ANNI NOVANTA: SI CERCANO SOSIA

Due produzioni cinematografiche cercano attori che siano somiglianti a personaggi della cronaca per la realizzazione di altrettante fiction.
Sabina Guzzanti per il suo nuovo film sta cercando attori che facciano ricordare visivamente agli spettatori il magistrato Giancarlo Caselli, il “pentito” di mafia Gaspare Spatuzza, il braccio destro di Berlusconi Marcello Dell’Utri, il generale dei carabinieri Mario Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Per una fiction televisiva di Sky, che si intitolerà “1992”, dedicata all’anno di Tangentopoli, si cercano sosia di altri protagonisti di quelle vicende: in particolare somiglianti al giudice Giovanni Falcone, agli ex magistrati Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo e ancora a Marcello Dell’Utri.

Fonte: Asca

GRIDANO ALLA SCIENZA OFFESA, MA LA SCIENZA L’HANNO OFFESA LORO PIEGANDO IL CAPO DAVANTI A BERTOLASO

DI SANDRO PROVVISIONATO (per la Voce delle Voci novembre 2012)

E intanto in troppi, non solo nella cosiddetta comunità scientifica, ma anche tra i più assennati commentatori, continuano a far finta di non capire. Parlano di sentenza incomprensibile. Di un processo alla scienza. Il ministro Clini non teme il ridicolo, paragonando gli scienziati condannati a Galileo Galilei perseguitato dalla Chiesa. Eppure la sentenza del tribunale dell’Aquila che ha condannato a sei anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale di risarcimento di oltre sette milioni di euro, cinque scienziati della Commissione Grandi Rischi (CGR) e due burocrati della protezione civile “made in Bertolaso”, è di una chiarezza esemplare. Una sentenza limpida che afferma una cosa banalissima: che la gente non può essere ingannata, specie quando in predicato ci sono vittime umane: 309 per l’esattezza.
Una sentenza coraggiosa perché mette le mani in un ricco santuario, fatto di affari, compromessi e ipocrisie, dove importanti scienziati sono pronti a chinare il capo e ad accettare di farsi strumentalizzare da beghe carrieristiche politiche, questi sì elementi che dovrebbero far infuriare la comunità scientifica.
Ma ricapitoliamo i fatti. E’ il 31 marzo 2009. L’intera popolazione dell’Aquila è ormai terrorizzata da un continuo sciame di scosse sismiche che da oltre tre mesi tormenta il capoluogo. La gente – che da generazioni è abituata a convivere con il terremoto e che è solita alla prima scossa ad uscire di casa – da tempo chiede alle autorità competenti, cioè alla Protezione civile, qualche chiarimento. Ad esempio: se è giusto continuare a comportarsi così oppure se il rischio è minimo. A preoccupare ancor di più ci sono le continue uscite pubbliche di un tecnico aquilano, Giampaolo Giordani, che da anni studia un tipo di gas, il radon, come precursore dei terremoti e che proprio in quel periodo ha registrato un intensificarsi di fughe di radon dal sottosuolo della zona. Essendo solo un tecnico, Giuliani non fa parte della casta degli scienziati e anzi con quelle sue certezze gli scienziati li innervosisce all’inverosimile. Comunque sia gli aquilani si chiedono: è meglio lasciare le proprie case e rifugiarsi da amici e parenti in attesa che il fenomeno si esaurisca? Oppure c’è di che stare davvero tranquilli, come vanno ripetendo a perdifiato i tecnici della protezione civile?
Nella mattinata di quel maledetto 31 marzo, in una telefonata che come la sentenza dell’Aquila è di una chiarezza disarmante, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, a suo modo ha già risolto il problema. Per quei rompicoglioni degli aquilani, gente testarda, montanari sempre scontenti e un po’ duri di comprendonio (non lo dice ma dal tono della telefonata è legittimo arguirlo), verrà allestita nella stessa giornata, un’”operazione mediatica”. Peraltro – aggiungiamo noi – la prima di una lunga serie (dalle continue visite di Berlusconi ai terremotati, fino alla consegna delle orrende casette, passando per il G8 spostato dalla Maddalena all’Aquila).
Già, proprio così dice Bertolaso per telefono con l’allora assessore alla regione Abruzzo Daniela Stati: “un’operazione mediatica fatta per tranquillizzare la gente”, in parole povere una semplice messa in scena dove usare proprio la comunità scientifica come un docile burattino pronto a farsi muovere i fili da lui, lo stratega delle calamità naturali italiane e non solo. Nella telefonata Bertolaso dice ancora: “Bisogna zittire qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni. Ti mando i luminari del terremoto (leggasi: i sismologi della commissione Grandi Rischi. NdR), da te o in prefettura, decidete voi.. a me non me ne frega niente…in modo che è più un’operazione mediatica. Così loro, che sono i massimi esperti di terremoto, diranno: ‘è una situazione normale’”.
E qui sta il punto. In quella riunione era tutto già scritto. Per portare a termine quell’”operazione mediatica”, quelli che lo stesso Bertolaso definisce “i massimi esperti di terremoto”, dovevano solo dire: “tutto va bene madama la marchesa…”. Di quella riunione non viene fatto neppure un verbale. Lo si costruirà a posteriori, sulle macerie, e sarà firmato dai presenti solo a terremoto avvenuto.
Ora gli stessi “esperti” si difendono con la solita amenità: “i terremoti non sono prevedibili”. Dimenticando però che se nessuno può dire quando un terremoto avvenga è vero anche che nessuno può dire il contrario. E cioè che non ci sarà alcun terremoto. Al dubbio, alla perplessità, al consiglio della cautela gli “esperti” preferirono obbedire al grande capo, a Guido Bertolaso, e tranquillizzare la gente. Perché? Per quali interessi?
Come mai menti eccelse, come quelle di scienziati di livello internazionale come Franco Barberi, ordinario di Vulcanologia all’Università Roma Tre; Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e ordinario di Fisica terrestre presso l’Università di Bologna; Claudio Eva, ordinario di Fisica terrestre presso l’Università di Genova; Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti; Mauro Dolce, ordinario di Tecnica delle costruzioni presso l’Università ”Federico II” di Napoli (gli altri due condannati sono i tecnici della Protezione civile Gian Michele Calvi e Bernardo De Bernardinis) decisero di abdicare alle loro conoscenze (proprio la non prevedibilità di un sisma e quindi, di conseguenza, la non esclusione che esso si verifichi)?
E qui sta la vera domanda: perché lo fecero. Che cosa sarebbe successo loro se non avessero accettato di prestarsi ad una volgare “operazione mediatica”? Perché due rigorosi studiosi, come Barberi e Boschi, accettarono con tanta leggerezza di cloroformizzare un’intera popolazione? E ancora: ma cosa avvenne davvero in quella conferenza/incontro tra scienziati, funzionari della Protezione civile e gente dell’Aquila a meno di una settimana prima di quel fatidico 6 aprile 2009 in cui la città dell’Aquila di fatto scomparve dalla carta geografica?
A quest’ultima domanda hanno risposto nel corso del processo un centinaio di testimoni. Ascoltiamoli.
Pier Paolo Visione (parente di tre vittime, la sorella Daniela e i due piccoli nipoti): “Nei giorni precedenti alla riunione della Commissione mia sorella si era attivata per costruire una casetta di legno nel Comune di Prata d’Ansidonia. C’era qualcosa che non le quadrava. Ma dopo la riunione lei mi disse queste testuali parole: ‘se lo dice la Commissione Grandi rischi, dobbiamo stare tranquilli’. Lei aveva creduto a quel messaggio dirompente e che io definisco assassino: non c’è allarme, non c’è pericolo. Questo era quello che diceva lo Stato italiano”.
Claudia Conti (fidanzata di Alessio Di Pasquale, morto nel sisma): “Io e Alessio parlammo e ci dicemmo che gli esperti avevano detto che non sarebbe successo niente. Era giusto credere a loro perché sapevano di cosa parlavano. L’atteggiamento di Alessio era cambiato. Dopo la riunione del 31, quando arrivava la scossa mentre mangiava, restava seduto e continuava a mangiare. Alessio era tranquillissimo dopo il 31, prima invece aveva tanta paura alla prima scossa scappava di casa”.
Cinzia Di Bernardo (sopravvissuta al crollo della Casa dello Studente): “Conoscevo la commissione Grandi rischi e le sue funzioni come volontaria della Protezione civile e le ho spiegate ai miei amici. Ho visto in tv che De Bernardinis diceva che si doveva convivere con lo sciame sismico e che la situazione era favorevole. Subito ci siamo tranquillizzati”.
Hisham Shanin (studente israeliano sopravvissuto al crollo della Casa dello Studente): “Dal giorno successivo alla riunione della commissione lo stile di vita mio e degli altri ragazzi era cambiato. Ho creduto subito alla Commissione, perché da noi in Israele viene considerata un’istituzione molto importante”.
Maria Grazia Piccinini (madre della studentessa Ilaria Rambaldi, morta nel terremoto): “Mia figlia preferiva restare all’Aquila perché voleva terminare gli studi al più presto. Mi diceva: ‘tanto, mamma, io credo ai capoccioni che si sono appena riuniti’”.
Giustino Parisse (capo servizio della redazione aquilana del quotidiano Il Centro): “Dalla riunione della commissione ebbi la certezza che non sarebbe accaduto nulla di grave. Il fatto che fosse composta da scienziati che avevano voluto rassicurare la popolazione dell’Aquila mi tranquillizzava. Il giorno prima della riunione io e la mia famiglia avevamo dormito fuori casa. Dopo la riunione della Grandi Rischi dormimmo invece in casa e sotto le macerie ho perso due figli e mio padre”.
Maurizio Cora (avvocato): “Dopo la riunione della commissione mia moglie si era talmente tranquillizzata che aveva fatto tornare all’Aquila nostra figlia che viveva a Napoli. Sotto le macerie sono morte entrambe”.
Vincenzo Vittorini (chirurgo): “Quella riunione maledetta ha anestetizzato la paura atavica che gli aquilani hanno da sempre del terremoto”.
Daniele De Nuntiis (fratello di Claudia Carosi, morta nel sisma): “Dopo le rassicurazioni della commissione l’atteggiamento di Claudia cambiò dalla notte al giorno. Era tornata tranquilla e sorridente”.
Eppure la Commissione Grandi Rischi aveva mentito. Non perché – ridicola banalità – non aveva saputo prevedere il terremoto dell’Aquila. Ma perché non potendo prevederlo non poteva neppure escluderlo. Aveva accettato, su input del capo supremo delle tragedie, Guido Bertolaso, di recitare una commedia tranquillizzante. Chinando il capo gli scienziati erano diventati i i protagonisti di un’”operazione mediatica”. Alla faccia di Galileo Galilei.

PANAMA: NORIEGA “FACCIA D’ANANAS” ESTRADATO DALLA FRANCIA

Manuel Noriega, detto “Faccia d’ananas”, l’ex dittatore di Panama, è tornato nel suo Paese dopo essere stato estradato dalla Francia.

Ex capo dei servizi segreti, salito al potere alla guida di una giunta militare nel 1983, Noriega ha governato Panama fino all’invasione degli Stati Uniti nel 1989. Dopo la caduta, l’ex dittatore ha trascorso 21 anni di prigione a Miami per traffico di droga ed è stato in seguito trasferito in Francia, dove scontato altri sei anni per riciclaggio del denaro proveniente dai traffici del cartello di Medellin.

A Panama dovrebbe scontare altri vent’anni per il rapimento di tre esponenti dell’opposizione (l’ex vice ministro della Sanità Hugo Spadafora nel 1985, il capitano Moises Giroldi nel 1989 e il sindacalista Heliodoro Portugal nel 1970), ma le leggi locali consentono ai condannati che abbiano compiuto 70 anni di scontare la pena agli arresto domiciliari.

Una commissione di indagine ha scoperto almeno 110 casi di omicidi e sparizioni di oppositori del regime di Noriega durante il periodo della sua dittatura, alla quale pose termine il presidente George Bush senior ordinando l’invasione di Panama il 20 dicembre del 1989, con la motivazione di difendere i cittadini americani, mettere in sicurezza il canale e combattere il traffico di droga.

Noriega, che era stato sul libro-paga della CIA fin dai primi anni Settanta e poi era stato scaricato dagli americani, ufficialmente per colpa del suo coinvolgimento nel business degli stupefacenti, trovò rifugio presso la nunziatura apostolica, la sede diplomatica del Vaticano. Le truppe statunitensi accerchiarono l’edificio e “Faccia d’ananas” si arrese il 3 gennaio e fu trasferito immediatamente negli Usa.

BIN LADEN: QUANDO MORI’ NON ERA PIU’ AL TIMONE DI AL QAEDA

Quando fu ucciso dalle forze speciali americane, il 2 maggio scorso, Osama bin Laden di fatto non era più al timone di Al-Qaeda, pur restandone nominalmente il leader: è quanto emerge dall’analisi dei documenti trovati nel covo di Abbottabad, una cinquantina di chilometri a nord di Islamabad, dove lo “sceicco del Terrore” si nascondeva. Fonti dell’anti-terrorismo Usa, che hanno preteso l’anonimato, hanno riferito che, dopo aver esaminato circa duecento tra taccuini, dischetti per computer, chiavette Usb e hard-disk recuperati dai soldati autori del blitz, ne hanno ricavato la convinzione secondo cui “era già passato un bel pezzo da quando bin Laden non aveva più la gestione quotidiana dell’organizzazione” da lui fondata.

FRANCIA: TUTTI GLI SCANDALI DI SARKOZY

di  Paride Broggi

I computer dei giornalisti che indagano su di lui rubati, i loro domicili violati, le intimidazioni a testimoni scomodi: questi i metodi utilizzati da Nicolas Sarkozy con chi lo critica. E il presidente francese ha spesso monopolizzato l’attenzione dei media. Alcune volte per il suo discutibile stile di vita, altre per gli scandali in cui è stato coinvolto. Ecco i maggiori affaire del Presidente francese: dalla controversa cena nella notte della sua elezione, alle recenti inchieste giornalistiche che gli riconoscerebbero un ruolo nell’affaire Karachi.

Negli ultimi cinque anni Nicolas Sarkozy ha spesso monopolizzato l’attenzione dei media. Alcune volte per il suo discutibile stile di vita, altre per gli scandali in cui secondo i suoi detrattori sarebbe di volta in volta coinvolto. Ecco i maggiori “affaires” del Presidente francese: dalla controversa cena nella notte della sua elezione, alle recenti inchieste giornalistiche che gli riconoscerebbero un ruolo nell’affaire Karachi: lo scandalo che dall’estate scorsa divide l’opinione pubblica.

2007 – La notte di Fouquet’s. Il 6 maggio 2007 Sarkozy festeggia la vittoria elettorale cenando da Fouquet’s, un lussuosissimo hotel di Parigi, in compagnia dei suoi fedelissimi dell’Ump e di molti uomini facoltosi tra cui Bernard Arnault, proprietario dell’impero del lusso Lvmh; Martin Bouygues, proprietario dell’omonimo colosso con interessi nelle infrastrutture, telecomunicazioni e primo azionista di Tf1; Serge Dassault, esponente dell’industria delle armi e presidente della società che controlla Le Figaro; Stéphane Courbit, produttore televisivo; Jean-Claude Darmon, patron dei diritti Tv del calcio e alcune star dello spettacolo tra cui Johnny Hallyday. La lista degli invitati fece molto discutere, e viene tuttora considerata come il primo atto di una nuova era politica, basata sulla spettacolarizzazione mediatica e l’ostentazione della ricchezza.

2009 – Jean Sarkozy all’Epad. Jean Sarkozy, figlio cadetto di Nicolas, si candida alla presidenza dell’Epad, il quartiere più importante di Parigi e primo centro finanziario d’Europa. Il curriculum con cui si presenta è quello di un ventitreenne non troppo brillante negli studi superiori, iscritto al secondo anno di una laurea in giurisprudenza per corrispondenza, ma che nel frattempo è già consigliere generale dell’Hauts-de-Seine, il dipartimento più ricco di Francia dove il padre è stato sindaco per vent’anni. La notizia della candidatura mobilita l’opinione pubblica, che obbliga il rampollo a fare marcia indietro. Sarkozy Junior evoca il complotto mediatico e si difende in un’intervista che ricorda molto quelle del padre.

2010 – Woerth-Bettencourt. Il quotidiano online Mediapart entra in possesso di alcune registrazioni clandestine che proverebbero rapporti poco limpidi tra Liliane Bettencourt ed Eric Woerth, ministro del governo Fillon e tesoriere dell’Ump. I reati ipotizzati sono frode fiscale, pressioni dell’Eliseo sulla causa che vede contrapposte l’ereditiera L’Oréal e sua figlia e il presunto finanziamento illecito della campagna di Sarkozy del 2007. A poche settimane dalla notizia, Le Monde accusa l’Eliseo di aver ricorso ai servizi segreti interni – diretti da Bernard Squarcini, amico del presidente – per individuare le sue fonti. David Sénat, consigliere del ministero delle Giustizia, è considerato responsabile della fuga di notizie e viene invitato a dimettersi e ad accettare una missione di “sopralluogo” in Guyana.

Da parte sua, l’Eliseo smentisce ogni coinvolgimento. Nei mesi successivi vengono rubati i computer dei giornalisti che seguono la vicenda, Gérard Davet (Le Monde) e Philippe Lhomme (Mediapart) e i loro domicili violati. Altro materiale sensibile è trafugato dalle redazioni dei rispettivi giornali. Secondo il giudice Isabelle Prévost-Desprez, inizialmente incaricata del caso che poi è stata trasferita al tribunale di Bordeaux, l’ex-infermiera dell’ereditiera avrebbe ammesso di aver visto Sarkozy stesso intascare denaro contante, ma si sarebbe rifiutata di metterlo a verbale. In un’intervista l’infermiera smentisce, ma aggiunge di aver subìto intimidazioni da quando è scoppiato lo scandalo. Il Presidente liquida tutte le voci come calunnie. Le indagini sono ancora in corso.

2011 – Karachi. Mediapart e Le Monde sostengono che Nicolas Sarkozy, all’epoca in cui era ministro del Bilancio, abbia garantito commissioni milionarie al mercante d’armi Ziad Takieddine, nell’ambito del contratto “Agosta” relativo alla fornitura di sottomarini al Pakistan. Per pagare le commissioni la Dcn (Direction des contruction navale) ha creato nel 1994, in Lussemburgo, una società-schermo chiamata Heine. Sarkozy avrebbe avallato la scelta e collaborato alla creazione. Successivamente, una parte delle commissioni sarebbe ritornata in Francia sottoforma di finanziamento illecito alla campagna elettorale di Balladur, di cui Sarkozy era portavoce. I giornalisti sono entrati in possesso di documenti che ricostruirebbero pagamenti segreti effettuati da Takieddine tra il 2003 e il 2008 e alcuni scatti che proverebbero come il mercante d’armi abbia offerto vacanze di lusso ad almeno quattro stretti collaboratori del presidente: il segretario generale dell’Ump Jean-François Copé, al consigliere dell’Eliseo ed ex-ministro degli interni Brice Hortefeux, al consulente più o meno ufficiale Pierre Charon e a Thierry Gaubert, ex-collaboratore del Presidente. Gaubert e Hortefeux sono già stati messi sotto esame, come del resto Nicolas Bazire, testimone di Sarkozy nelle nozze con Carla Bruni. Sebbene al momento il Presidente non risulti tra gli indagati, fanno molto discutere le implicazioni del suo entourage più stretto.

Il 28 novembre scorso, Gérard Davet e Philippe Lhomme, i due giornalisti più critici verso l’Eliseo, hanno presentato il loro libro sull’affaire Woerth-Bettencourt alla scuola di giornalismo di Parigi. Inevitabilmente dal pubblico è arrivata una domanda che paragonava le ombre di Nicolas Sarkozy a quelle di Silvio Berlusconi. Davet ha risposto laconicamente: “Preferisco avere Sarkozy che Silvio Berlusconi”. Al suo posto, come avrebbero risposto gli italiani?

EDITORIA: LE FINTE DIMISSIONI DI ENRICO MENTANA

Enrico Mentana, il “piccolo direttore” del Tg de La Sette, poco amante dei diritti sindacali dei suoi giornalisti, dopo dieci anni, ci ha riprovato e questa volta gli è andata meglio. Già perché pochi sanno che dietro l’atteggiamento professionale di un “giornalista democratico” come lui c’è un profondo disprezzo per il sindacato.

Era già accaduto sul finire del 2001 quando dirigeva il Tg5 ed in occasione di uno sciopero indetto dalla Fnsi, l’organizzazione sindacale dei giornalisti italiani, Mentana, nonostante la massiccia adesione allo sciopero stesso, aveva deciso di mandare in onda il telegiornale delle 20. Anche in quell’occasione il Comitato di Redazione (CdR), ossia il sindacato interno, era insorto, preannunciando una denuncia alla magistratura per “comportamento antisindacale”, una misura molto dura e certamente pregiudizievole per la reputazione di chi si atteggia a giornalista indipendente. In quell’occasione le cose andarono diversamente perché la maggior parte dei giornalisti si schierò a difesa del suo sindacato. Gli stessi giornalisti si confrontarono in un’accesa assemblea in cui prevalse la volontà di riconfermare la fiducia al CdR che decise di ritirare la denuncia a fronte di un accordo che stabilisse nuove regole per la messa in onda del telegiornale in presenza di scioperi. Venne stabilito che, nonostante la volontà del direttore, in caso di adesione agli scioperi della metà più uno dei giornalisti, il Tg non sarebbe andato in onda. Un accordo che nei fatti svuotava lo strapotere del “piccolo direttore”.

Al Tg de La Sette purtroppo non è andata così. Con la minaccia di dimissioni subito rientrata Mentana ha vinto a mani basse ai danni della componente sindacale. Alla faccia delle regole democratiche.

Il “pentito” Mancini e le bufale su Emanuela Orlandi

Ha fatto molto scalpore un’intervista a firma di Giacomo Galeazzi apparsa il 25 luglio 2011 sul quotidiano La Stampa del “pentito” della banda della Magliana Antonio Mancini, detto “Accattone”. Nell’intervista, presentata come uno scoop, Mancini afferma che è stata la banda della Magliana, nel giugno del 1983, a rapire Emanuela Orlandi, cercando di usarla come merce di scambio per la restituzione di soldi della banda stessa finiti nelle casse dello Ior, la banca del Papa. Nulla di nuovo, anche perché la stessa cosa Mancini, senza supportare le sue affermazioni con il minimo riscontro, le aveva dette, tramite il suo avvocato, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” di Rai Tre addirittura nell’ottobre del 2005. Lo stesso Mancini, sempre a “Chi l’ha visto”, le aveva ripetute il 20 febbraio 2006. Anzi, in quell’occasione, si era spinto oltre, facendo il nome di uno dei due telefonisti, il sedicente Mario, che per primi presero contato con la famiglia Orlandi. Peccato che una perizia fonetica ordinata dalla procura di Roma in seguito smentì ampiamente Mancini.

Nell’intervista a La Stampa lo stesso “pentito” mente quando afferma di non essere stato mai ascoltato dalla procura di Roma sulla vicenda Orlandi. In realtà Mancini è stato ascoltato due volte: la prima nel 2005, ma la sua testimonianza era stata definita dai magistrati ”ininfluente e di scarsa rilevanza per le indagini” e poi ancora il 10 dicembre 2009 quando si era limitato a ripetere ciò che oltre due anni dopo ha detto al giornalista Galeazzi della Stampa.

STRAGI: APRITE GLI ARCHIVI DI STATO

Ecco il testo dell’appello rivolto al presidente della Repubblica, al Presidente del consiglio e ministri interessati, ai presidenti del Copasir e delle commissioni parlamentari d’inchiesta. Il testo ha già raccolto oltre 20 mila firme.
Un’intera stagione, quella dello stragismo che ha macchiato di sangue l’Italia, rischia di essere archiviata a seguito della recente sentenza sulla strage di Piazza della Loggia, Brescia, che ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati. Un’assoluzione sulla quale ha pesato non il ricorso a segreti di Stato, bensì silenzi e reticenze di comodo, anche da parte di uomini appartenenti alle istituzioni.
Per garantire un cammino trasparente alla giustizia, anche in relazione al resto delle inchieste tuttora in corso per altri fatti di criminalità organizzata, e rendere possibile la ricerca storica su quegli anni, avvertiamo sempre di più una triplice esigenza:
chiediamo che siano aperti tutti gli archivi con una gestione che ne faciliti l’accesso a tutti i soggetti interessati, senza preclusione alcuna; chiediamo che vengano fatte decadere tutte le classificazioni di segretezza su tutti i documenti relativi all’evento – compreso i nominativi ivi contenuti – in possesso in particolare dei servizi segreti, della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, che i documenti vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e d’archivio corrente; chiediamo che in tal senso sia data piena attuazione alla legge del 3 agosto 2007, n.124 che regola il segreto di Stato la quale prescrive che, passati al massimo trent’anni dalla data in cui è stato apposto il segreto sull’evento e sui relativi documenti o dalla data in cui sia stato opposto al magistrato che indagava, tutti i documenti che si riferiscono all’evento siano resi pubblici e consultabili.
Non è più accettabile che a tutt’oggi manchino gli specifici decreti attuativi. In tal senso il Freedom of Information Act statunitense ci pare un modello a cui è possibile ispirarsi.
L’ipotesi, avanzata dalla commissione Granata nel Copasir, di reiterare il segreto di stato dopo trent’anni è inaccettabile.
Chiediamo alle nostre istituzioni di attivarsi il più decisamente possibile affinché gli Stati che sono oggetto di richieste di rogatorie internazionali collaborino fattivamente e rapidamente.
Occorre garantire alla verità e alla giustizia il giusto corso, non dobbiamo consegnare le generazioni che si sono succedute da allora ad oggi alla rassegnazione e all’avvilimento.
Auspichiamo una volontà politica reale volta all’accertamento di tutti i fatti criminali che hanno sconvolto la storia d’Italia.

Per firmare l’appello, clicca qui:

http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391200&ref=HRER2-1

DELITTO DELL’OLGIATA: DOPO QUASI 20 ANNI SPUNTA IL TELEFONINO DELLA CONTESSA

Lei è stata uccisa nell’estate del 1991. Il suo telefonino è riapparso appena qualche giorno fa: un cellulare di primissima generazione, un Motorola tacs appartenuto Ad Alberica Filo della Torre, la contessa assassinata nella sua camera da letto nella sua villa all’Olgiata, un complesso esclusivo a nord di Roma. A consegnarlo al pm Francesca Loy, è stata Emilia Parisi Halfon, già amante del marito della contessa, Pietro Mattei. La donna ha spiegato al magistrato di aver ricevuto il cellulare proprio da Mattei, qualche tempo dopo la morte della contessa. Il pm ha affidato una perizia ai carabinieri del Ris di Roma per accertare se, nella memoria dell’apparecchio, esistano ancora dei dati utilizzabili. Ad sempio le chiamate ricevute o fatte da Alberica.
La Halfon ha spiegato in maniera piuttosto confusa come mai quel telefonino sia riapparso a 20 anni di distanza dal delitto: “L’avevo dimenticato in un cassetto – avrebbe spiegato al pm – e quando l’ho ritrovato ho deciso di portarvelo. Magari può essere utile alle indagini”.

Ma la domanda è un’altra: come mai nessuno aveva riferito ai magistrati dell’esistenza di quel telefonino? E come mai nessuno degli investigatori ha mai chiesto se la contessa ne avesse uno?

Via il segreto dai documenti delle stragi

Per firmare l’appello clicca qui:

Per firmare l’appello: http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391200&ref=HRER2-1

Il video appello di Manlio Milani dell’Associazione familiari vittime della strage di Brescia: http://www.youtube.com/watch?v=OwhfkQuZMI0

Al Presidente della Repubblica, al Presidente del consiglio e ministri interessati, ai Presidenti di Copasir e delle Commissioni parlamentari d’inchiestaUn’intera stagione, quella dello stragismo che ha macchiato di sangue l’Italia, rischia di essere archiviata a seguito della recente sentenza sulla strage di Piazza della Loggia, Brescia, che ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati. Un’assoluzione sulla quale ha pesato non  il ricorso a segreti di Stato, bensì silenzi e reticenze di comodo, anche da parte di uomini appartenenti alle istituzioni.

Per garantire un cammino trasparente alla giustizia, anche in relazione al resto delle inchieste tuttora in corso per altri fatti di criminalità organizzata, e rendere possibile la ricerca storica su quegli anni, avvertiamo sempre di più una triplice esigenza: chiediamo che siano aperti tutti gli archivi con una gestione che ne faciliti l’accesso a tutti i soggetti interessati, senza preclusione alcuna; chiediamo che vengano fatte decadere tutte le classificazioni di segretezza su tutti i documenti relativi all’evento – compreso i nominativi ivi contenuti – in possesso in particolare dei servizi segreti, della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, che i documenti vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e d’archivio corrente; chiediamo che in tal senso sia data piena attuazione alla legge del 3 agosto 2007, n.124 che regola il segreto di Stato la quale prescrive che,  passati al massimo trent’anni dalla data in cui è stato apposto il segreto sull’evento e sui relativi documenti o dalla data in cui sia stato opposto al magistrato che indagava, tutti i documenti che si riferiscono all’evento siano resi pubblici e consultabili. Non è più accettabile che a tutt’oggi manchino gli specifici decreti attuativi. In tal senso il Freedom of Information Act statunitense ci pare un modello a cui è possibile ispirarsi

L’ipotesi, avanzata dalla commissione Granata nel Copasir, di reiterare il segreto di stato dopo trent’anni è inaccettabile.

Chiediamo alle nostre istituzioni di attivarsi il più decisamente possibile affinché gli Stati che sono oggetto di richieste di rogatorie internazionali collaborino fattivamente e rapidamente.

Occorre garantire alla verità e alla giustizia il giusto corso, non dobbiamo consegnare le generazioni che si sono succedute da allora ad oggi alla rassegnazione e all’avvilimento.

Auspichiamo una volontà politica reale volta all’accertamento di tutti i fatti criminali che hanno sconvolto la storia d’Italia.

Carlo Arnoldi (associazione vittime Piazza Fontana)

Gianni Barbacetto (giornalista de Il Fatto Quotidiano)

Alfredo Bazoli (associazione vittime Piazza della Loggia)

Carole Beebe Tarantelli (psicanalista)

Filippo Bertolami (sindacalista di polizia)

Giovanni Bianconi (giornalista del Corriere della Sera)

Paolo Bolognesi (associazione vittime della strage di Bologna)

Daria Bonfietti (associazione vittime di Ustica)

Giorgio Boatti (scrittore)

Paolo Brogi (giornalista)

Lucia Calzari (associazione vittime Piazza della Loggia)

Angela Camuso (giornalista dell’Unità)

Susanna Camuso (segretario generale della Cgil)

Felice Casson (senatore)

Antonio Celardo (associazione vittime Rapido 904)

Paolo Corsini (deputato)

Paolo Cucchiarelli (giornalista dell’Ansa)

Fabio Cuzzola (storico)

Olga D’Antona (deputato)

Giuseppe D’Avanzo (giornalista di Repubblica)

Conchita De Gregorio (direttore dell’Unità)

Giuseppe De Lutiis (storico)

Enrico Deaglio (giornalista)

Giovanni Fasanella (giornalista di Panorama)

Sergio Flamigni (storico)

Dario Fo (attore)

Anna Foa (storico)

Mimmo Franzinelli (storico)

Milena Gabanelli (conduttrice di Report)

Aldo Giannuli (storico)

Ferdinando Imposimato (giurista)

Francesco La Licata (giornalista de La Stampa)

Claudio Lazzaro (giornalista)

Paride Leporace (direttore Quotidiano della Basilicata)

Gad Lerner (conduttore dell’Infedele)

Stefania Limiti (giornalista)

Carlo Lucarelli (scrittore)

Otello Lupacchini (magistrato)

Giovanna Maggiani Chelli (associazione vittime della strage dei Georgofili)

Cristiana Mangani (giornalista del Messaggero)

Brunello Mantelli (storico)

Daniele Mastrogiacomo (giornalista di Repubblica)

Manlio Milani (associazione vittime Piazza della Loggia)

Ilaria Moroni (rete archivi per non dimenticare)

Gianluigi Nuzzi (giornalista di Libero)

Antonio Parisella (storico)

Valentino Parlato (giornalista del Manifesto)

Paolo Pezzino (storico)

Lorenzo Pinto (associazione vittime Piazza della Loggia)

Alessandro Portelli (storico)

Rosario Priore (magistrato)

Sandro Provvisionato (giornalista del Tg5)

Franca Rame (attrice)

Sabina Rossa (deputato)

Guido Salvini (magistrato)

Roberto Saviano (scrittore)

Salvatore Sechi (storico)

Federico Sinicato (avvocato)

Benedetta Tobagi (scrittrice)

Maurizio Torrealta (giornalista di RaiNews24)

Nicola Tranfaglia (storico)

Guido Viale (economista)

Rosa Villecco Calipari (deputato)

la Newsletter di Misteri d’Italia n. 140 – Anno 11 – Settimana 8 – 14 novembre 2010

Questa settimana: gli affanni della procura di Roma nell’inchiesta su Emanuela Orlandi – Le nuove farneticazioni di Alì Agca – La memoria corta dell’ex ministro Giovanni Conso – Dell’Utri ancora in guai giudiziari – Placanica verso un processo per stupro – Il Kosovo, terra di traffico d’organi, verso le elezioni.

EMANUELA ORLANDI: MOSSA DISPERATA DELLA PROCURA DI ROMA

Ad ennesima dimostrazione che l’ultima inchiesta della procura di Roma sulla scomparsa di Emanuela Orlandi ha ormai il fiato corto, nei prossimi giorni verrà aperta la tomba di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, il boss della Banda della Magliana, ucciso il 2 febbraio 1990 e sepolto nella basilica di Santa Apollinare a Roma.

L’estrema speranza dei magistrati – che purtroppo, da più di due anni, basano la loro inchiesta solo sulle “rivelazioni” di Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano e amante di De Pedis – è che dalla riapertura della tomba possano arrivare possibili elementi utili per rafforzare l’esilissimo collegamento tra la scomparsa di Emanuela e lo stesso De Pedis, indicato dalla Minardi come l’esecutore del rapimento ed il responsabile dell’occultamento del cadavere.

In oltre due anni di indagini, i magistrati romani sono solo riusciti a scrivere sul registro degli indagati quattro persone : Sergio Virtù, 49 anni; Angelo Cassani, 49 anni, detto “Ciletto”; Gianfranco Cerboni, 47 anni, detto “Giggetto” e la stessa Sabrina Minardi. Davvero poco per chiedere un processo.

Tempo fa, al colmo della disperazione, i magistrati che indagano sulla scomparsa di Emanuela, avvenuta 27 anni fa, rivolsero attraverso i giornali un appello a ciò che ancora rimane della Banda della Magliana. Una sorta di “chi sa parli” che non ha sortito alcun effetto.

TRATTATIVA STATO-MAFIA: TORNA LA MEMORIA ALL’EX MINISTRO CONSO

Nel corso di un’audizione davanti alla commissione Antimafia, Giovanni Conso, ministro della Giustizia al tempo delle stragi di Cosa nostra in Sicilia e a Roma, Firenze e Milano, ha detto: “Non ho rinnovato il 41 bis in scadenza a novembre del 1993 per 140 imputati per mafia detenuti nel carcere dell’ Ucciardone per evitare altre stragi”.

Un decisione – afferma Conso – presa in assoluta solitudine, senza cioè consultarsi con la presidenza del Consiglio e senza avere mai ricevuto pressioni da reparti speciali o servizi segreti. Ma è difficile – come ha rivelato Attilio Bolzoni sul quotidiano “La Repubblica” – che questa decisione clamorosa non sia invece il frutto della trattativa fra mafia e Stato apertasi all’indomani del massacro di Capaci in cui, tra gli altri, perse la vita Giovanni Falcone.

La rivelazione in commissione di Conso – assai ritardata come i ricordi di altri smemorati di queste vicende, come l’ex Guardasigilli Claudio Martelli o come l’ex presidente della Camera Luciano Violante – finisce nelle carte dei pubblici ministeri di Palermo che indagano sui ricatti incrociati di quella stagione e che hanno depositato agli atti della loro inchiesta due verbali di interrogatorio. Verbali – scrive Bolzoni – che s’incrociano proprio con la sorprendente rivelazione di Conso. Uno è l’ultimo interrogatorio condotto da Gabriele Chelazzi, il pubblico ministero che stava investigando sui mandanti esterni a Cosa Nostra nella strage di Firenze. Chelazzi ascoltò il generale dei carabinieri Mario Mori – lo stesso che oggi è sotto processo a Palermo per avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano – cinque giorni prima di morire, l’11 aprile del 2003. E l’interrogatorio si concentrò sul mancato rinnovo del carcere duro – da parte del ministro Conso – di quei 140 detenuti dell’Ucciardone. Il pubblico ministero Chelazzi aveva trovato sulle agende di Mori la traccia di incontri fra il generale e il magistrato Francesco Di Maggio, in quegli anni vice direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Naturalmente non c’è un legame accertato fra quegli incontri e il 41 bis rimosso ma, già nel 2003, il magistrato fiorentino era convinto che quel passaggio – il carcere duro risparmiato ai 140 mafiosi – fosse cruciale per decifrare una fase della trattativa. L’ex ministro della Giustizia ha raccontato in Commissione che prese quella decisione “rischiando”, puntando tutto sull’ala non stragista di Cosa Nostra, cioè su Bernardo Provenzano che “pensava più agli affari che alla politica delle bombe”. Un cattivo ricordo – commenta Bolzoni – perché in quel lontano 1993, molti davano addirittura per morto Provenzano o comunque sempre subordinato a Totò Riina.

Il secondo verbale appena depositato, rivela ancora il giornalista di “Repubblica, è di Alfonso Sabella, per tanti anni pm a Palermo, ma in seguito responsabile della caserma Bolzaneto a Genova durante i fatti del 2001. È sua la ricostruzione del ritorno dei “pentiti” in Sicilia nel 1996, guidati da Balduccio Di Maggio (quello che parlò del famoso bacio fra Riina e Andreotti) e Santino Di Matteo, il padre del piccolo Giuseppe sciolto nell’acido da Giovanni Brusca). Vicini a Provenzano, uccisero molti boss del giro di Riina. Il sospetto è che, in qualche modo, apparati di sicurezza avessero coperto le loro scorribande. Per trattare in pace con il nuovo capo, che allora – tre anni dopo il 1993 – era sì diventato Bernardo Provenzano. La trattativa, sicuramente partita da Riina con il papello, poi sembra avere preso un’altra strada. Ancora tutta da scoprire. E dove sicuramente non s’incontra solo il generale Mori e il suo reparto speciale.

IL CALENDARIO DI MEMORIA RESISTENTE

Da Portella della Ginestra a Stefano Cucchi: un lungo elenco di nomi e luoghi segna, con la sua drammatica scia di sangue, la storia dell’Italia repubblicana.

Con il calendario Memoria Resistente 2011, il Comitato Piazza Carlo Giuliani e Reti-invisibili propongono quell’elenco in un calendario, ricorrendo ad una forma artistica quale è il fumetto.

In Memoria Resistente 2011 troverete vittime delle stragi, dello squadrismo neofascista, di una gestione dell’ordine pubblico finalizzata alla repressione del dissenso, delle carceri e molti altri… in una lista lunga, purtroppo persino più lunga di quanto troverete nelle sue pagine, dove i testi sono una sintesi estrema, quasi brutale, di fatti molto più complessi.

Il calendario Memoria Resistente 2011 è in distribuzione on line.

Scrivere a piazzacarlogiuliani@tiscali.it oppure a info@reti-invisibili.net

Il costo è pari a 8 euro più le spese di spedizione.

USTICA: 30 ANNI DOPO

Venerdì 26 novembre, ore 10.30, incontro con Daria Bonfietti (presidente dell’Associazione Vittime Strage di Ustica). L’incontro si svolgerà nell’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza di Modena, via San Geminiano, 3. Il tema dell’incontro sarà: Ustica trent’anni dopo: Memoria, Verità, Giustizia. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

BANDA DELLA MAGLIANA: DAL 18 NOVEMBRE LA SECONDA SERIE SU SKY

Dal 18 novembre su Sky torna  la seconda serie del fenomeno-tivù “Romanzo Criminale”. 10 episodi che raccontano gli anni Ottanta con la voglia che la banda mostra di arricchirsi a tutti i costi, gli intrecci con i servizi segreti, ma soprattutto l’autodisgregazione: la banda della Magliana è all’epilogo, è alla fine della gloria e del potere, è l’ora dei tradimenti e di una nuova scia di sangue.

Acclamata dai critici, apprezzata dal pubblico, (150 fan page su Facebook, 5 milioni di visualizzazioni di video su YouTube, 135 mila dvd venduti), la serie italiana, prodotta da Cattleya e Sky Cinema, con un cast tutto giovane e un regista non noto (Stefano Sollima), è diventata due anni fa un fenomeno tv.

Già venduta in 40 Paesi, ora la serie si appresta a sbarcare anche in America. Hbo ne ha acquistato i diritti.

TERRORISMO: RIFLESSIONI A PIU’ VOCI SULLA PRESENZA NELLE FABBRICHE

Una riflessione a più voci dedicata a un tema che ha tragicamente segnato la città di Sesto San Giovanni. Un tema che è rimasto poco esplorato. Per la prima volta imprenditori, sindacati, testimoni, studiosi si troveranno per discuterne, capire, approfondire.
Il 20 novembre, dalle 9.00 alle 13.30, nella sala del Consiglio comunale di Sesto San Giovanni, in piazza della Resistenza 20, convegno sul tema “Terrorismo e Fabbriche”. Introduce Andrea Saccoman, Università degli studi di Milano Bicocca.
Interventi: Susanna Camusso, segretario generale Cgil; Paolo Del Nero, assessore allo Sviluppo economico, formazione e lavoro, Provincia di Milano; Walter Galbusera, segretario generale Uil Lombardia; Danilo Galvagni, segretario generale Cisl Milano; Carlo Ghezzi, presidente Fondazione Di Vittorio;  Gian Francesco Imperiali, vicepresidente Assolombarda; Antonio Iosa, coordinatore Aiviter Lombardia, presidente Fondazione Perini; Antonio Pizzinato, presidente ANPI Lombardia; Stefano Pillitteri, assessore ai Servizi civici, Comune di Milano.

Testimonianze dalle fabbriche del 1980: Giancarlo Castelli (Ercole Marelli); Riccardo Contardi (Alfa Romeo); Roberto Dameno (Italtel); Giacomo Plebani (Falck); Cesare Varetto (Fiat).

Conclude: Giorgio Oldrini, Sindaco di Sesto San Giovanni.
Il convegno è promoss??o dal Comune di Sesto San Giovanni?,? ??i?n collaborazione con:? ?Comune di Milano, Provincia di Milano?,? ??Aiviter, Anpc, Anpi, Associazione Familiari delle vittime della strage di piazza Fontana, Assolombarda, Cgil, Cisl, Uil, Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano, Fiap, Filv, Fondazione Isec, Fondazione Perini??.

PER FORUNA C’E’ UN GIUDICE A VIGEVANO (MA NON A PERUGIA)

Anche se parlar male dei magistrati oggi non è molto di moda, da vecchio garantista sento il dovere di mettere in discussione il comportamento di certa magistratura (pm e giudicante), non potendo fare a meno di notare l’assommarsi, in questo ultimo periodo, di notizie allarmanti circa la conduzione di un’inchiesta giudiziaria e un inchiesta e un processo per delitti comuni.

Cominciamo con la prima vicenda: il delitto di Garlasco (13 agosto 2007). Anche uno studente di giurisprudenza al primo anno sa che ci sono processi talmente indiziari che non andrebbero mai celebrati, e tanto meno con rito abbreviato. Per fortuna che, almeno in questo caso, l’unico imputato preso in considerazione dalla procura di Vigevano, Alberto Stasi, accusato di aver ucciso la sua fidanzata, Chiara Poggi, ha trovato sulla sua strada di imputato per forza un giudice talmente preparato e coscienzioso, il Gup Stefano Vitelli, che ha praticamente rifatto in aula tutta la disgraziata inchiesta della procura, ordinando nuove perizie nonostante quelle fatte (come al solito con grande approssimazione) dai soliti carabinieri del Ris, ormai orfani del loro capo uscito non proprio brillantemente di scena. Un processo con rito abbreviato (chiesto dalla difesa di Stasi) che entrerà negli annali della storia giudiziaria come il più lungo rito abbreviato (nove mesi) mai celebrato. Vitelli, prudentemente, ha assolto Stasi in base al secondo comma dell’art. 530 del codice di procedura penale (in pratica la vecchia insufficienza di prove). Ma ha riconosciuto quello che solo la procura non aveva capito: inidizi carenti. Nessuna condanna.

A dimostrazione che l’inchiesta era partita con il piede sbagliato c’è il fatto che immediatamente dopo il suo arresto, nell’autunno del 2007, il gip Giulia Pravon  decide di non convalidare il fermo. Gli indizi contro Stasi non reggono. Anche perché gran parte dell’impianto accusatorio si regge su una non-prova: le scarpe indossate da Alberto la mattina del delitto sono pulite. E come possono esserlo se Alberto ha scoperto il cadavere di Chiara in un lago di sangue?

Una domanda che ne chiama subito un’altra: perché mai Alberto avrebbe dovuto cancellarle dal momento che quelle macchie erano giustificate proprio dal fatto che era stato lui a ritrovare il corop senza vita della sua fidanzata? Obiezione dell’accusa: in realtà Stasi avrebbe mentito perché non sarebbe mai entrato a cercare Chiara, altrimenti le sue scarpe si sarebbero sporcate di sangue. E invece non è stata trovata traccia di emoglobina sotto quelle suole. Cosa più che giustificabile dal momento che le macchie sul pavimento potevano già essere secche all’ingresso di Stasi nella casa. Insomma per l’accusa molto ruota attorno a questo particolare: Stasi uccide Chiara, si sporca le scarpe con il sangue, poi torna a casa, getta le scarpe insanguinate, ne indossa di pulite e poi torna indietro per scoprire il corpo della sua ragazza. Ma che senso avrebbe avuto un simile andirivieni di Alberto quando le scarpe insanguinate, indossate al momento del delitto, erano più che giustificate dal suo ingresso nella casa al momento del ritrovamento.

A dimostrazione che l’inchiesta della procura di Vigevano era completamente sbagliata basti ricordare che i due giovani pm di Vigevano, Rosa Muscio e Claudio Michelucci, non sono riusciti ad individuare, in oltre due anni di inchiesta, neppure il movente del delitto, se non affidandosi ad mera fantasia investigativa: Alberto scaricava sul suo computer materiale pedo-pornografico, Chiara se ne era accorta, i due avevano litigato e Alberto l’aveva uccisa. Salvo che poi i periti del tribunale scopriranno che quelle immagini non erano affatto pedo-pornografiche, ma solo pornografiche e che comunque Alberto le aveva cancellate addirittura mesi prima del delitto.

Altro indizio: il dna di Chiara sarebbe stato trovato sui pedali della bicicletta di Alberto. Ma neppure i Ris sono certi che si tratti di sangue.

C’è poi l’arma del delitto mai trovata. La procura ha vagato tra mille oggetti: un martello, un portavasi, forbici impugnate al contrario. Risultato: zero. E soprattutto non c’è certezza sull’ora della morte di Chiara. La procura la colloca tra le 11 e le 11.30, ma quando una perizia sempre ordinata dal tribunale stabilisce che in quell’intervallo di tempo Alberto era seduto davanti al suo computer a scrivere la tesi, la procura fa una mossa a dir poco ardita e certamente castrante: sposta l’ora del delitto a dopo le 12.30. Ma se la morte fosse avvenuta davvero dopo le 12.30, come sostenuto dai pubblici ministeri, come farebbero le macchie ad essere già secche all’arrivo dei soccorsi? Il fatto che fossero secche indica un decesso avvenuto prima, non a ridosso del ritrovamento del corpo. Mentre la parte civile, ossia gli avvocati della famiglia Poggi, più astutamente, la anticipano tra le 9.10 e le 9.36.

Non siamo in questo caso di fronte ad un vero e proprio accanimento giudiziario? Per la procura di Vigevano gli alibi degli imputati non contano mai?

Il computer è l’elemento che ha salvato (almeno per ora) Alberto Stasi. Non gli ha soltanto fornito l’alibi. Ha messo anche in luce troppe lacune delle indagini. Quel pc è stato aperto e chiuso molte volte dopo il sequestro, eppure i file temporanei, indicativi del suo lavoro, sono stati ritrovati dai periti del giudice, mentre per quelli dell’accusa non erano mai esistiti: soltanto incapacità, ostinazione e impreparazione?

Impreparazione e ostinazione che si colgono perfettamente in un altro processo conclusosi recentemente in primo grado: quello per l’omicidio di Meredith Kercher, ossia il delitto di Perugia.

Il processo per l’assassinio di Meredith si è concluso ai primi del dicembre scorso con due condanne che fanno acqua da tutte le parti: 26 anni ad Amanda Knox, 25 a Raffaele Sollecito. E una volta tanto gli americani hanno ragione a protestare perché quelle condanne sono arrivate al termine di un processo assolutamente senza prove, ma mancante anche di elementi fondamentali come il movente (via via aggiustato dai pm: dall’orgia finita male, ad una presunta lite per denaro fino ai dissapori (ha detto in aula il pm: “Amanda voleva vendicarsi di quella smorfiosa di Meredith”), e soprattutto – come a Gralasco – l’ora del delitto. Manca perfino l’arma del delitto e addirittura l’esatta causa del decesso. E poi come si conciliano il ruolo avuto nell’omicidio da Amanda e Raffaele con quello avuto da Rudi Guede che si è “beccato” rispettivamente quattro e cinque anni in più degli altri due.

Hanno torto gli americani a protestare quando in casa loro un’inchiesta giudiziaria come quella di Perugia non sarebbe mai arrivata in un’aula di giustizia?

E allora come giudicare infine la conduzione di tutta l’inchiesta, affidata prima al sostituto Giuliano Mignini poi affiancato da Manuela Comodi? Come giustificare i 15 giorni trascorsi in galera di Patrick Lumumba, accusato da Amanda, certo, ma dopo dieci ore ininterrotte di interrogatorio piuttosto duro? Il gip Claudia Matteini ha usato questa falsa confessione di Amanda per ribadire, dopo la sentenza, la colpevolezza della ragazza, dimenticando che era stata proprio lei a confermare l’arresto di Lumumba e a tenerlo dentro due settimane prima di riconoscere la giustezza del suo alibi. Ma non sarebbe buona regola verificare gli alibi prima di mettere le manette?

E come dimenticare la fantasiosa, lunga e costosa  inchiesta condotta dallo stesso pm Mignini a proposito della morte nel lago Trasimeno del medico perugino Francesco Narducci, con tanto di doppio cadavere e contorno di ampie coperture massoniche, sospettato (a vuoto) di essere uno dei mandanti dei delitti del mostro di Firenze? Non è forse proprio Mignini che ha accusato di essere coinvolti nei delitti del mostro un giornalista (Mario Spezi) e uno scrittore, pure lui americano (Douglas Preston), autori di un libro che, guarda caso, smontava le sue tesi?

Voglio dire di più. E’ forse probabile che Amanda, Raffaele, Guede e Alberto siano colpevoli. Ma deve rappresentare un punto fermo e irrinunciabile che in uno stato diritto degno di questo nome senza prove non può esserci condanna.

Nel rispetto dell’insegnamento del Beccarla e della convinzione che è sempre meglio un colpevole a piede libero ce un innocente in galera.

Il Comitato per l’accertamento della verità

Nasce il Comitato per l’accertamento della verità relativamente alla morte degli studenti universitari scomparsi nel terremoto dell’Aquila.

L’iniziativa è promossa dal prof. Francesco Sidoti e dal dott. Carmelo Lavorino, docenti dell’Università dell’Aquila, alla quale hanno già aderito molti studenti universitari, investigatori privati, giornalisti, avvocati e specialisti del settore, fra cui gli studenti Elettra Costa, Daniela Chiodi, Francesca Dovigo, Maurizio Marcellusi, Giuseppe Sturiale, Alessia Zangri, gli investigatori privati Maurizio Ciucci, Ettore Di Gregorio, Annibale Finini, Marco Lilli, Alessandro Zumbaio, i giornalisti Sandro Provvisionato, Fabio Sanvitale, gli avvocati Ferdinando Imposimato, Eduardo Rotondi, Eraldo Stefani, Luigi Vincenzo, gli psicologi Domenica Canna, Enrico Delli Compagni, Giusy Ruffo, gli ingegneri Manuel Allara, Alessandro Comi, Giancarlo Deboni.

Gli studenti universitari morti durante il terremoto sono studenti venuti a prepararsi per la vita e invece hanno trovato la morte: la loro morte è stata causata da colpe, da dolo, dalle circostanze, da un sistema perverso e maledetto composto da interessi di diverso tipo, da ritardi, da strafottenze, da leggerezze e da incompetenze: le colpe e il dolo devono essere individuati, senza i soliti scaricabarile.

Gli obiettivi del Comitato sono a breve, medio e lungo termine.

Fine ultimo del Comitato è la condanna dei responsabili a qualunque livello di coinvolgimento.

Il Comitato si costituirà parte civile al momento opportuno, in modo da potere contribuire anche processualmente all’accertamento della verità e delle responsabilità.

E’ obiettivo strategico del Comitato collaborare con la Magistratura e con le Forze dell’Ordine fornendo spunti, contributi, indicazioni, dati e considerazioni ineccepibili, scientifici e validi, anche tramite un’opera di analisi, di acquisizione dati, di monitoraggio e di osservatorio di alta qualità che diventi una piattaforma che contribuisca alla propulsione di un’attività investigativa della Magistratura, delle Forze dell’Ordine, delle indagini difensive delle numerose parti offese e dei familiari delle Vittime.

Come ha dichiarato il prof. Sidoti nel suo primo comunicato “si può rendere giustizia in molti modi agli studenti universitari che a L’Aquila cercavano un futuro e che invece hanno trovato la morte. Ci impegniamo perché nel terremoto non rimanga in piedi, saldo, attivo, ‘costruttivo’, un modo deleterio e criminale di gestire i poteri pubblici”.

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DELLA CAFFARELLA

Ci avevano assicurato, da destra ma anche da sinistra, che Vittorio Rizzi, il capo della squadra mobile romana, fosse un poliziotto di eccellenza ed un investigatore di primissimo piano. Proviamo solo ad immaginare se Rizzi fosse stato un normale poliziotto e un investigatore mediocre. Quale maggiori disastri avrebbe potuto provocare indagando sulla violenza sessuale avvenuta nel parco della Caffarella a Roma il 14 febbraio scorso, nel giorno di San Valentino: due innocenti tenuti sulla graticola per oltre un mese, due clamorosi errori investigativi dovuti alla fretta certo, ma soprattutto all’ignoranza dei criteri minimi di garantismo e ad un’isteria collettiva che ha investito tutti in questa torbida vicenda: investigatori, magistrati e stampa.

Infatti il timore più che fondato è che Rizzi, così come il questore di Roma Giuseppe Caruso e a ruota i magistrati, il pm Vincenzo Barba e il procuratore Giovanni Ferrara, ma anche il Gip Filippo Steidl, si siano fatti prendere dalla stessa ansia ed eccitazione di risolvere una vicenda odiosa come lo stupro di una minorenne – ma comunque sempre e solo un caso da esaminare con freddezza e professionalità – che ha spinto due giovani giornalisti dell’Ansa, come Annalisa Sturiale e Marco Maffettone, a titolare un loro servizio “Catturate le belve”. Con l’ovvio risultato che tutta la stampa scritta e televisiva si è sentita legittimata a seguire l’indicazione di una certezza assoluta che non deve mai appartenere al bagaglio di un giornalista serio. Ho lavorato 14 anni nella maggiore agenzia di stampa italiana e posso assicurarvi che un titolo tanto greve e imprudente e un pezzo così forcaiolo non li ho mai visti.

Ma procediamo con ordine perché la vicenda della Caffarella merita la massima attenzione e a mio modesto avviso andrebbe analizzata ed insegnata sia nella scuole di polizia, sia nei corsi di formazione dei magistrati, sia nelle scuole di giornalismo.

Primo dato che avrebbe dovuto mettere tutti in allarme: la collaborazione della polizia romena. Appena Alexandru Isztoika Loyos, romeno di 20 anni e il suo

connazionale Karol Racz di 36 sono stati arrestati, nel corso di una conferenza stampa, abbiamo ascoltato l’ufficiale di collegamento della polizia romena in Italia, Marian Mandroc, affermare: “La nostra collaborazione non si limita soltanto alle fasi di emergenza legate a casi specifici ma affianchiamo i colleghi italiani anche nell’attività quotidiana. Se è necessario siamo pronti a dare la nostra disponibilità per un aumento dei nostri agenti in Italia”. Dio ce ne guardi. Qualcuno sa che formazione professionale hanno i poliziotti romeni? Il dubbio, ma è solo un dubbio, è che sia più o meno la stessa che era in voga ai tempi del regime di Ceaucescu. Che in fatto di ordine pubblico non ci andava certo leggero.

E’ molto probabile che sia questo il punto di snodo dell’inchiesta sbagliata della Caffarella. L’aver lasciato, anche solo per cinque minuti, il romeno ventenne faccia a faccia con i poliziotti suoi connazionali. E, sia ben chiaro, non stiamo parlando di violenze, non lo pensiamo neanche, ma solo dell’uso di argomenti convincenti. Altrimenti come spiegare l’autocalunnia dello stesso giovane romeno che prima confessa e poi ritratta qualcosa che non ha mai commesso? E che per questo non vienme accusato di autocalunnia, ma di calunnia nei confronti dei poliziotti romeni.

Punto secondo. Le testimonianze. Il bellissimo libro di Ferdinando Imposimato “L’errore giudiziario” ci spiega che non esiste nulla di meno attendibile delle testimonianze delle vittime. Per vari fattori non ultimo quello che le vittime si fidano ciecamente degli investigatori e che sono tanto comprensibilmente ansiose di allontanare da sé la brutta esperienza passata che sono prontissimi a riconoscere il primo soggetto che viene loro mostrato. Specie se solo in fotografia.

Lo stesso vale per l’altra testimone diretta, La donna di 41 anni violentata la sera del 21 gennaio nel quartiere romano di Primavalle che riconosce come uno dei suoi aggressori Karl Racz, detto “faccia da pugile”. Sarà questa testimonianza a tenere il romeno in carcere quando la prova del Dna naufragherà miseramente, anche se nel frattempo la donna in una trasmissione televisiva ammetterà i suoi dubbi sul riconoscimento.

E che dire poi del testimone/asso nella manica estratto dagli investigatori quando ormai le accuse contro i due romeni stavano definitivamente crollando? Che dire del medico che il pomeriggio in cui veniva violentata la ragazzina di 14 anni faceva jogging nel parco e proprio lì vide i due romeni?

C’è poi la dichiarazione, quanto meno azzardata, del questore di Roma Giuseppe Caruso che in conferenza stampa dice: “Un lavoro fatto in strada, di pura investigazione, di intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Un lavoro da veri poliziotti”. Salvo poi scoprire che gli strumenti tecnici, il test del Dna, smentiscono appieno quel “lavoro fatto in strada”. Ci dispiace per Caruso ma in questo caso l’indagine del vecchio ispettore Maigret è fallita.

E ancora come considerare l’atteggiamento della procura di Roma che ancora l’11 marzo, a fronte della decisione del tribunale del Riesame di annullare le due ordinanze di custodia cautelare, in un comunicato afferma di non rinnegare “il lavoro svolto nel quadro degli accertamenti sullo stupro della Caffarella”. E’ la decisione del gip Filippo Steidl che, nonostante il parere del Riesame, mette nero su bianco che non si può escludere completamente la presenza dei due romeni nel luogo in cui avvenne lo stupro? Vogliamo chiamarlo accanimento giudiziario? E basta sapere oggi che i veri responsabili dello stupro sono altri romeni a salvare un’inchiesta sbagliata fin dall’inizio?

RONDA SU RONDA

Un inizio d’anno che peggio non si poteva. E che lascia intravedere nubi oscure all’orizzonte. Preoccupa la morte programmata del Pd che sta mettendo in atto il testamento biologico così come dovrebbe essere: la scelta di Franceschini non è  accanimento terapeutico ma sospensione di qualsiasi forma di nutrimento. D’altronde l’encefalogramma è piatto. E’ quindi in assenza di qualsivoglia opposizione (quella dipietrista è solo un pagliativo) che si sta delineando un destino atroce per quello che era lo stato di diritto. Ora siamo all’appalto privato della sicurezza pubblica.

Proviamo a ragionare con i piedi per terra. Gli isterismi lasciamoli agli altri. La situazione è questa: in Italia nei primi due mesi del 2009 sono avvenuti 33 stupri o tentati stupri (uno su di un uomo). In media, quindi, all’incirca uno ogni due giorni. I dati ufficiali della Direzione centrale della polizia criminale ci dicono però che nel 2007 sono stati accertati 4.663 casi di violenza sessuale, una media di quasi 13 al giorno. Un dato in leggero calo rispetto ai 4.694 del 2006. E nel 2008 gli stupri sono calati di un ulteriore 10 per cento.

A Roma, nei primi due mesi di quest’anno gli stupri sono stati 6, quindi uno ogni 10 giorni. Nel 2007, nella sola capitale, si erano verificati 242 stupri, quindi, uno ogni giorno e mezzo. E nel 2008 gli stupri a Roma erano calati a 216, cioè uno ogni 1,6 giorno. Eppure, nonostante la sproporzione di 10 a 1,5 o 1,6, gli abitanti della capitale, per bocca del loro sindaco, sarebbero in preda all’emergenza stupri. E di conseguenza lo è l’Italia intera, visto anche il ruolo dei media nell’amplificazione e nella ulteriore drammatizzazione del fenomeno.

Ma vogliamo essere ancora più precisi e corretti, ribadendo che lo stupro è un reato difficile da quantificare perché, in genere, la vittima è restia a sporgere denuncia anche perché le indagini che polizia e carabinieri fanno sull’effettiva violenza subita dalla donna corrispondono per lei ad un’altra violenza.

Ma prendiamo pure per buoni i dati ufficiali. C’è da aggiungere che nell’80 per cento dei casi la violenza sessuale avviene in famiglia o nell’ambito delle conoscenze della donna stuprata. Una percentuale confermata in modo esatto da una ricerca su 612 donne che sono state assistite nel 2007 nel Centro antiviolenza del Comune di Roma di Torre Spaccata, uno dei tre operanti nella capitale. Risulta, infatti, che proprio nell’80 per cento dei casi le donne sono state vittime di violenza domestica e solo nel 20 hanno subito stupri da sconosciuti. Da questi dati risulta che lo stupratore nella maggioranza dei casi (52%) è il marito, ma può essere anche il compagno (18), l’ex marito (7), l’ex compagno (5), il padre (3), un altro parente (5). Un’altra ricerca, questa volta dell’Istat, ci dice che solo nell’8,6 per cento dei casi la violenza sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Più spesso gli stupri avvengono nella propria abitazione (31,2%), in automobile (25,4) o nella casa dell’aggressore (10). E solo il 3,5 per cento dei violentatori non ha mai visto la sua vittima prima dello stupro.

Cerchiamo allora di essere conseguenti ponendoci una domanda ovvia: cosa c’entra l’emergenza stupri con una simile realtà dei fatti?

Ma continuiamo nel nostro ragionamento che non può certamente essere definito di parte. Poniamo che in un’Italia preda della crisi economica e del diffondersi silenzioso della criminalità organizzata, ci siano reati che creano più allarme sociale e percezione di insicurezza di altri. E che tra questi, effettivamente, vi sia un reato odioso come la violenza sessuale. Cosa c’entrano con la tipologia e la fisionomia appena descritta dello stupro le ronde istituite per decreto dal governo e che con grande ipocrisia lo stesso governo si vergogna a chiamare con il loro nome?

Proviamo a fare delle simulazioni. Per combattere la piaga degli stupri, la ronda di quartiere la sera indossa il suo bel pettorale, si arma di telefonino e comincia a battere le strade della sua zona fino allo spuntar del sole. Prendiamo il caso della violenza sessuale avvenuta a Guidonia, ai danni di due fidanzati che si erano appartati in auto in cerca di intimità. Cosa fanno le ronde, presidiano tutte le zone buie e appartate del quartiere, boschetti, strade non illuminate, anfratti campestri? E se notano una macchina con due ragazzi in amore fanno da sentinella fino a che i due giovani abbiano esaurito i loro bollenti spiriti? E nel caso delle violenze in famiglia avremo un rondaiolo a presidiare ogni talamo nuziale?

C’è poi il caso dello stupro di capodanno avvenuto a Roma durante una festa sponsorizzata dalla stessa amministrazione capitolina, dentro i bagni di una zona chiusa come la nuova Fiera di Roma. In quel caso cosa avrebbero fatto le ronde del ministro Maroni? La posta davanti ad ogni toilette?

Per combattere un male bisogna conoscerne le cause. La causa dello stupro, come invece il capo del governo crede, non riguarda la bellezza della donna, ma il rapporto di potere uomo-donna. Lo stupro c’entra con il sesso ma non in maniera assoluta. Ha un rapporto molto più evidente con la sopraffazione da un lato, l’alcol, la droga e l’emarginazione dall’altro. Il che spiega in buona parte perché nel 60 per cento dei casi di stupro non famigliare i responsabili di violenze sessuali siano degli stranieri quasi sempre ubriachi. In un articolo pubblicato alla fine di giugno 2005 sul sito oltrenews.it, la Dott.ssa Maria Cristina Butti, dell’Associazione di Ricerca di Psicologia Analitica, intravede nel fenomeno degli stupri “un malessere che si coglie dal punto di vista del singolo e che si riflette anche a livello collettivo come la manifestazione di un disagio, di un bisogno di potere che nasconde un’impotenza sempre maggiore che sta diventando sia psicologica sia fisica”.

L’ambiente in cui si realizza lo stupro ad opera di sconosciuti ha poi un’importanza fondamentale. E non è un caso che la maggior parte di quelli che avvengono all’aperto (lo ricordiamo solo l’8,6 per cento di quelli denunciati) si verifichi in zone degradate o abbandonate, senza illuminazione né controllo del territorio da parte delle forze di polizia. Eccolo quindi il problema reale: la solitudine delle nostre città. Zone amministrate bene e vigilate giorno e notte offrirebbero una maggiore deterrenza. Per il resto ci sono le leggi che devono essere applicate.

Ed allora a cosa servono le ronde? Forse solo ad affermare il principio che in Italia le forze dell’ordine non fanno il loro dovere anche se l’Italia è il paese europeo che ha la più alta percentuale di agenti di polizia ogni mille abitanti? Oppure a stabilirne un altro: che è arrivata l’ora di farsi giustizia da soli? Perché è inutile illudersi questa è la strada intrapresa con l’istituzione dei cittadini dell’ordine. Oggi è l’emergenza stupri, domani sarà quella dei tossicodipendenti, dopodomani quella degli immigrati irregolari, e così via. Fino al Far West.