Numero zero

Incipit. Sabato 6 giugno 1992, ore 8. Questa mattina non colava acqua dal rubinetto.
Blop blop, due ruttini da neonato, poi più niente.
Ho bussato dalla vicina: a casa loro, tutto regolare. Avrà chiuso la manopola centrale, mi ha detto. Io? Non so neppure dove sia, è poco che vivo qui, lo sa, e torno a casa solo alla sera. Mio Dio, ma quando parte per una settimana non chiude acqua e gas? Io no. Bella imprudenza, mi lasci entrare, le faccio vedere.
Ha aperto l’armadietto sotto il lavello, ha mosso qualcosa, e l’acqua è arrivata. Vede? Lo aveva chiuso. Mi scusi, sono così distratto. Ah, voialtri single! Exit vicina, che ormai parla inglese anche lei.
Nervi a posto. Non esistono i poltergeist, solo nei film. E non è che sia sonnambulo, perché anche da sonnambulo non avrei saputo dell’esistenza di quella manopola, altrimenti l’avrei usata da sveglio, perché la doccia perde e rischio sempre di passar la notte a occhi aperti sentendo tutto il tempo quella goccia, pare di essere a Valldemossa.
Infatti spesso mi risveglio, mi alzo, e vado a chiudere la porta del bagno e quella tra camera da letto e ingresso, per non sentire quel dannato sgocciolio. Non può essere stato, che so, un contatto elettrico (la manopola, come dice la parola stessa, funziona a mano) e nemmeno un topo, che anche se fosse passato di lì non avrebbe avuto la forza di muovere l’aggeggio. È una ruota di ferro all’antica (tutto in questo appartamento risale almeno a cinquant’anni fa), e oltretutto è arrugginita. Dunque ci voleva una mano. Umanoide. E non ho un camino da cui potesse passare lo scimmione della Rue Morgue.

L’ultimo romanzo di Umberto Eco è del tutto anomalo. La prima sensazione, addentrandosi nelle pagine, è che sia un’amorevole presa per i fondelli del lettore il quale, da lui abituato a libri coltissimi, ambientati in epoche remote, densi di dissertazioni filosofiche e costruiti su ricerche semantiche rigorose, vi si trova del tutto disorientato.
Cos’avrà voluto dire? Quale significato cela?
Sì, un significato segreto nascosto fra le righe di “Numero zero”, c’è, ma la sensazione, leggendo, è che l’autore abbia voluto giocare a nascondino con il lettore insinuandogli il dubbio che, a parte le lezioni di cattivo giornalismo (o di buon giornalismo inteso alla rovescia) che tutto sia puro e semplice divertimento.
Non è così. Fra le varie ipotesi c’è quella della sottile, raffinata vendetta intellettuale. Il grande semiologo dopo una vita spesa a far conoscere la pura bellezza delle parole, potrebbe aver voluto vendicarsi per l’imbarbarimento della comunicazione orale e scritta, che trova nel giornalismo la sua massima espressione, sia nell’uso della lingua sia, soprattutto, nei contenuti.
L’epoca in cui si svolgono i fatti narrati non a caso è il 1992, l’anno tragico della nostra storia recente. Quello in cui la buona informazione sarebbe stata essenziale per permettere ai cittadini di difendere la democrazia.
Stragismo mafioso, scandali finanziari, Mani Pulite e Tangentopoli… Di tutto di più. E’ appunto agli inizi del 1992 che un anonimo magnate dell’editoria, padrone di tutto quello che si può comprare: supermercati, alberghi, palazzi e soprattutto televisioni (chi sarà mai costui?) vorrebbe, lui venuto dal nulla, entrare negli ambienti che contano della Milano da bere e soprattutto da mangiare: quelli con la erre moscia e con il grembiulino nascosto nell’armadio.
Con questa idea in testa incarica il vecchio giornalista Simei, uno che ha navigato a lungo in testate ambigue e trash, di mettere insieme una redazione di falliti e disillusi per produrre il nuovo magazine scandalistico “Domani”, fatto soltanto di numeri zero. Dodici, per la precisione. Uno al mese per un anno.
Si tratta di pubblicazioni molto particolari, non destinate ad andare in edicola perché, com’è noto, i “numeri zero” sono prove fatte solo per essere sottoposte ai Focus
Anima e autorità indiscussa della redazione è il cinico Colonna, un giornalista di valore nel suo genere, abbastanza scaltro da capire le intenzioni non esplicite dell’editore e pronto a cogliere al volo l’opportunità. A lui soltanto il direttore Simei rivela che quelle bizzarre pubblicazioni sono destinate esclusivamente a pochi personaggi . Gente di potere, capace di penetrare il significato profondo degli articoli e di reagire di conseguenza.
La redazione, come tutte le redazioni, si riunisce ogni giorno e i giornalisti vengono incoraggiati da Colonna ad “andare oltre le notizie”, a pescare nel torbido, a trovare nei fatti acclarati quello che non c’è, inventando dettagli per il grande pubblico.
E’ così che sorge il pretesto, per Umberto Eco, di attingere a piene mani alla storia d’Italia, risalendo fino al Dopoguerra e inventando, per ogni fatto, un epilogo diverso, assurdo ma ben articolato. Bufale insomma, roba per palati robusti e poco avvezzi all’analisi, che, se “Domani” fosse un periodico normale, riuscirebbero a seminare dubbi nella mente dei lettori, cominciando dalla (possibile) finta fucilazione di Mussolini e dei gerarchi che invece sarebbero fuggiti in Argentina, fino ai tentativi di golpe, a Gladio, alle stragi e a tutto quello che è seguito. Ogni cosa manipolata ad hoc per far credere a tentativi di riportare al potere il Dux più vivo che mai.
E qui, sicuramente, dietro la farsa della redazione raccogliticcia di “Domani”, si nasconde un significato molto serio: Umberto Eco spiega come sia stato (e continui a essere) facile, far passare certe bufale per fatti e come si possa, solo con l’uso strumentale delle virgolette, di titoli ambigui, di false interviste eccetera, avviare la “macchina del fango” e far sì che la verità dei fatti sfumi nelle storie costruite ad hoc; come fonti inesistenti diventino autorevoli; come il semplice copia/incolla di interi paragrafi rubati a Wikipedia, diventi lo strumento principale di lavoro per redattori pigri e cialtroni.
Ma non basta: Eco, con questo romanzo, che ha anche i contorni del noir, si serve della redazione fasulla di “Domani” per lanciare accuse chiare, benché dissimulate sotto metafore, contro i troppi giornalisti appronati al sistema, così arroganti e sfrontati da riuscire a stravolgere la realtà fino, tanto per dire, a far passare le vittime per carnefici e viceversa.
Un libro importante, ingiustamente passato quasi sotto silenzio che, grazie all’esposizione brillate e ricca di caustica ironia, si fa divorare. Ma anche un vero e proprio manuale di controinformazione per rileggere la storia recente e scoprire come sia stato (e continui a essere) facile trasformare in fatti quelle che sono soltanto opinioni utili al potere.

Umberto Eco
Numero zero
Bompiani, pagine 218, € 17,00

Quei piccoli grandi eroi che salvarono i libri

Incipit: Introduzione. Vilnius, Polonia occupata dai nazisti, luglio 1943. Il poeta Shmerke Kaczerginski (pronunciato Catcherginski) lasciò il lavoro per tornare al ghetto. In quanto lavoratore schiavo, faceva parte di una brigata che smistava libri, manoscritti e oggetti d’arte. Alcuni di questi venivano spediti in Germania, tutti gli altri finivano negli inceneritori e nelle cartiere. Kaczerginski lavorava nella Auschwitz della cultura ebraica e spettava a lui decidere quali testi sarebbero stati deportati e quali invece distrutti.
In confronto al resto della manodopera schiavizzata dell’Europa occupata dai nazisti, non se la passava tanto male: non stava scavando fortificazioni per prevenire l’avanzata dell’Armata Rossa, non stava rimuovendo mine col proprio corpo, né prelevando cadaveri dalle camere a gas perché venissero cremati. Eppure, la sua giornata, passata a lavorare nel salone grigio della biblioteca dell’università di Vilnius, stipato fino al soffitto di libri, non era stata facile. Albert Sporket, il brutale comandante tedesco della brigata, inviato dalla Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, quella mattina aveva sorpreso Shmerke e qualche altro collega a leggere una poesia da uno dei libri.

Nelle pieghe della storia, proprio là dove nessuno se lo aspetterebbe, si nascondono frammenti di eroismo che in realtà non vorrebbero esserlo perché nascono come gesti spontanei, senza pretese ma collocati dentro una normalità condita di incoscienza. Gesti, che in realtà sono vere e proprie azioni di ribellione, che smuovono sassolini, uno alla volta, fino a provocare frane, ma restando nell’ombra e nel silenzio, due condizioni indispensabili per la riuscita delle operazioni.
Chi ha mai sentito parlare della “Brigata della carta”?
Vilnius, 1941. Le armate tedesche entrano nella capitale lituana e cominciano a saccheggiare la città ricca di tesori d’arte.
Nel frattempo gli ebrei,che sono circa un terzo della popolazione e nei secoli hanno accumulato tesori di inestimabile valore nelle sinagoghe, nei musei e nelle biblioteche, vengono ammassati nei ghetti. Sparatorie, rastrellamenti ed esecuzioni di massa sono all’ordine del giorno tanto che solo in caso di estrema necessità le persone si azzardano a uscire da casa.
Nelle biblioteche civiche i direttori Herman Kruk e Zelig Kalmanovich tentano di mettere in salvo i volumi più preziosi nascondendoli in un locale interrato ma sono troppi e il tempo stringe perché gli ufficiali della Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, l’unità speciale nazista incaricata delle confische e dei saccheggi di opere artistiche e culturali, nel frattempo hanno iniziato a distruggere documenti importanti. Bisogna fare in fretta. Il direttore Kruk decide di mettere in gioco la propria vita e molte persone, soprattutto intellettuali, ma anche bambini, si uniscono a lui. Tutti insieme danno vita alla “Brigata della Carta”: uomini e donne impegnate a sfidare la morte per salvare i libri.
Costretti a lavorare sotto strettissima sorveglianza nelle biblioteche per scegliere i “pezzi” di valore destinati a essere spediti in Germania, mettono in atto astute strategie per salvare il più possibile del patrimonio culturale ebraico dal saccheggio e dalla distruzione. Con il passare del tempo, la Brigata diventa una vera e propria forma di resistenza che però non può fare nulla per impedire la liquidazione nel ghetto di Vilnius.
Quando il lavoro di cernita delle opere ha termine, le SS decidono di eliminare coloro che vi avevano provveduto. Non riescono a catturare tutti. Alcuni fuggono provvisti di documenti falsi messi a disposizione da una rete di mutuo soccorso, altri si nascondono nel ghetto, ma la maggior parte dei componenti della Brigata viene catturata e trova la morte nei campi di sterminio.
Oggi di quei piccoli e grandi eroi rimangono solo le targhe con i nomi apposti alle biblioteche che hanno contribuito a salvare, ma i loro gesti sono scritti nella storia della piccola, elegante e coltissima Vilnius e parlano di coraggio, generosità, resistenza al nemico, amicizia e soprattutto di amore e devozione assoluta alla letteratura e all’arte.

David Fishman
Quei piccoli grandi eroi che salvarono i libri
Newton Compton, pagine 282, € 10,00

L’assalto al cielo

Incipit. Presentazione. Sono passati quasi trent’anni da quella sera di dicembre del 1986 in cui a Milano, in un affollatissimo Spazio Krizia, venne presentato, al teatro Pier Lombardo di Franco Parenti, un anno dopo la nascita del circolo omonimo, il mensile “Società civile. Con il mensile si apriva un nuovo capitolo, forse il più combattivo, di un’esperienza che con la sua originalità avrebbe segnato il panorama cittadino.
Trent’anni dopo è sembrato utile e interessante riproporre un’antologia degli articoli, inchieste ed editoriali di quel giornale realizzato con entusiasmo e anche qualche coraggio da una redazione composta soprattutto da ventenni, per rivedere pezzi di storia, per misurare il tempo, per capire l’oggi.
I problemi con cui “Società civile” volle confrontarsi, a partire dalla corruzione, o dalla democrazia occupata dai partiti, per arrivare alla maleducazione civile o alla presenza a Milano delle organizzazioni mafiose, hanno cambiato veste ma sono rimasti. In qualche caso si sono aggravati. Eppure quelle battaglie furono giuste e aiutarono Milano a mantenere un senso del pubblico decoro, a ragionare criticamente sulle forme e sulle logiche del suo sviluppo.

Gli anni ’80 e ’90, sì, proprio quelli del Craxismo, non devono essere ricordati solo per la Milano sa bere, i salotti buoni, l’imperativo del tutto subito, gli incontri alla terrazza Martini. Proprio allora, infatti, mentre cominciavano a delinearsi le prime avvisaglie di quel fenomeno che nel giro di pochi anni avrebbe finito per ingoiare un’intera classe politica, la città fu percorsa da un fremito di ribellione pacifica al malaffare, agli intrecci politico mafiosi, alla corruzione. Quel fremito, che si tradusse prima in un circolo di resistenti, poi, l’anno dopo, in un circolo e in una pubblicazione mensile di controinformazione che prese il nome di “Società civile”.
A guidare pacificamente la ribellione furono giornalisti e aspiranti politici, ma anche cittadini qualunque. Persone, appunto, della società civile, decisi a spazzare via il marciume con controinchieste e denunce.
Quella, fu, per Milano, una stagione complicata, terribile, ma anche meravigliosa, nella quale si intrecciarono le speranze e il malessere diffuso dei cittadini che finirono presto per stemperarsi in una voglia di partecipazione non più avvertita dai gloriosi anni ’60.
In questo libro, che è un “amarcord” ma anche e soprattutto un importante documento per la memoria, sono riversati i migliori articoli tratti dalla rivista “Società civile”, le inchieste, le interviste,le cronache, gli incontri. I resoconti degli omicidi della mafia che si era già impadronita della città e dell’hinterland. Tutto a partire dall’86 fino al ‘92, l’anno di Tangentopoli.
Ma quella fu tutta un’altra storia.

Gianni Barbacetto e Nando Dalla Chiesa
L’assalto al cielo. Storie di Società civile e di lotta alla corruzione
Melampo, pagine 310, € 17,00

Il caso David Rossi

Incipit. Un suicidio imperfetto. Rocca Salimbeni, interno sera. Sono le 19.02 del 6 marzo 2013. È un mercoledì. Ha piovuto tutto il giorno a Siena. Una pioggia incessante e pesante come la giornata. David è stanco. I ritmi di lavoro ultimamente sono estenuanti. Il suono del telefono gli ricorda che deve tornare a casa dalla moglie Antonella.
È lei che chiama. Sono le 19.02 esatte. «Tra mezz’ora arrivo» la rassicura. È uno preciso, David. Ha prenotato la cena e deve passare a ritirarla. La rosticceria è lungo la strada. Sa che servono al massimo trenta minuti per uscire dall’ufficio, fermarsi a prendere il cibo e arrivare a casa. Chiude la telefonata, si alza dalla scrivania, fa per prendere la giacca, il cappotto e andarsene. Tra poco sarà da lei. Deve farle un’iniezione di antibiotico. In quei giorni Antonella sta poco bene, ha una brutta polmonite ed è stata appena dimessa dall’ospedale. David deve tornare a casa per occuparsi di lei. Ma
succede qualcosa che cambia i suoi piani. Qualcosa di imprevisto. Perché a casa David non torna.

L’imprevisto che ha impedito al giovane manager, capo dell’area comunicazione di Montepaschi, di rincasare è stato sotto gli occhi sgranati di tutti i telespettatori d’Italia per giorni e giorni: un tuffo di dodici metri dalla finestra del suo ufficio al terzo piano di Rocca Salimbeni, la sede di Montepaschi.
La caduta, ripresa dalle telecamere di sorveglianza dell’edificio, già di per sé appare anomala rispetto all’ipotesi di suicidio e inoltre mostra per lunghissimi minuti chiari segni di vita nel corpo precipitato. Segni che permangono a lungo. David Rossi, a terra, non è immobile ma muove le braccia e il capo diverse volte mentre il torace si soleva nel respiro. Se fosse stato soccorso in tempo forse si sarebbe salvato ma qualcuno, effettuando diverse chiamate dal suo cellulare rimasto in ufficio, ne ritarda la scoperta riuscendo in qualche modo a tenere tranquilla per più di mezzora la moglie allarmata dal ritardo.
La parola ‘suicidio’ viene pronunciata alle 19,40, più di un’ora dopo la caduta, da una delle due persone arrivate per prime nel vicolo in cui giace il corpo, che forse conserva ancora un barlume di vita. E’ il capo della segreteria del manager, accorso su richiesta di Antonella Rossi. Ma la sua è solo una reazione naturale a caldo, più che comprensibile dal momento che il corpo giace dodici metri sotto il davanzale dell’ufficio di Rossi, proprio in corrispondenza dei i fili antivolatili strappati.
E’ la sera del 6 marzo 2013. Il corpo di David Rossi rimane per oltre un’ora sul selciato. Quando finalmente arrivano i soccorsi è cadavere.
Il cadavere di un suicida.
Già, perché i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, fanno subito proprie le parole incautamente pronunciate dal segretario e così le indagini sono meno che sommarie.
Vengono trascurati indizi importanti e vistosi. Non si sentono i testimoni. Non viene posta sotto sequestro la stanza del manager. Non si fanno rilievi di alcun genere, mentre nel cestino della carta straccia, ci sono, per dire, fazzolettini macchiati di sangue e sul cadavere appaiono lesioni compatibili con un feroce pestaggio e non con la caduta.
Tutto questo e molto altro costituiscono vere e proprie evidenze. Eppure per gli inquirenti non ci sono dubbi: quella morte è dovuta a suicidio.
Ma non poteva passare liscia. Due anni dopo viene avviata una nuova inchiesta dal piemme Andrea Boni che, da subito, appura la trascuratezza, al limite della sciatteria, della precedente indagine: falle, carenze, buchi difficili da credere perfino dagli stessi periti nominati dalla procura, figuriamoci da quelli di parte!
In questo libro l’autore ricostruisce la vicenda collegandola al caso del Mps scoppiato nel gennaio 2003 quando Il Fatto Quotidiano rivelò che i due nuovi amministratori della banca, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, avevano scoperto un buco da circa 200 milioni di euro lasciato dalla precedente amministrazione. La notizia portò alle dimissioni dell’ex presidente, Giuseppe Mussari, di cui David Rossi era il braccio destro.
Il buco, stando alle ricostruzioni giornalistiche, era stato causato da contratti che utilizzavano complessi strumenti finanziari tra cui alcuni derivati, sottoscritti dalla vecchia dirigenza. Da questa rivelazione erano cominciate le indagini della magistratura, che risalendo nel tempo, erano arrivate fino alla spericolata acquisizione di Banca Antonveneta per un prezzo esorbitante, ben lontano dal valore di mercato. Operazione che aveva portato al coinvolgimento di molti importanti dirigenti di Montepaschi, fra cui lo stesso Rossi, che, pur non essendo indagato, aveva comunque subito una serie di perquisizioni.
Dunque, anche questo “suicidio” va ad aggiungersi all’elenco dei troppi cha hanno costellato la storia nera di questo paese, a cominciare da quello del colonnello Renzo Rocca, agente segreto depositario di molti dossier, “suicidato” nel proprio ufficio romano nel giugno 1968, fino ai casi più recenti di Calvi, Cagliari, Gardini, Castellari… tutti personaggi legati alle inchieste di Tangentopoli e al diffuso malaffare.
Una vicenda emblematica, la morte di David Rossi, che apre una finestra sull’Italia della malafinanza, delle logge massoniche, del familismo, dei voti di scambio. Ricostruita con lo scarno linguaggio giornalistico, si legge come un financial thriller, mentre purtroppo appartiene alla realtà e alla storia.

Davide Vecchi
Il caso David Rossi: il suicidio imperfetto del manager di Monte dei Paschi di Siena
Chiarelettere, Pagine 160, € 13,00

Noi eravamo quei giornalisti

Incipit. Nota introduttiva di Francesca Boari. Se pare insindacabile che ci troviamo oggi sollecitati da un’attenzione mediatica frammentata e fragile e che i quotidiani non rappresentano più il “Vangelo” di un tempo, altrettanto si può dire con certezza che la testimonianza di Carlo Grandini nel suo “Noi eravamo quei giornalisti” offre al lettore l’idea che il giornalismo possa essere ancora, e nonostante tutto, uno dei mestieri più appassionanti del mondo.

Capitolo 1 (1957-1962). La Giustezza. Quel tipografo era morto pochi mesi prima dopo oltre vent’anni di servizio spesi a comporre con la sua linotype gli articoli che gli venivano assegnati giorno per giorno, sera per sera, notte per notte dal proto, il responsabile della tipografia. Era morto, avevano detto i medici, di silicosi, una malattia che il poveretto aveva contratto aspirando e accumulando i vapori sprigionati dalla lega di piombo che la linotype cui stava seduto fondeva per creare le righe bollenti destinate al telaio dell’impaginazione.
Scorreva adesso a Ferrara l’ottobre inoltrato del 1957 e nella piccola tipografia della “Gazzetta Padana” in cui mettevo piede per la prima volta, il proto stava appunto raccontandomi con dignitosa tristezza come quel collega ci avesse rimesso la vita, lasciando la moglie e due figli ancora da tirare su, per la passione di un mestiere che era stato di suo nonno e poi di suo padre.

Quanti aspiranti giornalisti affollano oggi le aule delle scuole dell’Ordine e di quelle un po’ fai da te, allestite da privati, con la speranza di vedere un giorno la propria firma sui grandi quotidiani? Troppi. Decisamente troppi. E Tutti ignorano o fingono di ignorare che solo una sparuta minoranza ce la farà a ottenere se non proprio l’assunzione, almeno un incarico temporaneo presso una radio commerciale, o riuscirà a ad avere l’incarico di seguire una rubrichetta su un settimanale popolare, o avrà una collaborazione a titolo quasi gratuito presso un quotidiano locale, o, ancora, uno stage senza diritto ad alcun compenso presso un giornale per sostituire durante il periodo estivo i redattori in vacanza.
In altre parole: laurea, corsi, scuole di specializzazione e master in giornalismo servono solo ad assicurarsi il privilegio di lavorare (quasi) gratis.
Non è questo il mondo descritto con signorile leggerezza dall’autore che quel mondo lo ha esplorato in ogni anfratto.
Carlo Grandini, oggi in pensione, è stato un grande cronista sportivo. in questo delizioso “amarcord” si abbandona a rievocazioni che sembrano appartenere alla preistoria mentre risalgono a due, massimo tre decenni fa.
Grandini è stato un giornalista a tutto tondo. Cronaca locale, all’inizio, in un giornale della Bassa. E quasi subito il salto di qualità nel quotidiano diretto da Indro Montanelli. Poi la magica avventura dello sport.
Grandini ha lavorato in quotidiani prestigiosi sotto la direzione di grandi direttori, a cominciare, appunto, da Indro Montanelli. Ha viaggiato molto. Ha conosciuto firme prestigiose e, sempre innamorato del proprio lavoro, non ha mollato mai, nemmeno quando, agli inizi, i suoi pezzi finivano appallottolati nel cestino del caporedattore e lui, studente lavoratore di giurisprudenza, faticava a ritagliarsi il tempo per gli esami.
Ma i suoi erano momenti d’oro in cui i giornalisti viaggiavano molto e si impegnavano a fondo per tornare in redazione “con l’osso in bocca”, cioè con l’intervista difficile, con la notizia che non aveva nessun altro. Sempre sognando lo scoop.
Un libriccino delizioso, che incanterà chi sogna di entrare nella professione e che commuoverà coloro che hanno vissuto, come lui, i tempi difficili e meravigliosi del giornalismo d’antan e frequentato l’ambiente del giornalisti lombardi, soprattutto sportivi, perché vi ritroveranno tanti amici che non ci sono più.

Carlo Grandini
Noi eravamo quei giornalisti
Cicorivolta edizioni, pagine 131, € 12,00

Il pane selvaggio

Incipit. Su Camporesi: sangue, corpo, vita. Di Umberto Eco.
E’ difficile dire chi sia Piero Camporesi. Certamente un antropologo culturale, visto che nel corso di una quindicina di volumi ha studiato i vari aspetti di quella che si chiama la vita materiale, i costumi, i comportamenti (e in particolare i comportamenti “bassi”, quelli connessi al corpo, con il cibo, con il sangue, le feci, il sesso). Eppure da un antropologo culturale ci si attende che faccia studi sul campo, che esplori gli usi e i miti di qualche civiltà ancora esistente.

Introduzione. La fuga nei paradisi artificiali, nei mondi rovesciati, negli impossibili sogni di compensazione delle folle stracciate e affamate dei secoli moderni nasce dall’invivibilità del reale, dal basso dosaggio vitale, dalle carenze e (per contrapposto) dagli eccessi alimentari che inducono una interpretazione sussultoria, incoerente, spasmodica della realtà e alla corruzione di un modello d’esistenza e d’una immagine del mondo differenziata, dissimile da quella elaborata, nella stessa età, dagli intellettuali razionalisti che, come Galileo, Cartesio, Bacone, pongono ben squadrati mattoni nella fabbricazione d’una macchina del mondo, d’un “opificio” fisico e mentale regolato da un coerente congegno meccanico e logico, da un assetto d’incastri e di rimandi perfettamente organico e inesorabilmente condizionante.

Torna in libreria un libro dal titolo immaginifico e affascinante ma che lascia intravedere un mondo affatto scomparso, popolato da un’umanità sofferente, affamata, stracciata. Uomini, donne, bambini lasciati in balia dei tre feroci orchi della vita: Fame, Carestia, Malattia. Si tratta di un vero e proprio viaggio nei secoli passati (ma davvero passati?) attraverso l’incubo della povertà più estrema, quando per ingannare la fame il pane veniva preparato con ingredienti difficili perfino da immaginare, comprese certe erbe che davano l’allucinazione, l’oblio, la follia.
Un pane selvaggio, appunto. Che non sfamava e faceva ammalare, ma fingeva di tenere a bada i morsi dello stomaco.
In questo saggio di non sempre facile lettura come lo sono i libri colti e profondi, che si avvale di inserti e citazioni prese da antichi testi, da miti e ballate popolari, la fame e tutto quello che deriva dalla mancanza assoluta di risorse vitali è presentata nei suoi risvolti più feroci .
Oggi la televisione ci offre immagini di bambini scheletriti, d’intere famiglie che razzolano delle discariche di metropoli opulente, di uomini e donne che muoiono di freddo, di malattia e di stenti dentro tuguri e sui marciapiedi. Ieri le stesse notizie trovavano posto negli scritti dei cronisti dell’epoca e nei registri parrocchiali. A divulgarle pensavano i racconti dei viaggiatori e i cantastorie. Ben poco però sembra essere cambiato nel corso dei secoli. Le carestie, le catastrofi naturali, le guerre continuano a tenere mezza umanità nelle stesse condizioni descritte in questo libro. Condizioni atroci che si riassumono nella disperazione di un’umanità miserabile e senza speranza ridotta, per tentare di sopravvivere, a cedere ai fenomeni più abietti: l’antropofagia, la coprofagia e l’autofagia.
Al perché proprio oggi si sia deciso di rieditare questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1980 dalla casa editrice il Mulino a Bologna, non è difficile trovare la risposta: quest’anno ricorre il ventennale della morte del professore. Tuttavia piace pensare che a questo recupero del passato, a queste dotte esigenze non sia estraneo nemmeno lo spettacolo quotidiano del riversarsi incontrollato sulle nostre coste di intere popolazioni affamate e disperate. Gente in tutto e per tutto simile all’umanità descritta in queste pagine.
Piero Camporesi, scomparso troppo presto nel 1997, è stato filologo, storico e antropologo italiano. Ha insegnato Lettere all’Università di Bologna ed è uno dei saggisti più conosciuti, apprezzati e tradotti nel mondo. I suoi libri, che riperrcorrono le orme dell’uomo risalendo ai secoli più bui del passato, offrono anche un’immagine del presente che a noi piacerebbe ignorare. E proprio in questo sono immortali.

Piero Camporesi
Il pane selvaggio con prefazione di Umberto Eco
ilSaggiatore, pagine 222, € 22,00

Tutti gli uomini del generale

Incipit. Prefazione di Virginio Rognoni. Chi avrà per le mani questo libro avrà davanti a sé quegli anni di piombo, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, quando il Paese subì l’ingiuria del terrorismo eversivo. Egli vedrà come questa violenza criminale sia stata affrontata e sconfitta e lo vedrà soprattutto attraverso la testimonianza di coloro che, certamente protagonisti di questa epopea, sono rimasti nell’ombra, perché il lavoro investigativo esigeva il più assoluto anonimato; cittadini come gli altri che però dovevano condurre una vita “analoga a quella del loro avversario”; apparire insospettabili agli occhi delle organizzazioni terroristiche; e, intanto, essi vedevano, annotavano, per poi riferire ai loro superiori. Questi, gli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Premessa. Una storia, molte storie. Abbiamo letto e riletto libri sul terrorismo. Conosciamo nomi, facce e storie degli anni Settanta e Ottanta. Ma sappiamo veramente poco di quegli uomini al servizio dello Stato che misero in atto una strategia militare volta a contrastare quelle organizzazioni che attentarono alla democrazia e alla sicurezza degli italiani. Un nome su tutti è quello del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il fondatore del Nucleo Speciale Antiterrorismo, ucciso dalla mafia a Palermo il 3 settembre 1982. Fu lui a preparare i piani di contrasto, lui a studiare quel nuovo fenomeno, lui a spiegare ai suoi uomini come combatterlo e disarticolarlo.

Nelle cronache vengono sempre chiamati col nome del corpo a cui appartengono: agenti di polizia, carabinieri. Tutt’al più vengono loro attribuiti il grado e l’appartenenza ai corpi speciali: Digos, Nocs eccetera. Ma chi sono nella vita di tutti i giorni gli uomini che hanno difeso e continuano a difendere non solo i cittadini, ma anche e soprattutto lo Stato e la democrazia, da pericoli interni ed esterni? Hanno nomi, cognomi, volti e aspirazioni? Sono legati fra loro da amicizia sincera o conoscono la gelosia professionale, l’invidia, il tradimento? E quali conseguenze ha sulla loro quotidianità il dover vivere una doppia, a volte tripla esistenza, conoscere segreti che non possono essere rivelati a nessuno, guardarsi perennemente dagli agguati e camminare con la morte in spalla?
Sono passati quasi quarant’anni da quel tragico settembre 1980, quando l’assassinio (mai chiarito veramente) del generale dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela, seguito dal saccheggio dell’abitazione con sottrazione di agende e documenti segretissimi, aprì le porte a una stagione oscura in cui terrorismo e mafia si dettero la mano operando insieme per la realizzazione di un unico progetto di destabilizzazione.
I “ragazzi” del generale oggi sono uomini quasi anziani che sicuramente conservano fra i ricordi tanti segreti indicibili. Una giornalista li ha incontrati e li ha fatti parlare, ottenendo non certo rivelazioni sconvolgenti perché chi era vincolato dal segreto allora lo è ancora oggi, ma ritratti assolutamente inediti di vite a perdere, attraverso le quali viene raccontata la lotta al terrorismo.
Naturalmente, in queste voci si percepiscono non soltanto il peso dell’impegno e l’entusiasmo della condivisione ma anche l’amarezza per i sospetti calunniosi e per qualche tradimento.
Senza mitizzare nessuno, senza prendere le parole per oro colato ma soltanto come le voci di ricordi lontani, legati ad anni crudeli, questo libro va letto perché aggiunge un tassello importante a un’epoca particolarmente buia e misteriosa della nostra storia. E lascia intuire, fra le righe delle testimonianze, come e con quali strategie il Generale, venerato dai suoi uomini, riuscì a sconfiggere il terrorismo rosso.

Fabiola Paterniti
Tutti gli uomini del Generale
Melampo, pagine 224, € 16,00

Il segreto

Incipit. Uno. L’inverno, finalmente, era passato. La primavera si annunciava mite e diffondeva una sensazione di languore. Anche nell’angolo, in fondo a sinistra, del giardino che Hendrika aveva voluto tutto per sé, il roseto dava segni di vita. Hendrika sorrise. «Che la vita ricominci?». Poi si rabbuiò. «No, è tardi, maledettamente tardi.»
Aveva trascorso tre mesi all’ospedale e là, su quel letto, si era ritrovata a ripercorrere, avanti e indietro, ossessivamente, il fallimento dei suoi quarant’anni. Il matrimonio naufragato, due aborti, una serie interminabile di tragedie familiari. Con Ron tutto era stato sbagliato, fin dall’inizio. Lo aveva conosciuto in un ristorante di New York.

Senza fare spoiler diciamo subito che il Ron di cui si parla nell’incipit è un terrorista e che la povera Hendrika ha il destino segnato. Potremmo azzardare un’ipotesi: sotto il nome scelto dall’autore per coprire quello vero, dato che Il segreto appartiene al genere letterario definito “nonfiction novel”, potrebbe nascondersi Ilic Ramirez Sanchez, in arte “Carlos lo Sciacallo”. E qui entriamo subito nel vivo perché questo romanzo in realtà nasconde un saggio molto informato su quello che fu l’evento più misterioso, drammatico e metamorfico dal dopoguerra a oggi: il rapimento di Aldo Moro e il suo assassinio.
Scritto 35 anni fa su richiesta di un dirigente del Corriere della sera, il quotidiano per cui l’autore all’epoca lavorava, è rimasto nel cassetto fino a oggi. Non perché non meritasse di vedere la luce, ma perché lo meritava troppo.
Troppo informato, troppo esplicito, troppo avanti, in fatto di rivelazioni, rispetto a tempi in cui a dominare era il depistaggio.
Antonio Ferrari a quel tempo si occupava di terrorismo e stragi. Era un giornalista d’inchiesta. Quando fu incaricato di scrivere un libro sul sequestro e l’assassinio contenente tutto quello che aveva scoperto nel corso delle sue personali indagini, disse di no.
Quelli erano momenti in cui si moriva per molto meno di un libro. Il suo amico Walter Tobagi, assassinato nel 1980, era un esempio piuttosto esplicito. Ma dopo un lungo tira e molla Ferrari, da quel cronista di razza che era, cedette. Il libro non fu pubblicato e basta scorrerne i primi capitoli (identificando facilmente molti dei protagonisti di allora nonostante i nomi di fantasia) per capire perché.
Dunque, cosa poteva mai raccontare di tanto sconvolgente un giornalista che già viveva sotto scorta? Semplice: quello che nonostante i molti processi, le varie commissioni parlamentari d’inchiesta, si è sempre celato fino a un paio di anni fa, quando piano piano la verità, anche se non ufficialmente, ha cominciato a trapelare grazie soprattutto a tanti suoi colleghi, agli storici seri e imparziali, a parlamentari non appronati alla linea “della fermezza”, come l’onorevole Sergio Flamigni (Pci) e il senatore Gero Grassi (Dc), che hanno reso disponibili i loro archivi. E cioè che l’affaire Moro fu un intrigo internazionale ordito a tavolino mentre le Brigate rosse, massicciamente infiltrate da doppiogiochisti, spie e agenti dei servizi segreti, agirono soprattutto da copertura. Furono, in altre parole, “utili idioti”, incapaci di districarsi da quello che fu un vero e proprio crimine di stato, voluto per cambiare il corso della storia e impedire che si realizzasse il compromesso storico, aborrito tanto dalle forze atlantiche quanto dai sovietici.
All’assassinio di Aldo Moro sono seguite molte altre atrocità, come la strage di Bologna, Ustica, le bombe di Firenze, Roma e Milano, la trattativa Stato-mafia. Tutti eventi sui quali è calato il silenzio ma che sono legati fra loro da un fil rouge al cui capo c’è proprio il sequestro Moro.
Chissà quanti anni dovranno ancora passare prima che la verità diventi ufficiale!

Antonio Ferrari
Il segreto
Chiarelettere, pagine 315, € 18,00

Le otto montagne

Incipit. Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.
Mia madre, che l’aveva conosciuto da ragazzo, diceva che lui non aspettava nessuno nemmeno allora, tutto preso a inseguire chiunque vedesse più in alto, perciò occorreva avere buona gamba per rendersi desiderabili ai suoi occhi, e ridendo lasciava intendere di averlo conquistato così.
Lei, più tardi, alle corse cominciò a preferire sedersi nei prati, immergere i piedi in un torrente, o riconoscere i nomi delle erbe e dei fiori. Anche in vetta le piaceva soprattutto osservare le cime lontane, pensare a quelle della sua giovinezza e ricordare quando c’era stata e con chi, mentre mio padre a quel punto veniva invaso da una specie di delusione, e voleva soltanto tornarsene a casa.

Questo romanzo ha vinto il premio Strega 2017 senza grandi sorprese. Nel senso che la vittoria non era scontata però si percepiva nell’aria e bisogna dire che una volta tanto non ha avuto strascichi né polemiche l’assegnazione del più ambito riconoscimento italiano nato da un’idea di Maria e Goffredo Bellonci, creatori di un’apposita fondazione con la quale hanno voluto replicare nel tempo il loro inaccessibile salotto letterario.
L’autore, Paolo Cognetti, faccia da montanaro autentico, è piaciuto proprio a tutti e forse la ragione sta anche nella deliziosa semplicità del suo stile nonché nella gradevole capacità di dire tanto con poche parole, senza perifrasi, né sinèddochi, né tantomeno stucchevoli metafore: figure retoriche di cui si fa spesso abuso nelle opere con pretese letterarie.
Indubbiamente Le otto montagne è un bel romanzo descrittivo indeciso fra l’alpestre e il rurale , pieno di inconsapevole poesia come non se ne scrivono più dai tempi di Heidi. Si legge d’un fiato e ha la freschezza di un bicchiere di acqua fresca, il profumo dei prati a primavera e l’odore acre delle stalle. Pero…
Già, però manca completamente di profondità. Una volta letto, a parte qualche suggestione e la voglia di tirare fuori dall’armadio scarponi e piccozza, non lascia niente.
La storia è semplice e lineare. Anzi, le storie perché ce ne sono diverse, avvolte dalla carta dorata di una narrazione scintillante.
C’è il continuo inseguirsi di un padre di pochissime parole e di un figlio, Pietro, che cresce nella costante ricerca di un dialogo otterrà mai. Ci sono i rapporti tenerissimi di Pietro con la madre e c’è la silenziosa ribellione passiva di lei che alla ruvidezza del marito oppone sollecitudine e silenzio. Poi c’è l’amicizia, un po’ artefatta e, bisogna ammetterlo, a tratti troppo semplificata , di Pietro, ragazzino di città che in montagna va solo durante le vacanze, e Bruno, selvatico ragazzo degli alpeggi che della città ha orrore. Infine ci sono le onnipresenti montagne che nel libro appaiono mastodontiche creature dotate di anima e sentimenti.
Si è parlato tanto, subito dopo la vittoria dello Strega, di “luoghi dell’anima”, di “percorso di iniziazione”, di “perenne ricerca di vette interiori” e altre fruste banalità. A noi è apparso esattamente invece per quello che è: un bel romanzo da leggere e gustare come una vacanza della mente e dello spirito. Senza sconfinamenti nella psicoanalisi e nella filosofia.
E questo è davvero già molto.

Paolo Cognetti
Le otto montagne
Einaudi, pagine 199, € 18,50

Sempre più magre

Incipit. Flashback. Non volevo pensarci più. Stavo bene. O comunque molto meglio. Avevo ripreso la mia vita, i miei studi. Traslocato. Trovato un fidanzato e un lavoro. Quasi la mia strada, insomma. E una forma fisica accettabile, più o meno. Ero sempre più convinta di volermi dedicare seriamente al teatro perché alla fine è l’unica cosa che m’interessa davvero. Poi è arrivata la telefonata di mamma: «Amore, senti, ho scritto una mail a un deputato che vuole fare una proposta di legge sull’anoressia.» Voleva che la leggessi, che le dicessi se ero d’accordo con quello che aveva scritto e se poteva passargli i miei contatti. L’ho letta. Certo che ero d’accordo. Certo che gliela poteva passare.
La mail è partita, i giornalisti hanno iniziato a chiamare, a farmi domande. Io a rispondere. E il nastro si è riavvolto.

Questo libro, che una volta iniziato non si riesce a smettere, non è un romanzo. E’ la storia vera dell’ex top model Victoire Dauxerre scritta da lei stessa sulla sua breve e devastante escursione nel mondo delle sfilate.
Victoire è francese e ha appena compiuto diciotto anni quando viene notata per strada (sì, a volte succede!) da un agente legato a una delle maggiori agenzie internazionali di modelle, la parigina Elite. E’ bellissima, magra nel modo giusto, alta e perfettamente proporzionata, con gambe lunghissime. Piace da subito e attorno a lei cominciano ad affollarsi creatori d’immagine, broker della moda, agenti, giornalisti, fotografi. Le viene sottoposto un contratto che farebbe la felicità di qualsiasi ragazza e lei, consigliata dai genitori a cui è legatissima, ovviamente lo firma.
Però… c’è un però categorico: aspettando di partire per i suoi primi impegni di lavoro: le Fashion Weeks di New York, dovrà calare drasticamente di peso.
Victoire è alta un metro e settantotto centimetri e con i suoi cinquantotto chilogrammi entra nella taglia quaranta: è praticamente un’obesa, le dicono. I modelli che dovrà indossare sono di taglia 36 e lei ha otto settimane di tempo per scendere a 46-48 chilogrammi.
Come fare? Semplice: smettendo di mangiare, sentendosi in colpa per ogni boccone ed eliminando ogni traccia di nutrimento con dosi massicce di lassativi e con clisteri.
Le settimane di New York arrivano in un lampo. L’aspirante top model deve lasciare la famiglia per trasferirsi da sola in un’anonima camera d’albergo nella quale però passa pochissimo tempo perché la sua esistenza da subito è un tourbillon di impegni. Faticosissimi casting soprattutto, ma anche fotografie, provini, incontri con persone che non alzano mai gli occhi per guardarla e la trattano come quell’oggetto animato che di fatto per loro è. Perché, come ha detto un noto stilista, le modelle sono solo grucce che camminano si cui sono drappeggiati gli abiti delle collezioni. E le grucce non si salutano.
Solitudine, interminabili tempi di attesa, dispetti, sgarberie, fatica e soprattutto una fame insaziabile sono gli unici compagni di viaggio della giovane modella che capisce subito cosa si nasconda dietro il lusso, le luci, i troppi “Darling” , “Babe”, “Tesoro”, “Honey” di chi le ronza attorno per fotografarla e per abbigliarla. Vuoto, solo vuoto e indifferenza. Ma la sua carriera sta decollando alla grande e i genitori non fanno che incoraggiarla a proseguire, così sta al gioco.
Torna da New York distrutta e magra da far spavento anche se lei continua a vedersi grassa, ma non può riposare perché subito l’agenzia la spedisce a Milano.
La grande metropoli è, per Victoire, un’esperienza ancora più dolorosa perché lì non c’è nemmeno la certezza degli orari e del rispetto dei turni per i casting, così le attese si dilatano fino a diventare insopportabili. Ma non c’è tempo per recuperare. Le sfilate di Parigi, il massimo approdo per una modella, arrivano in un lampo.
Victoire, ormai pelle e ossa ma perfetta per i vestiti che deve indossare, è in preda a un’anoressia che la fa sentire grassa, anche se sotto la pelle non ha più nulla. La fatica, il digiuno, lo stress e le umiliazioni la portano fisicamente e psicologicamente al punto di non ritorno.
Sono passati solo tre mesi dal suo incontro con il talent scout ma lei non è più la stessa persona. E’ una larva che sta correndo dritta al baratro.
Questo è un libro confessione in cui ogni personaggio, importante o meno, è chiamato col proprio nome e cognome. Dunque va letto con rispetto e senza pregiudizi perché induce più di una riflessione. Non solo su un ambiente, quello della moda (ma potrebbe essere quello del cinema o della canzone e non cambierebbe nulla) sempre più ambiguo, pericoloso, duro e spietrato. Ma anche sul ruolo di molti padri e madri che si ritrovano in casa da un giorno all’altro figli destinati al successo e alla ricchezza: giovani talenti che il grandi manipolatori dello showbiz sfruttano fino alle ossa, mentre loro, gonfi di orgoglio genitoriale, continuano a spingerli avanti, a salire sempre più su, a non mollare, anche quando la devastazione è evidente.
Questo libro, una chiara denuncia dell’istigazione al suicidio mediante anoressia da parte delle maison e dei marchi di alta moda, è dedicato a tutte le ragazze che sognano le passerelle e ai genitori che smaniano per vederle sulle pagine patinate delle riviste.

Victoire Dauxerre
Sempre più magre
Chiarelettere, pagine 242, € 16,00

L’ALTRA FACCIA DI MILANO. L’ombra dei servizi segreti sull’ultima indagine di Marino

Siamo sicuri che l’Incipit di questo libro vi depisterebbe. O meglio vi confonderebbe le idee. Non perché sia sbagliato, ci mancherebbe. Ma perché non vi darebbe l’esatta dimensione del valore di questo lavoro. Preferiamo cominciare allora col dire che questo è un libro straordinario prima ancora che per la trama, avvincente e originale, per la stessa struttura del romanzo. Due libri in uno. Due storie in una che si intercciano tra loro con un ritmo incalzante.
Sta proprio nella chiave narrativa che Adele Marini ha scelto questa doppia trama: il cadavere di un ragazzo trovato a Milano e il resoconto di una missione di guerra di un agente dei servizi segreti italiani sotto copertura nella dissoluzione della Jugoslavia all’inizio degli anni Novanta.
Protagonista della storia è l’ormai conosciuto e affermato commissario Vincenzo Marino – interprete di diversi romanzi di Adele – spirito e arguzia meridionale. Con la sua compagna tanto desiata ma mai veramente afferrata Sandra Leoni, collega critica e refrattaria. Vincenzo indaga sulla morte del ragazzo in quella Milano sporca e spietata che l’autrice ci ha già fatto conoscere nei suoi precedenti romanzi. Un’indagine che sembra facile e scontata ma che si rivela piena di sorprese e di raccapriccio, ma intanto deve occuparsi anche di un lascito testamentario di un colonnello del servizi segreti militari, morto in un misterioso incidente stradale, con cui Marino ha lavorato in passato ma che non ha mai davvero stimato a causa dell’ambiguità del suo lavoro. Il lascito (un gozzo e una casetta in Sardegna) in realtà nasconde qualcosa di molto scottante: l’archivio segreto del colonnello dove, tra l’altro, è narrato per filo e per segno un viaggio fatto dal militare nei Balcani del 1992 dilaniati dalla guerra civile. In quei luoghi di morte il colonnello ha scoperto sulla sua pelle una verità che il governo italiano, per fedeltà verso l’alleato americano, non ha mai voluto ascoltare: in Jugoslavia non ci sono mai stati, nelle fazioni in lotta, i buoni da aiutare e i cattivi da combattere, ma serbi, croati e musulmani erano tutti criminali di guerra. Peccato che l’Occidente abbia sposato solo la causa degli ultimi due. Il che ci rimanda ad un’altra guerra, quella per il Kosovo del 1999, con i caccia dell’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema mandati a mitragliare e bombardare solo la Serbia in difesa di un manipolo di trafficanti di droga e di armi.
Marino e la sua non compagna, leggendo quel resoconto, finiscono così nei meandri di un incubo che si dipana di pari passo con l’indagine sul piccolo morto ammazzato di MIlano. Un’indagine piena – anche in questo caso – di orrore e ambigità.
Nessuno è innocente di dice Adele Marini.

Adele Marini e Gheppio
L’ALTRA FACCIA DI MILANO. L’ombra dei servizi segreti sull’ultima indagine di Marino
Frilli, 367 pagine, € 12,66 anziché 14,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 4,99

LA STRATEGIA DELL’INGANNO. 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia

Incipit: Questo libro. Avete presente il colpo di Stato classico, quello realizzato con i carri armati e l’assalto al palazzo del governo? Bene, dimenticatelo.
Perché la grande crisi di sistema che colpì l’Italia fra il 1992 e il 1993, e che trovò soluzione nella nascita della Seconda repubblica, passa attraverso sentieri tortuosi, avvenimenti incerti e patti segreti: una via di mezzo tra il golpe cileno e la sfilata della maggioranza silenziosa al seguito del generale Jacques Massu, il torturatore d’Algeria che spianò la strada al generale Charles De Gaulle.

L’inganno come operazione psicologica. Deception. Una delle più grandi e perverse menti dell’intelligence mondiale, James J. Angleton, la definiva come «Uno stato della mente e la mente dello Stato». Non poteva non avere impressa a fuoco, proprio lui, questa parola chiave del vocabolario delle spie che deriva dal latino decipere (de e capere) e che significa afferrare, adescare, prendere in trappola, allontanare (dalla verità). In altre parole «ingannare».

Questo è un libro importante come, del resto, lo sono tutti i lavori di Stefania Limiti, grande giornalista di grandi testate. E’ un libro che si potrebbe definire un po’ il «backstage» degli avvenimenti nerissimi che hanno insanguinato il paese fra il 1992-1993, biennio cruciale che ha segnato la svolta della politica nel nostro Paese. E non necessariamente in meglio.
E’ un saggio d’inchiesta in cui si dice molto del moltissimo che non si era mai detto nelle cronache dell’epoca e nemmeno nelle successive ricostruzioni.- Soprattutto non si dice quanto siamo stati vicini a ritrovarci sotto le suole chiodate di un manipolo di generali o colonnelli, torturatori e assassini sul modello della Junta argentina, o del dittatore Pinochet, il macellaio del Cile. Questo perché quando, in un paese, è in atto la «strategia dell’inganno», quello che avviene dietro le quinte, cioè nel backstage, non lo si dice mai. Un po’ perché si tratta di azioni, apparentemente slegate, condotte da vari personaggi spesso all’oscuro del progetto nel suo insieme. Un po’ perché chi avrebbe il dovere di vigilare preferisce, pur non essendo complice, non vedere, non capire, non mettere insieme le varie tessere del puzzle. Ma soprattutto perché la maggioranza dei i cittadini, manipolata ad hoc, col tempo si è persuasa che andare là, dove gli stateghi dell’inganno vogliono condurre il Paese, sia cosa buona e giusta.
Tra il 1992 e il 1993, che ha avuto come sbocco la nascita della cosiddetta Seconda repubblica, il Paese è stato ferito da un susseguirsi continuo di tragedie ambigue. Fatti di sangue mai del tutto chiariti nei loro contorni.
Nell’estate del 1993, ad aprire le danze, è un primo, bizzarro tentativo di golpe: alcuni personaggio guidati da un pilota di linea si propongono di dare l’assalto alla televisione di Stato. L’idea è di occupare la sede Rai di Saxa Rubra. Il gruppo viene fermato mentre è ancora in fase organizzativa grazie alla soffiata di una fonte del Sisde. Pare che la gola profonda fosse uno dei congiurati e così non succede nulla, ma quando la notizia arriva ai giornali, i titoli sono del tipo che tolgono il sonno, come quello apparso sul Corriere della Sera: Bombe ai neutroni in parlamento, elicotteri sulla Rai.
Ma la paura passa presto. L’Italia continua a svegliarsi repubblica e i cittadini dimenticano. Ma poi arriva Lady Golpe con le sue rivelazioni su un tentativo di colpo di Stato nel quale sarebbe stato coinvolto uno dei protagonisti dell’eversione nera: il milanese Gianni Nardi che le cronache avevano dato per morto nel 1976 in Spagna, vittima di uno strano incidente automobilistico.
La vicenda ha i contorni di una pochade ma il suo significato vero è ben lontano dall’essere una farsa.
E’ l’ottobre 1993 quando una bella signora di nome Donatella De Rosa, Lady Golpe appunto, moglie di un ufficiale dell’esercito e sedicente amante di un generale, diventa protagonista delle cronache divulgando un memoriale nel quale c’è di tutto: riunioni segrete di alti ufficiali dell’esercito, contatti con esponenti della criminalità mondiale attivi nel traffico di armi, depositi segreti zeppi di armamenti. Perfino l’anziana madre di un terrorista, amante del suo stesso marito, il tenente colonnello Aldo Michittu. Tutto questo tourbillon di trame e intrighi, stando alla De Rosa, avrebbe lo scopo di portare in Italia un regime modellato sul Cile di Pinochet grazie anche a oscure complicità massoniche e agganci nei luoghi del potere, a cominciare dal Vaticano.
La De Rosa conosce bene gli ambienti militari, fa nomi e cognomi e le sue “confessioni” a puntate come le telenovelas brasiliane, non scivola via come acqua ma vengono prese sul serio.
Uno degli effetti è rappresentato dalle dimissioni del generale Goffredo Canino, capo di Stato maggiore dell’esercito, un uomo perbene, molto amato, che, tirato in ballo dalle panzane della donna e del marito di lei, preferisce non difendersi affinché il buon nome dell’esercito non venga sporcato.
Il secondo è la riesumazione del cadavere di Gianni Nardi, l’uomo di punta del complotto, che lady Golpe giura di aver incontrato vivo e vegeto.
In mezzo, ordini e contrordini di carabinieri e procure.
Fortunatamente la salma recuperata in Spagna pone fine a tutto perché risulta essere effettivamente quella di Nardi che, ovviamente, non poteva essere stato visto dalla De Rosa dal momento che riposava tranquillo nella propria tomba. Ma gli italiani, ancora spaventati dalle bombe di Firenze, Roma e Milano, ancora disorientati per il ciclone Tangentopoli, scoprono di essere stati sull’orlo di un golpe.
Un golpe fasullo, ma vai a smentire!.
E comunque a dare man forte al timore ci sono le stragi mafiose, il misterioso blackout delle comunicazioni a palazzo Chigi e al Quirinale. Gli scandali (veri) del Sisde e del Sismi. La fine del partito guida in Italia, la DC, spazzato via sall’immensa slavina di Tangentopoli insieme con tutti gli altri storici: il Psi, il Pci, il Pli. Solo il Msi si salva, e non è un caso. E non bisogna dimenticare la crisi economica che sta portando gli italiani, attoniti per il rutilare di miliardi delle tangenti, verso il baratro della povertà.
Ma sono stati davvero casuali questi e gli altri eventi rievocati nel libro? Secondo Stefania Limiti, che ha ricostruito la sequenza degli avvenimenti attraverso documenti e dettagli inediti, no. Niente è stato casuale. In queste pagine, infatti, gli stessi eventi persi nell’insieme:
«… portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima d’incertezza e di paura e disgregando le nostre strutture di intelligence».
In altre parole: furono azioni a tenaglia convogliate in una sorta di “guerra non convenzionale a bassa intensità” combattuta col tritolo, i suicidi, gli omicidi, il sospetto… Tutto finalizzato ad abituare gli italiani all’idea che prima o poi l’uomo forte arriverà e metterà a posto le cose.
Un grande intrigo ordito e coordinato, il cui effetto oggi è sotto gli occhi di tutti: un ribaltamento politico e l’instaurazione di quel grigiore diffuso, di quell’ingiustizia sociale, di quel disgregamento dei valori che conosciamo. Dunque, il golpe alla fine c’è stato. Un vero golpe non politico ma ancora peggiore: morale e ideologico.

Stefania Limiti
LA STRATEGIA DELL’INGANNO. 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia
Chiarelettere, 288 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche il Ebook a 10,99

I 3000 DI AUSCHWITZ. Una storia vera

Incipit: Prefazione. Ho scritto queste memorie nel 1991, un quarto di secolo fa, e le ho messe da parte. Un paio di anni fa, in seguito alla morte del mio caro marito Andor, i nostri figli mi hanno chiesto di stampare tutti i miei appunti.
Io scrivo in continuazione – pagine di diario, riflessioni, poesie, ricette – e così il risultato è stata una pila di fogli alta una decina di centimetri. Ho detto ai miei figli che da qualche parte, in quel mucchio, c’erano i ricordi dei miei primi vent’anni di vita: prima, durante e subito dopo l’Olocausto.

Capitolo 1. Prima del principio. Secondo il mio certificato di nascita, rilasciato in Ungheria nel 1927, sono Margit. In Australia, secondo le lettere ufficiali che mi sono state recapitate, sono Margaret. Ma più che Margit, e ben più che Margaret, io sono Baba, soprannome che mi porto dietro sin dall’infanzia. Significa “bambina”, e fu mia sorella maggiore, Erna, a chiamarmi così quando nacqui. Mi rimase incollato addosso, e perciò Baba è stato sempre il mio nome, da tutta la vita.
Sono nata a Nyírbátor, città di dodicimila abitanti nella provincia più orientale dell’Ungheria, che confina a est con lande rumene dimenticate da Dio e a nord con quella terra solo leggermente più civilizzata che adesso è chiamata Slovacchia. Nyírbátor si trova in una pianura circondata da fattorie: non esattamente una delle più belle creazioni del Signore. Era una città rurale attraversata da strade polverose, le vie principali erano contornate da alberi di acacia, che emanavano un profumo delizioso. Era una città del tutto ordinaria.
Ma io ero una bambina e venivo spinta solo dalle emozioni che colmavano il mio giovane cuore: per me, Nyírbátor era casa. Certo, se sei amata e ricoperta di attenzioni, se hai una madre come la mia e un padre affettuoso e infinitamente protettivo com’era il mio, allora ogni città può diventare un paradiso, persino Nyírbátor, con le sue strade polverose.

L’autrice Baba Schwartz, nata in Ungheria nel dicembre del 1927, è sopravvissuta con la madre e due sorelle all’Olocausto. Dopo la disfatta del Reich e la fine del conflitto, negli anni Cinquanta è emigrata con quel che restava della sua famiglia a Melbourne, in Australia.
L’aspetto più interessante di questo libro, che offre la sua testimonianza, se mai ce ne fosse ancora bisogno, su quello che realmente avveniva ad Auschwitz, è il raffronto fra il prima e il dopo.
Prima della deportazione.
Dopo l’internamento.
Baba era una ragazzina quando, nel maggio 1944, dopo l’invasione dell’Ungheria avvenuta nel marzo precedente, tutti i 3000 ebrei residenti nella cittadina di Nyírbátor furono caricati sui treni piombati e avviati ai campi di sterminio. Fino al giorno della deportazione la sua vita era stata serena, piena dell’amore dei genitori: casa, scuola, amici, riti religiosi e preghiere, libri… Tanti libri, che Baba divorava.
Poi un giorno tutto è cambiato. Di colpo gli ebrei di Nyírbátor hanno scoperto di essere diversi dai loro concittadini.
«A Nyírbátor, gli ebrei non sono mai stai costretti ad isolarsi in apposite zone. (..) ci consideravamo tutti ungheresi», spiega Baba.
Ma è solo il preludio alla tragedia che viene annunciata da un cugino, piombato a casa di Baba quello stesso mattino con la notizia che i tedeschi erano arrivati in Ungheria.
Neanche il tempo di informarsi e capire, che subito la città, come sicuramente tutta l’Ungheria già invasa, viene tappezzata di proclami: gli ebrei di Nyírbátor dovranno radunarsi il giorno successivo portando con sé solo il minimo indispensabile.
Da Nyírbátor partono in tremila fra uomini, donne e bambini, tutti stipati sui carri bestiame. Direzione Auschwitz.
Ad attendere i deportati ci sono soldati tedeschi con gli immancabili cani feroci al guinzaglio. Il balenare di zanne, i latrati sono per tutti il primo, disumano impatto. E terrorizzano Baba appena scesa dal treno e testimone della selezione fatta nientemeno che da Josef Mengele.
Quello che segue è orrore puro. Separazione da chi viene subito avviato alle camere a gas, spogliazione dei superstiti di tutto quello che possiedono, anche dei capelli, marchiatura, sistemazione nelle baracche, lavoro disumano, sete, fame, freddo. E, sopra ogni cosa:
«la puzza di carne bruciata che aleggiava sempre nell’aria.»
Quella puzza «divenne semplicemente normale. Ci si abitua anche a questo odore straziante».
Baba, con sua madre e le sorelle è riuscita, per una serie di eventi fortunati, a sopravvivere al lager e alle “marce della morte” imposte dai tedeschi ormai sconfitti e in fuga. Ma quello che scrive, corredato da fotografie e documenti nazisti inediti, appartenenti all’archivio Yad Vashem, rimane una ferita ancora viva nel corpo dell’umanità intera.

Baba Schwartz
I 3000 DI AUSCHWITZ. Un storia vera
Newton Compton, 224 pagine, € 8,42 anziché 9,90 su internetbookshop.

UNA GENERAZIONE SCOMPARSA. I mondiali di Argentina 1978

Incipit: Introducción. La storia dell’Argentina dei desaparecidos è sovrapponibile a quella di Antigone che vuole seppellire il cadavere del fratello contro gli ordini del Re e che viene uccisa.
La tragedia delle tragedie.
Un atto di Sofocle scritto nella notte dei tempi e mai così attuale come oggi.
Edipo è il Re di Tebe.
Muore dopo una vita sfortunata e con lui la sua regina, Giocasta.
Lasciano quattro figli, diversi tra loro da farli sembrare perfino simili.
Gli opposti che si annullano.
Ci sono i due guerrieri Eteocle e Polinice e le due ragazze, Antigone e Ismene.
Sono troppo giovani per salire al trono.
La spunta il tiranno Creonte, lo zio.
Tebe è in guerra da anni, combatte contro Argo, città nemica.
Polinice pensa di tradire il suo popolo. Si mette alla testa dell’esercito nemico. E’ convinto che il trono debba spettare a lui, soltanto a lui. Così vuole conquistare Tebe. La guerra diventa cruenta, dura, senza esclusione di colpi. Gli eserciti sono ben equipaggiati ma alla fine Tebe vince. Resta solo la scena drammatica dei due fratelli Eteocle e Polinice che si battono a duello fuori dalle mura e alla fine si ammazzano a vicenda.
Creonte dice che la guerra è finita, per sempre.
E bisogna festeggiare per dimenticare quell’orrore.

Acto Uno. El campeonato mundial de fútbol de la vergüenza.
«Sólo trescientos metros del estadio en la Avenida del Libertador 8151, incluso el torturadores Escuela de Mecánica de la Armada, Esma, uno de los centros de tortura del régimen, alégrate y abrazar a sus vícti¬mas moribundas. Por una noche, al menos, por los cielos de la Argenti¬na, solamente la caída de confeti y serpentinas, y no los cuerpos de las mujeres y los hombres lanzados desde aviones en las aguas negras y el océano amenazante. Al día siguiente, en vuelos de la muerte reprise tiempo. Todo volverá a la normalidad, Argentina nell’anormalità de los horrores».
È il 25 giugno 1978.
A Buenos Aires, Estadio Monumental, alle ore 15 ora locale, va in scena Argentina-Olanda, finale dei mondiali di calcio, davanti a 71.483 spettatori.
Il clima è assai surriscaldato, perché la nazionale Argentina vuole vincere a tutti i costi e non può sbagliare. Poi si gioca tutto davanti al suo pubblico, soprattutto davanti agli occhi vigili del dittatore e torturatore argentino generale Jorge Videla, e a quelli di tutti i membri della Junta militare, al potere dalla notte del 24 marzo 1976, seduti in tribuna d’onore.
Accanto a loro, nascosto dai riflettori delle telecamere, c’è un signore italiano ancora sconosciuto ai più: è Licio Gelli, il Venerabile della loggia massonica P2, Propaganda 2, imprenditore, amico personale degli uomini del potere argentino.

Diciamo subito che questo non è un saggio come tutti gli altri. L’autore, Daniele Biacchessi, giornalista del Sole 24 Ore e Radio24, scrittore, sceneggiatore e produttore di spettacoli teatrali volti al recupero del passato è, fra le sue mille attività, anche il padre fondatore di “Ponti di Memoria”, associazione senza scopo di lucro che si impegna tenacemente a salvare dall’oblio pezzi della nostra e dell’altrui storia. Pezzi che non si possono dimenticare senza che ci si senta in colpa. Perché all’orrore non c’è mai fine e i momenti bui dell’Inquisizione, quelli dei lager voluti dal nazifascismo, i voli della morte in Argentina (argomento di questo libro), gli squadroni della morte in San Salvador e nei mille altri luoghi di tortura sparsi in tutto il mondo, possono riaffacciarsi dappertutto e in qualunque momento, anche da noi. Questo ci insegnano i fatti di Genova in quel maledetto luglio 2001, da piazza Alimonda all’assalto alla Scuola Diaz, fino alle violenze sui fermati nella caserma di Bolzaneto. E senza dimenticare le torture, inflitte nelle camere sotterranee della morte, a Giulio Regeni da agenti dei servizi d’intelligence della Turchia di oggi, fino a pochi anni fa nazione civilissima, tollerante e democratica.
il 25 giugno 1978, all’Estadio Monumental di Buenos Aires si gioca la partita di calcio Argentina-Olanda, finale dei mondiali di quell’anno.
Quella partita non si può perdere. Il dittatore Jorge Videla e la sua Junta di assassini è al potere da due anni, esattamente dalla notte del 24 marzo 1976 e tutti sono consapevoli che il mondo intero sta guardando. Una possibile sconfitta verrebbe interpretata come un insuccesso del nuovo regime.
La squadra nazionale argentina, che è fortissima, vince 3 a 1 e il fischio finale viene accolto da un boato che dallo stadio sembra propagarsi all’intero Paese. Chissà se gli argentini sugli spalti del Monumental e quelli seduti davanti al teleschermo avrebbero esultato allo stesso modo se avessero saputo che a poche centinaia di metri, in Avenida del Libertador 8151, c’era uno dei luoghi di tortura e morte più orrorifici del mondo, dopo Auschwitz e Dachau.
Alla Escuela de Mecánica de la Armada, ESMA, stavano, ammassati gli uni sugli altri, uomini, donne e soprattutto ragazzi, molti dei quali agonizzanti per le torture, stivati nei sotterranei della scuola in attesa di finire i loro giorni nell’oceano, scaraventati da migliaia di metri di altezza.
Nella notte della vittoria, la capitale argentina esulta. Esultano anche i carcerieri, ma il mattino successivo la “moratoria” termina e i voli della morte riprendono.
Un vero e proprio Olocausto. Un “pulizia generazionale”. Contrastati, nell’indifferenza mondiale, solo dalle Madri di Plaza de Mayo, che sfilano con il fazzoletto bianco in testa per chiedere giustizia per i figli e per i nipoti, sottratti appena nati alle madri finite nell’oceano e dati in adozione ai generali torturatori.
Un’intera generazione scomparsa, annientata, per la quale non ci sarà mai perdono.
Assolutamente da leggere perché solo passando attraverso il dolore della conoscenza del passato si può capire il presente e impedire che certi orrori si ripetano.

Daniele Biacchessi
UNA GENERAZIONE SCOMPARSA. I mondiali di Argentina del 1978
Jaka Book, 124 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.

INTERNAZIONALE NERA. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea

Incipit: Prima di cominciare. La soffiata. Il covo di Aginter Presse. Lisbona, 22 maggio 1974, mercoledì.
I quartieri della città sono illuminati dai primi bagliori estivi. Fa caldo e c’è profumo di mare. Rua das Praças è celebre per le sue trattorie che diffondono odore di aglio e baccalà. E’ una strada tranquilla, con un pavé in pietra grigia, che all’improvviso diventa una leggera salita. In dieci minuti, camminando di buona lena, si raggiunge il Bairro Alto, di solito una passeggiata piacevole, ma non in quei giorni: in Portogallo è appena scoppiata la rivoluzione, le strade sono deserte e, nonostante il bel clima, la gente vive tappata in casa.

Questo libro è, per utilizzare un’immagine forse un poco azzardata ma efficace, il retroterra degli eventi narrati nel libro precedente: Doppio livello di Stefania Limiti. Questo fa dei due saggi, opera di grandi giornalisti d’inchiesta, quasi un unicum di cui l’uno è complementare dell’altro, anche se c’è una differenza sostanziale: Stefania Limiti per scoprire cosa sta a monte degli eventi più tragici della nostra storia repubblicana ha lavorato soprattutto sulle carte. Un lavoro da amanuense: mesi e mesi passati a consultare migliaia di pagine, per la maggior parte non riproducibili e quindi copiate a mano. Atti d’indagine, sentenze, fogli sparsi nei fascicoli, dossier … alla ricerca di tracce di verità che nessuno era riuscito a vedere. E poi interviste, confidenze riservate, colloqui a registratore spento.
Andrea Sceresini, un passato da reporter di guerra, per individuare il ruolo e le trame della più misteriosa e pericolosa organizzazione europea: l’Internazionale Nera, è andato a cercarsela sui luoghi, la sua verità. E poi risalendo di traccia in traccia, si è spinto dovunque lo portavano le informazioni che vie via riceveva.
Punto di partenza: Lisbona, rua das Praças, dove in una soffitta zeppa di armi, documenti, truci simboli nazisti, era stata scoperta la sede della misteriosa Aginter Presse da cui è partito se non tutto almeno moltissimo del male che ci ha devastato.
Aginter Presse e il suo sfuggente fondatore Guérin-Sérac: due nomi che fanno paura, ma su cui non si è mai voluto o potuto indagare a fondo non solo in Italia, ma in tutta l’Europa. Due nomi ai quali probabilmente fa capo il vasto progetto di destabilizzazione attuato con quella che, nel linguaggio dell’Intelligence, si chiama deception, ovvero inganno.
Quando Pierpaolo Pasolini pubblicò il suo celebre editoriale sul Corriere della Sera: Io so (link: http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html) era ben consapevole di quello che non poteva rivelare ma di cui aveva, con la lucidità e la lungimiranza del genio, intuito come lugubre presenza. Rilette oggi, alla luce di tutto quello che è avvenuto, le sue parole si inquadrano perfettamente nei lavori d’indagine di Limiti e Sceresini. Pasolini, era il 14 novembre 1974, sapeva ma non aveva le prove eppure nel suo articolo mostra uno spaccato di quel futuro che oggi è il nostro passato.
Non aveva le prove. Anche i nostri due autori non le hanno. I magistrati che hanno indagato a lungo sulle stragi, a cominciare da Guido Salvini, non le hanno mai trovate. Nessuno le ha né le avrà mai. Però gli indizi sono tanti e portano tutti in un’unica direzione: Aginter Presse nelle sue infinite diramazioni.
Per anni abbiamo creduto di essere in pace e invece sul nostro territorio si combatteva una guerra “a bassa intensità” con spargimenti di sangue. Per anni abbiamo creduto di essere liberi e sovrani e invece eravamo eteroguidati verso una sola direzione: quella autoritaria. Per anni siamo andati a votare credendo di poter scegliere, ignorando che se avessimo scelto la parte sbagliata saremmo finiti come la Grecia dei colonnelli.
Andrea Sceresini, in questo libro che si legge come un romanzo nerissimo grazie allo stile brillante, arricchito dalle fotocopie di documenti segreti mai pubblicati prima, ha riannodato i fili di un passato che sta condizionando il presente di tutti.
Assolutamente da leggere.

Andrea Sceresini
INTERNAZIONALE NERA. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea
Chiarelettere, 180 pagine, € 12,75 anziché 15,00 su internetbookshop. Disponibile anche I Ebook a 8,99

QUESTA NON È L’AMERICA

Incipit: 1. L’alba dell’era Trump. «L’idea dell’euro non mi è mai piaciuta. Fin dal primo giorno. E non mi piace nemmeno adesso. Credo che complichi le cose, a dire il vero. Tutta quella burocrazia a Bruxelles, così tante differenze tra i singoli Stati, come la tassazione. Non mi piaceva quando è venuto fuori l’euro e non ho certo cambiato idea».
Donald Trump condanna l’euro. L’attimo seguente se la prende con Angela Merkel, Barack Obama e Hillary Clinton. Subito dopo passa a magnificare sia la Brexit che Vladimir Putin. Per poi lanciarsi in un racconto celebrativo sul suo nuovo campo da Golf, appena risistemato, in Scozia. E’ fatto così.

Quanti europei si saranno domandati chi gliel’ha fatto fare, agli americani, di votare in massa uno come Trump, un miliardario di non specchiata virtù, repubblicano per fedeltà di lobby e per interesse privato, arrivato sulla scena politica come uno tsunami. Un candidato così assurdo, nella sua pretesa di conquistare la Casa bianca, che e all’inizio, mentre girava gli States in campagna elettorale contro Hillary Clinton, fu preso sottogamba da tutti. Perfino deriso. Dagli osservatori politici, come dagli esperti di economia, dai giornalisti politici e dai governanti di tutto il mond. E giù giù, fino ai comuni cittadini nelle loro chiacchiere al bar.
Figuriamoci, è impossibile che vinca. E’ una macchietta!
E invece la “macchietta” contro ogni pronostico, ha fatto man bassa di voti in quasi tutti gli stati, anche in quelli della costa orientale, tradizionalmente democratici.
L’aspetto più bizzarro è che Trump ha vinto soprattutto nelle città dell’America profonda, quella delle fattorie sperdute nel nulla. Quella dei disoccupati lasciati in strada dalla crisi confezionata da miliardari come lui: operai, minatori, allevatori, braccianti. E ha vinto in larga misura grazie ai voti dei cittadini immigrati. Non solo quelli dei ricchi cubani della Florida, ma anche dei latinos poveri: soprattutto portoricani e messicani. Proprio quelli che, con lui alla Casa Bianca, avrebbero avuto tutto da perdere visto che non ha mai fatto mistero delle intenzioni di smantellare tutte le rassicuranti riforme di Obama, a cominciare dall’Obamacare, il programma che assicura cure sanitarie a tutti i cittadini. Non proprio come in Europa, come avrebbe voluto l’allora presidente, ma insomma un aiuto concreto che rende la copertura assicurativa realmente alla portata di un gran numero di cittadini, anche di quelli afflitti da patologie preesistenti e croniche, che prima non se lo sarebbero mai sognato.
E allora, se il candidato Trump del tutto privo di esperienza politica, che sbraitando in campagna elettorale non faceva mistero delle sue intenzioni condite di razzismo, è riuscito a battere la democratica Hillary, che cosa è successo all’America? Una sbornia collettiva? Il tentativo maldestro di mandare un segnale forte ai democratici “che tanto avrebbero comunque vinto?” Un sussulto di conservatorismo mentre, grazie ai Clinton e a Obama, era in corso un cauto cammino verso il progressismo di stampo europeo?
Già, che fine ha farà il sogno americano, quello che assicurava l’ascensore sociale a tutti i cittadini, ora che alla casa Bianca siede un presidente che ha a cuore solo i vantaggi propri e di chi sta bene, anzi benissimo. Che punta a rinsaldare il potere delle lobbies, a cominciare da quelle, già potentissime, delle armi, dei farmaci e delle banche d’affari e brokeraggio, come la famigerata Goldman Sachs a cui si deve la recente crisi finanziaria mondiale? Che si sta adoperando per espellere dal paese gli immigrati che lo hanno votato in massa, anche quelli nati in America e oggi cittadini americani a tutti gli effetti? Che non fa mistero di un iperconservatorismo anacronistico, che vorrebbe applicato solo agli altri?
Alan Friedman, un volto del giornalismo molto noto anche da noi, non certo un acceso democratico ma comunque un osservatore attento ed equilibrato, spiega tutto questo partendo dal basso, dando voce ai cittadini che oggi si trovano del tutto impreparati ad affrontare la bufera che li ha investiti, a cominciare dallo smantellamento del baluardo medico Obamacare.
Il ritratto dell’America che esce da queste pagine è crudo, realistico e decisamente fa piazza pulita di molte errate convinzioni.
Il libro, scritto con un linguaggio fluido, semplice e accattivante, si legge come un romanzo. Da non perdere per capire cosa sta succedendo sull’altra sponda dell’Atlantico e cosa minaccia anche noi europei.

Alan Friedman
QUESTA NON E’ L’AMERICA
Newton Compton, 348 pagine, € 10,96 anziché 12,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 5,99

MAFIA CAPITALE

Incipit: L’orgia del potere (dalla prefazione di Nando dalla Chiesa). Ci sono vicende giudiziarie che hanno il potere di illuminare lo stato di un Paese. E’ stato così per il maxiprocesso di Palermo, per Tangentopoli o per l’operazione Crimine-Infinito, che nel 2010 ha scoperchiato il potere della ‘ndrangheta su pezzi interi della Lombardia. Mafia capitale è sicuramente una di queste. E arriva dopo di queste, quasi a denunciarne uno spirito pubblico intriso di corruzione e crimine come costante della nostra storia nazionale.

Roma capoccia del mondo infame. “capitale corrotta, nazione infetta”. Era il 1955. Esattamente sessant’anni fa, l’Espresso avviava un’inchiesta sulla speculazione che attanagliava Roma. All’epoca c’entravano i palazzinari, i politici, l’aristocrazia papalina la pubblica amministrazione, i soldi facili di chi speculava sulla disperazione dei baraccati. Sessanta anni dopo eccoci di nuovo al punto di partenza. Si deforma l’originario, nobile profilo della cooperativa che dà lavoro agli ex detenuti per trasformarla in una consorteria minacciosa e corruttrice che si arricchisce sull’assistenza ai profughi, ai rom, ai minori non accompagnati, agli sfrattati. Ma che sia l’emergenza neve o la raccolta differenziata dei rifiuti, o le piste ciclabili, ecco l’appalto. In cambio si garantiscono mazzette, favori, pacchetti di voti, alleanze. E se qualcuno non ci sta, sono minacce e intrighi per piegarlo o toglierlo di mezzo.

Eccolo qui il libro che svela cos’è stata e, forse, cosa continua a essere, quell’orgia di corruzione emersa ufficialmente il 28 novembre 2014, quando il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Flavia Costantini, appose la propria firma sull’ordinanza di applicazione delle misure cautelari emessa sulla base delle richieste della procura della Repubblica di Roma, presentate dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dai sostituiti procuratori Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli.
Naturalmente non è il documento integrale dell’Ordinanza, troppo voluminoso per trovare spazio in un libro. Ma gli stralci sono stati scelti dai curatori Gaetano Savatteri e Francesco Grignetti per delineare un profilo preciso e dettagliato del sistema corruttivo e dei protagonisti rinviati a giudizio. Quello che ne è nato è il romanzo truce di una capitale violentata schiavizzata, depredata, imbarbarita per l’esclusivo profitto di pochi.
Si è parlato tanto, sui media, di mondo di sotto, mondo di sopra e mondo di mezzo: definizioni della popolazione affilate come bisturi, che da sole dicono molto. A coniarle non sono stati i magistrati o i giornalisti, ma uno dei protagonisti, il più feroce di tutti. Un assassino di nome Massimo Carminati.
Ma cos’e Mafia capitale? E può essere assimilata alle mafie tradizionali Cosa nostra, ‘ndrangheta eccetera?
Ecco cosa dice il codice in proposito:
“L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.
La definizione, precisa e dettagliata, calza a pennello sulle caratteristiche riscontrate nel sistema corruttivo estorsivo e intimidatorio portato alla luce dai giudici romani. Dunque, la “cosa” oggetto della presente Ordinanza, ha tutti i titoli per essere chiamata Mafia Capitale, che non è la solita metafora coniata dai media, ma una “cupola” vera e propria che, secondo i giudici si è avvalsa «della forza dell’intimidazione del vincolo associativo della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici
Fino a farsi “sistema”
Un sistema parallelo di governo della capitale, letteralmente sdoganato, quasi ufficializzato, quando il Campidoglio è stato conquistato da un sindaco che non aveva alcuna remora a salutare i suoi col braccio teso nel saluto fascista.
Ma ovviamente si tratta di un sistema che non è nato oggi. Nella sua nota introduttiva Nando Dalla Chiesa risale fino agli anni ’80, partendo dalla genesi della banda della Magliana, con i suoi torbidi intrecci al terrorismo nero, a Cosa nostra e alla malapolitica, arrivando fino a quella metamorfosi criminal-imprenditoriale che è, appunto, Mafia Capitale.

A cura di Gaetano Savatteri e Francesco Grignetti
MAFIA CAPITALE. L’atto di accusa delle procura di Roma
Melampo, 326 pagine, € 11,90 anziché 14,00

MAFIA A MILANO

Incipit: Introduzione di Nando Dalla Chiesa. La mafia a Milano: o della cecità. C’è mezzo secolo di affari e di delitti in questo libro. La sola lettura stupisce senz’altro per la quantità dei fatti e dei protagonisti, dei viluppi di relazioni stabilitisi tra organizzazioni mafiose e vita sociale cittadina, tra clan criminali e mondo economico, o, sempre di più, mondo politico amministrativo.

Prologo: Salvatore Barbaro ha 36 anni, è alto e magro, veste in jeans scuri e polo blu. E’ accusato di aver imposto il monopolio della ‘ndrangheta nei lavori edilizi dell’hinterland di Milano. Si siede di fonte al giudice e dice che lui non è il capo di nessuna associazione mafiosa. Non gli è mai passato per la testa, assicura, di ottenere lavori sfruttando la paura che ancora incuter il nome di suo suocero, Rocco Papalia, detenuto all’ergastolo.

Il primo boss di spicco a salire al Nord e a installarsi nel cuore di Milano, in un magnifico appartamento nella centralissima via Albricci, è stato un nome che metteva paura su entrambe le sponde dell’Atlantico: Joe Adonis per i compari, al secolo Giuseppe Doto. In realtà l’idea di lasciare Chicago per il Belpaese non è stata sua. Un provvedimento di espulsione dagli Stati Uniti lo aveva costretto a imbarcarsi sul transatlantico Conte Biancamano il 3 gennaio 1956. Un viaggio in prima classe, naturalmente, come si addiceva a un boss diventato miliardario con traffici loschi di ogni tipo: whisky durante il proibizionismo, sigarette, casino, droga. Da ultimo, soprattutto droga.
Una volta installato nel lussuoso appartamento milanese non era difficile incontrarlo all’edicola di via Larga, o a spasso con la mazzetta dei giornali sottobraccio. Un sessantenne a modo, educato e ben vestito, dai lineamenti ancora gradevoli e dal sorriso pronto, smentito però da occhi a spillo. Occhi da uccello predatore.
Ecco, è cominciata così la conquista di Milano e poi, via via, dell’Hinterland e di tutta la Lombardia, da parte di Cosa nostra. Perché com’era facilmente intuibile, a seguito del boss sono arrivati altri capicosca di spicco del calibro di Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, i Calò, i Madonia, i Ciulla… e picciotti pronti a sparare. A partire da quel momento è stato tutto un baciare mani all’ombra del Duomo, un organizzare summit in questo o in quell’hotel. Vertici mafiosi nel corso dei quali si discuteva su come impiantare raffinerie di droga al Sud, infiltrare le aziende mettere le mani sugli appalti e organizzare traffici planetari.
Ma anche su chi ammazzare, su chi promuovere, su chi affiliare.
Eppure sbaglierebbe chi pensasse a Milano come a una filiale di soltanto di Cosa nostra. La grande metropoli dei danée già prima dell’arrivo di Joe Adonis era terra di conquista di un’altra organizzazione mafiosa: la ‘ndrangheta calabrese, che vi si stava insediando piano piano senza chiasso, senza eccessi di vita notturna com’era nelle abitudini dei boss siciliani amanti delle bische e dei night club. Quasi in punta di piedi, salvo sporadiche ammazzatine qua e là. Grazie soprattutto ai provvedimenti di “confino”, adottati dai magistrati per staccare i mafiosi che non era possibile mettere in galera dalle rispettive famiglie, i mammasantissima calabresi si stavano magnificamente appropriando di interi quartieri preferendo zone appartate in periferia o addirittura nei paesi vicini: Corsico, Paderno Dugnano, Novate, Trezzano sul Naviglio… Modesti appartamenti e villette con vani interrati, progettati per nascondere sequestrati, soldi o partite di droga da tagliare.
Queste orde barbariche a partire dal dopoguerra hanno avuto decenni per sistemarsi, integrarsi, impiantare vere e proprie holding del crimine. Naturalmente, mentre politici locali e nazionali si affannavano a rassicurare i cittadini con frasi perentorie: qui la mafia non esiste!, negando l’innegabile, non vedendo il morto per strada, non accorgendosi di quello che avveniva sui cantieri e nell’assegnazione degli appalti. Fette di salame sugli occhi e voti che alle elezioni arrivavano a pacchi, proprio come accadeva al Sud nel secolo scorso.
La mafia non esiste. Anche le associazioni imprenditoriali negano, minimizzano, si stupiscono. E intanto metà degli imprenditori fa affari con le cosche, mentre l’altra metà subisce estorsioni, danneggiamenti, minacce. A volte perfino omicidi.
Ma fosse solo questione di business! La mafia penetra ovunque, come un cancro invade i tessuti sani e non smette di propagarsi fino a infiltrare pesantemente anche la politica e il vivere quotidiano dei cittadini, la mentalità, le abitudini. Addirittura cercata, coccolata dai candidati smaniosi di accaparrarsi poltrone col meccanismo dei voti di scambio: tu boss mi fai votare e io, una volta eletto ti favorirò in ogni modo.
Questo libro, un saggio anche se si legge come un vero e proprio “romanzone” del malaffare organizzato, grazie a uno stile semplice, piano e non privo di humour, racconta in modo dettagliato e organico il lungo viaggio delle cosche, dai picciotti ai mega-impreditori di oggi che muovono in borsa i capitali del riciclaggio. Una storia di successi criminali e di arricchimenti spropositati, sottratti al fisco e a tutti gli italiani.
C’è tutto in queste pagine: la stagione dei sequestri, la finanza insanguinata di Sindona e Calvi, l’arresto di Liggio, i colletti bianchi del narcotraffico, lo “stalliere” di Berlusconi, i maneggi di Dell’Utri. E ci sono omicidi, sparizioni con la lupara bianca, rapacità e su tutto il potere delle paura e quello dellì’ingordigia equamente distribuiti. E omertà come a Palermo, e affiliazioni, e punizioni definitive. Tutto vero. Tutto documentato. Tutto dimostrato dai ponti che cadono, dalle case che si sgretolano, dai costi delle opere pubbliche che lievitano. A dispetto di chi continuava (e continua ) ad affermare che la mafia al Nord non c’è.

Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni
MAFIA A MILANO. Sessant’anni di affari e delitti
Melampo, 491 pagine, € 15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile anche In Ebook a 6,99

OPERAZIONE PORTOFINO. SQUADRA SPECIALE MINESTRINA IN BRODO

Incipit: Capitolo 1. Sabato 6 Febbraio. Luc Santoro rallentò leggermente la corsa e ruotò il polso sinistro per controllare il cardiofrequenzimetro: bene, le pulsazioni erano sufficientemente basse e con un tempo di percorrenza di tutto rispetto per un sessantenne in pensione. L’indomani, domenica, alla Mezza Maratona Internazionale delle Due Perle avrebbe fatto la sua porca figura.

Perché si è deciso di infilare questo delizioso noir leggero e pieno di ironia fra tanti saggi poderosi che squarciano veli su un passato cupo e desolante? La risposa è scontata: ogni tanto un po’ di leggerezza ci vuole per dissipare il cupore e la paura del futuro, proprio come una compressa di Antonetto manda via il bruciore di stomaco.
L’idea di partenza di questo romanzo, il secondo della seria “Minestrina” è geniale: tre poliziotti liguri, andati in pensione più o meno contemporaneamente, non si rassegnano all’inattività. Invece di trascorrere le giornate aggrappati alle recinzioni arancione a sorvegliare l’avanzamento dei lavori stradali, ogni tanto si impegnano in indagini non ufficialmente autorizzate ma ufficiosamente sollecitate dai loro ex colleghi, rimasti alle prese con mattinali, verbali, identificazioni e catture di piccoli criminali che tanto poi, dopo neanche due ore, sono di nuovo in strada a sottrarre con destrezza portafogli, cellulari e collane d’oro.
Luc Santoro, ribattezzato Maalox per via dello stomaco perennemente in fiamme a causa di problemi familiari ed economici, Ferrucco Pammattone detto Semolino, andato in pensione con i gradi di sostituto commissario e vice dirigente della Mobile. Eugenio Mignogna, nome di battaglia Kukident per via del suo nuovo sorriso ballerino, ex sovrintendente della Scientifica che si è riciclato in venditore ambulante di panini alla porchetta.
E’ questa la “Squadra speciale Minestrina in brodo”. I tre intervengono ogni volta che capita qualcosa su cui gli ex colleghi non hanno troppa voglia di impegnarsi. E quel qualcosa non manca di capitare perché la riviera ligure, loro terreno di caccia, d’estate e d’inverno è tutto in pullulare di belle donne di dubbia moralità, tutto un imperversare di ladri, grassatori, truffatori, magnaccia, tutto uno sfrecciare di Ferrari, Maserati, Mercedes che ogni tanto i ladri si portano via col carro attrezzi dopo aver simulato la rimozione.
Una vera piaga i furti d’auto di lusso, così come i borseggi, le truffe, le rapine: tutti reati considerati a torto “minori”, che le forze dell’ordine spesso non riescono a contrastare efficacemente perché richiedono tempo, personale e risorse tecnologiche che non ci sono. Senza contare la sfiducia degli agenti, perché una volta catturati, i farabutti vengono subito rimessi in strada dai gip preoccupati di non affollare carceri già piene da scoppiare.
L’operazione Portofino prende il via quando viene rubata l’ennesima Ferrari con il vecchio trucco del finto incidente che blocca la strada proprio a ridosso del cambio di turno dei poliziotti. Il nuovo sostituito commissario Andrea Lugaro, che ha preso il posto del suo ex superiore Semolino Pammattone, non sa da che parte cominciare con le indagini perché non ha conoscenze adeguate nella mala locale. E poi, di trovare i colpevoli, in fondo non gliene importa più di tanto perché l’auto è assicurata sul totale del valore e a rimetterci ma non troppo sarebbe solo la compagnia di assicurazione. Così, quando Semolino gli capita per caso in ufficio, fra una parola a mezza voce e un’allusione buttata lì lo incarica di darsi da fare al posto suo.
La Squadra speciale Minestrina in brodo rientra in azione e quello che i tre architettano per incastrare i ladri sarebbe piaciuto a Hitchcock di Caccia al ladro.
L’autore del romanzo, Roberto Centazzo, savonese di nascita, è un vero poliziotto. Ispettore capo della Polizia di Stato, oggi responsabile della Polfer di Savona, percorre nei suoi libri gli stessi passi investigativi della realtà, riuscendo a far vivere le sue indagini di vita propria, anche a costo di abbattere molti luoghi comuni e ridimensionare i miti esagerati che si ritrovano nei romanzi di genere giallo e noir impilati sugli scaffali delle librerie.

Roberto Centazzo
OPERAZIONE PORTOFINO. Squadra speciale minestrina in brodo.
TEA, 252 pagine, € 10,50 anziché 14,00. Disponibile in Ebook a 3,99

LE BELLE CONTRADE

Incipit: Le belle contrade. Dove passato e futuro si incontrano (dalla prefazione di Giorgio Boatti). Ci sono esistenze – forse più fortunate di altre – che, a un certo punto, si accorgono che una vita sola non basta. Una sola vita non è sufficiente per esplorare adeguatamente il mondo circostante e neppure per abitare in se stessi o nelle immediate vicinanze con adeguata profondità.
E’ quasi sempre un evento imprevisto, distonico rispetto al motivo conduttore che sino a quel momento ha caratterizzato l’orizzonte quotidiano, a far affiorare la consapevolezza e, dunque, il disagio del ritrovarsi imprigionati dentro un copione non solo culturalmente e professionalmente limitato ma, spesso, esistenzialmente riduttivo.

1. Dal paese al paesaggio. Anche quando costruisce paesaggi di fantasia, Teofilo Folengo utilizza materiali ricavati dal paese reale, dalla concretezza delle attività operose, dal lavoro dei suoi abitanti. L’antiparnaso maccheronico, la montagna “grandis” delle sue grasse muse, per poter essere facilmente visualizzato e riportato su scala di misura prontamente ricostruibile, ha sullo sfondo – fra altre vette più illustri – le montagne bergamasche che, irrilevanti per lui nei valori che oggi chiameremmo “paesaggistici”, vengono ricordate unicamente per le loro cave dalle quali si estraevano pietre ottime ad essere utilizzate come macine da mulino:«Bergama non petras cavat hinc montagna rodondas, / quas pirlare vides blavam masinante molino».

Il Saggiatore prosegue il progetto di rivitalizzazione del corpus delle opere di Piero Camporesi ripubblicando “Le belle contrade” con un sottotitolo affascinante: “La nascita del paesaggio italiano” utile a comprendere la genesi del dialogo tra uomo e natura, vita materiale e costruzioni culturali.
«Nel Cinquecento non esisteva il paesaggio, nel senso moderno del termine, ma il “paese”, qualcosa di simile a quello che per noi è oggi il territorio» un’Italia “minore” di cose e di genti.
Questo è un libro prezioso, denso di attuali spunti per riflessioni su chi eravamo e chi siamo diventati.
L’Italia non è solo corruzione, deturpamento, malaffare. E’ anche e soprattutto bellezza pura. Una bellezza, quella del panorama, che però gli uomini del quattro-cinquecento, non sapevano cogliere. Il loro occhio, afferma l’autore di questo gioiello in forma di libro, «coglie e perlustra con particolare attenzione la concretezza ambientale o la realtà della geografia umana» più che l’incanto estetico.
Diciamo subito che questo è un libro colto, come lo sono tutte le opere di Piero Camporesi (Forlì 1926 – Bologna 1997), filologo, storico e antropologo, docente di letteratura italiana all’Università di Bologna, uno fra i saggisti italiani più conosciuti al mondo. Ma è anche un libro che si legge con gusto perché ogni concetto è espresso con l’assoluta semplicità che è il tratto caratteristico dei grandi autori il cui pensiero, così limpido che tutti possono penetrarlo, lascia trasparire scenari inaspettati e impensabili: visioni di un mondo che è stato e che forse non è perduto per sempre ma nei secoli si è trasmutato in altro.
Case, strade, genti, mestieri, dialetti, fatti e misfatti della gente comune: tutto entra nel grande affresco che l’occhio attento di Piero Camporesi ci mostra dal basso.
In queste pagine i laghi cristallini, le montagne verdi e mari increspati si intuiscono ma non si vedono. In compenso le pagine sono piene genti, di mestieri, di affari puliti e affari loschi, di botteghe, di feste paesane… Perché sono questi i particolari che gli uomini del Cinquecento erano disposti a cogliere. E che, attraverso i loro scritti, l’autore ha registrato: cittadini di un’Italia minore sempre occupati nelle loro faccende, dediti a traffici e a produzioni artigiane che hanno lasciato tracce arrivate fino a noi. Prodotti della cultura «materiale, bottegaia, artigianale, campagnola» di cui oggi ancora portiamo vanto nel mondo. Il tutto condito da gustose testimonianze che rendono il saggio vivido come un dipinto e gustoso come un dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio.

Piero Camporesi
LE BELLE CONTRADE. Nascita del paesaggio italiano
Prefazione di Giorgio Boatti
Il Saggiatore, 216 pagine, € 18,70 anziché 22,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 10,99

I SEGRETI DI BOLOGNA. La verità sull’attentato terroristico più grave della storia italiana

Incipit. La pista dimenticata. di Rosario Priore. La verità non ha tempo: non è mai troppo tardi per raccontarla. Non è mai troppo tardi per mettere insieme tutti i tasselli di un mistero di Stato. Sollevare il velo sulla strage di Bologna è un dovere soprattutto per chi, come me, ha indagato a lungo sulle vicende più torbide della storia dell’Italia repubblicana e conosce bene i limiti della verità giudiziaria. È arrivato il momento, dopo trentasei anni, di spiegare cose che ancora rimangono in sospeso. E per farlo, per tessere il filo sottile ma tenace che collega questo eccidio al contesto nazionale e internazionale dell’epoca, è di vitale importanza che il lettore tenga a mente alcune date e luoghi che spesso torneranno in questo libro. Veniamo ai fatti. Al momento dell’arresto a Roma, la notte del 9 gennaio 1982, il terrorista rosso Giovanni Senzani viene trovato in possesso di un appunto, scritto di suo pugno, che riassume i contenuti di un colloquio avuto a Parigi con Abu Ayad, capo dei servizi segreti dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Quest’ultimo confida al leader brigatista che le recenti azioni terroristiche avvenute in Europa celano la regia dell’Urss, intenzionata a sanzionare la politica dei paesi europei in Medio Oriente. Senzani annota uno dei tre attentati elencati da Ayad con la sigla “Bo”, che io – in qualità di giudice titolare dell’inchiesta, che indagava sulle azioni compiute a Roma dalle Brigate rosse a partire dal 1977 –, non senza sorpresa, interpreterò come un evidente riferimento alla strage avvenuta alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980

 Prima parte. La diplomazia parallela. I missili di Ortona. Un insolito incontro notturno.  È la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979. Siamo a Ortona, una cittadina con meno di trentamila abitanti che sorge su una falesia del litorale abruzzese. A turbare la serenità del piccolo centro della provincia teatina, dove solitamente regna la calma assoluta, è la notizia di una rapina in un istituto di credito avvenuta nella mattinata. Forse è per questo motivo che “Romanuccio”, il metronotte in servizio nei pressi del Banco di Napoli, è sul chi vive. Manca poco all’una quando nota una Fiat 500 targata Roma che prima inverte il senso di marcia e poi si ferma in via della Libertà, nella direzione di Foggia. Alla guida c’è un uomo sulla trentina che spiega al vigilante di  attendere amici dalla capitale. Romanuccio ascolta e resta incuriosito dall’insolito appuntamento notturno, così continua a tenere d’occhio quel forestiero dai modi cortesi e con la barba folta. Dopo qualche minuto la piccola utilitaria viene affiancata da un furgoncino Peugeot riadattato a camper. A bordo s’intravedono due persone dall’aria innocua.

 Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i terroristi dei Nar condannati in via definitiva a sette ergastoli a testa, più centinaia di anni di carcere, da molto tempo già liberi, hanno sempre negato di avere responsabilità nella strage di Bologna. «Non siamo stati noi. Cercate altrove.» Dove? Forse a Sud-est. E’ esattamente questo che sostiene anche Rosario Priore, uno dei magistrati più impegnati a ricercare la verità sul terrorismo in Italia, soprattutto nelle sue matrici internazionali. Ora che è in pensione e che il suo vincolo alla riservatezza è caduto, almeno per i fatti non sottoposti a Segreto di Stato, ha deciso di raccontare quello che sa e quello che ha potuto dedurre dagli atti in suo possesso. In questo libro inchiesta, scritto con l’avvocato Valerio Cutonilli che da anni è impegnato nella ricerca della verità sulla strage di Bologna, ha riversato tutto quello che a oggi, dopo 36 anni, è stato scoperto sui fatti relativi alla bomba ancora avvolti da quell’impenetrabile opacità che ha consentito di mettere la strage sul conto dei “neri”. Negli ultimi quarantasei anni, a partire dalla bomba in piazza Fontana a Milano, gli italiani hanno assistito inermi ad attentati di ogni genere: omicidi di militanti politici, di poliziotti, di magistrati e giornalisti. E stragi crudeli, terribili, come quella alla stazione di Bologna che causò 85 morti e 200 feriti e che, nonostante la condanna definitiva di tre (all’epoca) giovanissimi neofascisti, continua a essere avvolta nel mistero.

Si è già detto tutto su Bologna, si dirà. Si è scritto tutto… Ebbene, stando a Rosario Priore non è vero e in questo libro viene aperta la strada a un’altra verità. Infatti, dopo interminabili indagini giudiziarie, ipotesi e contro ipotesi, dopo un iter processuale che non ha uguali in tutta Europa, il magistrato , mettendo in relazione l’immensa mole di materiale delle commissioni parlamentari Moro, P2, Stragi, Mitrokhin, più gli atti e i documenti  provenienti dagli archivi dell’Est, nonché materiale classificato come “riservatissimo” e mai reso pubblico, hanno individuato un nuovo filone d’indagine che colloca la strage nel contesto geopolitico a cui apparteneva, cosa che finalmente metterebbe al proprio posto tutte le tessere del puzzle. La storia italiana dal secondo dopoguerra a oggi è costellata di “doppie verità” spesso in contraddizione fra loro, di operazioni parallele dei servizi segreti (mai deviati, ma sempre ligi ai compiti loro assegnati!), di linee politiche più articolate e divergenti delle mappe di una metropoli. E su tutto ha dominato la volontà di politici che, stando alle dichiarazioni ufficiali, avrebbero operato per il bene del Paese, anche “facendo il male per ottenere un bene superiore”. E non è un caso se gli episodi più sanguinosi, dagli anni ’70 in poi, ancora avvolti nel mistero, sono tutti, per un verso o per un altro, collegati fra loro e culminati nella bomba alla stazione di Bologna. Solo ripercorrendoli a ritroso come hanno insieme gli autori: il magistrato e l’avvocato che lo ha affiancato, è possibile capire cosa abbia significato e da cosa abbia avuto origine la stagione del terrorismo che ha insanguinato il nostro Paese.

Valerio Cutonilli Rosario Priore

I SEGRETI DI BOLOGNA. La verità sull’attentato terroristico più grave della storia italiana

Chiarelettere, 274 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

LA PROMESSA DEL TRAMONTO

Incipit: Prologo. Budapest Giovedì 15 novembre 1951. Il Danubio così arrabbiato non lo si vedeva da tempo. Ancora ieri scorreva lento e gentile, come un gigante pigro, ma poi si è messo a piovere ed è salito il vento. Verso la mezzanotte l’acqua ha superato il livello di guardia e adesso, che manca poco all’alba, il grande fiume scatena la sua forza. Trascina con sé rami e foglie, lancia schizzi impazziti oltre gli argini e ricade in vortici di schiuma. Visto da lontano offre uno spettacolo meraviglioso, viene voglia di fermarsi per ammirarlo, ma darà più d’un problema alle navi in partenza. Il viaggio della Veszprém, in servizio sul Danubio tra Budapest e Vienna, si mette male prima di cominciare. Per il momento il vecchio mercantile, ormeggiato vicino al ponte Szabadság, subisce con stoica pazienza i capricci delle onde. Benché non sia piccolo – è lungo ottanta metri, largo dieci, e ha un pescaggio di due metri e ottanta, con una capacità di trasporto fino a tremila tonnellate –, viene sbatacchiato come un fuscello. Pioggia e vento rendono più faticose le operazioni di carico, due marinai scivolano sulla passerella viscida, fioccano bestemmie, bisogna raddoppiare i teli per impedire che le casse di merci s’inzuppino d’acqua. Alle cinque e mezzo arriva anche l’agente dell’AVh, la polizia segreta del regime, che resterà a bordo fino a destinazione. Il comandante lo saluta a mezza voce, il poliziotto risponde senza entusiasmo. La reciproca antipatia è evidente, anche se i due cercano di mascherarla.

 Questo non è solo un bel romanzo che si legge d’un fiato godendo di una prosa elegante e fluida, è anzitutto un documento storico molto importante perché spalanca due finestre sul passato: la prima sul diffondersi, all’inizio in modo silenzioso, quasi impercettibile ma capillare e strisciante, dell’antisemitismo nell’Ungheria del tentennante Horthy. Antisemitismo che non mancò di inseguire a rotta di collo la ‘soluzione finale’ dopo il colpo di stato che portò al potere le Croci frecciate di Ferenc Szalasi. La seconda, sulla vita in quella che, dopo la disfatta del Reich e dei suoi alleati, era diventata la Repubblica popolare d’Ungheria, ovvero un satellite della galassia sovietica. La narrazione prende il via con la fuga del protagonista, Tibor, a bordo della Veszprém, una nave mercantile che trasporta merci da Budapest a Vienna lungo il Danubio. Tibor è un medico ebreo ungherese, sfuggito per puro caso all’olocausto. Ha studiato in Italia e ha sposato una donna italiana, Sara, appartenente a una famiglia importante che non è mai stata favorevole a quel matrimonio misto. Allo scoppio della guerra viene avviato a un campo di lavoro dove le condizioni di vita sono proibitive e tuttavia questa alla lunga si rivela una fortuna perché lo salva dall’essere inviato ad Auschwitz dove invece perderanno la vita diversi membri della sua famiglia, compresi i genitori. Alla fine della guerra Tibor riesce a tornare nella grande casa vuota, dove ritrova Sara e la figlia, ma la vita è ancora lontana da quella sospirata tranquillità e da quel modesto benessere che gli affetti e la sua professione dovrebbero assicurargli. Piano piano i legami dell’Ungheria con l’Urss si vanno rafforzando fino a dare vita a uno statalismo brutale che soffoca la vita, mentre tornano a manifestarsi i sintomi dell’antisemitismo che non è affatto morto con la caduta del reich. Tibor convince Sara a partire con le figlie per l’Italia prima che anche a lei venga impedito di lasciare il Paese. La scusa ufficiale è una visita alla famiglia di origine, ma quello che in realtà si propone di fare è raggiungerla e stabilirsi in Italia per sempre. La fuga di Tibor a bordo della Veszprém che solca il Danubio reso tumultuoso da nubifragi che si susseguono l’uno dopo l’altro, segregato per quasi una settimana dentro il doppiofondo di un armadio buio e asfittico in compagnia di due donne litigiose e un neonato, è un pezzo di alta letteratura che non si dimentica facilmente. E’ un pezzo di storia che cattura, coinvolge, a tratti indigna, ma penetra nella coscienza e non può essere dimenticato. Assolutamente da leggere.

Nicoletta Sipos

LA PROMESSA DEL TRAMONTO

Garzanti, 323 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

MATTEO RENZI. Il prezzo del potere

Incipit. Dalla Prefazione di Marco Travaglio. La mia prefazione al primo libro di Davide Vecchi su Matteo Renzi, “L’intoccabile”, si concludeva con un’istigazione a proseguire: «Insomma, oltre alla squadra di governo che tutti purtroppo vediamo, formata da ragazzotti e fanciulle tanto mediocri e ignoranti quanto pretenziosi e arroganti, ce n’è un’altra che dirige il traffico da dietro le quinte? Tanti interrogativi ancora avvolgono il passato del Selfie Mad Man, e dunque di noi tutti italiani da lui governati o sgovernati. E fanno de “L’intoccabile” un libro in progress: quando finisci di leggerlo, ti rimane l’acquolina in bocca. Perché già pregusti il secondo volume. E il secondo volume finalmente è arrivato

Questo libro. Questa è la storia del prezzo che Matteo Renzi ha dovuto pagare per sedersi a Palazzo Chigi. Una storia in ombra che per la prima volta viene svelata grazie a intercettazioni, inchieste e documenti inediti, alcuni dei quali sono pubblicati in appendice. E’ la storia delle manovre di Palazzo ordite anche grazie alla complicità di imbarazzanti avversari politici poi lautamente ricompensati.

Un ragazzotto della provincia fiorentina con la parlantina torrenziale, che fin da piccolo si era fitto in capo di diventare un politico, anzi, il primo dei politici, un bel giorno (per lui!), fra una crisi di governo e l’altra, col Paese in recessione, si è ritrovato davvero sullo scranno più alto: quello di palazzo Chigi. Fortuna? Miracolo? No. Piuttosto un piano preordinato da chi aveva deciso che occorresse un successore “a sinistra” di Silvio Berlusconi travolto dagli scandali e sepolto sotto il peso degli avvisi di garanzia.

Questo libro che, come dice la prefazione di Travaglio, è la continuazione del precedente “L’intoccabile”, ricostruisce la fulminea scalata di Matteo Renzi che altro non è se non la triste storia, supportata da nomi, cognomi e documenti, di una democrazia, la nostra, a volte traballante ma per fortuna non del tutto priva di anticorpi per salvare se stessa e le proprie istituzioni, come ha dimostrato il solenne no dei cittadini al referendum costituzionale. Purtroppo però è anche la fotografia di come dis-funziona il potere in Italia. Sbaglia di grosso chi crede che Renzi abbia scalato la poltrona grazie alla parlantina, alle promesse, alle roboanti dichiarazioni quotidiane da tutte le reti televisive fino a ottenere il gradimento dell’allora presidente della repubblica Napolitano che gli ha affidato l’incarico di formare il governo. In realtà, a spingere il Rottamatore verso palazzo Chigi è stato un uragano formato da molti venti che ha ridotto in macerie di tutto quello che di buono e di cattivo c’era prima. Tradimenti, retroscena per nulla edificanti, intrighi di palazzo hanno segnato la scalata di Matteo Renzi che, per la sua ascesa, ha pagato un prezzo altissimo dall’autunno 2013 (primarie) fino alla solenne bocciatura dei cittadini con il no al referendum. Prima la Leopolda e poi, via via, le dimissioni di Letta definito “incapace”. Poi è venuta la formazione del governo, quando sotto gli occhi esterrefatti degli italiani “un po’ di sinistra” hanno sfilato gli uomini di Ala (Verdini: 2 anni per concorso in corruzione, 5 richieste di condanna), mentre la maggioranza per le riforme (legge elettorale, giustizia, costituzione) si blindava col Patto del Nazareno che di fatto imbarcava il peggio delle destre.

E che dire dei personaggi che hanno composto il giglio magico? Quello più a sinistra potrebbe dare lezioni di iperliberismo a Berlusconi. No, la scalata del povero ragazzo venuto da Rignano sull’Arno non è stata rose e fiori. Anzitutto ci sono le trame, finora mai rivelate, che hanno costretto alle dimissioni Letta. E qui i giornalisti ‘amici’ hanno lavorato sodo. Il povero Enrico-stai-sereno-Letta, è stato attaccato da tutte le parti: «è incapace», «ha lo spread fuori controllo», «Siamo a un passo dalla bancarotta» e via col liscio… Mentre, in realtà, il vero scandalo era la bancarotta di Banca Etruria, che ha visto coinvolti il padre dell’inaffondabile Maria Elena Boschi e mezzo governo di Renzi.  Poi ci sono i rapporti di Boschi senior e l’onnipresente “buon amico” Flavio Carboni. Poi la longa manus di lobbisti come Gianmario Ferramonti. Poi ci sono le strategie per coprire e ammorbidire la vicenda di Renzi padre, subito scomparsa dalle cronache ma ora in via di riaffioramento. E la storia mai rivelata di Marco Carrai, il Richelieu del governo, con un ventaglio di società all’estero che a lui fanno riferimento e soci che risultano avere importanti interessi da difendere.

E su tutto e tutti, un leggero odore di massoneria, costato il, posto di direttore del Corriere a Ferruccio De Bortoli per essere stato l’unico ad averlo fiutato. E ci sono regali e premi agli amici e agli amici degli amici. E carbone per chi si metteva di traverso. Per carità, tutto regolare sotto il profilo giudiziario, ma forse agli italiani ridotti in miseria dalla mancanza di lavoro venuta in seguito al famigerato job act e al conseguente abbattimento di tutte le protezioni sindacali a partire dall’articolo 18, farebbe piacere saperne di più sul Rottamatore e la sua inarrestabile ascesa. Da leggere.

Davide Vecchi

MATTEO RENZI. Il prezzo del potere

Prefazione di Marco Travaglio

Chiarelettere, 170 pagine, € 11,05 anziché 13,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 8,99

 

LA GENESI DEL MEIN KAMPF. 1924 l’anno che cambiò la storia.

Incipit: Prologo. L’inspiegabile ascesa. La sera dell’8 novembre 1923, mentre l’arrivo di una nevicata era nell’aria, Adolf Hitler, un politico di 34 anni noto per la sua oratoria infuocata, si fece strada a fatica in un’affollata birreria della zona sud-ovest di Monaco. Circondato da tre guardie del corpo, due elle quali in divisa militare, Hitler teneva una pistola in mano. Con “gli occhi spalancati e con l’aria di un fanatico ubriaco”, dai suoi modesti 1,67 metri di statura tentò di interrompere un comizio del capo del Governo della Baviera. Ma non riuscì a farsi sentire. Saltando su una sedia alzò il braccio e sparò un colpo contro il soffitto a cassettoni. «Silenzio!», gridò.

 Questo è un libro che a prima vista ispira repulsione. Si fatica perfino a toccarne le pagine benché si tratti di un saggio molto ben costruito, serio, documentato, opera di un giornalista politico americano lontano anni luce dall’ideologia nazista. Poi, dopo aver cominciato a leggicchiarlo, ci si convince che potrebbe essere d’aiuto per trovare le risposte a domande fondamentali che l’Europa non smette di porsi da anni: com’è successo che un popolo civile, evoluto e carico di storia come quello tedesco sia rimasto, in massa, preda di un’ideologia aberrante, malvagia e perfino insensata come quella scaturita dalla mente esaltata di un omucolo poco istruito, bassino, iracondo e roso da un’invidia patologica? Quando, esattamente, tutto è cominciato? Qual è stato il punto esatto di non ritorno? Lo stile del libro è semplice, scorrevole, accattivante. Piano piano le pagine, aperte all’inizio solo per curiosità, sono scivolate via come acqua portando la convinzione che fosse una buona idea, soprattutto in un momento come questo, fatto di incertezze per il futuro, di crisi economica e di conflitti sociali e politici sempre più aspri e accesi, cercare qualche risposta a un fenomeno tossico come l’ascesa del nazismo. Tutto è cominciato nel 1924, l’anno in cui Hitler fu rinchiuso nel carcere di Landsberg insieme agli uomini che avevano condiviso con lui il putsch di Monaco, il fallito colpo di Stato noto anche come “putsch della birreria” (proprio quello iniziato con l’irruzione, pistola in pugno, durante il comizio nella birreria). Accusato di tradimento, l’ometto isterico fu processato, condannato e chiuso in cella con l’unico conforto dell’occorrente per scrivere e di molti libri in cui letteralmente si tuffò, forse capendo poco ma  interpretandone i contenuti secondo il proprio sentire, snaturando, distorcendo a proprio piacere la storia della Germania e nutrendo il proprio ego con un livore e un accanimento che avrebbero meritato un’indagine psichiatrica molto accurata.

Ecco, la genesi del male partì proprio da quella cella, da quelle letture, da quel livore. Infatti, lì, durante quei mesi da carcerato, il futuro führer concepì e mise sulla carta la sua bibbia nera: Mein kampf. Quella condanna, per la Germania e per il mondo intero si rivelò una sciagura apocalittica. Infatti, in quell’anno il futuro Führer ebbe tutto il tempo per covare e sviluppare la follia totalitaria destinata a sfociare nel Terzo Reich. Fino a oggi della prigionia di Hitler si è parlato pochissimo. Così come a livello divulgativo si è sempre trascurato il putsch, favorito dalla crisi economica che aveva devastato la Germania, uscita a pezzi dalla prima guerra mondiale. In questo saggio si tenta un’analisi di queste congiunture alla luce del processo che ha visto la condanna dei “traditori della patria” Hitler e soci. Certamente un libro come Mein kampf non sarebbe bastato a muovere le masse se non ci fossero stati presupposti favorevoli e una certa dose di fortuna. Va precisato che dall’anno della pubblicazione, 1925 fino al 1933, anno dell’ascesa al potere del “Grande dittatore”, in Germania fu un best seller assoluto, con centinaia di migliaia di copie vendute ogni anno e più di un milione nel ’33.

Cosa ha dato vita a questo furore collettivo? Una ricetta semplice che purtroppo, potrebbe funzionare ancora: l’additare alle masse i “nemici comuni” che allora erano gli ebrei e i comunisti e oggi sono gli immigrati. E, contemporaneamente, l’instillare il veleno delle disuguaglianze, spacciando abilmente solenni panzane come fossero verità rivelate: per Hitler furono I protocolli dei saggi di Sion, oggi i fake che circolano in rete. Tutto questo, per intercettare  i desideri nascosti e inconfessabili di cittadini umiliati e impoveriti. Lo consiglio.

 

Peter Ross Range

LA GENESI DEL MEIN KAMPF. 1924 l’anno che cambiò la storia.

Newton Compton, 329 pagine, € 10,20 anziché 12,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 4,99

 

HO INCONTRATO CAINO. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie

Incipit.  Introduzione. La fuga, il tormento e il marchio. Ho incontrato Caino. Sta ancora fuggendo. Dagli sbagli di una vita, dal sangue. Dalla vendetta. In quanti sguardi ho incrociato il suo volto, e in quante storie ho ascoltato il tormento esprimersi sempre con le stesse parole che trovo nella Bibbia: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto … Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Ho incontrato Caino. Uomini e donne con la mafia nel sangue, o anche solo impregnati del suo puzzo perché nati e cresciuti in quel mondo; senza Dio o, al contrario, con un Dio fatto a propria immagine e somiglianza.

Domenico , che era rispettato da tutti. Poi. Mi sono guastato la testa. «Forse perché uno ce l’ha nel sangue», così mi risponde Domenico quando gli domando perché. «Anche io, quante volte me lo sono chiesto – dice -; chissà, forse perché uno ce l’ha nel sangue». Era affascinato non dai soldi – di quelli non aveva bisogno, anzi «questa è la mia rabbia – ripete di continuo -, a me non mancava niente»; era attirato dal potere e dal rispetto: stare con quella gente lo faceva “sentire importante”, e per lui che già a diciotto anni era “rispettato da tutti”, entrare in un bar nel codazzo di un uomo d’onore ed essere salutato dai presenti con riverenza era come toccare il cielo con un dito.

Don Marcello Cozzi, vicepresidente di Libera, nomi e numeri contro le mafie,  l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, raccoglie da anni le confidenze dei “pentiti”. I pochi pentiti veri, quelli cioè che sono disposti a parlare non soltanto con i magistrati ma anche con lui. Perché nelle organizzazioni criminali è raro incontrare chi si pente e si duole dei propri crimini. Per lo più i collaboratori di giustizia parlano per disperazione e per convenienza, perché sanno di non avere scampo né fuori dal carcere né dentro e che, insieme a loro, non hanno scampo mogli, figli e parenti tutti. Allora e solo allora, quando cioè capiscono di essere morti che camminano, saltano il fosso e si fanno “infami”. Pentito vero, forse, lo è stato Domenico “Micu”, andranghetista affiliato alla famiglia dei Cordì. Coinvolto nell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale di Calabria, Francesco Fortugno, una persona per bene che avrebbe avuto buone probabilità di vincere le amministrative mentre, per sua sfortuna, le “famiglie” avevano puntato su un altro candidato, dopo quel crimine non fu più lo stesso anche se il suo ruolo  era stato piuttosto marginale. Pentito per disperazione è invece Emanuele Andronico, alle spalle «una famiglia di padrini e uomini d’onore» da cui si distingueva il padre, Simone, «che era un delinquente comune».

Fin da ragazzino Emanuele smaniava per entrare nel club degli affiliati. Era un teppistello che rubacchiava alla Standa, faceva gli scippi e taglieggiava i negozianti di Ballarò. Aggressivo ma non troppo pericoloso. A tracciargli la strada erano certi cugini mafiosi ai quali lo aveva affidato incautamente il genitore perché gli dessero qualche regola. E loro, le regole, gliele avevano date: quelle di Cosa nostra. Il ragazzo, dopo il giusto periodo di osservazione, era stato affiliato e si era rivelato un bravo picciotto, preciso e puntuale nell’eseguire gli ordini. Cioè gli omicidi. Finché un giorno gli era stato ordinato di ammazzare l’uomo sbagliato: il parente di un boss. Appena saputo chi aveva assassinato, Emanuele aveva capito di essere segnato.  E poiché era intelligente, quando i cugini lo avevano invitato a “all’appuntamento con un uomo d’onore molto importante, nientemeno che Matteo Messina Denaro”, aveva intuito che si trattava di una trappola e che da quell’incontro non sarebbe uscito vivo: lo avrebbero ammazzato per non lasciare in vita testimoni. Era stato allora che aveva deciso di presentarsi ai carabinieri e farsi collaboratore di giustizia. Infame, sì, ma pentito mai! Perché Cosa nostra per lui restava il suo mito.

A queste due storie ne seguono molte altre, tutte raccontate con le voci dei pentiti, errori di sintassi e dialettalismi compres. E sono tante finestre spalancate sulla vita dei mafiosi: esistenze miserande, piene di denaro e di rispetto originato dalla paura, ma con la morte perennemente cucita addosso.

Marcello Cozzi

HO INCONTRATO CAINO. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie

Melampo, 152 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.

 

LA SECONDA VITA DI MAJORANA

Incipit: Prefazione di Salvatore Majorana. Ho accolto con esitazione l’invito degli autori a lasciare un commento sul loro lavoro.  L’idea che il segreto di Ettore potesse divenire un po’ più accessibile mi creava disagio, devo ammetterlo Lo zio Ettore – così sono stato abituato a chiamarlo in casa – è stato per tanti anni una figura affascinante, che da ragazzo guardavo con straordinaria e fanciullesca ammirazione, sentendolo un po’ mio. Con il tempo, grazie agli studi e alle diverse testimonianze raccolte in famiglia, e dai molti che mi hanno regalato i loro punti di vista più o meno bizzarri, ho assunto un rispettoso distacco da una delle figure più geniali della storia della fisica.

Questo libro. La scomparsa di Ettore Majorana, geniale fisico teorico italiano, è uno dei casi che più hanno affascinato e conquistato l’attenzione di giornalisti, scrittori, investigatori e lettori. E non solo in Italia. Dal 1938, esattamente dalla sera del 25 marzo, per oltre sette decenni, “chi ha visto Ettore Majorana?” è una fatidica domanda che si sposta come una pallina da flipper, dai giornali ai libri alle pellicole cinematografiche. All’indomani della sua sparizione “la Domenica del Corriere” scriverà: «Ettore Majorana, ordinario di Fisica teorica all’Università di Napoli, è misteriosamente scomparso dagli ultimi di marzo. Di anni 31, alto metri 1,70, snello, con capelli neri, occhi scuri, una lunga cicatrice sul dorso di una mano. Chi ne sapesse qualcosa è pregato di scrivere al R.P.E Marianecci, viale Regina Margherita 66, Roma.»

Era un mago della fisica. Una vera ‘beautiful mind’ e anche di più. Ma era anche un giovane triste e introverso. Gradevole di aspetto, ma con enormi difficoltà a confrontarsi con gli altri. Con le donne soprattutto, proprio com’è nella natura dei veri geni, cioè di quelle persone la cui intelligenza è così al di sopra della media da farle sentire costantemente fuori luogo e fuori tempo. Majorana lavorava con Enrico Fermi e aveva per compagni di studio, al Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, le menti matematiche più brillanti del suo tempo: Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo, Oscar D’Agostino. Tutti insieme formavano il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, una grande risorsa della scienza italiana destinata purtroppo a disperdersi pochi anni dopo. Mentre già si avvertiva il presentimento di qualcosa di tremendo che stava per abbattersi sull’Europa, nel 1938 Enrico Fermi, insignito quell’anno del premio Nobel, stava progettando con il suo gruppo la costruzione del primo reattore nucleare a fissione, capace di produrre quella reazione a catena controllata destinata a tradursi nella bomba atomica. L’Italia sarebbe entrata in guerra nel giro di due anni e senza le ottuse leggi razziali la minaccia latente “dell’arma segreta” a cui stavano lavorando i ragazzi di via Panisperna avrebbe cambiato le sorti del conflitto. E non si sa se sarebbe stato un bene. Ettore Majorana, forse perché aveva compreso il potenziale distruttivo dello strumento che sarebbe nato dagli studi di meccanica quantistica e, particolarmente, dalla fisica nucleare, in cui il suo gruppo era impegnato, oppure, chissà, a causa di contrasti con Enrico Fermi, preferì eclissarsi.

La sera del 25 marzo 1938 salì sul traghetto postale che da Napoli faceva rotta verso Palermo e da quel momento più nessuno lo vide. Per moltissimi anni si parlò di suicidio. Ipotesi che ebbe come alternativa solo quella più affascinante e immaginifica del rapimento da parte di una potenza straniera, visto che il catanese Ettore Majorana, classe 1906, possedeva una mente prodigiosa capace di intuizioni matematiche fuori del comune ed era dotato di un’abilità nel calcolo e nell’analisi in grado di competere con le menti più eccelse della fisica teorica mondiale. Anche su questo sospetto, per ordine di Mussolini, furono svolte indagini approfondite che non portarono a nulla. Poi, di colpo, ecco che nel 2008 alla trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” arriva una telefonata destinata a sciogliere, forse, il mistero. A chiamare la conduttrice Federica Sciarelli è un settantenne di Latina, Enrico Fasano, che mostra una fotografia scattata negli anni ‘50 in Venezuela, dove lui era emigrato. La foto, successivamente consegnata alla magistratura, mostra lo stesso Fasano poco più che ventenne in posa con un signore sui cinquant’anni, che lui sosteneva di conoscere come signor Bini, ma che mostrerebbe una forte somiglianza con Ettore Maiorana.

Fasano racconta, sempre durante la stessa diretta televisiva, che Bini era un tipo molto riservato e che, nonostante fossero amici, non gli aveva mai raccontato nulla di sé. Spiegò inoltre di aver mantenuto i contatti con lui fino al 1958, quando il golpe militare capeggiato da Marcos Pérez  lo aveva costretto a tornare in Italia. A partire da quel momento sulla sorte di Bini era calato definitivamente il buio. Naturalmente in Italia sono ripartite le indagini. La scomparsa di Majorana è stata trattata come un cold case. E i rilievi antropometrici sulla fotografia, uniti alle perizie calligrafiche su una cartolina scritta da Bini a un amico e finita chissà come in possesso di Fasano, pare abbiano accertato, anche se con un margine di dubbio, che il misterioso Bini sia in realtà il fisico scomparso. Gli autori di questo libro, Borello, Gironi e Sceresini, per trovare le tracce di Ettore Majorana sono partiti per il Venezuela, hanno seguito un’interminabile catena di “sì, mi ricordo”, “potrebbe essere lui ma non sono sicuro”, “credo che abbia lavorato con mio padre”. Voci, tantissime. Testimonianze certe molto poche perché lo sfuggente Bini aveva la capacità di scomparire senza lasciarsi nulla alle spalle. E tuttavia l’indagine, riversata in queste pagine con  fotografie e documenti inediti, è decisamente avvincente.

Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi, Andrea Sceresini

LA SECONDA VITA DI MAIORANA

Prefazione di Salvatore Maiorana

Chiarelettere, 186 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99