Sandro Provvisionato

Lavorini. Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia

Il 31 gennaio 1969 Ermanno Lavorini, un ragazzino di dodici anni, uscì dalla sua casa nel centro di Viareggio verso le tre del pomeriggio. Voleva arrivare fino alla piazza per vedere le giostre che si stavano allestendo in vista del carnevale.  Alle 17,40 la famiglia, già inquieta per il ritardo, ricevette una telefonata: «Preparate quindici milioni». I Lavorini avevano un negozio di stoffe in centro. Erano moderatamente benestanti, ma non ricchi. Trovarono i soldi ma il bambino non tornò più.

Le ricerche cominciarono quella sera stessa. Dapprima si mossero gruppi di volontari, poi arrivarono le forze dell’ordine con i cani che puntarono dritti verso la pineta viareggina. Di Ermanno, nessuna traccia fino all’inizio di marzo, quando il corpo del bambino fu dissepolto da un cane. Era stato interrato in una buca poco profonda sulla spiaggia di Vecchiano, a diversi chilometri da Viareggio. Stando al risultato dell’autopsia, la morte risaliva a poche ore dopo il rapimento e questo significa che quando arrivò la telefonata a casa Lavorini, Ermanno era già morto.

Un caso di cronaca nera, straziante come tutti quelli in cui sono coinvolti bambini? Il caso Lavorini fu molto di più. Le indagini aprirono una finestra su un ambiente piccolo borghese apparentemente timorato ma in realtà moralmente degradato al punto da fingere di non vedere che nella pineta, praticamente sotto gli occhi di tutti, c’era un via vai di pedofili e ragazzini disposti a vendersi per pochi spiccioli.

Molti ragazzini, ma non Ermanno!

 “Ragazzi di pineta”: i giornalisti, sempre smaniosi di appiccicare etichette chiamarono così gli adolescenti che incontravano adulti sotto i pini. Nell’Italia sessuofoba e conformista del 1969 quegli incontri erano ben noti nella zona ma nessuno era disposto ad ammetterlo. L’omicidio squarciò il velo di perbenismo ipocrita, mostrando al mondo la faccia turpe di una cittadina ridotta a una specie di Sodoma.

Inutile dire che l’omicidio di Ermanno fu trattato da subito come un delitto a sfondo sessuale con grave pregiudizio per le indagini, perché le forze dell’ordine imboccarono una sola pista: quella dei pedofili, e non vi si discostarono più, arrivando a punto a destabilizzare e ad accusare un’intera comunità, causando perfino un suicidio.

In realtà la verità vera era sempre stata sotto gli occhi di tutti e a scoprirla non furono polizia e carabinieri, ma un giornalista: Marco Nozza de Il Giorno, il primo a scorgere la chiave per interpretare quello strano sequestro seguito dall’omicidio e a capire che dietro al rapimento c’erano motivazioni ben più complesse del “fare soldi facili” col riscatto.

Il”caso Lavorini” ebbe rilevanza internazionale in gran parte proprio a causa della connotazione scandalosa che gli fu attribuita. La storia degli incontri in pineta era così stuzzicante per il grande pubblico, così ricca di dettagli turpi e di colpi di scena, da metter in moto una vera corazzata mediatica. Ventisette trasmissioni televisive, trecento passaggi radiofonici, ventidue inviati speciali dalle principali testate italiane, corrispondenti stranieri … Le indagini durarono anni e fecero finire nel tritacarne giudiziario persone innocenti. La giustizia e l’intera comunità di Viareggio si ritrovano ostaggio di una banda di giovanissimi criminali che rilasciarono “confessioni” degne della peggior letteratura pornografica. Confessioni, di continuo ritrattate e modificate che si contraddicevano, ma puntualmente prese per buone a causa della smania di chi indagava di risolvere il caso guadagnandosi i galloni.

Ci vollero molti anni prima che il fatto venisse incasellato nella giusta cornice: quella politica, che fin dagli inizi era abbastanza chiara ma che nessuno voleva vedere.

Il 1969 è l’anno delle contestazioni e della bomba in piazza Fontana e un filo nero che legava la madre di tutti gli attentati e il sequestro Lavorini c’era ed era visibile. Purtroppo allora sembrava inammissibile a chi conduceva le indagini che nella regione più rossa d’Italia stessero nascendo e si stessero organizzando formazioni di estrema destra smaniose di armarsi e di sferrare un attacco allo Stato.

Segnaliamo questo libro, che si legge come un romanzo ma che non cela nulla dell’indagine, perché è emblematico di come si riesca a pilotare la giustizia. Ricostruito da Sandro Provvisionato, grande giornalista investigativo recentemente scomparso, rigorosamente sugli atti d’indagine, sulle testimonianze a caldo e sui ricordi di chi c’era, nonché sull’”aria che tirava” in quel lontano 1969, il caso Lavorini è un vero e proprio thriller che, se fosse un romanzo, frutto della fantasia di uno scrittore di noir, apparirebbe eccessivo per i troppi colpi di scena e la morbosità che impregnava non solo le risultanze investigative  processuali, ma anche e soprattutto le ricerche sul campo degli investigatori e le domande rivolte ai sospettati, concepite in modo da orientare le risposte.

Una volta iniziato, questo libro non si può più lasciare fino a quando non si è terminata l’ultima pagina.

Sandro Provvisionato
Il caso Lavorini. Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia
Chiarelettere, pagine 144, € 14,25

Poteri occulti

Il tema dei poteri che da dietro le quinte, in segreto, muovono le pedine su quell’immensa scacchiera che è il pianeta, è vecchio come la storia del mondo; è complesso e ovviamente non riguarda solo il nostro Paese. Non dimentichiamo infatti che altrove gli effetti della loro esistenza sono stati ben più distruttivi, basti pensare ai prodromi di dittature oppressive e sanguinarie come quella dei Colonnelli in Grecia, di Pinochet in Cile…
Diciamo che da noi queste mosse sulla scacchiera, fatte per spostare gli assi dei benefici che dovrebbero essere condivisi da tutti i cittadini insieme con le loro libertà civili, verso nebulosi  interessi transnazionali, sono forse  più evidenti che nel resto del mondo occidentale per varie ragioni e si manifestano  soprattutto da quando il popolo ha preso coscienza dei diritti inalienabili dell’uomo, primo fra tutti la libertà, poi l’uguaglianza e la fraternità che significa  cura, sostegno, suddivisione e condivisione  delle risorse…  In una parola, dei  principi dell’Illuminismo ma anche in quelli del comunismo disattesi però quasi da subito anche nei paesi in cui il comunismo è nato a causa della disparità di potere fra chi gestiva la řes pubblica e chi ne subiva le imposizioni sempre più gravose e intollerabili. 
L’argomento dei poteri occulti è sfuggente, appiccicoso, ambiguo, scivoloso anche per coloro che dovrebbero combatterli, perché, come sosteneva il grande filosofo della politica Norberto Bobbio, sono “poteri invisibili” e le due parole “occulti” e “invisibili” non sono sinonimi, ed è molto sottile il confine fra l’esigenza di conoscerli per poterli combattere e il complottismo, parola brandita  come un manganello dai conformisti contro chi legittimamente dubita delle verità ufficiali. 
I poteri occulti, come spiega la storica Stefania Limiti, grande giornalista investigativa, sono poteri criminali e il loro agire sui cittadini per impaurirli, incattivirli, aizzatli gli uni contro gli altri per spingerli verso una direzione politica gradita a chi tiene i fili, rappresenta, per riprendere la definizione di Enzo Ciconte, “un segmento criminale della storia d’Italia”. Un segmento che minaccia continuamente di moltiplicarsi per gemmazione, aggiungeremmo.  L’argomento  di chi dirige la storia del nostro Paese stando nell’ombra è molto attuale a causa  “del dilagare di organismi non elettivi e non soggetti a forme di controllo democratico”, scrive l’autrice e qui il pensiero si può dirigere verso le  ipotesi sui mali che hanno afflitto l’Italia a partire dal Dopoguerra, quando nei gangli delle istituzioni furono travasati senza ritegno gli uomini del regime fascista, perché così volevano i nostri “liberatori” in funzione anticomunista, affinché non potessero instaurarsi, in un paese “di frontiera” strategico per gli interessi degli USA, governi vicini a Mosca. 
Tuttavia sbaglierebbe chi intravedesse dietro ai poteri occulti [solo] la mano del “grande Satana”, l’America] della Guerra fredda. Lo si capisce dalla definizione  in base ai loro requisiti che ne dà lo storico Angelo Ventura, riportata fedelmente dall’autrice. 
“1.Il segreto che ricopre in tutto o in parte i membri, le azioni e addirittura l’esistenza dell’organizzazione ; 2. la funzione di contropotere perché perseguono autonomamente i propori fini di potere, diversi o contrari rispetto al potere legittimo ; 3. il carattere illegale delle attività e, per lo più, della stessa organizzazione occulta”. 
A questo punto, tutto è apparentemente più chiaro. Anche se ciascuno può arrivare da sé ad azzardare nomi possibili per questi poteri, nel libro viene fatta una lista delle principali organizzazioni segrete che esercitano poteri occulti e dei settori nei quali ciascuna  di esse opera e spadroneggia. In teoria, per individuarle basterebbe collocarle sulle tracce dei fatti che hanno impresso,  spesso con il sangue, sterzate precise alla politica. Come, per esempio le stragi, ma anche la delegittimazione della politica e il suo svilimento degli anni ’90.
Ma ancora tutto questo  non basta per capire com’è stato possibile che masse di cittadini si siano spostate nelle direzioni indicate dai “pupari” aventi come unico fine quello di garantire i propri interessi, quando, le stesse masse, avrebbero avuto la possibilità, attraverso libere elezioni, di vivere in un paese veramente democratico. 
Un libro breve, solo 122  pagine questo di Stefania Limiti, ma intenso e diremmo essenziale per dare una collocazione e una comprensione agli eventi, apparentemente inspiegabili, che ci hanno portato dove siamo, cioè a privarci da soli, pacificamente, democraticamente, di quelle garanzie che ci aveva dato la Costituzione nata dalla Resistenza: cittadini smarriti, ignari di quali siano i propri veri interessi e, purtroppo, contenti di esserlo.

Stefania Limiti
Poteri occulti
con prefazione di Enzo Ciconte Rubbettino, 2018

Rubettino, pagine 123, € 9,50

Numero zero

Incipit. Sabato 6 giugno 1992, ore 8. Questa mattina non colava acqua dal rubinetto.
Blop blop, due ruttini da neonato, poi più niente.
Ho bussato dalla vicina: a casa loro, tutto regolare. Avrà chiuso la manopola centrale, mi ha detto. Io? Non so neppure dove sia, è poco che vivo qui, lo sa, e torno a casa solo alla sera. Mio Dio, ma quando parte per una settimana non chiude acqua e gas? Io no. Bella imprudenza, mi lasci entrare, le faccio vedere.
Ha aperto l’armadietto sotto il lavello, ha mosso qualcosa, e l’acqua è arrivata. Vede? Lo aveva chiuso. Mi scusi, sono così distratto. Ah, voialtri single! Exit vicina, che ormai parla inglese anche lei.
Nervi a posto. Non esistono i poltergeist, solo nei film. E non è che sia sonnambulo, perché anche da sonnambulo non avrei saputo dell’esistenza di quella manopola, altrimenti l’avrei usata da sveglio, perché la doccia perde e rischio sempre di passar la notte a occhi aperti sentendo tutto il tempo quella goccia, pare di essere a Valldemossa.
Infatti spesso mi risveglio, mi alzo, e vado a chiudere la porta del bagno e quella tra camera da letto e ingresso, per non sentire quel dannato sgocciolio. Non può essere stato, che so, un contatto elettrico (la manopola, come dice la parola stessa, funziona a mano) e nemmeno un topo, che anche se fosse passato di lì non avrebbe avuto la forza di muovere l’aggeggio. È una ruota di ferro all’antica (tutto in questo appartamento risale almeno a cinquant’anni fa), e oltretutto è arrugginita. Dunque ci voleva una mano. Umanoide. E non ho un camino da cui potesse passare lo scimmione della Rue Morgue.

L’ultimo romanzo di Umberto Eco è del tutto anomalo. La prima sensazione, addentrandosi nelle pagine, è che sia un’amorevole presa per i fondelli del lettore il quale, da lui abituato a libri coltissimi, ambientati in epoche remote, densi di dissertazioni filosofiche e costruiti su ricerche semantiche rigorose, vi si trova del tutto disorientato.
Cos’avrà voluto dire? Quale significato cela?
Sì, un significato segreto nascosto fra le righe di “Numero zero”, c’è, ma la sensazione, leggendo, è che l’autore abbia voluto giocare a nascondino con il lettore insinuandogli il dubbio che, a parte le lezioni di cattivo giornalismo (o di buon giornalismo inteso alla rovescia) che tutto sia puro e semplice divertimento.
Non è così. Fra le varie ipotesi c’è quella della sottile, raffinata vendetta intellettuale. Il grande semiologo dopo una vita spesa a far conoscere la pura bellezza delle parole, potrebbe aver voluto vendicarsi per l’imbarbarimento della comunicazione orale e scritta, che trova nel giornalismo la sua massima espressione, sia nell’uso della lingua sia, soprattutto, nei contenuti.
L’epoca in cui si svolgono i fatti narrati non a caso è il 1992, l’anno tragico della nostra storia recente. Quello in cui la buona informazione sarebbe stata essenziale per permettere ai cittadini di difendere la democrazia.
Stragismo mafioso, scandali finanziari, Mani Pulite e Tangentopoli… Di tutto di più. E’ appunto agli inizi del 1992 che un anonimo magnate dell’editoria, padrone di tutto quello che si può comprare: supermercati, alberghi, palazzi e soprattutto televisioni (chi sarà mai costui?) vorrebbe, lui venuto dal nulla, entrare negli ambienti che contano della Milano da bere e soprattutto da mangiare: quelli con la erre moscia e con il grembiulino nascosto nell’armadio.
Con questa idea in testa incarica il vecchio giornalista Simei, uno che ha navigato a lungo in testate ambigue e trash, di mettere insieme una redazione di falliti e disillusi per produrre il nuovo magazine scandalistico “Domani”, fatto soltanto di numeri zero. Dodici, per la precisione. Uno al mese per un anno.
Si tratta di pubblicazioni molto particolari, non destinate ad andare in edicola perché, com’è noto, i “numeri zero” sono prove fatte solo per essere sottoposte ai Focus
Anima e autorità indiscussa della redazione è il cinico Colonna, un giornalista di valore nel suo genere, abbastanza scaltro da capire le intenzioni non esplicite dell’editore e pronto a cogliere al volo l’opportunità. A lui soltanto il direttore Simei rivela che quelle bizzarre pubblicazioni sono destinate esclusivamente a pochi personaggi . Gente di potere, capace di penetrare il significato profondo degli articoli e di reagire di conseguenza.
La redazione, come tutte le redazioni, si riunisce ogni giorno e i giornalisti vengono incoraggiati da Colonna ad “andare oltre le notizie”, a pescare nel torbido, a trovare nei fatti acclarati quello che non c’è, inventando dettagli per il grande pubblico.
E’ così che sorge il pretesto, per Umberto Eco, di attingere a piene mani alla storia d’Italia, risalendo fino al Dopoguerra e inventando, per ogni fatto, un epilogo diverso, assurdo ma ben articolato. Bufale insomma, roba per palati robusti e poco avvezzi all’analisi, che, se “Domani” fosse un periodico normale, riuscirebbero a seminare dubbi nella mente dei lettori, cominciando dalla (possibile) finta fucilazione di Mussolini e dei gerarchi che invece sarebbero fuggiti in Argentina, fino ai tentativi di golpe, a Gladio, alle stragi e a tutto quello che è seguito. Ogni cosa manipolata ad hoc per far credere a tentativi di riportare al potere il Dux più vivo che mai.
E qui, sicuramente, dietro la farsa della redazione raccogliticcia di “Domani”, si nasconde un significato molto serio: Umberto Eco spiega come sia stato (e continui a essere) facile, far passare certe bufale per fatti e come si possa, solo con l’uso strumentale delle virgolette, di titoli ambigui, di false interviste eccetera, avviare la “macchina del fango” e far sì che la verità dei fatti sfumi nelle storie costruite ad hoc; come fonti inesistenti diventino autorevoli; come il semplice copia/incolla di interi paragrafi rubati a Wikipedia, diventi lo strumento principale di lavoro per redattori pigri e cialtroni.
Ma non basta: Eco, con questo romanzo, che ha anche i contorni del noir, si serve della redazione fasulla di “Domani” per lanciare accuse chiare, benché dissimulate sotto metafore, contro i troppi giornalisti appronati al sistema, così arroganti e sfrontati da riuscire a stravolgere la realtà fino, tanto per dire, a far passare le vittime per carnefici e viceversa.
Un libro importante, ingiustamente passato quasi sotto silenzio che, grazie all’esposizione brillate e ricca di caustica ironia, si fa divorare. Ma anche un vero e proprio manuale di controinformazione per rileggere la storia recente e scoprire come sia stato (e continui a essere) facile trasformare in fatti quelle che sono soltanto opinioni utili al potere.

Umberto Eco
Numero zero
Bompiani, pagine 218, € 17,00

Quei piccoli grandi eroi che salvarono i libri

Incipit: Introduzione. Vilnius, Polonia occupata dai nazisti, luglio 1943. Il poeta Shmerke Kaczerginski (pronunciato Catcherginski) lasciò il lavoro per tornare al ghetto. In quanto lavoratore schiavo, faceva parte di una brigata che smistava libri, manoscritti e oggetti d’arte. Alcuni di questi venivano spediti in Germania, tutti gli altri finivano negli inceneritori e nelle cartiere. Kaczerginski lavorava nella Auschwitz della cultura ebraica e spettava a lui decidere quali testi sarebbero stati deportati e quali invece distrutti.
In confronto al resto della manodopera schiavizzata dell’Europa occupata dai nazisti, non se la passava tanto male: non stava scavando fortificazioni per prevenire l’avanzata dell’Armata Rossa, non stava rimuovendo mine col proprio corpo, né prelevando cadaveri dalle camere a gas perché venissero cremati. Eppure, la sua giornata, passata a lavorare nel salone grigio della biblioteca dell’università di Vilnius, stipato fino al soffitto di libri, non era stata facile. Albert Sporket, il brutale comandante tedesco della brigata, inviato dalla Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, quella mattina aveva sorpreso Shmerke e qualche altro collega a leggere una poesia da uno dei libri.

Nelle pieghe della storia, proprio là dove nessuno se lo aspetterebbe, si nascondono frammenti di eroismo che in realtà non vorrebbero esserlo perché nascono come gesti spontanei, senza pretese ma collocati dentro una normalità condita di incoscienza. Gesti, che in realtà sono vere e proprie azioni di ribellione, che smuovono sassolini, uno alla volta, fino a provocare frane, ma restando nell’ombra e nel silenzio, due condizioni indispensabili per la riuscita delle operazioni.
Chi ha mai sentito parlare della “Brigata della carta”?
Vilnius, 1941. Le armate tedesche entrano nella capitale lituana e cominciano a saccheggiare la città ricca di tesori d’arte.
Nel frattempo gli ebrei,che sono circa un terzo della popolazione e nei secoli hanno accumulato tesori di inestimabile valore nelle sinagoghe, nei musei e nelle biblioteche, vengono ammassati nei ghetti. Sparatorie, rastrellamenti ed esecuzioni di massa sono all’ordine del giorno tanto che solo in caso di estrema necessità le persone si azzardano a uscire da casa.
Nelle biblioteche civiche i direttori Herman Kruk e Zelig Kalmanovich tentano di mettere in salvo i volumi più preziosi nascondendoli in un locale interrato ma sono troppi e il tempo stringe perché gli ufficiali della Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, l’unità speciale nazista incaricata delle confische e dei saccheggi di opere artistiche e culturali, nel frattempo hanno iniziato a distruggere documenti importanti. Bisogna fare in fretta. Il direttore Kruk decide di mettere in gioco la propria vita e molte persone, soprattutto intellettuali, ma anche bambini, si uniscono a lui. Tutti insieme danno vita alla “Brigata della Carta”: uomini e donne impegnate a sfidare la morte per salvare i libri.
Costretti a lavorare sotto strettissima sorveglianza nelle biblioteche per scegliere i “pezzi” di valore destinati a essere spediti in Germania, mettono in atto astute strategie per salvare il più possibile del patrimonio culturale ebraico dal saccheggio e dalla distruzione. Con il passare del tempo, la Brigata diventa una vera e propria forma di resistenza che però non può fare nulla per impedire la liquidazione nel ghetto di Vilnius.
Quando il lavoro di cernita delle opere ha termine, le SS decidono di eliminare coloro che vi avevano provveduto. Non riescono a catturare tutti. Alcuni fuggono provvisti di documenti falsi messi a disposizione da una rete di mutuo soccorso, altri si nascondono nel ghetto, ma la maggior parte dei componenti della Brigata viene catturata e trova la morte nei campi di sterminio.
Oggi di quei piccoli e grandi eroi rimangono solo le targhe con i nomi apposti alle biblioteche che hanno contribuito a salvare, ma i loro gesti sono scritti nella storia della piccola, elegante e coltissima Vilnius e parlano di coraggio, generosità, resistenza al nemico, amicizia e soprattutto di amore e devozione assoluta alla letteratura e all’arte.

David Fishman
Quei piccoli grandi eroi che salvarono i libri
Newton Compton, pagine 282, € 10,00

L’assalto al cielo

Incipit. Presentazione. Sono passati quasi trent’anni da quella sera di dicembre del 1986 in cui a Milano, in un affollatissimo Spazio Krizia, venne presentato, al teatro Pier Lombardo di Franco Parenti, un anno dopo la nascita del circolo omonimo, il mensile “Società civile. Con il mensile si apriva un nuovo capitolo, forse il più combattivo, di un’esperienza che con la sua originalità avrebbe segnato il panorama cittadino.
Trent’anni dopo è sembrato utile e interessante riproporre un’antologia degli articoli, inchieste ed editoriali di quel giornale realizzato con entusiasmo e anche qualche coraggio da una redazione composta soprattutto da ventenni, per rivedere pezzi di storia, per misurare il tempo, per capire l’oggi.
I problemi con cui “Società civile” volle confrontarsi, a partire dalla corruzione, o dalla democrazia occupata dai partiti, per arrivare alla maleducazione civile o alla presenza a Milano delle organizzazioni mafiose, hanno cambiato veste ma sono rimasti. In qualche caso si sono aggravati. Eppure quelle battaglie furono giuste e aiutarono Milano a mantenere un senso del pubblico decoro, a ragionare criticamente sulle forme e sulle logiche del suo sviluppo.

Gli anni ’80 e ’90, sì, proprio quelli del Craxismo, non devono essere ricordati solo per la Milano sa bere, i salotti buoni, l’imperativo del tutto subito, gli incontri alla terrazza Martini. Proprio allora, infatti, mentre cominciavano a delinearsi le prime avvisaglie di quel fenomeno che nel giro di pochi anni avrebbe finito per ingoiare un’intera classe politica, la città fu percorsa da un fremito di ribellione pacifica al malaffare, agli intrecci politico mafiosi, alla corruzione. Quel fremito, che si tradusse prima in un circolo di resistenti, poi, l’anno dopo, in un circolo e in una pubblicazione mensile di controinformazione che prese il nome di “Società civile”.
A guidare pacificamente la ribellione furono giornalisti e aspiranti politici, ma anche cittadini qualunque. Persone, appunto, della società civile, decisi a spazzare via il marciume con controinchieste e denunce.
Quella, fu, per Milano, una stagione complicata, terribile, ma anche meravigliosa, nella quale si intrecciarono le speranze e il malessere diffuso dei cittadini che finirono presto per stemperarsi in una voglia di partecipazione non più avvertita dai gloriosi anni ’60.
In questo libro, che è un “amarcord” ma anche e soprattutto un importante documento per la memoria, sono riversati i migliori articoli tratti dalla rivista “Società civile”, le inchieste, le interviste,le cronache, gli incontri. I resoconti degli omicidi della mafia che si era già impadronita della città e dell’hinterland. Tutto a partire dall’86 fino al ‘92, l’anno di Tangentopoli.
Ma quella fu tutta un’altra storia.

Gianni Barbacetto e Nando Dalla Chiesa
L’assalto al cielo. Storie di Società civile e di lotta alla corruzione
Melampo, pagine 310, € 17,00

Il caso David Rossi

Incipit. Un suicidio imperfetto. Rocca Salimbeni, interno sera. Sono le 19.02 del 6 marzo 2013. È un mercoledì. Ha piovuto tutto il giorno a Siena. Una pioggia incessante e pesante come la giornata. David è stanco. I ritmi di lavoro ultimamente sono estenuanti. Il suono del telefono gli ricorda che deve tornare a casa dalla moglie Antonella.
È lei che chiama. Sono le 19.02 esatte. «Tra mezz’ora arrivo» la rassicura. È uno preciso, David. Ha prenotato la cena e deve passare a ritirarla. La rosticceria è lungo la strada. Sa che servono al massimo trenta minuti per uscire dall’ufficio, fermarsi a prendere il cibo e arrivare a casa. Chiude la telefonata, si alza dalla scrivania, fa per prendere la giacca, il cappotto e andarsene. Tra poco sarà da lei. Deve farle un’iniezione di antibiotico. In quei giorni Antonella sta poco bene, ha una brutta polmonite ed è stata appena dimessa dall’ospedale. David deve tornare a casa per occuparsi di lei. Ma
succede qualcosa che cambia i suoi piani. Qualcosa di imprevisto. Perché a casa David non torna.

L’imprevisto che ha impedito al giovane manager, capo dell’area comunicazione di Montepaschi, di rincasare è stato sotto gli occhi sgranati di tutti i telespettatori d’Italia per giorni e giorni: un tuffo di dodici metri dalla finestra del suo ufficio al terzo piano di Rocca Salimbeni, la sede di Montepaschi.
La caduta, ripresa dalle telecamere di sorveglianza dell’edificio, già di per sé appare anomala rispetto all’ipotesi di suicidio e inoltre mostra per lunghissimi minuti chiari segni di vita nel corpo precipitato. Segni che permangono a lungo. David Rossi, a terra, non è immobile ma muove le braccia e il capo diverse volte mentre il torace si soleva nel respiro. Se fosse stato soccorso in tempo forse si sarebbe salvato ma qualcuno, effettuando diverse chiamate dal suo cellulare rimasto in ufficio, ne ritarda la scoperta riuscendo in qualche modo a tenere tranquilla per più di mezzora la moglie allarmata dal ritardo.
La parola ‘suicidio’ viene pronunciata alle 19,40, più di un’ora dopo la caduta, da una delle due persone arrivate per prime nel vicolo in cui giace il corpo, che forse conserva ancora un barlume di vita. E’ il capo della segreteria del manager, accorso su richiesta di Antonella Rossi. Ma la sua è solo una reazione naturale a caldo, più che comprensibile dal momento che il corpo giace dodici metri sotto il davanzale dell’ufficio di Rossi, proprio in corrispondenza dei i fili antivolatili strappati.
E’ la sera del 6 marzo 2013. Il corpo di David Rossi rimane per oltre un’ora sul selciato. Quando finalmente arrivano i soccorsi è cadavere.
Il cadavere di un suicida.
Già, perché i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, fanno subito proprie le parole incautamente pronunciate dal segretario e così le indagini sono meno che sommarie.
Vengono trascurati indizi importanti e vistosi. Non si sentono i testimoni. Non viene posta sotto sequestro la stanza del manager. Non si fanno rilievi di alcun genere, mentre nel cestino della carta straccia, ci sono, per dire, fazzolettini macchiati di sangue e sul cadavere appaiono lesioni compatibili con un feroce pestaggio e non con la caduta.
Tutto questo e molto altro costituiscono vere e proprie evidenze. Eppure per gli inquirenti non ci sono dubbi: quella morte è dovuta a suicidio.
Ma non poteva passare liscia. Due anni dopo viene avviata una nuova inchiesta dal piemme Andrea Boni che, da subito, appura la trascuratezza, al limite della sciatteria, della precedente indagine: falle, carenze, buchi difficili da credere perfino dagli stessi periti nominati dalla procura, figuriamoci da quelli di parte!
In questo libro l’autore ricostruisce la vicenda collegandola al caso del Mps scoppiato nel gennaio 2003 quando Il Fatto Quotidiano rivelò che i due nuovi amministratori della banca, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, avevano scoperto un buco da circa 200 milioni di euro lasciato dalla precedente amministrazione. La notizia portò alle dimissioni dell’ex presidente, Giuseppe Mussari, di cui David Rossi era il braccio destro.
Il buco, stando alle ricostruzioni giornalistiche, era stato causato da contratti che utilizzavano complessi strumenti finanziari tra cui alcuni derivati, sottoscritti dalla vecchia dirigenza. Da questa rivelazione erano cominciate le indagini della magistratura, che risalendo nel tempo, erano arrivate fino alla spericolata acquisizione di Banca Antonveneta per un prezzo esorbitante, ben lontano dal valore di mercato. Operazione che aveva portato al coinvolgimento di molti importanti dirigenti di Montepaschi, fra cui lo stesso Rossi, che, pur non essendo indagato, aveva comunque subito una serie di perquisizioni.
Dunque, anche questo “suicidio” va ad aggiungersi all’elenco dei troppi cha hanno costellato la storia nera di questo paese, a cominciare da quello del colonnello Renzo Rocca, agente segreto depositario di molti dossier, “suicidato” nel proprio ufficio romano nel giugno 1968, fino ai casi più recenti di Calvi, Cagliari, Gardini, Castellari… tutti personaggi legati alle inchieste di Tangentopoli e al diffuso malaffare.
Una vicenda emblematica, la morte di David Rossi, che apre una finestra sull’Italia della malafinanza, delle logge massoniche, del familismo, dei voti di scambio. Ricostruita con lo scarno linguaggio giornalistico, si legge come un financial thriller, mentre purtroppo appartiene alla realtà e alla storia.

Davide Vecchi
Il caso David Rossi: il suicidio imperfetto del manager di Monte dei Paschi di Siena
Chiarelettere, Pagine 160, € 13,00

Noi eravamo quei giornalisti

Incipit. Nota introduttiva di Francesca Boari. Se pare insindacabile che ci troviamo oggi sollecitati da un’attenzione mediatica frammentata e fragile e che i quotidiani non rappresentano più il “Vangelo” di un tempo, altrettanto si può dire con certezza che la testimonianza di Carlo Grandini nel suo “Noi eravamo quei giornalisti” offre al lettore l’idea che il giornalismo possa essere ancora, e nonostante tutto, uno dei mestieri più appassionanti del mondo.

Capitolo 1 (1957-1962). La Giustezza. Quel tipografo era morto pochi mesi prima dopo oltre vent’anni di servizio spesi a comporre con la sua linotype gli articoli che gli venivano assegnati giorno per giorno, sera per sera, notte per notte dal proto, il responsabile della tipografia. Era morto, avevano detto i medici, di silicosi, una malattia che il poveretto aveva contratto aspirando e accumulando i vapori sprigionati dalla lega di piombo che la linotype cui stava seduto fondeva per creare le righe bollenti destinate al telaio dell’impaginazione.
Scorreva adesso a Ferrara l’ottobre inoltrato del 1957 e nella piccola tipografia della “Gazzetta Padana” in cui mettevo piede per la prima volta, il proto stava appunto raccontandomi con dignitosa tristezza come quel collega ci avesse rimesso la vita, lasciando la moglie e due figli ancora da tirare su, per la passione di un mestiere che era stato di suo nonno e poi di suo padre.

Quanti aspiranti giornalisti affollano oggi le aule delle scuole dell’Ordine e di quelle un po’ fai da te, allestite da privati, con la speranza di vedere un giorno la propria firma sui grandi quotidiani? Troppi. Decisamente troppi. E Tutti ignorano o fingono di ignorare che solo una sparuta minoranza ce la farà a ottenere se non proprio l’assunzione, almeno un incarico temporaneo presso una radio commerciale, o riuscirà a ad avere l’incarico di seguire una rubrichetta su un settimanale popolare, o avrà una collaborazione a titolo quasi gratuito presso un quotidiano locale, o, ancora, uno stage senza diritto ad alcun compenso presso un giornale per sostituire durante il periodo estivo i redattori in vacanza.
In altre parole: laurea, corsi, scuole di specializzazione e master in giornalismo servono solo ad assicurarsi il privilegio di lavorare (quasi) gratis.
Non è questo il mondo descritto con signorile leggerezza dall’autore che quel mondo lo ha esplorato in ogni anfratto.
Carlo Grandini, oggi in pensione, è stato un grande cronista sportivo. in questo delizioso “amarcord” si abbandona a rievocazioni che sembrano appartenere alla preistoria mentre risalgono a due, massimo tre decenni fa.
Grandini è stato un giornalista a tutto tondo. Cronaca locale, all’inizio, in un giornale della Bassa. E quasi subito il salto di qualità nel quotidiano diretto da Indro Montanelli. Poi la magica avventura dello sport.
Grandini ha lavorato in quotidiani prestigiosi sotto la direzione di grandi direttori, a cominciare, appunto, da Indro Montanelli. Ha viaggiato molto. Ha conosciuto firme prestigiose e, sempre innamorato del proprio lavoro, non ha mollato mai, nemmeno quando, agli inizi, i suoi pezzi finivano appallottolati nel cestino del caporedattore e lui, studente lavoratore di giurisprudenza, faticava a ritagliarsi il tempo per gli esami.
Ma i suoi erano momenti d’oro in cui i giornalisti viaggiavano molto e si impegnavano a fondo per tornare in redazione “con l’osso in bocca”, cioè con l’intervista difficile, con la notizia che non aveva nessun altro. Sempre sognando lo scoop.
Un libriccino delizioso, che incanterà chi sogna di entrare nella professione e che commuoverà coloro che hanno vissuto, come lui, i tempi difficili e meravigliosi del giornalismo d’antan e frequentato l’ambiente del giornalisti lombardi, soprattutto sportivi, perché vi ritroveranno tanti amici che non ci sono più.

Carlo Grandini
Noi eravamo quei giornalisti
Cicorivolta edizioni, pagine 131, € 12,00

Il pane selvaggio

Incipit. Su Camporesi: sangue, corpo, vita. Di Umberto Eco.
E’ difficile dire chi sia Piero Camporesi. Certamente un antropologo culturale, visto che nel corso di una quindicina di volumi ha studiato i vari aspetti di quella che si chiama la vita materiale, i costumi, i comportamenti (e in particolare i comportamenti “bassi”, quelli connessi al corpo, con il cibo, con il sangue, le feci, il sesso). Eppure da un antropologo culturale ci si attende che faccia studi sul campo, che esplori gli usi e i miti di qualche civiltà ancora esistente.

Introduzione. La fuga nei paradisi artificiali, nei mondi rovesciati, negli impossibili sogni di compensazione delle folle stracciate e affamate dei secoli moderni nasce dall’invivibilità del reale, dal basso dosaggio vitale, dalle carenze e (per contrapposto) dagli eccessi alimentari che inducono una interpretazione sussultoria, incoerente, spasmodica della realtà e alla corruzione di un modello d’esistenza e d’una immagine del mondo differenziata, dissimile da quella elaborata, nella stessa età, dagli intellettuali razionalisti che, come Galileo, Cartesio, Bacone, pongono ben squadrati mattoni nella fabbricazione d’una macchina del mondo, d’un “opificio” fisico e mentale regolato da un coerente congegno meccanico e logico, da un assetto d’incastri e di rimandi perfettamente organico e inesorabilmente condizionante.

Torna in libreria un libro dal titolo immaginifico e affascinante ma che lascia intravedere un mondo affatto scomparso, popolato da un’umanità sofferente, affamata, stracciata. Uomini, donne, bambini lasciati in balia dei tre feroci orchi della vita: Fame, Carestia, Malattia. Si tratta di un vero e proprio viaggio nei secoli passati (ma davvero passati?) attraverso l’incubo della povertà più estrema, quando per ingannare la fame il pane veniva preparato con ingredienti difficili perfino da immaginare, comprese certe erbe che davano l’allucinazione, l’oblio, la follia.
Un pane selvaggio, appunto. Che non sfamava e faceva ammalare, ma fingeva di tenere a bada i morsi dello stomaco.
In questo saggio di non sempre facile lettura come lo sono i libri colti e profondi, che si avvale di inserti e citazioni prese da antichi testi, da miti e ballate popolari, la fame e tutto quello che deriva dalla mancanza assoluta di risorse vitali è presentata nei suoi risvolti più feroci .
Oggi la televisione ci offre immagini di bambini scheletriti, d’intere famiglie che razzolano delle discariche di metropoli opulente, di uomini e donne che muoiono di freddo, di malattia e di stenti dentro tuguri e sui marciapiedi. Ieri le stesse notizie trovavano posto negli scritti dei cronisti dell’epoca e nei registri parrocchiali. A divulgarle pensavano i racconti dei viaggiatori e i cantastorie. Ben poco però sembra essere cambiato nel corso dei secoli. Le carestie, le catastrofi naturali, le guerre continuano a tenere mezza umanità nelle stesse condizioni descritte in questo libro. Condizioni atroci che si riassumono nella disperazione di un’umanità miserabile e senza speranza ridotta, per tentare di sopravvivere, a cedere ai fenomeni più abietti: l’antropofagia, la coprofagia e l’autofagia.
Al perché proprio oggi si sia deciso di rieditare questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1980 dalla casa editrice il Mulino a Bologna, non è difficile trovare la risposta: quest’anno ricorre il ventennale della morte del professore. Tuttavia piace pensare che a questo recupero del passato, a queste dotte esigenze non sia estraneo nemmeno lo spettacolo quotidiano del riversarsi incontrollato sulle nostre coste di intere popolazioni affamate e disperate. Gente in tutto e per tutto simile all’umanità descritta in queste pagine.
Piero Camporesi, scomparso troppo presto nel 1997, è stato filologo, storico e antropologo italiano. Ha insegnato Lettere all’Università di Bologna ed è uno dei saggisti più conosciuti, apprezzati e tradotti nel mondo. I suoi libri, che riperrcorrono le orme dell’uomo risalendo ai secoli più bui del passato, offrono anche un’immagine del presente che a noi piacerebbe ignorare. E proprio in questo sono immortali.

Piero Camporesi
Il pane selvaggio con prefazione di Umberto Eco
ilSaggiatore, pagine 222, € 22,00

Tutti gli uomini del generale

Incipit. Prefazione di Virginio Rognoni. Chi avrà per le mani questo libro avrà davanti a sé quegli anni di piombo, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, quando il Paese subì l’ingiuria del terrorismo eversivo. Egli vedrà come questa violenza criminale sia stata affrontata e sconfitta e lo vedrà soprattutto attraverso la testimonianza di coloro che, certamente protagonisti di questa epopea, sono rimasti nell’ombra, perché il lavoro investigativo esigeva il più assoluto anonimato; cittadini come gli altri che però dovevano condurre una vita “analoga a quella del loro avversario”; apparire insospettabili agli occhi delle organizzazioni terroristiche; e, intanto, essi vedevano, annotavano, per poi riferire ai loro superiori. Questi, gli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Premessa. Una storia, molte storie. Abbiamo letto e riletto libri sul terrorismo. Conosciamo nomi, facce e storie degli anni Settanta e Ottanta. Ma sappiamo veramente poco di quegli uomini al servizio dello Stato che misero in atto una strategia militare volta a contrastare quelle organizzazioni che attentarono alla democrazia e alla sicurezza degli italiani. Un nome su tutti è quello del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il fondatore del Nucleo Speciale Antiterrorismo, ucciso dalla mafia a Palermo il 3 settembre 1982. Fu lui a preparare i piani di contrasto, lui a studiare quel nuovo fenomeno, lui a spiegare ai suoi uomini come combatterlo e disarticolarlo.

Nelle cronache vengono sempre chiamati col nome del corpo a cui appartengono: agenti di polizia, carabinieri. Tutt’al più vengono loro attribuiti il grado e l’appartenenza ai corpi speciali: Digos, Nocs eccetera. Ma chi sono nella vita di tutti i giorni gli uomini che hanno difeso e continuano a difendere non solo i cittadini, ma anche e soprattutto lo Stato e la democrazia, da pericoli interni ed esterni? Hanno nomi, cognomi, volti e aspirazioni? Sono legati fra loro da amicizia sincera o conoscono la gelosia professionale, l’invidia, il tradimento? E quali conseguenze ha sulla loro quotidianità il dover vivere una doppia, a volte tripla esistenza, conoscere segreti che non possono essere rivelati a nessuno, guardarsi perennemente dagli agguati e camminare con la morte in spalla?
Sono passati quasi quarant’anni da quel tragico settembre 1980, quando l’assassinio (mai chiarito veramente) del generale dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela, seguito dal saccheggio dell’abitazione con sottrazione di agende e documenti segretissimi, aprì le porte a una stagione oscura in cui terrorismo e mafia si dettero la mano operando insieme per la realizzazione di un unico progetto di destabilizzazione.
I “ragazzi” del generale oggi sono uomini quasi anziani che sicuramente conservano fra i ricordi tanti segreti indicibili. Una giornalista li ha incontrati e li ha fatti parlare, ottenendo non certo rivelazioni sconvolgenti perché chi era vincolato dal segreto allora lo è ancora oggi, ma ritratti assolutamente inediti di vite a perdere, attraverso le quali viene raccontata la lotta al terrorismo.
Naturalmente, in queste voci si percepiscono non soltanto il peso dell’impegno e l’entusiasmo della condivisione ma anche l’amarezza per i sospetti calunniosi e per qualche tradimento.
Senza mitizzare nessuno, senza prendere le parole per oro colato ma soltanto come le voci di ricordi lontani, legati ad anni crudeli, questo libro va letto perché aggiunge un tassello importante a un’epoca particolarmente buia e misteriosa della nostra storia. E lascia intuire, fra le righe delle testimonianze, come e con quali strategie il Generale, venerato dai suoi uomini, riuscì a sconfiggere il terrorismo rosso.

Fabiola Paterniti
Tutti gli uomini del Generale
Melampo, pagine 224, € 16,00

Il segreto

Incipit. Uno. L’inverno, finalmente, era passato. La primavera si annunciava mite e diffondeva una sensazione di languore. Anche nell’angolo, in fondo a sinistra, del giardino che Hendrika aveva voluto tutto per sé, il roseto dava segni di vita. Hendrika sorrise. «Che la vita ricominci?». Poi si rabbuiò. «No, è tardi, maledettamente tardi.»
Aveva trascorso tre mesi all’ospedale e là, su quel letto, si era ritrovata a ripercorrere, avanti e indietro, ossessivamente, il fallimento dei suoi quarant’anni. Il matrimonio naufragato, due aborti, una serie interminabile di tragedie familiari. Con Ron tutto era stato sbagliato, fin dall’inizio. Lo aveva conosciuto in un ristorante di New York.

Senza fare spoiler diciamo subito che il Ron di cui si parla nell’incipit è un terrorista e che la povera Hendrika ha il destino segnato. Potremmo azzardare un’ipotesi: sotto il nome scelto dall’autore per coprire quello vero, dato che Il segreto appartiene al genere letterario definito “nonfiction novel”, potrebbe nascondersi Ilic Ramirez Sanchez, in arte “Carlos lo Sciacallo”. E qui entriamo subito nel vivo perché questo romanzo in realtà nasconde un saggio molto informato su quello che fu l’evento più misterioso, drammatico e metamorfico dal dopoguerra a oggi: il rapimento di Aldo Moro e il suo assassinio.
Scritto 35 anni fa su richiesta di un dirigente del Corriere della sera, il quotidiano per cui l’autore all’epoca lavorava, è rimasto nel cassetto fino a oggi. Non perché non meritasse di vedere la luce, ma perché lo meritava troppo.
Troppo informato, troppo esplicito, troppo avanti, in fatto di rivelazioni, rispetto a tempi in cui a dominare era il depistaggio.
Antonio Ferrari a quel tempo si occupava di terrorismo e stragi. Era un giornalista d’inchiesta. Quando fu incaricato di scrivere un libro sul sequestro e l’assassinio contenente tutto quello che aveva scoperto nel corso delle sue personali indagini, disse di no.
Quelli erano momenti in cui si moriva per molto meno di un libro. Il suo amico Walter Tobagi, assassinato nel 1980, era un esempio piuttosto esplicito. Ma dopo un lungo tira e molla Ferrari, da quel cronista di razza che era, cedette. Il libro non fu pubblicato e basta scorrerne i primi capitoli (identificando facilmente molti dei protagonisti di allora nonostante i nomi di fantasia) per capire perché.
Dunque, cosa poteva mai raccontare di tanto sconvolgente un giornalista che già viveva sotto scorta? Semplice: quello che nonostante i molti processi, le varie commissioni parlamentari d’inchiesta, si è sempre celato fino a un paio di anni fa, quando piano piano la verità, anche se non ufficialmente, ha cominciato a trapelare grazie soprattutto a tanti suoi colleghi, agli storici seri e imparziali, a parlamentari non appronati alla linea “della fermezza”, come l’onorevole Sergio Flamigni (Pci) e il senatore Gero Grassi (Dc), che hanno reso disponibili i loro archivi. E cioè che l’affaire Moro fu un intrigo internazionale ordito a tavolino mentre le Brigate rosse, massicciamente infiltrate da doppiogiochisti, spie e agenti dei servizi segreti, agirono soprattutto da copertura. Furono, in altre parole, “utili idioti”, incapaci di districarsi da quello che fu un vero e proprio crimine di stato, voluto per cambiare il corso della storia e impedire che si realizzasse il compromesso storico, aborrito tanto dalle forze atlantiche quanto dai sovietici.
All’assassinio di Aldo Moro sono seguite molte altre atrocità, come la strage di Bologna, Ustica, le bombe di Firenze, Roma e Milano, la trattativa Stato-mafia. Tutti eventi sui quali è calato il silenzio ma che sono legati fra loro da un fil rouge al cui capo c’è proprio il sequestro Moro.
Chissà quanti anni dovranno ancora passare prima che la verità diventi ufficiale!

Antonio Ferrari
Il segreto
Chiarelettere, pagine 315, € 18,00

Le otto montagne

Incipit. Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.
Mia madre, che l’aveva conosciuto da ragazzo, diceva che lui non aspettava nessuno nemmeno allora, tutto preso a inseguire chiunque vedesse più in alto, perciò occorreva avere buona gamba per rendersi desiderabili ai suoi occhi, e ridendo lasciava intendere di averlo conquistato così.
Lei, più tardi, alle corse cominciò a preferire sedersi nei prati, immergere i piedi in un torrente, o riconoscere i nomi delle erbe e dei fiori. Anche in vetta le piaceva soprattutto osservare le cime lontane, pensare a quelle della sua giovinezza e ricordare quando c’era stata e con chi, mentre mio padre a quel punto veniva invaso da una specie di delusione, e voleva soltanto tornarsene a casa.

Questo romanzo ha vinto il premio Strega 2017 senza grandi sorprese. Nel senso che la vittoria non era scontata però si percepiva nell’aria e bisogna dire che una volta tanto non ha avuto strascichi né polemiche l’assegnazione del più ambito riconoscimento italiano nato da un’idea di Maria e Goffredo Bellonci, creatori di un’apposita fondazione con la quale hanno voluto replicare nel tempo il loro inaccessibile salotto letterario.
L’autore, Paolo Cognetti, faccia da montanaro autentico, è piaciuto proprio a tutti e forse la ragione sta anche nella deliziosa semplicità del suo stile nonché nella gradevole capacità di dire tanto con poche parole, senza perifrasi, né sinèddochi, né tantomeno stucchevoli metafore: figure retoriche di cui si fa spesso abuso nelle opere con pretese letterarie.
Indubbiamente Le otto montagne è un bel romanzo descrittivo indeciso fra l’alpestre e il rurale , pieno di inconsapevole poesia come non se ne scrivono più dai tempi di Heidi. Si legge d’un fiato e ha la freschezza di un bicchiere di acqua fresca, il profumo dei prati a primavera e l’odore acre delle stalle. Pero…
Già, però manca completamente di profondità. Una volta letto, a parte qualche suggestione e la voglia di tirare fuori dall’armadio scarponi e piccozza, non lascia niente.
La storia è semplice e lineare. Anzi, le storie perché ce ne sono diverse, avvolte dalla carta dorata di una narrazione scintillante.
C’è il continuo inseguirsi di un padre di pochissime parole e di un figlio, Pietro, che cresce nella costante ricerca di un dialogo otterrà mai. Ci sono i rapporti tenerissimi di Pietro con la madre e c’è la silenziosa ribellione passiva di lei che alla ruvidezza del marito oppone sollecitudine e silenzio. Poi c’è l’amicizia, un po’ artefatta e, bisogna ammetterlo, a tratti troppo semplificata , di Pietro, ragazzino di città che in montagna va solo durante le vacanze, e Bruno, selvatico ragazzo degli alpeggi che della città ha orrore. Infine ci sono le onnipresenti montagne che nel libro appaiono mastodontiche creature dotate di anima e sentimenti.
Si è parlato tanto, subito dopo la vittoria dello Strega, di “luoghi dell’anima”, di “percorso di iniziazione”, di “perenne ricerca di vette interiori” e altre fruste banalità. A noi è apparso esattamente invece per quello che è: un bel romanzo da leggere e gustare come una vacanza della mente e dello spirito. Senza sconfinamenti nella psicoanalisi e nella filosofia.
E questo è davvero già molto.

Paolo Cognetti
Le otto montagne
Einaudi, pagine 199, € 18,50

Sempre più magre

Incipit. Flashback. Non volevo pensarci più. Stavo bene. O comunque molto meglio. Avevo ripreso la mia vita, i miei studi. Traslocato. Trovato un fidanzato e un lavoro. Quasi la mia strada, insomma. E una forma fisica accettabile, più o meno. Ero sempre più convinta di volermi dedicare seriamente al teatro perché alla fine è l’unica cosa che m’interessa davvero. Poi è arrivata la telefonata di mamma: «Amore, senti, ho scritto una mail a un deputato che vuole fare una proposta di legge sull’anoressia.» Voleva che la leggessi, che le dicessi se ero d’accordo con quello che aveva scritto e se poteva passargli i miei contatti. L’ho letta. Certo che ero d’accordo. Certo che gliela poteva passare.
La mail è partita, i giornalisti hanno iniziato a chiamare, a farmi domande. Io a rispondere. E il nastro si è riavvolto.

Questo libro, che una volta iniziato non si riesce a smettere, non è un romanzo. E’ la storia vera dell’ex top model Victoire Dauxerre scritta da lei stessa sulla sua breve e devastante escursione nel mondo delle sfilate.
Victoire è francese e ha appena compiuto diciotto anni quando viene notata per strada (sì, a volte succede!) da un agente legato a una delle maggiori agenzie internazionali di modelle, la parigina Elite. E’ bellissima, magra nel modo giusto, alta e perfettamente proporzionata, con gambe lunghissime. Piace da subito e attorno a lei cominciano ad affollarsi creatori d’immagine, broker della moda, agenti, giornalisti, fotografi. Le viene sottoposto un contratto che farebbe la felicità di qualsiasi ragazza e lei, consigliata dai genitori a cui è legatissima, ovviamente lo firma.
Però… c’è un però categorico: aspettando di partire per i suoi primi impegni di lavoro: le Fashion Weeks di New York, dovrà calare drasticamente di peso.
Victoire è alta un metro e settantotto centimetri e con i suoi cinquantotto chilogrammi entra nella taglia quaranta: è praticamente un’obesa, le dicono. I modelli che dovrà indossare sono di taglia 36 e lei ha otto settimane di tempo per scendere a 46-48 chilogrammi.
Come fare? Semplice: smettendo di mangiare, sentendosi in colpa per ogni boccone ed eliminando ogni traccia di nutrimento con dosi massicce di lassativi e con clisteri.
Le settimane di New York arrivano in un lampo. L’aspirante top model deve lasciare la famiglia per trasferirsi da sola in un’anonima camera d’albergo nella quale però passa pochissimo tempo perché la sua esistenza da subito è un tourbillon di impegni. Faticosissimi casting soprattutto, ma anche fotografie, provini, incontri con persone che non alzano mai gli occhi per guardarla e la trattano come quell’oggetto animato che di fatto per loro è. Perché, come ha detto un noto stilista, le modelle sono solo grucce che camminano si cui sono drappeggiati gli abiti delle collezioni. E le grucce non si salutano.
Solitudine, interminabili tempi di attesa, dispetti, sgarberie, fatica e soprattutto una fame insaziabile sono gli unici compagni di viaggio della giovane modella che capisce subito cosa si nasconda dietro il lusso, le luci, i troppi “Darling” , “Babe”, “Tesoro”, “Honey” di chi le ronza attorno per fotografarla e per abbigliarla. Vuoto, solo vuoto e indifferenza. Ma la sua carriera sta decollando alla grande e i genitori non fanno che incoraggiarla a proseguire, così sta al gioco.
Torna da New York distrutta e magra da far spavento anche se lei continua a vedersi grassa, ma non può riposare perché subito l’agenzia la spedisce a Milano.
La grande metropoli è, per Victoire, un’esperienza ancora più dolorosa perché lì non c’è nemmeno la certezza degli orari e del rispetto dei turni per i casting, così le attese si dilatano fino a diventare insopportabili. Ma non c’è tempo per recuperare. Le sfilate di Parigi, il massimo approdo per una modella, arrivano in un lampo.
Victoire, ormai pelle e ossa ma perfetta per i vestiti che deve indossare, è in preda a un’anoressia che la fa sentire grassa, anche se sotto la pelle non ha più nulla. La fatica, il digiuno, lo stress e le umiliazioni la portano fisicamente e psicologicamente al punto di non ritorno.
Sono passati solo tre mesi dal suo incontro con il talent scout ma lei non è più la stessa persona. E’ una larva che sta correndo dritta al baratro.
Questo è un libro confessione in cui ogni personaggio, importante o meno, è chiamato col proprio nome e cognome. Dunque va letto con rispetto e senza pregiudizi perché induce più di una riflessione. Non solo su un ambiente, quello della moda (ma potrebbe essere quello del cinema o della canzone e non cambierebbe nulla) sempre più ambiguo, pericoloso, duro e spietrato. Ma anche sul ruolo di molti padri e madri che si ritrovano in casa da un giorno all’altro figli destinati al successo e alla ricchezza: giovani talenti che il grandi manipolatori dello showbiz sfruttano fino alle ossa, mentre loro, gonfi di orgoglio genitoriale, continuano a spingerli avanti, a salire sempre più su, a non mollare, anche quando la devastazione è evidente.
Questo libro, una chiara denuncia dell’istigazione al suicidio mediante anoressia da parte delle maison e dei marchi di alta moda, è dedicato a tutte le ragazze che sognano le passerelle e ai genitori che smaniano per vederle sulle pagine patinate delle riviste.

Victoire Dauxerre
Sempre più magre
Chiarelettere, pagine 242, € 16,00

SIAMO LIBERI. Sette anni in barca e l’avventura del ritorno

8 Siamo liberiIncipit.
Prologo. Il giorno della paura.
C’è il buio assoluto intorno a noi.
Un tunnel d’inchiostro nero-blu senza confini, quello di tutte le traversate notturne.
Il mare è calmo e regolare, riesco a seguire una a una le onde che si infrangono contro le pareti dello scafo. Sono schiaffi rassicuranti, il ritmo è quello giusto. Posso anche distinguere il suono della prua che si apre un varco
in quest’oceano.
Non penso, o forse penso in frammenti. E nessuno di noi due parla.
Siamo seduti in pozzetto, io e Claus. Io con il braccio appoggiato al winch che tiene la scotta del fiocco grande e lui accanto a me, calmo come sempre, in bocca la pipa forse già spenta, perché non vedo fumo. Non tiene la rotta, ci pensa il pilota automatico. Appoggio la testa sulla sua spalla e alzo gli occhi: c’è una stellata nitida e immensa. Curva ai margini della mia vista come fosse una sfera. Senza orizzonti. Un mare tutt’uno con una calotta di minuscoli frammenti luminosi, talmente vicini uno all’altro da sembrare polvere di diamanti. Già. Ecco da dove arriva l’espressione «polvere di stelle».
Sento, vedo e respiro il buio di Dio.
Mi sembra di poter ascoltare i sogni di Jonathan e Nicole che sottocoperta dormono abbracciati, così piccoli e insieme protetti in quella specie di letto quadrato che apriamo nella dinette, in cui riposano al sicuro quando si è in traversata. Sono sereni, il respiro regolare. Sanno che vegliamo su di loro…
Uno schianto. Un boato. Un’esplosione in un attimo che dura una vita. Quattro vite. Le nostre.
La barca si solleva come se volesse decollare e vedo nitidamente la prua puntare le stelle.

Questo libro potrebbe essere il bellissimo racconto di un viaggio per mare durato sette anni se l’autrice, che narra in prima persona non lo avesse scritto dopo il ritorno a casa, a Milano. Cosa che ne ha rovesciato la prospettiva pur lasciando intatto tutto il fascino dell’avventura.
Elena sacco e il marito Klaus erano due pubblicitari di successo negli anni ’80 e ’90, nella Milano pre-crisi, quando la pubblicità era la chiave che apriva molte porte.
Giovani, realizzati, moderatamente benestanti avevano quello quasi tutti i must di quell’epoca fintamente felice. E poi…
Poi, come ha spiegato la stessa Elena, in un’intervista, è sceso in campo Berlusconi che rappresentava l’opposto di tutti i valori nei quali la coppia era cresciuta.
Ma forse non è stato solo l’avvento di mister B a scatenare l’impulso a fuggire dalla Milano godereccia e arraffatrice. Forse anche la vita frenetica fatta di lavoro e obblighi sociali ha fatto la sua parte dando a Elena e al marito la sensazione di essere criceti impegnati in una corsa senza scopo sopra una ruota.
«La nostra vita era diventata tutta un correre senza scopo né traguardo. Avevamo tutto, ma ci mancava il tempo per godercelo»” ha spiegato Elena dopo il ritorno.
E così è nata l’idea della fuga.
La coppia aveva appena avuto il secondogenito, Jonathan, mentre la figlia Nicole aveva compiuto i sette anni. Proprio il momento in cui le famiglie sognano di comprarsi casa nel verde per vivere nella natura, oppure in centro città per marcare il proprio successo, li due hanno venduto tutto quello che possedevano e investito il ricavato nell’acquisto di una barca, il Viking, bellissima vela di dodici metri, per farne la loro casa.
Sette anni in navigazione, a vistare posti bellissimi e remoti come i Caraibi, la Polinesia, Panama, la Nuova Zelanda… Libertà assoluta di navigare e di stare fermi. Di esplorare e di riflettere. Poi, all’improvviso, ecco che scatta nella sola Elena, la voglia di tornare. Uno strappo doloroso, fatto con coraggio, ma senza voltarsi indietro.
«Al ritorno è stata durissima, ma piuttosto che lamentarmi del fatto che le cose non erano come le avevo lasciate o come le avrei volute, ho cercato di cambiarle», spiega Elena che a Milano si è dovuta riadattare da sola, senza Klaus, alla vita milanese con due bambini cresciuti liberi come Mowgli e costretti a imparare la vita di città.
Un libro delizioso per tutti, ma dedicato in modo particolare a quelli che giorno sì e giorno no si dicono ‘mollo tutto e vado via’.

Elena Sacco
SIAMO LIBERI. Sette anni in barca e l’avventura del ritorno
Chiarelettere, 294 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO

9 Al giardino ancoraIncipit.
Premessa.
Una sera d’autunno, a Mantova, in una libreria del centro, mi cadde l’occhio su un libretto, Poesie religiose di Emily Dickinson. Una di queste, I haven’t told my garden yet mi colpi con la forza di una rivelazione. Mi parve contenesse
un atteggiamento rivoluzionario verso la morte. Ne parlai in una conferenza che tenni a Roma, nella limonaia di Villa Borghese. Mi avevano invitata a raccontare del mio giardino. È semplicemente un posto dove mi sento felice, avevo esordito, fatico a immaginare come possa interessare ad altri: non ci sono collezioni botaniche, nemmeno piante particolarmente insolite –pochissime, quantomeno – e neppure soluzioni ardite. Mi ingegnai di presentare qualche istantanea dei momenti più belli. In certe giornate d’aprile, il cielo sbirciato attraverso le fioriture dei ciliegi, le grandi nuvole d’erba smeraldina ricamata di fiori di campo, che ondeggiano freschi al soffio ora gentile, ora prepotente del vento. Raccontare del mio giardino mi costringeva a sospendere quello stato d’animo di simbiotica inconsapevolezza che mi aveva permesso, nel corso degli anni, di intervenire quasi senza accorgermene.

Pia Pera, traduttrice e scrittrice di grande sensibilità, colta e raffinata come pochi autori, nota per la sua passione per il giardinaggio di cui ha fatto un’arte, in questo libro affronta con soave lievità un tema struggente: quello del congedo dalle creature, animate e inanimate che fanno parte della vita di ciascuno. Persone, animali, piante.
Per Pia, il giardinaggio è l’altra faccia della vita, è un luogo dello spirito nel quale è bello e giusto perdersi.
Oggi Pia si trova in un momento molto difficile.. E’ malata con poche speranze e sente le forze venirle meno ogni giorno di più. Eppure le sue parole non suonano come il lamento disperato di chi si allontana dalla vita. Lei subisce la sua condizione ma la interiorizza purificandola da ogni sentimento negativo. Perfino dal rimpianto.
Ecco come descrive il suo stato.
«La leggerezza interiore nasce forse dal sentirmi libera dalla zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato, immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue».
In questo libro racconta il suo vivere giorno per giorno con le difficoltà che crescono ma con l’animo che si distende, che si rasserena nelle trasformazioni delle stagioni che lei assapora il più intensamente possibile.
Un libro dolcissimo e struggente a cominciare dal titolo che prende a prestito il verso “I haven’t told my garden yet’, di Emily Dickinson, la poetessa giardiniera che, come lei, ha saputo elevare a filosofia del cuore l’amore per la solitudine e lo sperdersi nella bellezza del cielo, sbirciato attraverso i rami di un pesco in fiore.
Pia Pera
AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO
Ponte alle Grazie, 224 pagine, € 15,00 anziché su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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‘NDRANGHETA: PER GRATTERI QUESTA ORGANIZZAZIONE CRIMINALE NON HA CODICI D’ONORE

‘NDRANGHETA: PER GRATTERI QUESTA ORGANIZZAZIONE CRIMINALE NON HA CODICI D’ONORE

“La ‘Ndrangheta non possiede codici d’onore. Non è vero che non tocchino i bambini, è una leggenda che fa parte di quella fascinosità mafiosa, a metà tra mistero e attrazione criminale, che colpisce i più giovani e li porta verso l’organizzazione”.

Lo ha affermato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri in un’intervista al Mattino a proposito dell’assassinio del piccolo Cocò, L’omicidio di Cocò “è la dimostrazione che, malgrado la rigidità formale delle regole, si può violarle per arrivare ad un obiettivo che, in questo caso, era l’uccisione del nonno del bambino”. spiega Gratteri. Tuttavia si è trattato di un errore di valutazione per l’organizzazione, nel senso che le organizzazioni mafiose basano la loro adesione sociale sul consenso popolare. Stavolta, chi ha ucciso il bambino ha forzato la mano, in una vicenda che certamente non godrà mai di adesioni popolari. Nella faida – osserva il magistrato – forse si è ritenuto l’obiettivo da raggiungere più importante dei danni che ne avrebbe ricevuto l’organizzazione“.

DOPO LA CONSEGNA DI RIINA, PROVENZANO SI ASSICURO’ 13 ANNI DI IMPUNITA’

Di Sandro Provvisionato

Pubblicato sulla Voce delle Voci (novembre 2009)

 

“Anche via D’Amelio potrebbe essere stata fatta per riscaldare la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici”.

C’è da restare allibiti perché a parlare è il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Una “voce dal sen fuggita” la sua, oppure una cinica visione della lotta alla mafia che nel “salvare la vita a molti politici”, come dice lo stesso Grasso, accetta il sacrificio di Paolo Borsellino e di cinque uomini e una donna della sua scorta?

Il dato di fatto è che anche il massimo responsabile del contrasto a Cosa nostra ammette, senza turbamenti, che una trattativa tra Stato e Cosa nostra ci sia stata e sia cominciata non dopo, ma addirittura tra le due più grandi stragi di mafia degli anni Novanta: tra il massacro di Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della sua scorta e l’eccidio di via D’Amelio. E questo se da un lato dimostra che tranne che per la liberazione di Aldo Moro, lo Stato ha sempre scelto la scorciatoia della trattativa con le sua controparti, siano esse composte da camorristi (vedi affare Cirillo), mafiosi, insorti iracheni o talebani, dall’altro inguaia in maniera irrimediabile quello che a lungo è stato considerato un baluardo contro Cosa nostra: il Ros dei carabinieri, lo speciale reparto di cui il gen. Mario Mori è stato a lungo una figura di primo piano.

Dopo l’assoluzione dello stesso Mori e della figura un po’ patetica del ten. col. Sergio De Caprio, il “mitico” “capitano Ultimo”, dall’accusa di non aver perquisito in tempo il covo palermitano di Totò Riina che oggi sappiamo non essere stato catturato dai carabinieri, ma consegnato da Bernardo Provenzano, oggi Mori è imputato, assieme ad un suo fedelissimo, il col. Mauro Obinu in un altro processo. Un processo assolutamente ignorato dalla stampa, ma strettamente connesso all’altro e che riguarda un’altra, diciamo così, manchevolezza: la non cattura del capo di Cosa nostra. Bernardo Provenzano, appunto.  

Questa vicenda giudiziaria, lungi dall’essere conclusa, comincia ufficialmente il 14 ottobre 2002 – anche se se ne parla giù da un anno – quando nell’aula del tribunale di Palermo, dove si celebra il processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri, depone come testimone il col. Michele Riccio, un importante ufficiale dei carabinieri in servizio a Roma, ma che ha a lungo operato soprattutto a Genova dove, tra l’altro, il 28 marzo 1980 ha guidato l’assalto all’appartamento di via Fracchia abitato da quattro brigatisti rossi: fu una inutile strage (i brigatisti potevano essere catturati vivi) che ha sempre lasciato il dubbio fosse in realtà una vendetta premeditata. Riccio, che non è certo uno stinco di santo, ma anzi uno dei più spregiudicati ufficiali dell’Arma, due anni fa è stato condannato a nove anni di carcere per detenzione di stupefacenti, in realtà la droga sequestrata in operazioni di polizia.

Nel corso del processo Dell’Utri una dichiarazione di Riccio appare clamorosa. Dice Riccio: “Fu il generale Mario Mori a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Provenzano perché non c’erano gli strumenti”. Nel ripercorrere le tappe della mancata cattura del capo di Cosa Nostra, che risale al novembre del 1995, Riccio spiega che il boss Luigi Ilardo, suo confidente, mise i carabinieri sulle tracce dell’inafferrabile corleonese. “Ilardo mi disse che due giorni dopo Provenzano avrebbe incontrato due mafiosi, Domenico Vaccaro e Ferro, nei pressi del bivio di Mezzoiuso – continua a raccontare Riccio, indicando una zona dove venne arrestato sei anni dopo Benedetto Spera, uno dei fedelissimi del capomafia – io parlai con Mori ma mi disse che preferivano impegnare i propri strumenti, dei quali, al momento, erano sprovvisti. La mia squadra era pronta e non ci voleva una grande scienza per intervenire”.

Nonostante ciò la zona fu controllata dai carabinieri che due giorni dopo, in effetti, videro transitare Vaccaro e Ferro e li fotografarono. “Appresi successivamente che Ferro aveva un porcospino nel cofano dell’auto – dice ancora Riccio – era un regalo a Provenzano, in segno di deferenza”.

Si tratta di un capitolo ancora oscuro della lotta alla mafia che si tinge di giallo con l’uccisione di Ilardo, assassinato davanti casa, di ritorno da Roma, dove aveva incontrato i magistrati per formalizzare la sua collaborazione con la Giustizia. Nel corso dell’udienza Riccio aggiunge: “Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: ‘in certi fatti la mafia non c’entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete’. Io raggelai”.

Riccio, sempre durante il processo Dell’Utri, conferma un’altra circostanza. Citando sempre le confidenze di Ilardo, il colonnello racconta che in auto, rispondendo ad una sua domanda, il confidente gli fece capire che il senatore Dell’Utri sarebbe stato il parlamentare al quale si erano rivolti i vertici mafiosi per stringere un patto elettorale.

Trascorrono tre anni. Tre anni di silenzio sulla vicenda della mancata cattura di Provenzano. Il 21 febbraio 2005 cominciano a filtrare alcune indiscrezioni riguardanti un’inchiesta, basata sulle dichiarazioni del col. Riccio, aperta dalla procura di Palermo e che vedrebbe come indagati il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, il colonnello dei carabinieri Mauro Obinu ed il generale dell’Arma Antonio Subranni, proprio lui, l’ufficiale che – ha riferito Agnese Borsellino, moglie del giudice – Paolo Borsellino aveva definito “pungiutu”, ossia “mafioso”. Mori, Obinu e Subranni all’epoca dei fatti erano tutti e tre alti ufficiali del Ros.

Il 19 marzo 2005 Riccio ribadisce le sue accuse ai magistrati di Torino dove è imputato di calunnia contro alcuni magistrati liguri: “Potevo prendere Provenzano in tre occasioni diverse, ma non me lo hanno permesso”.

Trascorrono altri due anni e il 18 maggio 2007 il Gup di Palermo Maria Pino respinge la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura per gli ufficiali del Ros Mori, Subranni e Obinu, accusati di favoreggiamento, e per il Riccio, nel frattempo accusato dagli altri ufficiali di calunnia. La storia sembra ripetersi. Come già avvenuto per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, accade che la procura di Palermo difende gli ufficiali del Ros.

Nell’udienza davanti al Gup del 5 luglio 2007, il pm Nino Di Matteo chiede nuovamente l’archiviazione del procedimento. Ciononostante fa alcune affermazioni molto gravi. Come questa: “Nella vicenda del mancato blitz di Mezzojiuso, che avrebbe potuto portare alla cattura di Provenzano già nel 1995, ci sono gravissime anomalie”. E parla di “gravi e preoccupanti opacità nella gestione della vicenda da parte del Ros dei carabinieri”. Dice ancora Di Matteo: “Una gestione più trasparente della vicenda avrebbe portato alla cattura di Provenzano ben prima di quando è avvenuta”.

Il 4 gennaio 2008 la procura ci ripensa: il pm Nino Di Matteo notifica l’avviso di conclusione delle indagini. Ma con una novità: vengono stralciate dal processo le posizioni de gen. Subranni per favoreggiamento aggravato e del col. Riccio per calunnia.

Secondo il pm il gen. Mori e il col. Obinu favorirono la latitanza di Provenzano e per loro chiede, con il visto del procuratore di Palermo Francesco Messineo, il rinvio a giudizio dei due ufficiali che nell’ottobre 1995 ricoprivano l’incarico di vice comandante operativo del Ros dei carabinieri e di comandante del reparto criminalità organizzata del Raggruppamento. Il capo d’imputazione, contenuto nella chiusura indagini, è netto: Mori e Obinu, entrambi poi passati al Sisde, avrebbero aiutato Provenzano ed altri mafiosi che ne gestivano la latitanza, tra i quali Nicolò La Barbera e Giovanni Napoli.

Il 14 aprile 2008 il gup di Palermo Mario Conte rinvia a giudizio per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato la mafia il prefetto Mario Mori e il col. Mauro Obinu. Il giudice accoglie così, dopo due richieste di archiviazione, la richiesta del pm della Dda di Palermo Nino Di Matteo.

Il 13 giugno 2008 si apprende che Massimo Ciancimino nel suo interrogatrio del 7 aprile precedente ha affermato che gli incontri tra suo padre Vito e l’allora colonnello dei carabinieri Mario Mori e il cap. Giuseppe De Donno avvennero tra giugno e luglio del 1992 e quindi dopo la strage di Capaci ma prima di quella di via D’Amelio. E’ un particolare di fondamentale importanza per capire il senso della trattativa apertasi tra Stato e mafia. Il verbale viene depositato il 13 giugno agli atti del processo che vede imputati Mori e Obinu.

Il 15 luglio 2008 comincia il processo a Mori e Obinu davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo. L’accusa è sostenuta dai pubblici ministeri Nino Di Matteo, Nico Gozzo e Antonio Ingroia. Nella stessa udienza i pm tracciano il quadro accusatorio in cui viene evidenziata nel 1995 “l’inerzia” di alcuni investigatori impegnati nella ricerca dell’allora latitante Bernardo Provenzano, e “l’assoluta carenza di informazioni” alla Direzione distrettuale antimafia. I pm, illustrando il processo ai giudici, affermano: “dimostreremo come nel corso degli anni 1995 e 1996, nonostante la già riscontrata attendibilità delle indicazioni confidenziali già rese da Ilardo, Mori e Obinu hanno in un primo momento omesso di organizzare un servizio idoneo alla cattura di Provenzano, nonostante fossero stati informati dal colonnello del Ros Riccio di un incontro organizzato per il 31 ottobre 1995 tra Ilardo e il latitante”. Scopo dell’accusa, ribadisce il pm Di Matteo, è quello di “sottoporre alla verifica dibattimentale l’inquadramento dei fatti in un contesto causale più ampio che trae la propria origine nei rapporti intrattenuti già a partire dal periodo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, da Mori con Vito Ciancimino, a quell’epoca in diretto contatto con Provenzano, anche in funzione della cattura dell’allora latitante Riina e dell’auspicata cessazione della strategia corleonese di frontale attacco allo Stato”.

Il processo procede a rilento. E cominciano i giochetti del Ros. Nell’udienza del 30 gennaio 2009, un maresciallo dei carabinieri del Ros in servizio a Caltanissetta, Angelo Buongiorno,  viene incriminato in aula per falsa testimonianza.

Ma l’udienza clou è quella del 17 aprile 2009 quando a deporre è il procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato la quale ricostruisce i contatti avuti con gli investigatori del Ros nell’ambito delle indagini mirate all’arresto di Bernardo Provenzano. Il magistrato conferma in pieno la versione di Riccio e riferisce anche di una riunione che si tenne il 2 maggio 1996 nella sede del Ros a Roma a cui erano presenti i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Gian Carlo Caselli e Gianni Tinebra, oltre a Mori, Riccio e al confidente Ilardo. Le dichiarazioni della Principato sono gravissime: “In quell’occasione pensai che si dovesse verbalizzare l’incontro, perché ritenni che il passo successivo fosse l’ufficializzazione della collaborazione di Ilardo. Avevo per questo preso dei ponderosi appunti. Poi, contro il mio parere, si decise di non verbalizzare e anche di non registrare il colloquio. Io lì ero il vaso di coccio, c’erano due procuratori, che decisero così, evidentemente, perché ritenevano che grazie a Ilardo potesse esserci una prospettiva di attacco definitivo a Cosa nostra”. Otto giorni dopo questo incontro Ilardo verrà ucciso.

Il 21 maggio scorso il tribunale si trasferisce a Roma per ascoltare il “pentito” Giovanni Brusca il quale rivela il coinvolgimento di un uomo delle istituzioni nella trattativa con Riina dopo la strage di Capaci. “Riina – dice Brusca – mi disse il nome dell’uomo delle istituzioni con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell’ordine, la trattativa con Cosa nostra”. Brusca racconta che tra la strage di Falcone e quella di Borsellino “persone dello Stato o delle istituzioni” si erano “fatti sotto” con Riina, il quale aveva loro consegnato un “papello” di richieste per mettere fine agli attentati. Per la prima volta in un pubblico dibattimento, Brusca afferma di aver saputo da Riina il nome della persona a cui era rivolta la trattativa. Ma quando il pm Nino Di Matteo gli chiede di farlo davanti ai giudici quel nome, Brusca si ferma – come mai aveva fatto – e dice: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché su questa vicenda vi sono indagini in corso e non posso rivelare nulla”. Aggiunge il “pentito”: “Non so se vi è stata un’accelerazione per la strage di Borsellino, posso però dire che quell’attentato mi ha sorpreso come fatto esecutivo”. Riina, secondo Brusca, aveva deciso che dopo l’attentato a Giovanni Falcone, doveva essere ucciso l’ex ministro Dc, Calogero Mannino. Il piano era stato affidato proprio a lui, a Giovanni Brusca, il quale venne stoppato senza una ragione. “E invece – dice il “pentito” – venne fatta improvvisamente la strage di Borsellino di cui prima non avevamo parlato”.

Nella stessa udienza depone anche un altro “pentito” di Cosa nostra, Ciro Vara, il quale rivela un particolare importante: Bernardo Provenzano, durante la sua latitanza, non ha mai cambiato per sei anni il covo in cui si rifugiava. Vara afferma che il boss, nonostante avesse appreso che il suo amico Luigi Ilardo era confidente del col. Riccio, non cambiò rifugio e rimase per altri cinque anni sempre a Mezzojuso, nel palermitano, fino a quando venne arrestato nel gennaio 2001 il latitante Benedetto Spera.

Nell’udienza del 7 ottobre scorso, che si svolge a Roma, a deporre è il “pentito” Nino Giuffrè il quale parla della “sbirritudine” di Bernardo Provenzano e aggiunge di aver sentito “discorsi relativi a rapporti tra Provenzano e i carabinieri. Era una voce insistente. Il discorso della sbirritudine di Provenzano nel tempo diventava sempre più attuale, prendeva sempre più piede. Certo, quando poi ci fu il periodo dei grandi arresti e solo Provenzano rimase fuori, ho sospettato anche io di lui”.

Fermiamoci qua. Per ora resta da aggiungere solo che il processo per la mancata cattura di Provenzano continua. Forse il mancato arresto di Provenzano non fu solo una manchevolezza, ma il rispetto di un patto stretto tra Stato e Cosa nostra. Specie dopo la consegna di Riina. Vedremo.

RIINA CONSEGNATO. ECCO PERCHE’ I CARABINIERI NON PERQUISIRONO IL SUO COVO

Di Sandro Provvisionato

Pubblicato sulla Voce delle Voci (ottobre 2009)

 

Nello scorso numero di questa rubrica, grazie alle preziose quanto oscurate rivelazioni di Nicola Biondo sull’Unità, abbiamo scritto delle nuove, inquietanti acquisizioni della magistratura palermitana sulla cattura di Totò Riina. Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, l’arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che una sceneggiata perché in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, l’altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri 13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta.

Questa importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia purtroppo non solo ridimensiona l’effettiva portata dell’azione dell’antimafia almeno negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella cattura e soprattutto di cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una simile collaborazione di fonte mafiosa. E ancora conferma il sospetto che aleggia da tempo sull’azione di Cosa nostra all’indomani delle stragi terroristiche del maggio-luglio 1992: è cioè che dopo le bombe e le autobombe che eliminarono Falcone, Borsellino e altre dieci persone, una vera e propria trattativa si sia aperta tra la mafia e lo Stato italiano.

Nello scorso numero abbiamo citato un processo molto delicato che si svolse tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di favoreggiamento di Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti: il gen. Mario Mori, all’epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde, il servizio segreto civile e il ten. col. Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò Riina, il leggendario “capitano Ultimo” che meritò non solo onori ma anche una fiction televisiva. L’accusa? Aver ritardato di ben 18 giorni la perquisizione della villa in cui il capo dei capi di Cosa nostra aveva vissuto, consentendo nei fatti che un manipolo di picciotti ripulisse completamente quella residenza, arrivando persino a smurare una cassaforte. Cosa c’era di tanto importante nella villa-covo di Riina?

A scanso di equivoci e per completezza diciamo subito che entrambi gli ufficiali dei carabinieri sono stati assolti. La formula dell’assoluzione è stata: “perché il fatto non costituisce reato”. In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito, come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c’era stato dolo nell’azione dei due ufficiali del Ros, anche se fanno preciso riferimento a una trattativa e ai colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. I giudici definiscono i colloqui come “iniziative spregiudicate”.

Ancor più interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo. E dopo che Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato dell’Unità che sostenevano sospetti proprio su quella mancata perquisizione.

Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005 davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo. Sostengono l’accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Proprio nella prima udienza, a sorpresa, viene chiamata a testimoniare la “pentita” Giusi Vitale la quale afferma: “Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo”. Secondo la Vitale, all’interno della villa del capo di Cosa Nostra “c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero”. La “collaboratrice” riferisce anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un ‘”bene” da Cosa nostra, in quanto all’interno dell’appartamento erano custoditi “numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni”.

Nell’udienza del 26 settembre è il magistrato Luigi Patronaggio a gettare nuova luce sulla vicenda. Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il capitano “Ultimo” chiese ed ottenne dall’allora colonnello Mario Mori di far bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare.

“Fui avvisato dell’arresto di Riina – racconta Patronaggio – direttamente da Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l’operazione, ed era solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del Ros. Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c’era e c’è fiducia totale in De Caprio e Mori e l’indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare. Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa era sotto controllo”.

Rispondendo alle domande del pm Antonio Ingroia, Patronaggio spiega ancora: “Credevo che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre attività operative”. Inoltre la procura, dopo l’arresto di Riina, sollevò alcuni dubbi sull’attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal capitano “Ultimo” nell’ambito dell’attività che portò alla cattura del latitante: “Il filmato girato dal Ros davanti l’ingresso del residence in cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell’arresto del latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perché ad un certo punto del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva”.

Nell’udienza del 3 ottobre tocca all’ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, che aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: “Eravamo a pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell’arresto. C’era molta concitazione. Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando l’allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare. Sembrava sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di osservazione (cominciato il giorno precedente alla cattura n.d.r.). Eravamo perplessi, ma stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore. Per questo dicemmo a Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di osservazione avviato dai carabinieri continuasse”.

I primi dubbi sulla presenza dell’attività di sorveglianza del covo i magistrati di Palermo li hanno quando apprendono che, nel frattempo, la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli: “Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede spiegazioni. Pensai: ‘come è possibile? Deve essere passata sotto al naso di qualcuno'”.

Dopo l’audizione di diversi “pentiti”, si arriva al 7 novembre, giorno riservato alla deposizione dell’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: “Non ho ricordi personali di quei periodi. Tutto ciò che posso dire, anche per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in questo dibattimento”. Caselli, tuttavia, un ricordo personale lo riferisce. E’ legato al momento in cui entrò nella vila di Riina: “Ero molto arrabbiato, perché qualcosa non era andato per il verso giusto. Ma soprattutto perché a causa di questo fatto temevo il riesplodere della stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo “.

E aggiunge: “La Procura era pronta alla perquisizione del complesso residenziale di via Bernini subito dopo l’arresto di Riina. Si decide di cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire l’arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini. Infine, la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione: un fatto, quest’ultimo dettato da un equivoco, ma anche dall’autonomia decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio”.

Il 13 febbraio 2006 è la volta dell’accusa che chiede l’assoluzione di Mori e De Caprio perché non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia.

L’inizio della requisitoria dei pm è fulminante: “Questa vicenda, se avesse un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perché ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un’operazione di polizia così importante”.

Ma per giustificare la loro richiesta di assoluzione i magistrati della procura di Palermo sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra, ma conclude la sua requisitoria, sostenendo che i due imputati “dovrebbero chiedere scusa ai cittadini italiani”.

Nella sua replica il pm Ingroia introduce il concetto di “ragion di Stato”, a cui aveva già fatto riferimento durante la requisitoria, sostenendo che ancor più dell’assoluzione, la prescrizione sarebbe stata la decisione “più adeguata e più giusta”.

Il colpo di scena arriva quasi sul finale: Ingroia rivela ai giudici di avere ricevuto una lettera da parte dell’associazione dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili di Firenze. “Chiedono se la perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina avrebbe potuto evitare le stragi del ’93? E’ una domanda agghiacciante – conclude Ingroia – a cui questo processo non poteva dare una risposta, ma che pesa come un macigno”.

Il 20 febbraio 2006 arriva la sentenza. Nelle motivazioni emergono però tanti buchi neri attorno alla mancata perquisizione del covo del capomafia. Secondo i giudici el Tribunale, l’istruttoria dibattimentale non ha chiarito il “lato oscuro” dell’arresto del capomafia. Per i giudici la linea difensiva dei due imputati “è confusa”. Inoltre, la tesi di “Ultimo”, scrivono i magistrati, in cui lo stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai magistrati il rinvio della perquisizione “è contraddetta” da elementi pratici come il rinvenimento di “pizzini” addosso a Riina nel momento dell’arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva avere altri in casa. E quindi la perquisizione doveva essere fatta senza rinvio.

“Il collegio – si legge nelle motivazioni della sentenza – ritiene, di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate ‘ragioni di Stato’, ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da dichiararsi ormai prescritto. Tali ragioni di Stato non potrebbero che consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio, e dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di Riina”.

Per i magistrati, dunque, “la ragione di Stato verrebbe dunque a costituire il movente dell’azione”, e se fosse stato provato dall’accusa, sarebbe stato “capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile”.

“E’ palese – spiegano i giudici – che se vi fu ragione di Stato si intese pagare il prezzo dell’agevolazione, per il futuro, delle attività mafiose, pur di incassare l’arresto di Riina, con la piena configurabilità del favoreggiamento aggravato, ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilità penale”.

Di quale portata sia stata questa “ragion di Stato” invocata da Ingroia e non riconosciuta dal Tribunale di Palermo non sentiremo più parlare. Dal momento che né la pubblica accusa, né la difesa ha fatto ricorso in appello, la sentenza di assoluzione di Mori e De Caprio è da ritenersi definitiva.

MA CHE CATTURA DI TOTO’ RIINA? FU PROVENZANO A CONSEGNARLO

Di Sandro Provvisionato

Pubblicato dalla Voce delle Voci (settembre 2009)

 

E adesso, potete giurarci, complice una buona parte della stampa italiana, cominceranno – ma in realtà sono già cominciate – le manovre per far passare Massimo Ciancimino per un pazzo, un mentitore, un depistatore. Magistrati e corpi dello stato, carabinieri e servizi segreti in testa, si daranno un gran da fare per dimostrare che ciò che il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, a suo tempo uomo dei corleonesi di Cosa nostra, sta rivelando ai magistrati di Palermo e di Caltanisetta è falso. Completamente falso.

Ma cosa dice Ciancimino junior di così scottante? Ascoltiamolo dalla sua voce: “Era l’autunno del 1992. Mio padre chiese a quei due ufficiali del Ros dei carabinieri che incontrava spesso, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, le mappe di una zona ben precisa di Palermo. Sono stato io a fotocopiarle e so che, attraverso un intermediario, arrivarono al signor Lo Verde, cioè a Bernardo Provenzano”.

Come spiega in un articolo sull’Unità del 31 luglio scorso Nicola Biondo, “le fotocopie delle mappe stradali non restarono nelle mani di Bernardo Provenzano, alias signor Lo Verde, ma tornarono indietro. Sopra c’erano dei segni che indicavano un luogo preciso. “Mio padre – aggiunge Massimo Ciancimino – diede quelle fotocopie al Ros. Fu grazie ad esse che si arrivò al rifugio di Totò Riina”.

Dunque la tanto mediaticamente decantata cattura del boss dei boss non fu opera di una brillante operazione dei carabinieri. Non ci fu alcun lavoro investigativo. Nessuna dedizione, né tantomeno abilità, del famoso carabiniere “Ultimo”, alias Sergio De Caprio, Nessun “pentito” collaborò e tantomeno quel Balduccio Di Maggio “gestito” in primis dall’allora colonnello dei carabinieri Francesco Delfino, oggi imputato a Brescia per la strage di piazza della Loggia del 1974.

Riina fu consegnato da una soffiata proveniente da quell’area di Cosa nostra che riteneva troppo “spinta” la scelta di zu Totò di aggredire uomini dello Stato come Falcone e Borsellino e referenti mafiosi dello stesso come Salvo Lima e Ignazio Salvo, anche loro eliminati nel 1992.

Non è mai bello citarsi, ma in un libro dal titolo “Segreti di mafia”, uscito nel 1994 (quindi 15 anni fa) per l’editore Laterza, scrivevo: “Non esistono catture, nella storia dei latitanti di Cosa nostra, più annunciate e per certi versi più inquietanti di quelle dei superboss Salvatore Riina e Nitto Santapaola. Bisogna pensare ai soliti giochi truccati? Riina “venduto” in una riedizione degli anni Novanta del caso Giuliano?”.

Oggi gli interrogativi sono altri.

Quale fu il prezzo che lo Stato pagò a Provenzano per la consegna di Riina?

Forse un alleggerimento nel contrasto della mafia durato fino alla cattura dello stesso Provenzano? Forse un lungo periodo di pace come quello che fu garantito a Luciano Liggio per la cattura del bandito Salvatore Giuliano?

Forse, nell’immediato della cattura, la mancata perquisizione dell’appartamento in cui Riina viveva, mancata perquisizione per la quale sono stati processati (e assolti) due uomini dello Stato come lo stesso Mario Mori – l’uomo che Massimo Ciancimino indica come l’artefice della trattativa con suo padre – poi diventato direttore del Sisde, il segreto civile e ancora una volta Sergio De Caprio, il “famoso” Capitano Ultimo?

E a proposito di quest’ultimo sapeva De Caprio di prestarsi ad una sceneggiata (quella della cattura) o era inconsapevole di recitare una parte? Quel covo, in realtà, doveva essere tenuto sotto osservazione per consentire la cattura di altri mafiosi, ma quando, con incredibile ritardo, il “covo” di Riina fu perquisito ci si accorse che l’appartamento era stato completamente ripulito. Chi aveva sorvegliato cosa?

Oppure il prezzo pagato dallo Stato per la consegna di Riina fu solo la “protezione” della latitanza di Binnu Provenzano per la quale sono sotto processo ancora una volta Mario Mori (oggi consulente del sindaco Alemanno per la sicurezza a Roma) e un altro ufficiale del Ros, Mario Obinu?

E ancora. Chi sapeva di quella consegna di un latitante da parte di Cosa nostra?

Lo sapeva il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, oggi procuratore a Torino, giunto nel capoluogo siciliano lo stesso giorno (il 15 gennaio 1993) dell’arresto di Riina?

Quanti magistrati della procura di Palermo del tempo sapevano di questo inghippo?

Lo sapeva l’attuale capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, all’epoca uomo di punta del settore investigativo nel contrasto a Cosa nostra?

E l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, oggi ai vertici del Csm, lo sapeva?

Appena una quindicina di giorni fa il comando generale dell’Arma dei carabinieri ha respinto “con fermezza” le “accuse infamanti” mosse ai carabinieri da Giorgio Bocca in un articolo pubblicato a ferragosto sul settimanale L’Espresso. Nell’articolo, dal titolo “Quanti amici ha Totò Riina”, Bocca si limitava a constatare ciò che è sotto gli occhi di tutti: se davvero una trattativa, un accordo, un patto segreto c’è stato con Cosa nostra i carabinieri si sono sporcate le mani.

Come si difende il comando generale dei CC? Con il solito elenco dei militi caduti “a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a Nassiriya, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine”. Come se bastasse elencare i meriti più tragici per nascondere, o peggio annullare, i demeriti più evidenti.

Perché continuare a negare che, come nella lotta al terrorismo (vedi la doppia cattura del primo “pentito” delle Br Patrizio Peci e la strage di via Fracchia a Genova) anche nella lotta alla mafia le forze dell’ordine – e i carabinieri in particolare – hanno a volte scelto la strada più facile della violazione delle regole della democrazia, imboccando la via dei giochi sporchi?

Oggi finalmente è caduto uno dei tanti misteri di Palermo. Ma molti altri ne rimangono. Oggi però sappiamo che anche nel contrasto a Cosa nostra l’inciucio, la scorciatoia, la trattativa sono stati il motore determinante. La solita Italietta.

 

GRECIA: LA GHETTIZZAZIONE DELLA SINISTRA RADICALE ALL’ORIGINE DELLA RIVOLTA

“Il governo ha voluto ghettizzare l’estrema sinistra e ne ha fatto il capro espiatorio di ogni disordine e problema”. Così Mihalis Hrisohoidis, già segretario del Pasok, il partito socialista di opposizione, ex ministro dell’Interno, spiega il significato della rivolta degli studenti in corso in tutte le principali città della Grecia, dopo che un giovane manifestante era stato ucciso a colpi di pistola da un poliziotto.

La Grecia, strangolata dalla crisi economica e messa in ginocchio da una serie di scandali economici, guidata da un governo di centro-destra piuttosto debole, da sabato è sconvolta da furiosi disordini con caserme, banche e negozi presi d’assalto. Si tratta della rivolta più eclatante che la Grecia conosce da quei giorni del nombre del 1973 che segnò la fine del regime dei colonnelli.

Tutto è cominciato ad Exarchia, il quartiere simbolo della dissidenza giovanile e soprattutto dell’anarchia, una corrente di pensiero da sempre molto forte in Grecia. Exarchia non è solo il quartiere alternativo di Atene, ma anche la sede di diversi centri sociali autogestiti e di locali di tendenza, coacervo di un malessere giovanile che da diversi anni covava sotto la cenere dell’apparente normalità di una Grecia sempre più povera e senza alcuna prospettiva di rilancio.

GENOVA: LE MOTIVAZIONI PER LA SENTENZA BOLZANETO. "OMERTA' DI STATO"

Il 27 novembre scorso è stata depositata la motivazione della sentenza del tribunale di Genova per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.
Il documento di 451 pagine spiega il perché delle 15 condanne e delle 30 assoluzioni, con pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, in assenza nel nostro codice del reato di tortura, erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Le motivazioni della sentenza hanno come punto di riferimento la Costituzione e i suoi dettati, a partire dalla tutela della dignità dell’uomo. E proprio nelle motivazioni si legge che quella notte, all’interno di quella caserma, i diritti elementari vennero sospesi. A partire dalle parole di alcuni poliziotti, “espressioni di carattere politico di per sé intollerabili sulla bocca di appartenenti a Forze di polizia di uno Stato democratico che pone il ripudio del nazifascismo tra i valori della propria Costituzione” per finire agli atti: le violenze, le vessazioni, i pestaggi, le umiliazioni.
Ciononostante, i giudici mettono un punto fermo, che verrà riproposto anche in altri processi per il G8: l’impossibilità di attribuire ai “vertici” la responsabilità di quanto avvenuto.
Scrivono i giudici: “sarebbe stato necessario raggiungere la prova che gli stessi vertici fossero stati presenti ai fatti e avessero avuto perfetta percezione di quanto stava avvenendo”. Una condizione necessaria per attribuire la responsabilità . E questo non e’ avvenuto per la sostanziale omertà delle forze di polizia che male interpretarono “lo spirito di corpo” che non ha permesso di identificare “la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento”.
I giudici sottolineano come l’indagine abbia incontrato “difficoltà oggettive” per la “scarsa collaborazione delle forze di polizia”: “valga per tutte – scrivono i giudici – la figura di un appartenente alla polizia penitenziaria, descritto da diverse parti offese come persona di alta statura e corporatura massiccia, soprannominato dai propri colleghi ‘er Tigre’ che era tra i più esagitati nel colpire e angariare gli arrestati, al quale, tuttavia, non si è riusciti a dare un volto e un nome” oppure “l’agente di polizia penitenziaria altoatesino che si era distinto per una particolare disposizione a insultare e deridere gli arrestati di lingua tedesca”.
I giudici sono durissimi, a dispetto di una sentenza che a molti sembrò soft, nei confronti della polizia. Non ci sono sconti per nessuno. I giudici ricostruiscono le pagine più abiette di quanto successe a Bolzaneto.
Nelle motivazioni i giudici entrano nel merito dei capi di imputazione affrontando una per una le posizioni degli imputati. A partire dal vicequestore Alessandro Perugini, condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione perchè aveva avuto “la sicura consapevolezza di quanto accadeva nella struttura” relativamente alle posizioni fatte tenere dai detenuti, era a conoscenza di quanto avveniva “sotto il profilo della permanenza degli arrestati e dei fermati nelle posizioni vessatorie di stazionamento e di transito nel corridoio e delle percosse che agli arrestati e fermati venivano inferte per costringerli a mantenere le posture”.
Era stato lo stesso Perugini ad ammettere di aver visto gli arrestati in piedi, faccia al muro non meno di due volte e di “non essersi posto il problema”, ammettendo anche di non avere “in entrambe le occasioni disposto che gli arrestati fossero fatti sedere”. L’essere a conoscenza di queste vessazioni, dunque, per i giudici configura la violazione dell’art. 40 cp per il quale “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.
E poi Antonio Gugliotta, l’ex capo dei secondini, condannato a 5 anni di reclusione, “pienamente consapevole di quanto avvenne in quella caserma”.
L’ ex ispettore di polizia penitenziaria era responsabile della sicurezza del sito penitenziario provvisorio di Bolzaneto. A Gugliotta erano stati contestati l’abuso di ufficio continuato e di autorità contro arrestati, i reati continuati di percosse, lesioni, ingiurie, minacce e violenze private e alcuni episodi specifici.
“Era proprio Gugliotta – scrivono i giudici – il soggetto preposto ad assicurare l’ordine e a garantire presso Bolzaneto il rispetto dell’incolumità fisica e della dignità delle persone ristrette in tale ambito”. Quindi, “Gugliotta ha male utilizzato il potere conferitogli, consentendo ai sottoposti di compiere abusi e violenze di ogni genere, talora perpetrandoli personalmente, e contribuendo con il suo operato a creare un clima greve e oppressivo in cui le vittime erano prive di difese ed esposte alla prepotenza e violenza di coloro che avrebbero dovuto tutelarne invece la sicurezza personale”.
Secondo i giudici, che ricordano ancora la posizione vessatoria cui vennero sottoposti i detenuti, Gugliotta fu “fortemente determinato a far mantenere loro la posizione ponendoli in soggezione”. Quindi, Gugliotta non agì “come avrebbe dovuto per il ruolo rivestito al fine di prevenire condotte illecite da parte di chi indossava la divisa della polizia penitenziaria”.
E cosa avvenne in quella caserma è ben chiaro ai giudici: reati “inconcepibili in un sistema democratico” scrivono, che ricordano “la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura. Cosa questa che ha costretto l’ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti, che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali, in condotte che questo collegio ritiene pienamente provate”.

GENOVA: LE MOTIVAZIONI PER LA SENTENZA BOLZANETO. “OMERTA’ DI STATO”

Il 27 novembre scorso è stata depositata la motivazione della sentenza del tribunale di Genova per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.
Il documento di 451 pagine spiega il perché delle 15 condanne e delle 30 assoluzioni, con pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, in assenza nel nostro codice del reato di tortura, erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Le motivazioni della sentenza hanno come punto di riferimento la Costituzione e i suoi dettati, a partire dalla tutela della dignità dell’uomo. E proprio nelle motivazioni si legge che quella notte, all’interno di quella caserma, i diritti elementari vennero sospesi. A partire dalle parole di alcuni poliziotti, “espressioni di carattere politico di per sé intollerabili sulla bocca di appartenenti a Forze di polizia di uno Stato democratico che pone il ripudio del nazifascismo tra i valori della propria Costituzione” per finire agli atti: le violenze, le vessazioni, i pestaggi, le umiliazioni.
Ciononostante, i giudici mettono un punto fermo, che verrà riproposto anche in altri processi per il G8: l’impossibilità di attribuire ai “vertici” la responsabilità di quanto avvenuto.
Scrivono i giudici: “sarebbe stato necessario raggiungere la prova che gli stessi vertici fossero stati presenti ai fatti e avessero avuto perfetta percezione di quanto stava avvenendo”. Una condizione necessaria per attribuire la responsabilità . E questo non e’ avvenuto per la sostanziale omertà delle forze di polizia che male interpretarono “lo spirito di corpo” che non ha permesso di identificare “la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento”.
I giudici sottolineano come l’indagine abbia incontrato “difficoltà oggettive” per la “scarsa collaborazione delle forze di polizia”: “valga per tutte – scrivono i giudici – la figura di un appartenente alla polizia penitenziaria, descritto da diverse parti offese come persona di alta statura e corporatura massiccia, soprannominato dai propri colleghi ‘er Tigre’ che era tra i più esagitati nel colpire e angariare gli arrestati, al quale, tuttavia, non si è riusciti a dare un volto e un nome” oppure “l’agente di polizia penitenziaria altoatesino che si era distinto per una particolare disposizione a insultare e deridere gli arrestati di lingua tedesca”.
I giudici sono durissimi, a dispetto di una sentenza che a molti sembrò soft, nei confronti della polizia. Non ci sono sconti per nessuno. I giudici ricostruiscono le pagine più abiette di quanto successe a Bolzaneto.
Nelle motivazioni i giudici entrano nel merito dei capi di imputazione affrontando una per una le posizioni degli imputati. A partire dal vicequestore Alessandro Perugini, condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione perchè aveva avuto “la sicura consapevolezza di quanto accadeva nella struttura” relativamente alle posizioni fatte tenere dai detenuti, era a conoscenza di quanto avveniva “sotto il profilo della permanenza degli arrestati e dei fermati nelle posizioni vessatorie di stazionamento e di transito nel corridoio e delle percosse che agli arrestati e fermati venivano inferte per costringerli a mantenere le posture”.
Era stato lo stesso Perugini ad ammettere di aver visto gli arrestati in piedi, faccia al muro non meno di due volte e di “non essersi posto il problema”, ammettendo anche di non avere “in entrambe le occasioni disposto che gli arrestati fossero fatti sedere”. L’essere a conoscenza di queste vessazioni, dunque, per i giudici configura la violazione dell’art. 40 cp per il quale “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.
E poi Antonio Gugliotta, l’ex capo dei secondini, condannato a 5 anni di reclusione, “pienamente consapevole di quanto avvenne in quella caserma”.
L’ ex ispettore di polizia penitenziaria era responsabile della sicurezza del sito penitenziario provvisorio di Bolzaneto. A Gugliotta erano stati contestati l’abuso di ufficio continuato e di autorità contro arrestati, i reati continuati di percosse, lesioni, ingiurie, minacce e violenze private e alcuni episodi specifici.
“Era proprio Gugliotta – scrivono i giudici – il soggetto preposto ad assicurare l’ordine e a garantire presso Bolzaneto il rispetto dell’incolumità fisica e della dignità delle persone ristrette in tale ambito”. Quindi, “Gugliotta ha male utilizzato il potere conferitogli, consentendo ai sottoposti di compiere abusi e violenze di ogni genere, talora perpetrandoli personalmente, e contribuendo con il suo operato a creare un clima greve e oppressivo in cui le vittime erano prive di difese ed esposte alla prepotenza e violenza di coloro che avrebbero dovuto tutelarne invece la sicurezza personale”.
Secondo i giudici, che ricordano ancora la posizione vessatoria cui vennero sottoposti i detenuti, Gugliotta fu “fortemente determinato a far mantenere loro la posizione ponendoli in soggezione”. Quindi, Gugliotta non agì “come avrebbe dovuto per il ruolo rivestito al fine di prevenire condotte illecite da parte di chi indossava la divisa della polizia penitenziaria”.
E cosa avvenne in quella caserma è ben chiaro ai giudici: reati “inconcepibili in un sistema democratico” scrivono, che ricordano “la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura. Cosa questa che ha costretto l’ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti, che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali, in condotte che questo collegio ritiene pienamente provate”.

GENOVA: VERGOGNA DI STATO, VOLANO GLI STRACCI CON IL MANGANELLO

(Genova, 13 novembre 2008) – Non è successo niente. Alla scuola Diaz di Genova, durante le giornate del G8 del 2001, è semplicemente accaduto che un manipolo di picchiatori in divisa, senza aver ricevuto alcun ordine dai vertici della Polizia di Stato, sia entrato nottetempo in una scuola e abbia pestato a sangue decine di giovani che stavano dormendo. Tutto molto banale e lineare. Non una spedizione punitiva di Stato, ma un’irruzione di irresponsabili.

Questo il senso della sentenza emessa dal tribunale di Genova che, per l’assalto squadristico di Stato alla scuola Diaz, ha inflitto solo 13 condanne e pronunciato 16 assoluzioni. Queste ultime tutte riservate ai responsabili di quel corpo dello Stato che a questo punto dovrebbero essere considerati in toto degli irresponsabili.

La domanda allora è: come è possibile che un irresponsabile (nel senso letterale del termine, cioè senza responsabilità di comando) come Gianni De Gennaro, incapace perfino di indirizzare le azioni dei suoi dipendenti in divisa da poliziotti, sia in grado di guidare uno strumento altamente delicato come i servizi segreti?

IL RITORNO DI LICIO GELLI

Per qualcuno è stato un fulmine a ciel sereno. Forse perché ignorava che in realtà Licio Gelli, il venerabile maestro della Loggia segreta P2, anche se ormai 89/enne, è ancora in piena attività. Forse oramai non dipana più trame eversive, anche se continua a mantenere un’influenza su una certa politica nazionale.

A dimostrarlo sono le parole che ha pronunciato il 31 ottobre scorso durante la presentazione di una trasmissione televisiva (nove puntate) che terrà su Odeon Tv a partire da lunedì 3 novembre dal titolo inequivocabile di “Venerabile Italia”.

Cosa ha detto Licio Gelli. Di tutto un po’. La cosa più forte è che oggi in Italia il suo erede è Silvio Berlusconi, proprio lui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (il cui nome compare nelle liste della P2), a giudizio di Gelli l’”unico capace” di portare a termine il Piano di Rinascita Nazionale, in parte già realizzato.

Fin qui la cronaca. Ora è importante comprendere che cosa quell’uscita significhi.

E’ indubbio che Gelli non volesse fare un favore a Berlusconi. E allora perché quella frase spinosa?

Le ipotesi sono molte: si va dalla semplice “boutade di un anziano signore in cerca di visibilità” ad un più complicato gioco di specchi che vedrebbe Gelli portavoce di un qualche “potere forte” che non vede di buon occhio e intende contrastare Berlusconi e la sua maggioranza parlamentare. Ha detto bene Osvaldo Napoli, vice capogruppo Pdl alla Camera: “E’ evidente che un personaggio come il piduista Licio Gelli, screditato quanto basta, sa benissimo che un suo apprezzamento si traduce subito in veleno per lo sfortunato destinatario”.

Fa il paio con l’uscita su Berlusconi un’altra dichiarazione del venerabile maestro al sito Internet “La Zanzara” a cui ha detto di aver accettato la conduzione del programma televisivo perché invitato da Mediaset. I responsabili di Odeon Tv hanno immediatamente corretto il lapsus di Gelli, affermando che “Mediaset non c’entra nulla”.

IL FILMATO

SCONTRI A PIAZZA NAVONA: LA TRAPPOLA DEGLI OPPOSTI ESTREMISMI

La trappola è scattata puntualmente quasi in ossequiosa risposta alla “provocazione” del senatore emerito, ed ex capo dello Stato, Francesco Cossiga che appena pochi giorni prima aveva in pratica spiegato come, il 12 maggio 1977 a Trastevere, aveva fatto ammazzare la studentessa Giorgiana Masi durante incidenti creati ad arte da infiltrati della polizia nel corso di una manifestazione indetta dal partito radicale.

31 anni dopo, il 29 ottobre 2008, la teoria, negli anni ormai ben collaudata, che va sotto il nome di “opposti estremismi”, è tornata alla ribalta. Il gioco è stato facile: è bastato fare entrare in piazza Navona un camion del “Blocco studentesco” – militanti del centro sociale di estrema destra Casa Pound, appena fuoriusciti dalla Fiamma Tricolore – carico di caschi e spranghe perché si spargesse la voce che i fascisti erano arrivati e avevano cominciato a spaccare qualche testa (tre giovani al pronto soccorso) e a prendere a cinghiate gli studenti che manifestavano tranquillamente.

L’allarme è giunto, ovviamente, dove doveva arrivare, ossia agli antagonisti dei fascisti, i militanti di estrema sinistra che erano all’Università. E’ poi bastato far sparire la polizia dalla piazza – che prima blocca il corteo di sinistra e poi lo lascia tranquillamente entrare in piazza – perché il contatto tra le due opposte fazioni avvenisse quasi naturalmente.

In ossequio alla teoria degli “opposti estremismi”, come avvenuto innumerevoli volte negli anni Settanta e Ottanta, ecco spiegato all’opinione pubblica come il movimento degli studenti 2008, la cosiddetta “Onda”, sia di fatto qualcosa di violento. Anche se è sotto gli occhi di tutti che così non è.

Si innesta perfettamente in questa provocazione targata “opposti estremismi” la polemica sulla presenza nella piazza di un altro camion, appartenete ai Centri sociali. Anche i camion possono essere “estremisti opposti”. In realtà il secondo camion era carico di altoparlanti e non di mazze e caschi e stazionava in piazza Navona, con regolare permesso, già da alcuni giorni.

Se andiamo indietro negli anni ciò che è accaduto a piazza Navona è la fotocopia esatta, ovviamente in sedicesimo, di ciò che successe il 16 marzo 1968 all’Università La Sapienza quando i neofascisti missini, guidati dal segretario del partito, Giorgio Almirante, con la tacita complicità della polizia, assaltarono la facoltà di Lettere occupata della Sapienza, allo scopo di spegnere sul nascere l’allora movimento studentesco. L’effetto fu che il movimento si estese ed i fascisti sparirono dall’Università.

Spiace che nella trappola ordita da neofascisti e polizia siano caduti degli antifascisti un po’ troppo naif e decisamente digiuni di storia.

Il video che mostriamo qui sotto – ottenuto per gentile concessione di Peace reporter – già apparso, poi rimosso e poi ancora postato su You tube, è la dimostrazione evidente dell’intesa esistente tra polizia e neofascisti. Il giovane che appare di continuo nel video mentre telefona e mentre mostra di avere grande confidenza con dei poliziotti non è un infiltrato come qualcuno, sbagliando, ha ipotizzato. E’ invece un militante di estrema destra. Così come lo è quel “Francesco” che appare in un altro video e al quale un altro poliziotto si rivolge con grande confidenza.

D’altronde che la polizia abbia in buona parte un’anima nera lo hanno già evidenziato le giornate di Genova del luglio 2001 quando, non solo a Bolzaneto e alla Diaz, i poliziotti inneggiavano al Duce e cantavano la canzoncina di Pinochet.

Purtroppo in pieno Terzo millennio è ancora grande la distanza tra i comportamenti di una certa Polizia e la democrazia italiana.

IL FILMATO DELL’AMICO DEI POLIZIOTTIIl Video