CHARLIE HEBDO: PERCHE’ C’E’ IL SEGRETO DI STATO SULL’INCHIESTA GIUDIZIARIA SULLA STRAGE?

Una manifestazione a Parigi dopo la strage di Charlie Hebdo
Una manifestazione a Parigi dopo la strage di Charlie Hebdo

Perché il 23 ottobre 2015, cioè appena 20 giorni prima della strage di Parigi, le autorità francesi hanno deciso di porre il segreto di stato sulla strage di Charlie Hebdo e il successivo assalto al supermercato kosher della capitale francese?
Il 7 gennaio scorso, dopo aver attaccato la sede del quotidiano satirico, uccidendo diverse persone, due terroristi erano fuggiti, ma nel farlo avevano dimenticato un documento di riconoscimento nella macchina usata per la fuga. Grazie a questo ritrovamento – i terroristi dimenticano sempre almeno un loro documento d’identità, era successo l’11 settembre 2001 a New York, accadrà ancora il 13 novembre 2015 a Parigi – gli investigatori erano risaliti in pochi istanti a tre terroristi di origine islamica: i fratelli Kouachi, Said e Chérif e Amedy Coulibaly. Mentre il terzo era stato ucciso durante l’irruzione in un supermercato kosher parigino, gli altri due erano stati colpiti a Dammartin vicino a Parigi. Le sparatorie erano avvenute in contemporanea tre giorni dopo l’assalto a Charlie.
Durante l’inchiesta erano emersi particolari inquietanti come quello relativo alle armi denunciato dal quotidiano francese La Voix du Nord secondo cui le armi usate dai terroristi facevano parte di uno strano stock destinato ad una misteriosa – così scriveva il giornale, mai smentito – “rete costituita da forze dello Stato”.
Sulle armi, comunque, l’inchiesta è stata tutt’altro che chiara. La relazione tecnica sulle armi consegnata ai magistrati il 20 gennaio 2015, 13 giorni dopo la strage di Charlie Hebdo, non diceva nulla sulla loro provenienza. Ma la magistratura di Lille aveva scoperto che quattro giorni prima l’Europol aveva consegnato allo Sdat (una sorta di polizia politica francese, paragonabile alla nostra Digos) un’informativa in cui si diceva che le armi «sono state acquistate dall’azienda slovacca Agf Security da una ditta di Lille che fa capo a Claude Hermant». Costui è un informatore dei servizi segreti francesi.
Ora con la segretazione imposta dal ministro dell’Interno Cazeneuve i giudici non potranno più indagare sulla strage di Charlie Hebdo ed anche l’inchiesta sulla morte di Amedy Coulibaly è stata bloccata. Quest’ultimo era entrato nel supermercato kosher armato di un mitra Skorpion, un fucile d’assalto Vz 58 (simile al Kalashnikov) e due pistole Tokarev. Anche queste sono armi di provenienza cecoslovacca che in Francia, ovviamente, non sono in vendita. Su questo aspetto stava indagando la magistratura francese quando è calata la mannaia del segreto di stato. Perché? Forse i giudici si stavano avvicinando troppo alla verità? E quale potrebbe essere la verità?
Secondo il sito “Mediapart”, “poliziotti di Lille e uno dei loro informatori sono al centro del traffico d’armi con cui è stato armato Coulibaly… la loro posizione è abbastanza delicata da indurli a trincerarsi dietro il “sècret défense””, appunto il segreto di stato. In altre parole l’ipotesi più concreta è che lo Stato francese si sarebbe occupato di armare giovani francesi d’origine islamica da impiegare in Siria in funzione anti – Assad. A questo punto è chiaro che i fratelli Kouachi, e quasi certamente anche Coulibaly, siano stati arruolati a Parigi per andare a combattere in Siria. Ma che poi abbiano usato le armi anche per la doppia strage di Parigi. Di loro iniziativa o dirottati da qualcuno?

CASO MORO (3): E L’IDEA DI AFFIDARE LE PERIZIE AD UNA STRUTTURA INDIPENDENTE?

CASO MORO (3): E L’IDEA DI AFFIDARE LE PERIZIE AD UNA STRUTTURA INDIPENDENTE?

In una vicenda come quella di Aldo Moro così ricca di inquinamenti e depistaggi forse sarebbe stato il caso di affidare in primis la perizia sulla strage di via Fani ad una commissione fatta di esperti stranieri e comunque indipendenti. Ci rendiamo conto, lo ribadiamo, che la nuova commissione Moro ha pochi fondi a disposizione, ma a nessuno dei commissari è venuto in mente che, visto il clamore internazionale della vicenda, sarebbe stato possibile reclutare periti balistici di fama che avrebbero lavorato gratis pur di apporre il proprio nome ad un simile lavoro?
E invece continuiamo a fidarci delle strutture di casa nostra che seppure in buona fede non odono di fama eccelsa. Per la polizia scientifica di Roma basti pensare ai disastri combinati nelle perizie sul delitto di Perugia. E non aggiungiamo altro.

CASO MORO (2): PER NON PARLARE DELL’INDAGINE DELLA DOTT.SSA LAURA TINTISONA

CASO MORO (2): PER NON PARLARE DELL’INDAGINE DELLA DOTT.SSA LAURA TINTISONA

Se la perizia balistica della polizia scientifica di Roma è un colabrodo, a leggere i risultati dell’indagine condotta dalla dott.ssa Laura Tintisona c’è da mettersi le mani nei capelli. Innanzitutto chi è costei? Ufficialmente per la commissione Moro ha una qualifica altisonante: “ufficiale di collegamento della commissione con la polizia di Stato). In realtà è un’oscura funzionaria del Viminale che ha al suo attivo (basta cliccare il suo nome su google) soltanto la partecipazione ad un convegno di criminologia nel 2012 e aver preso parte, quando stava alla Digos della capitale, all’individuazione di un covo delle nuove Brigate rosse nel 2003. Tutto qui.
Eppure la commissione Moro (evidentemente a corto di finanziamenti) le ha commissionato alcuni accertamenti delicati che riguardano la più importante strage del terrorismo di sinistra, quella di via Fani con risultati a dir poco minimi.
Senza dilungarsi sull’indagine della Tintisona, un esempio per tutti: è noto che una delle auto posteggiate in via Fani la mattina del 16 marzo 1978, giorno del sequestro Moro, è risultata alquanto sospetta, in quanto intestata ad una società che faceva capo ad una struttura del Sisde, il servizio segreto interno di allora. Cosa fa la Tintisona per acquisire ulteriori conoscenze? Testuale: “Infine al Bonanni (l’intestatario della società sospetta) è stato espressamente richiesto se avesse mai fatto parte o, a qualsiasi titolo collaborato con Servizi di Sicurezza o Foirze di Polizia”. Provate ad indovinare cosa ha risposto il soggetto interrogato? “Lo stesso lo ha categoricamente escluso”. Ma che bella scoperta!!!
Per il resto nessun approfondimento, neppure negli archivi del Sisde, niente di niente. “Scusi lei è una spia?”. Risposta: “No, ma le pare”. “Prego si accomodi”.
Ecco a chi la commissione Moro affida i suoi approfondimenti.

CASO MORO: UNA NUOVA PERIZIA CHE SOLLEVA MOLTI INTERROGATIVI

CASO MORO: UNA NUOVA PERIZIA CHE SOLLEVA MOLTI INTERROGATIVI

Sarà pure, come ha detto il presidente della nuova commissione Moro, Giuseppe Fioroni, “un lavoro di grande professionalità”, ma la nuova perizia della polizia scientifica sulla dinamica della strage di via Fani del 16 marzo 1978 – illustrata il 10 giugno scorso in diretta streaming – lascia più di una perplessità.
In primo luogo perché ricalca quasi alla perfezione il cosiddetto memoriale Morucci, ossia la ricostruzione di parte brigatista, da sempre ampiamente contestata, in sede processuale, da almeno una decina di periti balistici e medici legali. In secondo luogo perché la stessa perizia della polizia cade in alcuni errori marchiani e alcune semplificazioni che di “scientifico” hanno davvero poco.
Torneremo su questa inquietante perizia che se non fosse stata prodotta da insospettabili e qualificatissimi funzionari di polizia, assumerebbe il sapore del più incredibile dei depistaggi. In questa sede basti annotare alcuni aspetti:
1) Le auto in movimento. La perizia vuole spiegarci qualcosa che finora non ha mai incontrato alcuna risultanza processuale. E di cui neppure i brigatisti hanno mai parlato. E cioè che l’assalto alle due auto della scorta dell’on. Aldo Moro sarebbe avvenuta con le due vetture (la 130 con a bordo il presidente della Dc e l’alfetta che la seguiva) in movimento. Niente tamponamento, quindi, come peraltro già appurato, ma solo un piccolo urto che si limita a sfondare un fanale della 130. Come se la macchina non avesse avuto un abbrivio tale da urtare violentemente la 128 con a bordo Mario Moretti che aveva improvvisamente frenato. E questo pur di non collocare sulla scena dell’agguato un altro killer che assieme ai quattro brigatisti, la cui presenza è sacrosanta, avrebbe aperto il fuoco sulle auto. Dal momento che i bossoli recuperati si trovano in una posizione incompatibile con quanto sostengono le Br, basta spostare le auto un po’ indietro (e quindi ritenerle in movimento) per togliere dalla scena questo scomodo ennesimo sparatore.
2) I corpi scambiati. La perizia confonde le posizioni dei due poliziotti seduti nella parte anteriore dell’alfetta di scorta. E’ incontestabile che alla guida dell’auto ci fosse l’agente Giulio Rivera, con al suo fianco il vicebrigadiere Francesco Zizzi. Bene, la perizia ne inverte le posizioni con un’analisi delle traiettorie dei proiettili completamente falsata. Né tiene conto che Zizzi è l’altro poliziotto che riesce a scendere dall’auto, abbattendosi subito al suolo senza sparare. Zizzi sarà l’unico dei cinque uomini di scorta di Moro a giungere ancora vivo in ospedale.
3) La morte del maresciallo Leonardi. La stessa perizia, pur dovendo ammettere che il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi venne colpito da sette colpi tutti provenienti da destra, pur di escludere la cosa più banale e cioè che anche a destra ci fosse qualcuno che ha sparato, “inventa” un’improbabile giravolta dello stesso sottufficiale che, così facendo, porgerebbe ai killer collocati a sinistra il fianco destro. Se ciò fosse vero il corpo di Leonardi sarebbe adagiato nello spazio tra i due sedili anteriori e non invece seduto, ma con il fianco destro ancora esposto a destra. Se fosse stato freddato mentre era piegato quasi a voler proteggere Moro seduto sul sedile posteriore, non avrebbe potuto rimettersi a sedere.
4) Il killer collocato a destra. Sempre per negare la possibile presenza di uno o più sparatori collocato a destra delle auto, il funzionario della scientifica è arrivato a teorizzare che chiunque, collocato a destra, sarebbe finito sulla linea del fuoco degli sparatori da sinistra. Ignorando che, essendo Leonardi un addestratore al tiro, era anche il più temibile, colui che avrebbe potuto più degli altri rispondere al fuoco. Logico quindi che è Leonardi il primo della scorta da eliminare. E come essere certi di eliminarlo se non sparando da destra. Certamente colpendolo (sette colpi!!!) subito e poi spostarsi dalla scena prima che gli altri del commando entrassero in azione.
5) Il mitra che spara 49 colpi. Anche questa ennesima perizia scientifica ammette che delle armi usate in via Fani un mitra, un vecchio mitra Fna 43, arma usata dalle milizia della Repubblica di Salò, residuato bellico, mai recuperato, ha sparato 49 colpi. Anche quest’arma avrebbe sparato da sinistra. Ma solo pochi proiettili avrebbero raggiunto gli obiettivi. Ma chi aveva in pugno questo Fna 43, visto che i quattro brigatisti che hanno ammesso di ave sparato in via Fani, affermano tutti che le loro armi si incepparono e che nin tutto spararono solo pochi colpi? Visto che i caricatori del Fna 43 possono essere a 10, 20, 30 o 40 colpi, per esplodere 49 colpi quanti caricatori ha dovuto impiegare (con notevole perdita di tempo) il misterioso sparatore? A seconda del caricatore avrebbe dovuto cambiare lo stesso 5, 3, 2 oppure ancora 2 volte. Tutto ciò ha una pur minima logica? E se quei colpi fossero stati invece distribuiti su più di un’arma? La perizia ignora questa possibilità.

Per ora ci fermiamo qui. Ma non è finita.

STRAGE DI BRESCIA: COME VOLEVASI (PURTROPPO) DIMOSTRARE

STRAGE DI BRESCIA: COME VOLEVASI (PURTROPPO) DIMOSTRARE

Di Sandro Provvisionato

Spiace dirlo. Ma è andata proprio come volevasi dimostrare, cioè come Misteri d’Italia aveva previsto che andasse fin dalle prime battute del processo per la strage di Brescia (8 morti e 102 feriti il 28 maggio 1974).

D’altronde la previsione era fin troppo facile: i processi senza prove non vanno celebrati – pena l’assoluzione degli imputati – e di prove in questo processo non ce ne erano davvero. Lo testimonia la stessa formula usata dai giudici: secondo comma dell’art. 530 del codice di procedura penale, assimilabile alla vecchia “insufficneza di prove”. Ma lo testimonia soprattutto il fatto che questo processo, l’ottavo per la strage, fosse un processo fotocopia di quella già celebrato a Milano per la strage di piazza Fontana (17 morti e 88 feriti il 12 dicembre 1969). Anche lì tutti assolti, manco a dirlo.

Il motivo di questi fallimenti delle due procure, quella di Milano prima e quella di Brescia poi, è molto semplice da spiegare: ambedue le istruttorie si basavano sulle dichiarazioni di uno stesso testimone, Carlo Digilio, detto “zio Otto”, un “pentito” già ritenuto “non attendibile” a Milano e che per la strage di Brescia non aggiungeva molto di diverso se non la solita ricostruzione storica sul ruolo avuto negli anni a cavallo tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta dall’organizzazione Ordine Nuovo del Veneto. E i processi non si fanno con le ricostruzioni storiche, come hanno dimostrato le fallimentari inchiesta del giudice milanese Guido Salvini. Che i bresciani, Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, hanno voluto a tutti i costi scimmiottare. Con quale bel risultato abbiamo visto.

Tutto questo non vuol dire che Zorzi, Maggi, Tramonte, il chiaccheratissimo gen. Delfino siano innocenti. Personalmente credo che sia vero il contrario.

Tutto questo significa che in un Paese civile per condannare degli imputati occorrono le prove. E per fortuna che in Italia ci sono ancora giudici togati e giudici popolari che a questa regola fondamentale di uno Stato di Diritto ancora credono.

Le ricostruzioni storiche sono buone per gli storici. Ai magistrati occorre cercare le prove, gli elementi materiali che sostanziano il reato. Tertium non datur.

EMANUELA ORLANDI: MOSSA DISPERATA DELLA PROCURA DI ROMA

Ad ennesima dimostrazione che l’ultima inchiesta della procura di Roma sulla scomparsa di Emanuela Orlandi ha ormai il fiato corto, nei prossimi giorni verrà aperta la tomba di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, il boss della Banda della Magliana, ucciso il 2 febbraio 1990 e sepolto nella basilica di Santa Apollinare a Roma.

L’estrema speranza dei magistrati – che purtroppo, da più di due anni, basano la loro inchiesta solo sulle “rivelazioni” di Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano e amante di De Pedis – è che dalla riapertura della tomba possano arrivare possibili elementi utili per rafforzare l’esilissimo collegamento tra la scomparsa di Emanuela e lo stesso De Pedis, indicato dalla Minardi come l’esecutore del rapimento ed il responsabile dell’occultamento del cadavere.

In oltre due anni di indagini, i magistrati romani sono solo riusciti a scrivere sul registro degli indagati quattro persone : Sergio Virtù, 49 anni; Angelo Cassani, 49 anni, detto “Ciletto”; Gianfranco Cerboni, 47 anni, detto “Giggetto” e la stessa Sabrina Minardi. Davvero poco per chiedere un processo.

Tempo fa, al colmo della disperazione, i magistrati che indagano sulla scomparsa di Emanuela, avvenuta 27 anni fa, rivolsero attraverso i giornali un appello a ciò che ancora rimane della Banda della Magliana. Una sorta di “chi sa parli” che non ha sortito alcun effetto.

BANDITO GIULIANO: LA CARTA D’IDENTITA’ CONFERMA L’ALTEZZA DELLA SALMA

La carta di identità del bandito Salvatore Giuliano, rilasciata dal Podestà dell’epoca del comune di Montelepre, il 7 aprile 1943, potrebbe rivelare la sua vera identità.
A 21 anni era alto 1,66 centimetri.

Il dato confermerebbe quindi la misurazione effettuata dal medico legale Livio Milone che nei giorni scorsi ha effettuato la riesumazione dei suoi resti nel cimitero di Montelepre.

Intanto si apprende che sarà possibile eseguire l’esame del Dna sul cadavere del bandito Salvatore Giuliano. A confermarlo è stato il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingoia, che coordina l’inchiesta, a sessant’anni dalla morte del bandito di Montelepre, ucciso il 5 luglio 1950 a Castelvetrano (Trapani).

“A questo punto – ha spiegato il magistrato all’Adnkronos – bisogna individuare i parenti con i quali comparare il Dna che verrà estratto dalla salma riesumata a Montelepre”.

Sono diversi i parenti ancora in vita di Giuliano, a partire da alcuni nipoti, figli della sorella del bandito.

PONTE SULLO STRETTO: 4.500 E NON 40 MILA I NUOVI POSTI DI LAVORO

La Rete NoPonte, in una nota, ha smentito le cifre sull’occupazione per la realizzazione del ponte sullo Stretto, date nei giorni scorsi dal ministro delle Infrastrutture che aveva parlato di 40 mila nuovi posti di lavoro. “Invece – dice una nota della Rete – saranno solo 4.500 e non si tratterà integralmente di manodopera locale: i lavoratori provenienti dall’area dello Stretto saranno circa duemila per Messina e 1.350 per Reggio Calabria. Dei 125 lavoratori nelle trivellazioni a Messina, solo 5 erano locali”.

“La cifra di 4.500 – conclute la Rete NoPonte – non riguarda l’occupazione media, ma i lavoratori impiegati in ciò che il progetto definitivo indica come periodi di punta. A regime si prevede invece la perdita di 1.100 posti di lavoro nel settore del traghettamento (come scrive l’advisor del governo nel 2001), mentre l’occupazione stabile creata dal ponte non supererà le 220 unità, secondo lo studio della società Stretto di Messina”.

PONTE SULLO STRETTO (2): PER IL GEOLOGO TOZZI RISCHIO SISMICO

Ecco uno scritto del geologo Mario Tozzi, Primo Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, pubblicato sul web il 1° novembre scorso:

“Ci sono i dati recentemente acquisiti e rielaborati dall’ENEA, secondo i quali, migliaia di anni fa, la Calabria si trovava più in basso di dove è oggi e continua a salire ancora. Anche la Sicilia è in risalita, ma con una velocità diversa. I dati indicano un sollevamento differenziale del settore calabrese di circa 1,5 mm/anno contro 0,6 mm/anno di quello siciliano. Ci resta il dubbio che il sollevamento potrebbe essere acquisito anche nell’ambito di un solo terremoto e non essere continuo, ma non sarà il caso di porsi il problema per il ponte che dovrebbe così sollevarsi più da una parte e meno dall’altra? E con quale meccanismo verranno riassorbiti i movimenti? E, soprattutto, quanto ciò influirà sui costi dell’opera? Se questi movimenti esistono, perché nessuno pensa a una rete di monitoraggio diffusa e continua per un tempo di osservazione sufficientemente lungo: perché tutta questa fretta?
Sicilia e Calabria non si muovono solo verso l’alto, si spostano anche in orizzontale e lo fanno anche mentre scrivo queste righe. I dati dal satellite indicano una divaricazione fra Calabria e Sicilia che procederebbe al ritmo di 1 cm/anno: per via della tettonica delle placche (cioè dello spostamento di tutti i settori crostali della Terra), i due blocchi si spostano, ma non nella stessa direzione. Anche in questo caso sconcerta come nessuno pensi a una rete di monitoraggio precisa e continua per un tempo di osservazione sufficientemente lungo da fugare anche i residui dubbi: se il problema esiste, non sarà il caso di approfondirlo? Perché lo studio di progetto iniziale escludeva l’esistenza di movimenti crostali lenti, sia orizzontali che verticali?
Si dice: ma negli Stati Uniti e in Giappone i ponti si costruiscono, eppure sono aree sismiche. Si costruiscono, ma crollano pure, in seguito a terremoti, come accaduto a Kobe, in Giappone, nel 1995: strutture molto più basse e con decine (!) di piloni di sostegno di cemento armato piegati come burro. Per consolazione, però, il ponte sullo stretto di Messina sarebbe in grado di resistere egregiamente a un’esplosione nucleare che avvenisse fino a mezzo chilometro di distanza. Auguri”.

STRAGE DI BRESCIA. CHIESTI QUATTRO ERGASTOLI ED UNA ASSOLUZIONE

Quattro condanne all’ergastolo ed una assoluzione. E’ con queste richieste che si è chiusa la requisitoria dei pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni nel processo per la strage che a Brescia, in piazza della Loggia, il 28 maggio 1974, uccise otto persone e ne ferì 108. Ma stando alle prove concrete non è difficile prevedere che anche questa volta ci sarà un’assoluzione generale

Il carcere a vita è stato chiesto per gli ex ordinovisti Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, l’ex collaboratore dei servizi segreti (Sid) Maurizio Tramonte e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Assoluzione, invece, ma con il comma dell’articolo del nuovo codice penale che fa riferimento all’insufficienza di prove, per l’ex capo di Ordine nuovo – ed in seguito anche segretario dell’Msi-dn – Pino Rauti.

Rauti, ha detto il pm Di Martino “ha una responsabilità morale per quanto avvenuto. Ma nei suoi confronti non ci sono situazioni di pseudo responsabilità oggettiva. Quindi è da assolvere, seppure con la formula prevista dal secondo comma dell’articolo 530”.

Riguardo agli imputati ritenuti colpevoli, Di Martino ha ricordato che “secondo i testimoni per Maggi la strage era un adeguato mezzo di lotta politica”. Delfo Zorzi sarebbe  invece colui procurò l’ordigno, mentre Maurizio Tramonte, l’ex fonte Tritone dei servizi segreti: “Era presente alle riunioni in cui si decise la strage, la sua velina del 6 luglio del 1974 è per noi quasi una confessione extragiudiziale di Maggi. E infine l’uomo dello Stato, il generale dei carabinieri Francesco Delfino. A lui viene attribuito da Di Martino “un depistaggio mostruoso”.

La posizione dell’ex generale dell’Arma – il cui nome compare in molti dei misteri d’Italia – quando scoppiò la bomba era capitano del nucleo operativo del comando provinciale, ma il suo depistaggio avrebbe impedito di prevenire le altre stragi.

In realtà – questo va detto – gli elementi probatori a carico di Maggi, Zorzi, Tramonte e Delfino, purtroppo, appaiono decisamente insufficienti. E si basano ancora solo e soltanto sulle dichiarazioni dell’ex collaboratore della Cia Carlo Digilio, scomparso nel 2005 a 68 anni, che è già stato ritenuto inattendibile a Milano nei processi per la strage di piazza Fontana.

SERVIZI SEGRETI: LO SPIONAGGIO DI PCI E MSI

I servizi segreti spiavano il Pci e l’Msi. Le prime prove documentali spuntano dalle carte di Aldo Moro conservate all’Archivio centrale dello Stato di Roma. Sono tre documenti inediti con la classifica di “segreto”, datati tra il giugno 1967 e marzo 1970. In quel periodo il servizio segreto era unico, si chiamava Sid (fondato sulle ceneri del Sifar dopo lo scandalo De Lorenzo) ed era diretto dall’ammiraglio di squadra Eugenio Henke.

Le tre “veline” confermano i sospetti dell’attuale presidente del Copasir, Massimo D’Alema, sollevati di recente durante l’audizione del direttore del servizio segreto militare Aise, generale Adriano Santini, sull’attività spionistica dell’intelligence rivolta alla politica. Al generale Santini, D’Alema ha chiesto se i servizi svolgano ancora oggi attività di spionaggio nei confronti di partiti o di politici. La questione è diventata di stringente attualità alla luce della denuncia pubblica fatta dal capogruppo Fli alla Camera, Italo Bocchino, di essere stato pedinato in primavera dal controspionaggio dell’Aise nella centralissima piazza romana di San Silvestro. Ma altre presunte attività di spionaggio sarebbero avvenute  –  tra conferme e smentite – nei confronti di numerosi politici, fra i quali il ministro dell’Interno Roberto Maroni.
La prima “velina” è datata 19 giugno 1967 e fu consegnata dall’ammiraglio Henke a Moro allora presidente del Consiglio nel suo terzo esecutivo di centro-sinistra. Il Sid, stando a quelle carte, monitorava “l’azione propagandistica dell’estrema sinistra e dell’estrema destra che ha colto spunti offerti da episodi scandalistici per creare fermenti e correnti di opinione contro le pubbliche istituzioni”. A proposito del Pci, il Sid scriveva che “in tempo di pace tende ad acquisire il controllo delle masse attraverso una costante alimentazione dell’odio di classe e attivizzando le organizzazioni di base politiche e sindacali per raggiungere una piattaforma comune per l’azione insurrezionale”. Gli 007 conoscono tutto dell’organizzazione territoriale del Pci. Sanno che può contare su “organismi fiancheggiatori quali l’Anpi”, che “si avvale del supporto della Cgil”, che ha la sua forza maggiore “nelle Regioni rosse”. Quantificano il suo bilancio annuale in “15 miliardi” di vecchie lire.
Ma soprattutto ritengono che all’interno del partito “esiste un apparato clandestino dei quadri predesignati a sostituire gli organi centrali in caso di emergenza con compiti politico-militari”. Una sorta di servizio segreto del Pci che – scrive il Sid a Moro – “può inquadrare non meno di 300 mila unità tratte dalle leve più giovani degli iscritti e godere dell’appoggio degli altri militanti nell’attività eversiva”. Tutti fatti, questi, confermati da Armando Cossutta, allora responsabile proprio di quel “servizio d’ordine clandestino del Pci”.

Ma i servizi di Henke spiavano anche a destra. In particolare, l’Msi di Giorgio Almirante. Che, però, non destava allarme “ai fini di una seria azione eversiva, sia per la scarsa consistenza numerica, sia per le finalità nazionali che si propongono nonché per l’attuale assenza di legami con potenze straniere”. “L’Msi  – è l’analisi del Sid – rilanciando tematiche ispirate a ideologie nazionaliste, ha potuto raccogliere oltre ai superstiti quadri del fascismo, qualche migliaio di giovani influenzati da possibilità di controbattere il comunismo”. Anche dell’Msi gli 007 conoscono tutti i segreti. Sanno che è finanziato da ambienti industriali e imprenditoriali. Una curiosità: fra le organizzazioni giovanili come l’Asan-Giovane Italia e il Fuan, il Sid segnala pure i Volontari Nazionali  – Camicie Verdi”, utilizzata sporadicamente in compiti di vigilanza interna”.

Il secondo documento è del 5 maggio 1969 e arriva a Moro nonostante in quel periodo non avesse incarichi: era stato messo in minoranza nella Dc dopo la fine dell’esperimento del centro-sinistra organico. E dopo le elezioni del 1968, che avevano sancito una consistente diminuzione di suffragi per i partiti della coalizione. Ma l’esponente Dc seguiva attraverso le “veline” degli 007 ogni passo dei comunisti, visto che cominciava a pensare all’allargamento al Pci, la cosiddetta “strategia dell’attenzione”. Di lì a poco (il 5 agosto 1969), sarebbe rientrato nel governo come ministro degli Esteri nel secondo gabinetto Rumor e avrebbe conservato quella carica quasi ininterrottamente fino al novembre 1974. Il 5 maggio ‘69, un appunto intitolato “la costituzione di Brigate capeggiate da ex comandanti partigiani” svelava a Moro che “il Pci, d’intesa con i comunisti dell’Anpi” avrebbe deciso di costituire gruppi segreti nell’ambito delle sezioni del partito delle principali città del Nord. Queste “Brigate composte di 20-30 elementi di assoluta fiducia” avevano il compito di assicurare “il servizio d’ordine in occasione di manifestazioni del Pci”; “La difesa delle sedi del partito comunista da attacchi condotti da elementi di estrema destra”; “Eventuali azioni contro sedi di partiti e gruppi di attivisti di estrema destra”. E “azioni contro le forze di polizia e le Forze Armate nel caso di interventi in ordine pubblico ritenuti eccessivi”. “Queste Brigate  –  aggiungeva il Sid  –  dovrebbero rappresentare i primi nuclei intorno ai quali verrebbero rapidamente costituiti più grossi reparti per reagire a un eventuale colpo di Stato concordato tra le FF. AA. e le correnti di destra dei partiti di Governo”.

Il terzo documento è un appunto telegrafico del 3 marzo 1970 e fa riferimento a una spia interna al partito comunista: “Fonte fiduciaria solitamente attendibile riferisce che la Direzione Centrale del Pci, in coincidenza della rinuncia dell’incarico dell’onorevole Rumor, ha disposto il piantonamento delle sedi regionali, provinciali e di zona del partito, per tutto il periodo della durata della crisi governativa. Ha inoltre chiesto la segnalazione della presenza, fuori ordinaria residenza, di ufficiali dei carabinieri e della Ps”. Il Pci temeva un colpo di Stato, ma i servizi segreti spiavano ogni loro mossa. E Moro sapeva tutto.

BRIGATE ROSSE: LA LIBERTA’ CONDIZIONALE DI GALLINARI E I FAMILIARI DELLE VITTIME

Il Tribunale di sorveglianza di Bologna sta valutando la posizione di Prospero Gallinari, ex brigatista, carceriere di Aldo Moro, condannato a diversi ergastoli che ha già scontato i 25 anni di reclusione necessari per inoltrare la richiesta di libertà condizionata. E per farlo – fatto assolutamente irrituale – ha inviato una comunicazione ai familiari di tutte le vittime delle Brigate Rosse, proprio per discutere della possibile liberazione condizionale di Gallinari.

L’imputato, basandosi sulla legge, sostiene che si tratti di un suo diritto, aggiungendo che non chiederà perdono ai familiari delle sue vittime, perché “sarebbe ipocrita”. Il proprio ravvedimento, secondo Gallinari, è dimostrato dall’aver firmato, con altri otto brigatisti, una lettera 22 anni fa in cui dichiarava conclusa la lotta armata. Fu quello l’inizio del suo nuovo cammino. La richiesta del Tribunale di un parere da parte dei familiari delle vittime, non è prevista dal codice penale.

Sabrina Rossa, deputato del Pd e figlia di Guido, ucciso dalla Brigate rosse nel 1979, si è chiesta perché chiamare in causa le vittime: “Sembra che il magistrato di sorveglianza di Bologna abbia cercato un appoggio morale preventivo da parte dei parenti come per attutire l’eventuale impatto di questa liberazione sull’opinione pubblica, ma questa specie di rimedio è ancora peggio del danno: la legge non prevede il nostro perdono per liberare Gallinari. Se ne ha diritto lo liberino senza chiederci il permesso. Lo stato non può vergognarsi di applicare una legge. Se invece si vergogna, allora la cambi”.

Di parere opposto Bruno Berardi, figlio del maresciallo di pubblica sicurezza ucciso a Torino dalle Br nel 1978, il quale ha minacciato di darsi fuoco se la domanda venisse accolta. “I giudici – afferma Berardi – devono soltanto emettere sentenze e non sostituirsi alle vittime dei reati, siano essi terroristici o di altra matrice. Prospero Gallinari è stato l’assassino di mio padre, pezzo di uno stato che oggi non c’è più. Nessuno può sostituirsi a noi vittime e la giustizia deve fare il suo corso, anche se oggi non è più così. Se si persevererà in questo andazzo noi faremo valere le nostre ragioni con proteste estreme. Se il gioco dovesse diventare duro, anche noi sapremo giocare in tal senso”.

BRIGATE ROSSE: FILM TV SUL PROCESSO DI TORINO

“Il sorteggio”, diretto da Giacomo Campiotti, è il titolo del film tv che Rauno manderà in onda lunedì 25 ottobre in prima serata. Ambientata a Torno nel 1977, la storia racconta di Tonino Barone (interpretato da Beppe Fiorello), un operaio della Fiat Mirafiori, che verrà sorteggiato come giurato popolare al primo processo al nucleo storico delle Brigate Rosse. Una figura ispirata ad un vero giurato ma che nella realtà non lavorava in fabbrica. Nel clima di paura che si diffonde in città in seguito ad una serie di attentati, Tonino si rende conto della difficile situazione in cui si trova: è chiamato, infatti, a una scelta di coraggio al di là delle intimidazioni (nella realtà in quell’occasione molti giurati popolari inviarono certificati medici per non partecipare al processo. In queste sue ore tormentate gli sono vicini il sindacalista Gino (Giorgio Faletti), che sostiene la necessità di combattere strenuamente il terrorismo all’interno della fabbrica, e la sua donna Anna (Spaziani), con cui condivide la passione per il tango argentino, metafora qui del loro rapporto e della vita. Nel cast anche Ettore Bassi (il presidente della giuria) e Matilde Piana (la mamma d Tonino Barone). La sceneggiatura è di Giovanni Fasanella, con Giuseppe Rocca e Giorgio Glaviano, punta sul rapporto tra l’individuo, il singolo cittadino, e l’autorità, lo Stato. Il film ripercorre il clima del processo al nucleo delle Brigate Rosse che cominciò a Torino nel maggio 1976: 46 imputati, 11 dei quali detenuti (tra di loro Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Renato Curcio, Maurizio Ferrari), ai quali venne contestato per la prima volta dal 1945 il reato di “costituzione di banda armata finalizzata al sovvertimento violento dell’ordine democratico e delle sue istituzioni”. Il processo si concluse oltre due anni dopo, nel giugno 1978, e venne colpito da una dura offensiva: l’assassinio il 28 aprile 1977 del presidente dell’Ordine degli avvocati del Piemonte Fulvio Croce.

BRIGATE ROSSE: AUTONOMIA OPERAIA: TORNA IL “TEOREMA CALOGERO”, QUESTA VOLTA IN UN LIBRO

Il “Teorema Calogero” è quell’ardita costruzione giudiziaria, un vero e proprio castello di accuse, che nel 1979 portò al blitz del 7 aprile (e altri ne seguiranno) contro l’Autonomia operaia a Padova, Milano, Torino, Bologna e Roma. Era un teorema, anche molto fragile, e tale processualmente si rivelò che voleva – in estrema sintesi – che in realtà i capi dell’Autonomia stessa, ex di Potere ioperaio, come Toni negri, fossero in realtà i veri capi delle Brigate rosse.

Il “Teorema” prese il nome da Pietro Calogero, un magistrato, all’epoca sostituto procuratore a Padova, oggi procuratore generale a Venezia. E oggi quel “Teorema” disvelato, smontato e sconfitto nelle aule dei tribunali, Calogero lo ripresenta, 31 anni dopo, sotto forma di libro. Il titolo è ad effetto: “Terrore Rosso, dall’Autonomia al Partito Armato”. Calogero lo ha scritto con due giornalisti: Michele Sartori e Carlo Fumian. Calogero nel libro insiste: “Autonomia Operaia e Brigate Rosse hanno operato da anni all’interno di una medesima strategia di lotta armata allo Stato”. Un’affermazione non solo antistorica, ma contraddetta da decine di sentenze.

Calogero, ovviamente, difende la sua indifendibile inchieste con evidenti forzature e nel corso della presentazione del libro ha detto:Quell’inchiesta non è frutto di leggi emergenziali. Nei testi ho trovato la dimostrazione che Autonomia non era solo un’area spontanea. Che c’era un centro ideologico e organizzativo nella Facoltà di Scienze Politiche, che Autonomia e Br erano in sintonia, erano anelli della stessa catena, strutture che partecipavano al governo informale del Partito Armato”.

CASO MORO: MORTO ROBERT KATZ

E’ morto il 20 ottobre scorso in Toscana, all’età di 77 anni, lo scrittore, giornalista, saggista e sceneggiatore americano Robert Katz, apprezzato in tutto il mondo per la capacità di unire la scrittura narrativa, indagando su vicende del nostro Paese come il massacro nazista delle Fosse Ardeatine e l’assassinio di Aldo Moro.

Nato a New York il 27 giugno 1933, Robert Katz studiò al Brooklyn College di New York. Dal 1958 al 1963 lavorò come fotogiornalista a New York per l’American Cancer Society e dal 1963 al 1964 per le Nazioni unite. Trasferitosi in Italia con la famiglia nel 1964, dove ha vissuto a Roma per un decennio, iniziò a raccogliere documenti e a fare ricerche d’archivio sulla strage nazista delle Fosse Ardeatine. Nel 1967 pubblicò il libro che lo fece conoscere a livello internazionale, “Death in Rome”, pubblicato a New York dall’editore Macmillan e tradotto in dieci lingue (l’edizione italiana porta il titolo “Morte a Roma”). Per questo libro e il film che ne fu tratto (“Rappresaglia”) la nipote di Pio XII denunciò Katz per diffamazione, vilipendio e calunnia alla memoria di papa Eugenio Pacelli: fu condannato e poi il reato fu dichiarato estinto dalla Cassazione.

Dal suo libro-inchiesta “I giorni dell’ira”, fu tratto invece il film “Il caso Moro”, diretto da Giuseppe Ferrara. E’ stata la prima pellicola a narrare l’intera vicenda del rapimento dello statista democristiano da parte delle Brigate Rosse, con l’interpretazione di Moro affidata a Gian Maria Volontè.

Il film di maggior successo al botteghino sceneggiato da Robert Katz è “Cassandra Crossing” (1976), diretto da Cosmatos e ambientato su un treno in corsa attraverso l’Europa, dove i passeggeri muoiono a causa di un virus trafugato da un laboratorio da tre terroristi svedesi. Stellare il cast della pellicola, dove appaiono Richard Harris, Sophia Loren, Martin Sheen, Alida Valli, Burt Lancaster e Ava Gardner.

CASO MATTEI: CHIESTE LE AUDIZIONI DI CIANCIMINO E GIROTTI (SNAM) AL PROCESSO DE MAURO

L’audizione di Massimo Ciancimino al processo per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, scomparso e mai ritrovato il 16 settembre 1970, è stata chiesta dal pm Sergio De Montis al presidente della Corte d’Assise di Palermo Giancarlo Trizzino. I pm ritiene che le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo, rese l’8 ottobre scorso, “siano rilevanti alla fine della decisione”, dal momento che “secondo quanto dichiara Massimo Ciancimino il padre Vito Ciancimino riteneva che il delitto De Mauro fosse il primo omicidio compiuto da cosa nostra ma su un input esterno di tipo istituzionale”.

Intanto anche la morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, e le manovre per fare apparire l’attentato al suo aereo come un “incidente” tornano a occupare la scena del processo. Demontis, oltre a quella di Massimo Ciancimino, ha chiesto anche l’audizione di Raffaele Girotti. All’epoca della sciagura aerea di Bascape’, il 27 ottobre 1962, Girotti, oggi 92/enne, era amministratore delegato della Snam, società controllata dell’Eni e proprietaria della flotta aerea dell’ente petrolifero. Girotti, secondo quanto ipotizza la magistratura di Pavia, sarebbe stata l’unica voce che dal gruppo Eni si sarebbe schierata contro la versione interessata della “disgrazia” aerea. Ai suoi collaboratori avrebbe assicurato l’impegno dell’azienda per accertare la verità. Annunciò anche la costituzione di una commissione d’inchiesta interna. Invece non accadde nulla. Anche lui si sarebbe dimostrato impotente rispetto alle manovre di insabbiamento dell’indagine. Alla fine fu nominato direttore generale dell’Eni.

Come per le altre richieste, la corte si e’ riservata di decidere se ammettere l’audizione di Girotti che, secondo il pm, potrebbe fornire informazioni utili sull’ultimo viaggio di Mattei in Sicilia. Il presidente dell’Eni si era recato nell’isola per tranquillizzare la popolazione di Gagliano Castelferrato (Enna) sull’attuazione del progetto dell’azienda di avviare una nuova fabbrica che avrebbe occupato alcune centinaia di lavoratori. Il pm ha depositato la trascrizione del discorso tenuto da Mattei in quella occasione.

CASO CALVI: LE AGENDE PERSONALI DI CARLO AZEGLIO CIAMPI

L’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha autorizzato la pubblicazione sul sito ufficiale del Quirinale di quattro pagine delle sue agende personali del periodo 1977-2006, consegnate all’Archivio storico del Quirinale stesso.

La più fitta di appunti e la più interessante ricostruisce la lunga giornata del 12 giugno 1982, quella in cui il banchiere Roberto Calvi si rese irreperibile. Ciampi racconta come la vicenda fu vissuta dalla Banca d’Italia, di cui all’epoca era governatore, e dà conto dei contatti con il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, con il ministro degli Interni Virginio Rognoni e con il presidente del consiglio Giovanni Spadolini.

Quel 12 giugno 1982 era un sabato. Ciampi annota che alle 9 del mattino Andreatta lo chiamò al telefono e gli comunicò l’irreperibilità di Calvi appresa da Rognoni. Sul da farsi di fronte alla scomparsa del presidente del Banco Ambrosiano, Spadolini, scrisse Ciampi, ”dice che Banca d’Italia provveda a suo giudizio”.

ESTREMA DESTRA: CRESCONO I MOVIMENTI IN RUSSIA

I movimenti dell’estrema destra che oggi minano dall’interno la stabilità della Russia stanno moltiplicandosi. E la loro forza è tale da minacciare da vicino l’esistenza di un quotidiano come Novaya Gazeta, sopravvissuto persino alla pubblicazione dei reportage anti-Putin di Anna Politkovskaja. La testata è infatti nel mirino dell’autority per i diritti dei consumatori per aver pubblicato materiali su questo movimento ultranazionalista.

Il cambiamento qualitativo è avvenuto negli ultimi anni: dalla violenza in piazza alla tattica dei gruppi d’attacco organizzati sostenuti dall’estrema destra. Hanno una loro struttura, fonti di finanziamento, legami con funzionari statali e amicizie tra gli esponenti dei servizi di sicurezza; e continuano a promuovere attivamente la loro causa tra i giovani. Le cifre parlano da sole: nel 2009, settantacinque persone sono state uccise e almeno 284 ferite in contesti di violenza razzista e neonazista in Russia. Negli ultimi tre anni le violenze dell’estrema destra hanno provocato 277 morti e 995 feriti.

1994: IN UN LIBRO L’ANNO CHE CAMBIO’ LA STORIA D’ITALIA

“1994” è il titolo del libro edito da Chiarelletere e scritto da due giornalisti, Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari che cuce assieme quattro storie, in un ambito di tempo che va dal 1988 al 1994. Quattro misteri tra la Prima e la Seconda repubblica: il delitto Rostagno (1988), la tragedia del traghetto Moby Prince (1991), gli omicidi dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi (1993) e dei reporter Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994). Un filo, afferma il volume, lega fatti e date che preparano la grande svolta del 1994, l’anno della discesa in campo di Berlusconi. Una controinchiesta che impiega i risultati di diverse indagini della magistratura (da “Sistemi criminal” della Procura di Palermo a “Cheque to cheque” della Procura di Torre Annunziata e molte altre), oltre a testimonianze e documenti inediti, in un coacervo di omissioni, depistaggi, prove inquinate. Negli anni emergono brandelli di verità sulla tragedia del Moby Prince, nella rada di Livorno, dove erano in corso manovre illecite di trasbordo di armi e materiale bellico da parte delle forze armate americane di ritorno dalla prima guerra del Golfo. E sul progetto Urano, una delle più colossali operazioni di smaltimento di rifiuti tossici. Mogadiscio, Livorno, Trapani, Palermo, Roma, Milano sono, nella lettura di Grimaldi e Scalettari, tappe di un unico percorso che porta alle stragi di mafia del 1992-1993 e pone sotto una nuova luce la svolta elettorale del 28 marzo 1994, una settimana dopo l’uccisione in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i due giornalisti del Tg3 pronti a mandare in onda un servizio annunciato e clamoroso. Il libro contiene anche interviste ai magistrati Antonio Ingroia e Luca Tescaroli. La postfazione è di Salvatore Borsellino.

PREMIO GIORNALISMO “CUTULI”

Cecile Hennion, Tiziana Prezzo e Donata Calabrese sono le vincitrici della sesta edizione del premio internazionale di giornalismo “Maria Grazia Cutuli”, intitolato all’inviata del Corriere della Sera uccisa con altri tre colleghi in un agguato in Afghanistan il 19 novembre del 2001.

Il premio per la stampa estera è stato assegnato alla giovane Cecile Hennion, da due anni corrispondente di Le Monde per il Medio Oriente con base a Beirut. Il premio per la stampa italiana è stato assegnato alla giornalista di SkyTg24 Tiziana Prezzo. Un suo servizio da Haiti le era valso il premio Ilaria Alpi. Il premio al giornalista siciliano emergente è assegnato a Donata Calabrese, free-lance di Gela. Mentre raccontava le guerre tra mafia e “stidda” che hanno insanguinato Gela, per intimidirla le hanno incendiato l’auto.

CASO ALPI/HROVATIN: UN READING DI MARINA SENESI

Martedì 26 ottobre a Vedano Olona (Varese), a Villa Aliverti (la sede del Comune in Piazzetta), alle 21 Marina Senesi presenta il suo Reading “La Vacanza – Il caso Alpi-Hrovatin”. L’idea narrativa è tanto semplice quanto efficace: la messa in scena di una conversazione privata, realmente avvenuta, tra la Senesi e la giornalista Sabrina Giannini a cui si devono molte delle inchieste televisive più importanti per Report , Rai3. La trasposizione teatrale che ne è sortita non è un’orazione civile, ma una pièce dal taglio asciutto e informale. Ricondurre il caso ad un contesto di conversazione privata, con il linguaggio che ne consegue, consente agli innumerevoli complicati snodi tecnici di recuperare tutta la loro illuminante semplicità. Oggi più che mai è importante riproporre il caso Alpi/Hrovatin a tutti coloro che non lo conoscono o lo confondono con altri casi o – come auspicato da chi ha fatto di tutto per cancellarne la memoria – non ricordano più.

ESUMAZIONI: ORA TOCCA AL BANDITO GIULIANO

Dopo le polemiche sui ritardi per la apertura della tomba di Enrico “Renatino” De Pedis, uno dei boss della Banda della Magliana, custodita nella cripta della basilica di Sant’Apollinare a Roma, la procura di Palermo ha disposto l’esumazione di un altro personaggio eccellente dei misteri d’Italia: Salvatore Giuliano.

Il 16 ottobre è stato affidato al professor Livio Milone, anatomopatologo del Policlinico di Palermo, l’incarico di disseppellire i resti del bandito che tra il 1943 ed il 1950 insanguinò la Sicilia, giovandosi di forti coperture istituzionali. Lo scopo è quello di verificare se quelli sepolti sono effettivamente i resti del “re di Montelepre”. Milone eseguirà su quanto resta di Giuliano (presumibilmente il teschio, i denti e forse qualche osso) l’esame del dna da paragonare poi a quello dei suoi discendenti. La procura di Palermo ha aperto un’indagine per verificare la fondatezza dei dubbi avanzati dallo storico Giuseppe Casarrubea, secondo il quale il bandito, in realtà, sarebbe stato fatto fuggire all’estero ed il cadavere sepolto sarebbe quello di un sosia.

Secondo Casarrubea, che ha presentato l’esposto, il corpo apparterrebbe a un uomo ucciso proprio per nascondere la fuga di Giuliano, ufficialmente morto nel 1950. Anche sulla morte di Giuliano, all’epoca, si aprì un giallo. Mentendo in maniera smaccata, i carabinieri affermarono di averlo eliminato in uno scontro a fuoco. In realtà Giuliano era già stato ucciso su ordine della mafia di Luciano Liggio che per questo favore otterrà in cambio dallo Stato italiano un lungo periodo di immunità.

Nei mesi scorsi i pm Francesco Del Bene e Marcello Viola avevano interrogato, oltre allo storico, anche alcuni giornalisti che si sono occupati nel tempo della vicenda.

ALTO ADIGE: PROTESTA DEL SUDTIROLER FREIHET

Sarà procura di Bolzano ad occuparsi dell’iniziativa politica del Suedtiroler Freiheit che qualche tempo fa fece stampare e diffondere un manifesto nel quale si vedeva una scopa che rimuoveva dalla bandiera tricolore il verde, lasciando solo il bianco ed il rosso, i colori del Tirolo, e la scritta “L’Alto Adige può fare a meno dell’Italia”.

La procura della Repubblica di Bolzano ha infatti iscritto sul registro degli indagati Sven Knoll e Eva Klotz, figlia del “martellatore della Valpassiria”, per vilipendio alla bandiera. La campagna era stata presentata in occasione del 90/esimo anniversario dell’annessione dell’Alto Adige allo Stato italiano, avvenuta il 10 ottobre del 1920.

L’iniziativa aveva provocato una informativa degli agenti della Digos alla procura. Su disposizione del gip Isabella Martin, in base ad una richiesta del procuratore capo Guido Rispoli, i carabinieri hanno sequestrato 800 manifesti di Sudtiroler Freiheit che erano già stati affissi nella provincia di Bolzano.

TERRORISMO: 40 ANNI FA NASCEVANO LE BRIGATE ROSSE

40 anni fa, il 28 ottobre 1970, usciva il primo numero del giornale-tazebao Sinistra proletaria. All’apparenza una delle tante testate dei giornali nati sull’evolversi del movimento del ’68. In pochi anche allora potevano immaginare che era quello uno dei primi vagiti della neonata organizzazione clandestina destinata di lì a poco a diventare le Brigate rosse, con la loro stella a cinque punte. Se Sinistra proletaria rappresenta il primo atto pubblico delle Br, l’atto di fondazione era avvenuto poco nell’agosto del 1970 sulle colline emiliane, in un ristorante-albergo di Costaferrata, dove una trentina di giovani che avevano abbandonato il Pci di Reggio Emilia si riunirono con altri giovani provenienti da Trento e Milano. In quella sede fu deciso il passaggio alla lotta armata. In molti seppero di quella riunione, non solo i dirigenti del Pci di Reggio Emilia, ma anche la polizia che mandò due suoi agenti a chiedere ai ristoratori (zii del futuro brigatista Tonino Loris Paroli) l’elenco completo dei partecipanti. E – come scrive su Panorama Giovanni Fasanella – questo dimostra che Pci e ministero dell’Interno avevano avuto in tempo reale l’organigramma delle Brigate rosse. Le Brigate rosse commetteranno il loro primo assassinio nel 1974 (a Padova duplice omicidio di due militanti dell’Msi-dn) e l’ultimo nel 2003 (il poliziotto Emanuele Petri).

PROCESSO STRAGE DI BRESCIA: CHIUSO IL DIBATTIMENTO

Dopo 150 udienze e 422 audizioni è terminata la fase dibattimentale del processo sulla strage di piazza Loggia. Gli imputati Pino Rauti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e Francesco Delfino sono accusati di essere tra gli organizzatori della strage del 28 maggio del 74.

Un migliaio i verbali di testimonianza del processo, tra i quali gli unici rilasciati in aula da un imputato sono quelli di Maurizio Tramonte, che ha rigettato ogni accusa.

Il 12 ottobre è cominciata la prima delle quattro udienze durante le quali l’accusa dei pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni dovrà sostenere la propria tesi. Il 21 e 22 ottobre spazio agli avvocati di parte civile. Poi la parola agli avvocati difensori e infine le repliche. La Camera di Consiglio si riunirà entro la fine di novembre.