ultimo episodio che ha ulteriormente ridicolizzato la sicurezza belga è avvenuto il 26 novembre: bloccata l’autostrada Bruxelles – aeroporto di Charleroi per isolare un quartiere in un cui era stata indicata la presenza del terrorista in fuga. Risultato: rien de rien. Come sempre.

COALIZIONE: SCENARI FUTURI. L’INCREDIBILE INTRECCIO DI INTERESSI DIVERSI

Putin, Cameron, Obama e Hollande

Se non si trattasse di una tragedia come una guerra, potremmo di dire che contro l’Isis si sta schierando una vera e propria Armata Brancaleone.
Sulla carta la coalizione anti-Isis è composta da più di 20 Paesi. Ma al momento, effettivamente impegnati in Siria, ma solo dall’alto dei cieli, sono:

1) Russia (interessata a salvare Assad e a conservare in Siria i due porti di cui dispone, unici accessi al Mediterraneo rimasti dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica).
2) Francia e Stati Uniti, ambedue intenzionati ad abbattere il regime di Assad.
3) A terra, ma molto limitatamente e lungo i propri confini, agiscono solo i Curdi che vivono in Turchia e quelli del Kurdistan siriano. Assieme all’Esercito siriano di Assad ci sono per ora solo piccole milizie di Hezbollah libanese e di iraniani. Poca cosa.
E tutti gli altri Paesi?
Per illustrare possibili e probabili scenari futuri dobbiamo tenere conto di una frase scritta di recente da un’analista serio e realista come Sergio Romano: “Quanto più l’Isis appare pericoloso e minaccioso, tanto meno le democrazie sono disposte a rischiare la vita dei loro soldati”. Le lezione afghana e irachena sono state molto utili alle democrazie occidentali. In Afghanistan, dopo 14 anni di guerra, i talebani controllano un territorio maggiore di quello che controllavano l’11 settembre 2011. L’Iraq è oggi, dopo l’aggressione anglo-americana, completamente destabilizzato e per metà nelle mani dell’Isis.

Putin, Cameron, Obama e Hollande
Putin, Cameron, Obama e Hollande

1) Paesi europei: solo Gran Bretagna e Germania hanno appena ottenuto dai rispettivi parlamenti il via libera per operazioni militari dall’alto. La Gran Bretagna fornirà alla coalizione solo quattro caccia e una nave, mentre la Germania – che ne ha forniti altrettanti – non può però bombardare ma solo fare ricognizioni aeree. Olanda e Belgio forniranno solo assistenza militare, mentre tutti gli altri Paesi, Italia compresa, restano alla finestra o al massimo forniranno truppe di peacekeeping per sostituire i francesi negli scenari mondiali, Mali e Libano in primo luogo.
2) Turchia: è ora nell’occhio del ciclone per le pesanti accuse rivolte da Mosca circa gli affari dei familiari del premier Erdogan con l’Isis in materia di contrabbando di petrolio e finanziamenti al califfo. La Turchia, comunque, sembra più interessata a risolvere con le armi l’annosa questione curda che a combattere l’Isis.
3) Israele: ha già gridato a squarciagola che il nemico principale è l’Iran e quindi un suo impegno militare sembrerebbe escluso ma così non è. Come riporta l’agenzia Nena news, il canale 2 israeliano ha riferito che i jet di Tel Aviv hanno compiuto alcuni raid nella notte del 3 dicembre scorso vicino a Damasco. Target dei bombardamenti, afferma la rete televisiva, sarebbe stato un convoglio di 4 camion che trasportavano missili e che erano appena usciti da una base militare. Questi raid giungono a pochi giorni dall’ammissione di Netanyahu secondo cui, “di tanto in tanto”, l’aviazione israeliana opera in Siria per prevenire il trasferimento di armi in Libano. Ammettendo per la prima volta che lo stato ebraico sta intervenendo militarmente nel Paese arabo, il leader della destra israeliana ha spiegato come i bombardamenti aerei siano finalizzati ad impedire che si apra un fronte contro Israele, quello che «l’Iran sta cercando di costruire sul Golan». L’obiettivo, ha sottolineato, è “contrastare il trasferimento di particolari armi dannose dalla Siria al Libano. Continueremo a farlo”.
Israele è impegnato in modo ampio e da lungo tempo in Siria, anche se in maniera ambigua e solitamente di nascosto ma focalizza il suo intervento militare sulle regioni meridionali del Paese arabo. Inoltre Israele intrattiene contatti regolari con gruppi armati che combattono contro Damasco. Un rapporto delle Nazioni Unite riferì un anno fa che le Forze di Disimpegno degli Osservatori delle Nazioni Unite (Undof), schierate lungo le linee di armistizio del Golan, avevano registrato relazioni frequenti tra ufficiali israeliani e miliziani siriani che combattono contro Damasco.
4) Canada: ha annunciato il suo disimpegno da operazioni militari in Siria.
5) Ci sono poi i Paesi del Golfo che prediligono come obiettivo lo Yemen.

COALIZIONE (2): MA INTANTO L’ARABIA SAUDITA E I PAESI DEL GOLFO SI OCCUPANO SOLO DELLO YEMEN

di Bruce Riedel (al-Monitor)

Roma, 20 novembre 2015 Nena News – Sulla scia degli attacchi dello Stato islamico nella penisola del Sinai, a Beirut e a Parigi, c’è un urgente bisogno di mobilitare risorse per affrontare la minaccia rappresentata dall’Isis, in particolare nel mondo arabo. Invece, l’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo stanno dedicando tutte le loro risorse e i loro sforzi a una complicata e costosa campagna militare in Yemen.
Quando la campagna aerea contro l’Isis è iniziata, più di un anno fa, la Royal Saudi Air Force è stata una delle prime partecipanti. Eppure, non vola in missione contro obiettivi Isis da settembre, secondo il New York Times. Il Bahrain ha effettuato una missione area contro lo Stato islamico nel mese di febbraio. Gli Emirati Arabi Uniti si sono fermati a marzo, mentre la Giordania ha smesso nel mese di agosto.
Non c’è stato alcun annuncio ufficiale o pubblico della ritirata. Tutti i governi arabi ribadiscono la loro ferma opposizione all’Isis. Questa settimana, i grattacieli di Riyadh si sono tinti dei colori della bandiera francese per esprimere solidarietà con Parigi. Re Salman bin Abdul Aziz Al Saud ha detto al presidente Usa Barack Obama, ad Ankara, che l’Arabia Saudita avrà un ruolo importante in Siria. Ma, nella pratica, i funzionari militari americani riferiscono che la guerra nello Yemen ha lentamente portato via la forza aerea araba dalla lotta contro i terroristi in Siria e in Iraq. Lo Yemen è la priorità, anche se di tanto in tanto vengono effettuate operazioni simboliche per colpire obiettivi Isis.
L’assenza di forze aeree arabe ha creato un vuoto politico – non militare – anche se la Russia, la Francia e l’America sono pienamente in grado di condurre una guerra aerea contro l’Isis. Alla coalizione manca però la risposta musulmana all’auto-proclamato “califfo Ibrahim.” Si tratta di uno spreco di risorse simbolicamente importanti.
La guerra è anche costosa. Nessuna stima ufficiale dei costi delle operazioni militari è stata ancora rilasciata, ma in questo momento devono essere utilizzati decine di miliardi in armamenti, manutenzione e altre spese.

Il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdul Aziz Al Saud
Il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdul Aziz Al Saud

Ad esempio, questa settimana, il Pentagono ha annunciato la vendita di 1,29 miliardi di dollari in munizioni e attrezzature associate per rifornire l’aviazione saudita delle bombe utilizzate nella campagna in Yemen. La vendita fornisce qualcosa come 20 mila nuove munizioni in sostituzione di quelle già usate. Anche il Regno Unito, un’altra fonte importante nel magazzino degli aerei di Riyadh, sta reintegrando le scorte usate dai sauditi. Amnesty International e Human Rights Watch hanno sollevato domande circa l’uso di queste armi e su possibili crimini di guerra.
L’Arabia Saudita è stata ripetutamente presa di mira dall’Isis, che ha effettuato attentati suicidi sia in Arabia Saudita che in Kuwait. E promette di rovesciare la Casa dei Saud e di issare le bandiere nere sopra la Mecca. Centinaia di cittadini sauditi stanno combattendo con il gruppo terroristico in Iraq e Siria, mentre la Giordania è stato un obiettivo dell’Isis, con uno dei suoi piloti chiuso in una gabbia e bruciato vivo dai miliziani del Califfato. Questi Stati hanno quindi un interesse in questa guerra.
Ma l’attenzione e le risorse di Riyadh sono focalizzate sullo Yemen, su una guerra in situazione di stallo. Dopo alcuni successi durante l’estate, la coalizione a guida saudita aveva promesso di riconquistare Sanaa, capitale dello Yemen, entro questo autunno. La cosa sembra improbabile oggi. La guerra si è trasformata anche in una catastrofe umanitaria per 25 milioni di yemeniti, con il protrarsi di un blocco che impedisce la fornitura di cibo e medicine alla popolazione.
La cosa peggiore è che i principali beneficiari della guerra finora sono al-Qaeda e l’Iran. Al-Qaeda ha preso il controllo di gran parte del sud-est dello Yemen dall’inizio della guerra. Le sue bandiere nere sventolano su Aden, la capitale provvisoria del governo filo-saudita. Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) è cresciuta sempre di più. Questo è un segno preoccupante per coloro che ora promettono di sconfiggere l’Isis.
L’Iran sta lottando fino all’ultimo houthi, ridendo dei sauditi e degli emiratini, mentre questi spendono risorse in quello che Teheran spera sarà un pantano senza fine. L’Iran guadagna in Iraq e Siria dal dirottamento delle forze sunnite nello Yemen.
Washington e Parigi hanno entrambi fatto troppe concessioni alla missione di Riyadh nello Yemen, in quanto entrambi hanno ospitato il ministro della Difesa saudita, il principe Mohammed bin Salman – il trentenne architetto della guerra in Yemen – e hanno fatto troppo poco per porre fine a questo disastro. Possono fare pressioni, insieme a Londra, in quanto controllano l’oleodotto di rifornimento militare dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, ma i loro tentativi poco convinti di avviare un processo politico si fanno ora molto più urgenti. Entrambe le parti hanno accettato la mediazione delle Nazioni Unite e la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu per un cessate il fuoco, ma il conflitto si trascina senza sosta.
Dopo il massacro di Charlie Hebdo nel mese di gennaio, si era levato un coro di minacce ai terroristi in Yemen: avrebbero ricevuto una risposta globale. Invece sono più forti che mai e lo Yemen è diventato un altro campo di battaglia nella guerra settaria fra sunniti e sciiti che sta devastando il mondo islamico.

(Traduzione a cura di Giorgia Grifoni)

COALIZIONE (3): L’ISIS SI RIORGANIZZA SUL TERRENO

Cobattenti dell'Isis.
Combattenti dell’Isis.

di Chiara Cruciati (il manifesto)

Erbil (Kurdistan), 19 novembre 2015 – L’intensità della reazione congiunta di Francia e Russia cambia i piani dello Stato Islamico. Ieri l’Osservatorio Siriano per i diritti umani riportava del trasferimento di molti miliziani e delle loro famiglie dalla “capitale” Raqqa verso l’irachena Mosul. Tra loro anche leader del gruppo, in fuga dopo l’uccisione di 33 islamisti negli ultimi bombardamenti.
Non si pensi ad una ritirata: chi resta a Raqqa si sta organizzando. Avrebbero lasciato le postazioni note, campi di addestramento, quartier generali, più volte target dell’aviazione francese, per nascondersi tra i 350mila civili rimasti, nei quartieri abitati, nelle case abbandonate da chi fuggì un anno fa. Una mossa che si accompagna al controllo delle strade in uscita da Raqqa: ai residenti, che nei giorni scorsi hanno cercato riparo nelle campagne, ora viene impedito di andarsene.
A raccontare ai media la vita a Raqqa sono i rifugiati all’estero, in costante contatto telefonico con amici e parenti rimasti in Siria, visto che internet è stato bloccato dagli uomini di al-Baghdadi: il califfato si attenderebbe un’invasione via terra da parte di forze kurde (la nuova formazione Forze Democratiche sostenute dalla coalizione) e non meglio definite forze arabe, forse le milizie anti-Assad da anni finanziate dall’Occidente.
Di certo Raqqa è nel mirino e l’Isis ne è consapevole: le forze kurde siriane hanno strappato agli islamisti la città di Hol e stanno ora marciando verso Shaddadeh, a sud di Hasakah e 150 km a est di Raqqa, speculare a Sinjar in Iraq. Se presa, i kurdi delle Ypg e i peshmerga assumerebbero il controllo di entrambe le zone di confine, irachena e siriana, il corridoio di territorio prima usato dallo Stato Islamico per muovere uomini, armi, petrolio di contrabbando. Si aprirebbero di fronte ai kurdi siriani le montagne di Abdul-Aziz, primo passo verso la “capitale” islamista.
Lo Stato Islamico non può attendere oltre: si starebbe preparando ad un eventuale scontro diretto, ponendo difese intorno alla città e impedendo la fuga ai civili, potenziali scudi umani. Si mescolano alla gente, evitano di utilizzare i veicoli militari durante le ore notturne, si muovono a piedi nei vicoli di Raqqa per non essere localizzati. Scavano tunnel e trincee, raccontano gli attivisti presenti in città, e hanno posto contenitori pieni di carburante lungo il perimetro esterno, da incendiare in caso di un attacco da fuori.
Prendono precauzioni: dopotutto 33 miliziani uccisi in tre giorni non sono molti e confondersi ai civili potrebbe in parte frenare la risposta aerea occidentale, che in questi giorni si è concentrata su zone non abitate e su centinaia di camion di greggio. I leader hanno preferito spostarsi a Mosul, meno seguita dalla coalizione internazionale, ma che ora potrebbe tornare nel mirino. La seconda città irachena è quasi del tutto circondata: Sinjar a ovest, Erbil a est, e la via verso la Siria tagliata a metà dalla presenza peshmerga.
I limiti nella reazione, però, sono di nuovo dettati dalle frizioni interne al fronte anti-Isis: (…) il ministro degli Esteri russo Lavrov è tornato a criticare la strategia Usa, definendola contradditoria: «Vogliono pescare un pesce senza bagnarsi i piedi». Al centro resta il presidente siriano Assad, che gli Stati uniti non intendono facilitare con i raid, mentre i russi lo sostengono bombardando le zone delle controffensive.
Ma, raid o meno, il problema resta la limitatezza della risposta globale al califfato. In un anno e mezzo non sono state prese misure concrete per scalfire le sue ingenti entrate finanziarie, a partire dalle vendita di petrolio sottobanco e dalle ricche donazioni di simpatizzanti privati nel Golfo: secondo uno studio della Reuters, l’Isis gode di un patrimonio di 2mila miliardi di dollari, derivanti da contrabbando di greggio, controllo delle risorse naturali e minerali, estorsioni, tasse. Troppo denaro per restare fuori dal sistema finanziario mondiale.
Allo stesso modo non si è mai lavorato seriamente al controllo dei movimenti dei nuovi adepti che entrano dalla Turchia senza ostacoli di sorta. Per far fronte al problema, Ankara ha annunciato un’operazione congiunta con gli Usa per il monitoraggio della frontiera con la Siria, in ritardo di un anno e mezzo. Per lungo tempo le autorità turche, con il sostegno di servizi segreti, esercito e gendarmeria, hanno permesso agli islamisti di entrare in Siria con armi e veicoli. Erano necessari a demolire il progetto di confederalismo democratico kurdo teorizzato dal Pkk e concretizzato da Rojava.
Adesso che l’Isis, novello Frankestein, si è reso incontrollabile, anche la Turchia dice di voler fare la sua parte: chiuderà tutto il confine e potrebbe lanciare un’operazione militare, ha detto il ministro degli Esteri turco Sinirlioglu.

COME CHIAMARLI: IS, ISIS O DAESH?

Barbarie: Prigionieri dello Stato islamico in procinto di essere sgozzati
Barbarie: Prigionieri dello Stato islamico in procinto di essere sgozzati

 

 

Dobbiamo decidere come chiamare quelli che per molti anni saranno i nostri nemici dichiarati.
Il nome più appropriato ci sembra quello di ISIS, cioè Islamic State Iraq e Syria. Forse superato quello di IS, Islamic State e basta. Ma da qualche tempo molti, a cominciare da Hollande, lo chiamano DAESH, un acronimo inglese della traduzione dall’arabo del nome originale: Al Dawla al Iscanya Fi ac Iraq wa al Sham.
In questo nome c’è molta malizia perché in arabo DAESH suona come “Colui che semina discordia” ed è ovviamente un nome che gli estremisti islamici rifiutano

 

 

ARMI ITALIANE: IN CINQUE ANNI ESPORTATI 4,8 MILIARDI DI ARMI IN NORDAFRICA E MEDIO ORIENTE

Missili ottenuti dal’Isis grazie all traffico di armi con l’Occidente e i Paesi del Golfo

(ap) I venti di guerra si rafforzano: dopo gli attentati di Parigi, la tensione tra Turchia e Russia riscalda un altro fronte internazionale e l’Italia – come già fatto da Francia e Belgio – si prepara a mettere sul piatto nuove risorse per la sicurezza. Una situazione che fa volare Finmeccanica a Piazza Affari e mette di nuovo in luce quanto l’industria delle armi sia centrale in questa fase storica. A dare ulteriormente una dimensione al fenomeno ci ha provato in questi giorni una ricerca della Cgia di Mestre, secondo la quale tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha autorizzato esportazioni nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente per 4,8 miliardi di euro. Dopo l’Europa, quest’area geografica è il nostro principale mercato di sbocco per la vendita di armamenti.
I dati sono stati elaborati in base alle relazioni annuali al Parlamento di Palazzo Chigi sull’export di armamenti.
“Nei cinque anni presi in esame dalla Cgia – recita una nota – le industrie italiane produttrici di armi sono state destinatarie di autorizzazioni definitive alle esportazioni per 17,47 miliardi di euro: di questi, 8,58 miliardi sono stati realizzati in Europa (pari al 49,2 per cento del totale), 4,85 miliardi in Africa settentrionale e nel vicino Medio Oriente (27,8), 1,68 miliardi in Asia (9,6), 1,22 miliardi in America settentrionale (7), 670 milioni nell’America centro-meridionale (3,8), 267,4 milioni in Oceania (1,5) e 188,6 miliardi in Africa centro meridionale (1,1)”.

Missili ottenuti dal'Isis grazie all traffico di armi con l’Occidente e i Paesi del Golfo
Missili ottenuti dal’Isis grazie all traffico di armi con l’Occidente e i Paesi del Golfo

Valore delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di armi (industria italiana)

Anni 2010-2014 – Valori in milioni di euro e in %

Export italiano di armi
(per aree geografiche)

                                                2010          2011          2012           2013           2014                                   Totale          2010-2014 Inc. % anni 2010-2014 (su totale)

Europa                                  1.045,7       3.289,3      1.933,4        968,4         1.352,1                             8.588,8                                          49,2
Africa Sett. e Vic. M.O.        1.429,2          735,5      1.237,6        709,3            740,9                             4.852,5                                           27,8
Asia                                          296,8          701,9         309,1        184,0           194,2 1.                            685,8                                             9,6
America Settentrionale          313,1          153,6         463,9           97,7           192,2                             1.220,5                                             7,0
America Centro-Meridionale   62,2          298,8          63,9            89,6           155,5                                670,0                                             3,8
Oceania                                     79,8            40,8           61,7           71,1             14,1                                267,4                                             1,5
Africa Centro-Meridionale       25,0            41,9           90,6           29,2               1,9                                188,6                                             1,1

Totale                                     3.251,7       5.261,7     4.160,2     2.149,3          2.650,9                         17.473,8                                          100,0

Dall’analisi delle esportazioni in Nord Africa e Medio Oriente, il nostro principale partner commerciale è l’Algeria: tra il 2010 e il 2014 abbiamo “ceduto” armi per 1,37 miliardi di euro. Seguono l’Arabia Saudita per un importo di 1,30 miliardi di euro e gli Emirati Arabi Uniti per un valore di 1,06 miliardi di euro. Le vendite in questi tre Paesi costituiscono il 77,2 per cento del totale delle esportazioni autorizzate in quest’area.

Sono comprese armi di vario tipo distinte in più categorie (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici, esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).
Nel 2014, dai rapporti emerge che i settori più rappresentativi dell’attività di esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa e i sistemi d’arma (missili, artiglierie). La maggior parte delle prime 10 aziende sopra elencate sono possedute o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica. Nell’ordine, sono AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex, Ge Avio, Elettronica, Oto Melara, Piaggio Aero, Beretta, Whitehead, Iveco, con export autorizzato da 589,2 milioni (per Agusta) a 55,6 milioni di euro (per Iveco).

Valore delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di armi (industria italiana) in Africa Settentrionale e vicino Medio Oriente

Anni 2010-2014 – Valori in milioni di euro e in %
Export italiano di armi                2010           2011          2012          2013             2014                             Totale                          2010-2014 Inc. % anni 2010-2014 (su totale)
Algeria                                          343,1         477,5          262,9        234,6              61,6                           1.379,7                                                     28,4
Arabia Saudita                             435,3         166,0          244,9        296,4            162,8                           1.305,4                                                     26,9
Emirati Arabi Uniti                       477,1           36,1          149,5          94,6             304,2                          1.061,5                                                     21,9
Israele                                               1,3             0,2          472,9            2,4               0,4                               477,2                                                       9,8
Oman                                              79,3           20,6              1,7           44,2           140,2                              286,1                                                        5,9
Egitto                                              10,9           14,4            24,6           17,2              31,8                               98,9                                                        2,0
Kuwait                                             33,1             6,3           47,0              0,1               0,4                                86,8                                                       1,8
Libia                                                38,0             0,9            20,0             0,0               0,0                                 58,9                                                       1,2
Marocco                                          10,9           12,1             1,0              3,3               0,5                                 27,7                                                       0,6
Bahrein                                              0,2            0,5              0,3              0,0            24,6                                 25,7                                                       0,5
Giordania                                           0,0            0,0            12,8             0,0             11,3                                 24,1                                                       0,5
Iraq                                                     0,0            0,0               0,0           11,8               0,0                                11,8                                                        0,2
Qatar                                                  0,0            0,4               0,0             4,7               1,7                                  6,7                                                        0,1
Libano                                                0,0            0,0               0,0             0,0               1,3                                 1,3                                                        0,0
Tunisia                                                0,0            0,5              0,0              0,1               0,2                                 0,7                                                        0,0

Totale                                           1.429,2        735,5        1.237,6          709,3           740,9                          4.852,5                                                    100,0