NOVITA’ EDITORIALI: GIUGNO – OTTOBRE 2016

adelemariniSono on line le ultime novità editoriali

La rubrica “Novità editoriali” di Misteri d’Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri tra cui il noir ‘non fiction’ Milano, solo andata (Frilli editori, 2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco. Nel 2007, sempre con Frilli, ha pubblicato Naviglio blues, anch’esso tradotto in tedesco. Attualmente è in libreria con l’eBook Arriva la Scientifica (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi noir: i fondamentali della scrittura d’indagine dedicata alle procedure investigative e giudiziarie.

MORTE DI UN PRESIDENTE. Quello che né lo Stato. né le Br hanno mai raccontato sulla prigionia e l’assassinio di Aldo Moro

Morte di un presidente

Incipit: “Premessa. L’essenziale che manca nel “caso Moro”. In questa inchiesta non si affronterà il «caso Moro» nel suo ormai sterminato complesso, ma ci si concentrerà sulle dinamiche connesse alla morte del presidente della DC, il 9 maggio 1978. Si tratta infatti dell’elemento più importante e al contempo meno studiato dell’intera vicenda. Rimangono di conseguenza esclusi o solo accennati temi anche rilevanti, per i quali si rinvia alla miglior bibliografia sul tema. Il caso Moro appare come un mare sconfinato che lascia sgomenti, perché mancano le mappe che indichino la rotta da seguire per riuscire ad attraversarlo per intero, dal rapimento in via Fani, al ritrovamento della Renault 4 in via Caetani. Sembra mancare ancora oggi l’elemento essenziale in grado di dare nome e significato ai tanti «misteri» che legano, in un «gomitolo di concause», il comportamento dello Stato, delle Brigate Rosse e del presidente Aldo Moro durante i cinquantacinque giorni di prigionia”.

 Introduzione. Un delitto che ci riguarda tutti. Quella di Aldo Moro è una morte che ci riguarda collettivamente perché, altrimenti, tutte le citazioni ancora oggi ricorrenti, i discorsi e le cerimonie commemorative non avrebbero alcun senso. I giovani, giustamente, non riescono a comprendere perché chi parla ancora oggi di quel 9 maggio del 1978 cerchi di trasmettere la consapevolezza di un accadimento unico, di un taglio nel tempo; un omicidio politico che segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. 

 Per le investigazioni nei casi di omicidio esistono particolari protocolli che contemplano l’indagine sul territorio e l’indagine scientifica che tiene conto di ogni minimo dettaglio presente sulla scena del crimine. Se questo protocollo, che per la verità non sempre viene osservato, fosse stato applicato anche solo parzialmente al padre di tutti gli omicidi, quello del presidente Aldo Moro, oggi forse non saremmo ancora così lontani da tutte (non da una soltanto) le verità. Trascurando la risposta alla domanda di rito ‘chi ha ucciso materialmente’ Moro, domanda per la quale forse non ci sarà mai la risposta certa, a tutt’oggi ignoriamo ancora troppo: dove è avvenuto l’omicidio, quando esattamente, come e soprattutto perché. Ma fortunatamente ci sono i giornalisti investigativi coraggiosi e soprattutto pazienti, come l’autore di questo libro, che pur non avendo accesso agli strumenti in dotazione alle forze dell’ordine, si prefiggono di arrivare alla verità e spesso ci si avvicinano di molto, se non addirittura la raggiungono. Il metodo investigativo adottato da Paolo Cucchiarelli è quello del confronto e dell’incrocio dei dati reperiti attraverso gli atti di indagine dei vari procedimenti arrivati in tribunale, le testimonianze dei brigatisti e di chiunque, a qualsiasi titolo, fosse al corrente dei fatti, gli scritti e i documenti di chi c’era: politici, soprattutto, ma anche testimoni. A questo lavoro da formichina va aggiunto il supporto della documentazione fotografica, in molti casi assolutamente inedita.

I cinquantacinque giorni intercorsi fra la strage di via Fani e il rinvenimento del cadavere di Moro nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani furono uno dei momenti più pericolosi per la tenuta della democrazia. E, in questo, il lavoro di Paolo Cucchiarelli è tanto più prezioso in quanto lascia intravedere un morbo che ha appestato il nostro ordinamento. Un morbo che potrebbe ripresentarsi e che quindi deve essere riconoscibile. Sul caso Moro si è scritto molto. Molti dettagli – sempre grazie ai giornalisti che si sono impegnati per la ricerca della verità, fra cui meritano di essere citati Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, autori del saggio Complici: il patto segreto fra DC e BR – sono venuti alla luce malgrado l’ostinata determinazione a impedire il raggiungimento della verità da parte di certi apparati dello Stato. Eppure a oggi mancano ancora molti collegamenti fra i vari elementi che diano una visione d’insieme all’intera vicenda.  Collegare il maggior numero possibile di punti, per dare una spiegazione convincente sul come Aldo Moro è stato ucciso, sul dove e sul quando, è ciò che si è prefisso l’Autore a cui si devono nuove scoperte, libere finalmente dai depistaggi e dalle convinzioni maturate nel Paese sulla base di quanto veniva fatto trapelare nei giorni del sequestro, attraverso le griglie di quella poderosa diga di sbarramento contro  la verità che fu il Comitato di Crisi. Voluto dal trio Andreotti, Cossiga, Lettieri,  che agirono sotto il controllo di Steve Pieczenik, “l’Amerikano” a cui si deve  l’allestimento della trappola che portò al tragico epilogo,  in cui alla fine caddero tutti, anche le stesse Brigate Rosse, il Comitato ebbe un solo compito: impedire che Aldo Moro sopravvivesse al sequestro.

Proprio all’”Amerikano” questo libro dedica un corposo capitolo che apre una finestra sui nostri rapporti con gli Usa e sulla pericolosità della condizione di  “sudditanza” verso cui vorrebbe spingerci anche oggi chi ci governa. E poiché la memoria del passato è fondamentale per una nazione che vorrebbe crescere libera e mantenersi compiutamente democratica, la lettura di questo saggio dovrebbe diventare materia fondamentale di studio. Ma a parte le considerazioni di carattere politico, sono molte le novità introdotte da questa inchiesta. Anzitutto le condizioni in cui fu rinvenuto il cadavere di Moro dentro la Renault: posizione del tronco e degli arti; condizione degli abiti; sabbia rinvenuta nei risvolti dei pantaloni e assenza di fori nella coperta posata sopra il cadavere; testimonianza dell’artificiere Vitantonio Raso che alle, alle 11 del mattino del 9 maggio aprì la Renault rossa e, spostato il cadavere di Moro, scoprì che il sangue sottostante era ancora fresco: tutti dettagli che smentiscono le versioni fornite dai brigatisti e messe agli atti. E poi: i retroscena del falso comunicato n.7 e delle ricerche al lago della Duchessa; i fori, il sangue sul tettuccio;  il pollice destro di Moro trapassato da un proiettile; le menzogne istituzionali circa l’orario del rinvenimento del cadavere e moltissimi altri dettagli, fin qui trascurati se non addirittura negati, che concorrono a una ricostruzione logica degli eventi.  Ma perché si volle a tutti i costi la morte di Aldo Moro, anche contro la volontà del papa, all’epoca Paolo VI, che si era attivato per ottenerne il riscatto?

Una spiegazione l’ha data lo stesso Steve Pieczenik, il consulente della CIA inviato in Italia per pilotare la crisi, nel corso di una lunga intervista televisiva rilasciata al giornalista Giovanni Minoli. Vale la pena di riportarla per intero perché è, allo stesso tempo, illuminante e agghiacciante. «No non ero favorevole all’iniziativa del Vaticano volta a trarre fuori dal sequestro Aldo Moro attraverso il riscatto; fui proprio io a bocciarla. In quel momento stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Le ripeto il punto non era Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate Rosse e la destabilizzazione delle BR in Italia. L’obiettivo di Moro era restare vivo e a questo scopo era pronto a minacciare lo Stato il suo stesso partito e i suoi stessi amici. Quando mi resi conto, dissi: “nel quadro di questa crisi quest’uomo si sta trasformando in un peso.  […] Si ho detto io a Cossiga di screditare la posta in gioco e cioè l’ostaggio.»

Un gioco che riuscì benissimo passando ai media notizie secondo le quali l’uomo che traspariva dalle lettere non era più Aldo Moro. Che l’ostaggio non era in sé. «D’altronde erano tutti convinti che se i comunisti fossero arrivati al potere e la Dc avesse perso si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero più controllato la situazione; gli USA avevano un preciso interesse per quanto riguardava la sicurezza nazionale soprattutto nell’Europa del Sud. Mi dicevo “di cosa ho bisogno”? Qual è il centro di gravità che al di là di tutto sarebbe stato necessario per evitare di destabilizzare l’Italia? A mio giudizio quel centro di gravità si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro“».

E così Moro fu sacrificato. Non tanto per timore dell’avvento dei comunisti al potere come è stato fatto credere ai cittadini, ma perché  una volta che fossero arrivati al governo dopo aver vinto le elezioni, Aldo Moro avrebbe preteso per loro, da tutto il parlamento,  il pieno rispetto pieno delle regole democratiche. Una grande inchiesta, questa, che non solo mette in fila tutti gli indizi ma che analizza le dichiarazioni rilasciate nel corso di 38 anni da tutti i protagonisti e dai personaggi a vario titolo coinvolti. Il tutto legato da uno stile semplice e asciutto che fa di questo poderoso saggio  un romanzo. Il romanzo nerissimo della Prima Repubblica.

Paolo Cucchiarelli

MORTE DI UN PRESIDENTE. Quello che né lo Stato né le BR hanno mai raccontato sulla prigionia e l’assassinio di Aldo Moro

Ponte alle Grazie, 430 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

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IN MISSIONE. Agente Kasper. Una vita sotto copertura

02-in-missioneIncipit: “Once a spy, always a spy. Roma, oggi. Sono sul posto con largo anticipo, come sempre. Un’auto viene verso di me, accosta, io osservo prima il guidatore e poi l’uomo accanto a lui. Faccio un passo indietro, scendono, continuo a studiarli, nessun pericolo, abbasso la guardia. Controllo l’ora un’altra volta, è ancora presto e mi torna in mente una scena di Eyes wide shut. Tom Cruise, medico, incontra un suo vecchio compagno di università che ha lasciato la facoltà di Medicina e ora fa il cantante di pianobar. «Ma tu invece cosa fai?» chiede a Cruise. «Once a doctor, always a doctor» è la sua risposta. Io, mio malgrado, potrei rispondere la stessa cosa: «Once a spy, always a spy». Per tre decenni non ho fatto altro che analizzare preventivamente il terreno di gioco, pianificare le mie mosse, studiare e anticipare quelle dell’avversario, da sempre pronto ad affrontare un potenziale nemico forse meglio armato ma difficilmente più addestrato. Il mio fuoristrada e il mio kit standard sono li a ricordarmelo: la speciale mazza sempre a portata di mano per sfondare il vetro e mettersi in salvo in caso di emergenza, il ‘tiro’ di corda con l’attrezzatura da arrampicata, il paracadute ellittico Katana da 180 piedi nella borsa (capsula barometrica spenta e spinotti al loro posto) e altri strumenti del mestiere infilati in un vecchio zaino israeliano. Questo sono io. Con la mia abitudine a controllare continuamente gli specchietti, a stare allerta quando una moto con due passeggeri nascosti dal casco mi affianca per superarmi, a individuare una possibile via di fuga da un negozio anche se sto entrando per comprare il regalo di anniversario per mia moglie o quello di compleanno per la mia bambina: sono il prodotto di quello che mi hanno insegnato. Anche il mio è un mestiere, benché sia più difficile da spiegare, seduti a cena, in compagnia di amici. Mentre aspetto, seziono con lo sguardo il marciapiede in cerca di qualcosa fuori posto: visi e movimenti sospetti, scooter col motore acceso. Mi chiedo se sono troppo paranoico ma, contemporaneamente, mi scorrono in sequenza davanti agli occhi le facce dei nemici che mi sono fatto negli anni”.

Torna in libreria l’agente Kasper, al secolo Vincenzo Fenili, ex carabiniere dei Ros, ex pilota dell’Ata, ex agente del Sismi e uomo dell’intelligence italiana, impegnato in missioni internazionali in tutti i punti caldi del pianeta.Dopo il successo di Supernotes, il best seller scritto a quattro mani con il giornalista Luigi Carletti di “Repubblica” e “l’Espresso”, in cui ha riversato il resoconto di una missione in Cambogia degna di Urla del silenzio, propone in questo libro un ampio florilegio di avventure spionistiche, questa volta però raccontate in prima persona, con nome e cognome anche se lo stile fluido da vero professionista della narrazione lascia sospettare che dietro alle pagine si nasconda un ghost writer di valore. Fenili è stato indubitabilmente quello che si definisce ‘un infiltrato’ e le cose che racconta, i luoghi che descrive, le situazioni, i personaggi appartengono alla realtà e meritano approfondimenti da parte di chi si legge. Di quasi tutte le  sue operazioni, come, per esempio, quella fra i narcos sudamericani dal nome in codice ‘Pilota’, esistono fascicoli sia negli archivi di Forte Braschi sia presso le procure.

Ma è davvero come narra lui che si comportano gli 007 di casa nostra? La domanda non banale perché se la risposta è sì, gli italiani hanno più di un motivo per preoccuparsi. E la motivazione la dà lo stesso Fenili: «E se a forza di stare con loro fossi diventato anch’io un criminale? Dov’è il confine? Non te lo spiega nessuno, lo devi scoprire da solo. Poi un giorno può arrivare un magistrato a decidere che quel limite l’hai oltrepassato.» Parole che riecheggiano quelle di Joseph Pistone, ex agente dell’F.B.I. che nel 1976 riuscì a infiltrarsi all’interno di una cosca newyorkese di Cosa nostra, pronunciate nel film ‘Donnie Brasco’, imperniato sulla sua figura. Alla moglie Maggie che lo accusava di essere sul punto di diventare tale e quale ai mafiosi che doveva spiare, Donnie rispose: «Darling, io non sto diventando come loro. Io sono uno di loro.»

Già, dov’è il confine di cui parla Kasper? Terroristi fra i terroristi? Narcotrafficanti nella Jungla colombiana? Gladiatori per le forze Nato, con tutto l’ambaradam di fantasmi feroci che quest’etichetta evoca?  Dove sta la verità vera su chi siano davvero i nostri agenti operativi e dove, invece, la voglia di stupire di Carletti? Per farsi un’idea non resta che leggere questo docu-romanzo che, al di là del valore storico dei fatti che narra, ha un grandissimo pregio: quello di far realmente viaggiare i lettori in luoghi lontanissimi, descritti in modo così efficace che le parole arrivano a tutti e cinque i sensi.

Vincenzo Fenili

IN MISSIONE. Agente Kasper. Una vita sotto copertura

Chiarelettere, 292 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9.99

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IL CALIFFATO NERO. Le origini dell’Isis, il nuovo Medio Oriente, i rischi per l’Occidente

03-il-califfato-neroIncipit: Introduzione. L’Isis e il grande mosaico del medio Oriente. “Questo libro è costruito per vari tasselli, che compongono un unico e complesso mosaico che si chiama Medio Oriente. Abbiamo cercato di completare questo intricatissimo puzzle per comprendere non solo la nascita e le origini del cosiddetto califfato Nero, che è l’argomento centrale di questo libro, ma anche per andare oltre l’universo jihadista. Solo così si può inquadrare questa nuova forza del terrore, che si fa chiamare Stato e sta travolgendo l’Islam, e che costituisce una seria minaccia per tutto il mondo occidentale. Bisogna farlo guardando lo scacchiere mediorientale nella sua interezza. Esiste oggi una galassia jihadista in continua evoluzione, che si trasforma non solo per ridisegnare la geografia mediorientale, ma che soprattutto vuole assoggettare, in nome di una versione violenta e intollerante della Sharia (la legge islamica) tutti gli infedeli. Al centro di questa galassia c’è oggi l’Isis, un gruppo estremista armato, fino al 2014 poco noto al mondo, che si sta muovendo velocemente fra l’Iraq e la Siria, e che controlla, anche per vie indirette e con efficienza e violenza estrema , vaste zone geografiche”.

L’argomento è di quelli che tolgono il sonno.  Anche se, grazie a un’azione militare congiunta, le forze dell’Isis hanno cominciato a ripiegare, liberando vaste aree prima occupate, la forza distruttiva del califfato fa ancora paura e non deve essere sottovalutata. Il ricordo del sangue sulla spiaggia dopo le esecuzioni capitali di 21 copti e le urla del pilota arso vivo sono un ricordo troppo recente, un ricordo che fa male perché riporta alla memoria una barbarie che credevamo lontana nei secoli e lontana nello spazio. E invece è arrivata a pochissimi chilometri da noi. Anzi, è fra noi e di tanto in tanto si manifesta con atti di terrorismo, come quelli parigini, che colpiscono persone inermi nelle città mentre sono intente alle loro faccende. Maestri nella messa in scena del terrore che poi diffondono capillarmente attraverso video ripresi dai media e fatti rimbalzare in tutto il mondo tramite i social, i combattenti dell’Isis sembrano invincibili, impotenti, capaci di riprodursi e diffondersi come le cellule maligne di un cancro. Ma forse non è esattamente così. Perché se Dio o, meglio, Allah, fornisce loro la giustificazione aberrante della ferocia, è il web a farli potenti, sicuramente più di quanto non siano e quindi a moltiplicarne le possibilità di proselitismo per conquistare le coscienze e trasformare giovani delusi dall’Occidente, spesso arrabbiati, in potenziali jihadisti.

Ma dove affondano le radici dell’odio? Che cos’è in realtà il califfato? Qual è la sua struttura di base? Quali sono i suoi obiettivi? Perché l’idea di farsi esplodere per ammazzare persone inermi è tanto seducente per i giovani islamici, maschi e femmine? E poi, da dove è partita l’idea di assoggettare l’Occidente a un’intransigenza mortale? A rispondere in modo preciso e compiuto a queste domande sono due grandi esperti del fenomeno: Jack Caravelli , ex agente della Cia oggi analista esperto in questioni mediorientali e Jordan Foresi, corrispondente da New York di Sky TG 24. Dalla loro collaborazione sono scaturite pagine davvero illuminanti che tracciano la storia del califfato partendo da qualche decennio fa: Siria, Libia, Egitto, Iran …di ogni paese tracciano mappe geopolitiche precise mettendo in luce i conflitti religiosi, sociali e tribali sfociati nella costruzione di Daesh: il sedicente Stato islamico. In questo quadro trova posto la valutazione davvero obiettiva e cruda delle vulnerabilità dell’Occidente, soprattutto l’Europa e gli Usa, gli sforzi fin qui compiuti per contrastare il terrorismo, le manchevolezze, i tentennamenti delle potenze di tutto il mondo e le possibilità di trovare soluzioni condivise che siano davvero efficaci. Una lettura davvero molto interessante, anche se a tratti non facile per le troppe nozioni concentrate, per i fatti incalzanti e riportati quasi senza respiro.

Jack Caravelli, Jordan Foresi

IL CALIFFATO NERO. Le origini dell’Isis, il nuovo Medio Oriente, i rischi per l’Occidente

Nutrimenti, 190 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 7,99

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AL POSTO SBAGLIATO. Storie di bambini vittime di mafia

04-al-posto-sbagliatoIncipit: dalla prefazione di Luigi Ciotti: Senza parole. Così restiamo quando la realtà è tanto terribile da non poter essere commentata o anche solo raccontata. Quando i fatti sembrano indicibili, e inesprimibile l’orrore che suscitano. Invece mai, come in quei momenti, di fronte a quel disorientamento, abbiamo il dovere di trovarle, le parole. Non parole al vento però, ma quelle dell’indignazione facile, della commozione senza conseguenze. Ci servono invece parole autentiche: misurate ma ferme, inequivocabili, capaci di mordere le coscienze, e di esprimere a un tempo il dolore, la compassione, la condanna, ma sempre anche la speranza. Sono le parole che ha cercato Bruno Palermo, per questo libro così difficile da scrivere e persino da immaginare. Un libro che raccoglie 108 storie di bambini e adolescenti uccisi dalla violenza mafiosa, in Italia, dalla fine dell’Ottocento a oggi. L’autore ha saputo raccontarcele senza fare sconti al dramma, eppure con grande delicatezza, nel rispetto del dolore delle famiglie e del ricordo delle giovanissime vittime, di cui – è questo a mio avviso uno dei pregi del libro – apprendiamo non solo le circostanze tragiche della morte, ma anche i dettagli che ne hanno reso unica la vita: una passione, un’aspirazione, un tratto speciale del carattere, per quanto acerbo”.

 Introduzione: «Non c’è un posto sbagliato, non c’è un momento sbagliato, semplicemente perché non esiste un luogo sbagliato per una vittima innocente. Al posto sbagliato, al momento sbagliato ci sono sempre e comunque gli assassini, i mafiosi, i criminali». È questa la grande lezione di vita di Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, genitori di Domenico «Dodò», ferito a morte da colpi di lupara alla periferia di Crotone il 25 giugno 2009 e morto il 20 settembre successivo, senza aver mai ripreso conoscenza. Da qui prende le mosse questo lavoro, da Crotone, da una delle tante periferie del mondo, da una storia che diventa simbolo e assume i connotati di universalità proprio perché a essere colpito è un bambino di undici anni in uno degli atti per lui più naturali, giocare al pallone. Giovanni Gabriele queste parole le pronuncia ai coetanei di Domenico, gli alunni delle scuole di tutta Italia, ogni volta che ne ha l’occasione. E sono tutti lì, con gli occhi spalancati, attenti ad ascoltarlo. E mentre anch’io ascolto Giovanni, mi vengono in mente  i numerosi articoli, i servizi televisivi e i libri che ho letto sulle vittime innocenti di tutte le mafie. Ripenso a quante volte ho letto: «Colpevole solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato». Una frase sovente usata sia per gli adulti che per i bambini rimasti uccisi in agguati di mafia. Spesso non riflettiamo abbastanza, per fretta o perché sembra sia normale scrivere «al posto sbagliato nel momento sbagliato», e negli articoli di cronaca noi giornalisti finiamo col ripetere parole e luoghi comuni. A chi scrive appaiono innocue righe di un giornale, aiuto alla descrizione del pezzo di cronaca, ma, come dimostrano i familiari delle vittime innocenti di mafia, non è così.

La mafia non tocca le donne e non ammazza le creature.” Bugia! Le mafie non hanno mai badato ai dati anagrafici quando si è trattato di ammazzare, anzi! Basta pensare alla fine orrenda di Giuseppe Di Matteo, figlio del mafioso Santino Di Matteo. Giuseppe fu rapito per ordine di Giovanni Brusca quando aveva dodici anni e poi fu strangolato e sciolto nell’acido nitrico per una sorta di vendetta trasversale nei confronti di suo padre divenuto collaborante di giustizia. Dunque, siamo davanti a uno dei tanti falsi miti che vorrebbero intingere nell’acqua santa le mafie, tutte, non solo Cosa nostra.  In questo libro del giornalista crotonese Bruno Palermo ci sono le storie agghiaccianti di 108 creature massacrate, non importa se volutamente o per errore, dai gruppi di fuoco, dalle paranze della criminalità. Piccole vite che raramente hanno avuto più di poche righe in cronaca e il cui ricordo si è perso quasi subito. In questo Spoon river fitto di croci, le vittime più grandi hanno diciassette anni. Le più piccole sono in fasce. L’elenco parte dal lontano 1896 con Emanuela Sansone, 17 anni,  uccisa da una scarica di pallettoni dentro al negozio dei genitori mentre intrattiene i fratellini. A seguire, in ordine cronologico, Calcedonio Catalano, 13 anni e Angela Talluto, un anno: sono stati massacrati nel secondo dopoguerra dagli uomini di Salvatore Giuliano. E, via via, Vincenza La Fata 8 anni, Serafino Lascari 15 anni, Giuseppe Letizia, 13 anni avvelenato nel 1948 per aver assistito all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Poi, Vito Guarino, 3 anni, assassinato nel 1948, nel corso di un assalto alla sua casa, insieme al padre e a un amico di famiglia; Domenica Zucco, assassinata a 3 anni nel corso di un agguato mafioso contro il padre.  Anna Prestigiacomo, 13 anni, assassinata dal vicino di casa per una ritorsione contro il padre sospettato di essere confidente dei carabinieri. Il libro prosegue il suo atroce elenco di vite estirpare arrivando fino ai giorni nostri con le storie di Nicola (Cocò) Campolongo, Nicola Petruzzelli e Ida Castelluccio.

A Cocò, nei suoi tre anni di vita, «è stato fatto passare davanti agli occhi di tutto.» scrive l’autore. «La droga, i tossici, le forze dell’ordine che portano via in piena notte mamma e papà, le toghe dei giudici e degli avvocati e persino le sbarre del carcere e quelle della cella di sicurezza dell’aula bunker. Anzi Cocò c’è pure cresciuto per un breve periodo in carcere.» A Cocò è stata riservata la sorte dei mafiosi traditori. Usato come scudo dal nonno che sapeva di essere nel mirino di una cosca per una partita di droga non pagata, è stato assassinato a colpi di pistola insieme alla giovane fidanzata dell’uomo, a sua volta vittima innocente, e poi bruciato. Nicola Petruzzelli, due anni, muore ‘mitragliato’ dentro l’auto con sua madre e il compagno di lei. Ida Castelluccio è invece la madre di una bimba non nata che muore con lei nel corso dell’agguato contro il padre Nino D’Agostino, un poliziotto molto speciale, colpevole di sapere troppo sull’attentato dell’Addaura contro il giudice Giovanni Falcone. Sono pagine scritte con la prosa asciutta ed essenziale del giornalista, che va dritto ai fatti, e proprio per questo risultano strazianti.

Bruno Palermo

AL POSTO SBAGLIATO. Storie di bambini vittime di mafia

Rubbettino, 191 pagine, € 11,90  anziché 14,00 su internetbookshop

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MAI AVERE PAURA. Vita di un legionario non pentito

05-mai-avere-pauraIncipit: “Questo libro: Nome in codice Pedro Perrini. Sono un legionario e il mio mestiere è fare la guerra. Sono entrato nella Legione straniera nel 1994. Avevo trentasette anni ed ero arrivato a un punto di non ritorno. La faccenda è stata piuttosto rapida. Si è svolta nel giro di pochi minuti, in una stanzetta spoglia, due sedie e una scrivania. Il caporal-chef ha scribacchiato qualcosa su un modulo, poi ha alzato lo sguardo, mi ha fissato negli occhi e ha annunciato la mia nuova identità: «Perrini Pedro, nato a Roma, classe 1957, stato civile celibe». I vecchi documenti ormai non servivano più. Me li hanno tolti e li hanno messi sottochiave. Poco importava che fossi sposato, avessi una casa e due figli: improvvisamente risultavo libero, la mia vita precedente era stata completamente annullata. Era bastato un colpo di penna. Ciò che ero non esisteva più, ciò che possedevo aveva smesso di appartenermi. Ero un legionario, un uomo senza nome, questo doveva bastare. Negli anni successivi ho inseguito a lungo l’idea della morte. L’ho corteggiata dal Camerun a Gibuti, alla Repubblica Centrafricana. Non tutto quello che ho visto potrà essere raccontato, ci sono cose che non devono essere dette, per rispetto, per pudore e per scelta. Quelle, statene certi, le terrò per me. Per ora vi basti sapere questo: Perrini Pedro non era un romantico in cerca d’avventura, Perrini Pedro era un aspirante suicida. Aveva le sue ragioni, ovviamente, ma di queste parleremo più avanti. In questo libro vi racconterò cosa significa essere un legionario. Cosa significa oggi e cosa significava quando ho avuto l’onore di diventarlo. È una storia lunga e movimentata. Ma prima di cominciare devo fare una fondamentale premessa: portare il képi blanc, il tipico copricapo del Corpo, non è come indossare un berretto da baseball”.

 Ecco la guerra vista dalla parte dei cattivi, di chi la fa per scelta, non per dovere, ma per scappare dalla vita dei ‘buoni’ che lo ha tradito. Una scelta che significa vivere sospesi, talvolta precipitando fino nel fondo dell’inferno, rispettando le regole del male, che sono spesso più dure e più rigide di quelle del bene. Una fuga, una nuova esistenza, una rinascita che spesso significa morire di nuovo e per davvero: tutto quello che viene narrato in queste pagine è vita vissuta. Una vita spericolata, con la morte sempre appollaiata sulle spalle, e, contrariamente a quello che si crede, del tutto priva di quel romanticismo fasullo spacciato dalla letteratura e dai film. Messa a nudo in queste pagine, questa vita fa però capire oggi, mentre divampano un po’ dovunque focolai, cosa sia veramente la guerra fatta dai professionisti: legionari o contractor, fatta per conto di una potenza straniera che paga lauti stipendi ma per la quale si è solo nomi e numeri. E cosa voglia dire uccidere e morire senza uno straccio di ideale.

Danilo Pagliaro, il legionario che si è arruolato nella Legione straniera, protagonista e autore di questo libro, ha deciso di raccontare  in prima persona, con l’aiuto di un grande giornalista come Andrea Sceresini, la sua avventura col kepì. La sua non è però la storia di un soldato pentito o di un killer alla ricerca di un nuovo perdono. E’ l’approdo a una scelta estrema e sofferta fatta da un uomo, sposato con figli, che a un certo punto della vita ha deciso di buttarsi in un’avventura estrema per dare un nuovo senso alla propria esistenza. Dopo l’arruolamento presso la sede di Aubagne, nella Francia meridionale, e l’addio alla propria identità, per il legionario Perrini è l’inizio di un percorso che lo porterà a combattere soprattutto in Africa, là dove rivoluzioni e crisi internazionali richiedono l’impiego di forze militari perfettamente  addestrate. Pagliaro alias Perrini, dopo l’addestramento viene impiegato in operazioni di assalto e di difesa, in corpo a corpo, in cecchinaggio di medio e lungo raggio. Impara a conoscere e a usare ogni tipo di arma, dalle mitragliatrici ai fucili d’assalto. Impara a rispettare le regole e a ubbidire senza fiatare agli ordini dei superiori. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, in queste pagine non c’è traccia di fanatismo. Non ci sono momenti eroici e sacrifici inutili: la vita del legionario non ammette protagonismi ed esibizionismi ed è ben diversa dall’immaginario di coloro che amano la guerra per sé stessa e credono al mito romantico dell’eroe pronto a tutto. Il valore del racconto sta, oltre che nella godibilità della narrazione, nel fatto che apre una finestra su un mondo sconosciuto a chi non ne ha fatto parte. Infatti è la prima testimonianza di un legionario in servizio che sfata molti miti e lascia intuire cosa si provi a trovarsi di fronte un uomo a cui bisogna sparare per non essere uccisi. Naturalmente la lettura è sconsigliata ai pacifisti.

Danilo Pagliaro con Andrea Sceresini

MAI AVERE PAURA. Vita di un legionario non pentito

Chiarelettere, 218 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

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BUCHENWALD. Una storia da scoprire

06-buchenwaldIncipit: dalla prefazione di Dario Venegoni: “Gilberto Salmoni, deportato da ragazzo a Buchenwald insieme al fratello maggiore, torna sulla sua esperienza nel lager a distanza di dieci anni dal suo precedente libro di memorie ”Una storia nella storia” a cura di Anna Maria Ori. In questo nuovo lavoro, accanto ai ricordi personali si trovano – chiaramente distinguibili nel testo ­- documenti e informazioni su Buchenwald, di cui l’autore ha preso contezza solo in seguito, raccolti in un capitolo dal titolo significativo: luoghi che non avevo visto, fatti che non conoscevo. Il campo era immenso, popolato in certi periodi da decine di migliaia di prigionieri deportati da ogni angolo d’Europa, e necessariamente ciascuno aveva una visione della vita nel lager limitata al proprio ambiente, alla propria baracca, al proprio “commando” di lavoro”.

 Premessa personale: “Dal 17 aprile 1944 all’11 aprile 1945 ho trascorso un periodo di prigionia in quattro carceri italiane, poi nel campo di smistamento (Durchgangslager) di Fossoli e, infine, insieme a mio fratello maggiore Renato, nel canpo di concentramento di Buchenwald, presso Weimar. La mia famiglia, composta da mio padre Gino, mia madre Vittorina, mio fratello maggiore Renato, mia sorella Dora e me, era stata catturata al confine svizzero in alta montagna, assieme a due montanari del posto che ci avevano guidato in un lungo cammino notturno, ostacolato da una forte nevicata. Era il 17 aprile 1944″.

Arrivato in libreria proprio il 27 gennaio, giorno della memoria, quest’opera non è il solito libro del ricordo scritto in modo accattivante per coinvolgere, commuovere, incuriosire chi oggi pensa a quella immensa tragedia che fu il nazifascismo, con le deportazioni e i lager, come a qualcosa di molto lontano nel tempo: una storia che appartiene solo agli ebrei, gli unici interessati a custodire la memoria della Shoah. Niente di più sbagliato. Furono più di sei milioni gli ebrei sterminati per conto dell’ometto con i baffi in preda a deliri paranoidi. Ma al numero bisogna aggiungere qualche altro milione di individui fra cui gli italiani antifascisti, gli oppositori provenienti da tutti i paesi occupati, gli omosessuali, i malati di mente, i disabili, gli zingari. Un vero genocidio che riguarda e riguarderà per sempre l’umanità intera, a cominciare dalle popolazioni che subirono le deportazioni.

«In epoca ormai lontana (1944-45) ho passato diversi mesi di prigionia a Buchenwald, assieme a mio fratello maggiore Renato. Un’esperienza che ho raccontato in Una storia nella storia (Fratelli Frilli Editori, 2012).» scrive l’autore. «Dietro insistente invito della Fondazione che cura la memoria di quel Lager sono tornato due volte a Buchenwald e nella vicina Weimar, e mi si è destata la curiosità di approfondirne la storia. Occupandomi, negli ultimi quindici anni dell’Associazione Ex Deportati italiani (ANED), visitando altri lager nazisti e chiacchierando con gli ormai pochi sopravvissuti, mi sono reso conto che il campo di Buchenwald, pur avendo non pochi aspetti comuni con gli altri lager, presentava molte particolarità che hanno destato il mio interesse. Questo mi ha incuriosito e mi ha portato ad approfondire. Ne è risultato che, a parte episodi singoli, la particolarità attraversava tutto il periodo di vita e l’intera storia del lager. Si tratta appunto di una storia tutta da scoprire.»

E questa storia è così sorprendente che preferiamo non anticipare nulla. L’autore aveva sedici anni quando venne catturato e internato. Era  sano e forte, abile al lavoro, cosa che gi permise di sopravvivere fino ad accogliere i liberatori americani entrati nel campo l’11 aprile 1945. Meno di 150 pagine, ma dense e pesanti, scritte con distacco e senza alcun tentativo di mitigarne l’orrore. Gilberto Salmoni, riga dopo riga, parla con lucida freddezza di tutto quello che ha vissuto in un anno per lui, allora adolescente, lungo come un’intera esistenza. E lo fa, a differenza di suo fratello Renato, morto nel 1993 senza mai rompere il silenzio su quei giorni, con il proposito di rivelare un segreto del quale solo pochi erano a conoscenza ma che, in quell’inferno, per moltissimi ha fatto la differenza fra la vita e la morte.

Gilberto Salmoni

BUCHENWALD. Una storia da scoprire

Fratelli Frilli editori, 144 pagine, € 8,92 anziché 10,50 su internetbookshop

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LA TEMPESTA DI SASA’

07-la-tempesta-di-sasaIncipit. Prologo: “E adesso? È stata Monica a vederli arrivare dalla finestra. Adesso cosa succede? Che cosa mi aspetta? «Uscite! Mani in alto!» Dove si va, da qui? Da questa sala d’aspetto enorme, piena di gente che va avanti e indietro? Ho fatto appena in tempo a togliere la carta d’identità dalla sua custodia di plastica, strappare la foto, e ingoiare il resto. Sì, ingoiare. In Spagna se ti beccano con i documenti falsi sono anni di carcere in più. Meglio mangiare un po’ di cellulosa. Questo posto ha un’aria così familiare. Un luogo di attesa, dove le vite passano in fretta. Mi guardo intorno e quasi mi sembra di poter sentire gli annunci: arrivi, partenze. Come se stessi aspettando l’ennesimo treno, per l’ennesima fuga. Sono uscito di casa con le mani in alto. Ho percepito l’angoscia di Monica alle mie spalle. Era tutto finito. Sembra la sala d’aspetto di una stazione, invece è quella di un carcere. La matricola. «Salvatore Striano, lei è in arresto.» E ora eccomi qui seduto, ad aspettare il mio destino. Dove mi porterà? Da quale terra di errori arriva, e verso quale altro buio va? Verso quale altro Male?”.

Chi ha visto e apprezzato il bellissimo film del 2012 Cesare deve morire, diretto dai fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’oro di Berlino e di molti altri premi fra cui il David di Donatello e il Nastro d’argento, si berrà letteralmente questo libro che per molti versi ne costituisce il backstage anche se narra le operazioni di allestimento dietro le sbarre, con i carcerati come attori, di un’opera di Shakespeare diversa: non La tempesta di cui tratta il libro, bensì il  Giulio Cesare. Il cast del film è costituito dagli stessi personaggi che sono protagonisti di queste pagine: tutti i detenuti della sezione di ‘alta pericolosità’ del carcere di Rebibbia che avevano accettato di entrare a far parte del gruppo teatrale, mostrando di possedere un minimo di talento per la recitazione: assassini, mafiosi, camorristi… vite a perdere, alle quali un giorno viene offerto un motivo per tornare a sentirsi uomini e  protagonisti della propria esistenza, sia pure nella bolla di un sogno: quella della recitazione. Fra quegli uomini, che compaiono nel cast con nomi e cognomi veri, gli stessi di cui narra l’autore in questa pagine, c’è anche l’autore del libro: Salvatore ‘Sasà’ Striano, l’ex leader delle Teste Matte, la banda di ragazzini killer che per anni hanno imperversato nei vicoli dei Quartieri spagnoli, a Napoli, spacciando, assaltando negozi, rapinando, scippando Rolex e ammazzando. Il libro, che dà seguito al primo, intitolato appunto Teste matte (Chiarelettere), prende il via dall’arrivo a Rebibbia di Sasà, estradato dalla Spagna che vanta un sistema carcerario più morbido e umano del nostro, ma anche più inflessibile. Quando viene estradato Sasà ha quattordici anni da scontare in Italia con uomini più pericolosi di lui, fra cui ci sono gli stessi camorristi a cui le Teste matte avevano fatto la guerra. Quattordici anni senza più cielo da guardare, né telefonate frequenti alla famiglia. Quattordici anni senza alcun contatto umano con i carcerieri e soprattutto senza le ore d’intimità con la moglie che gli erano state concesse dagli spagnoli. Tutto finito. Il detenuto Striano sta per affogare in una botte di psicofarmaci quando gli viene offerta la possibilità di tornare a vivere dentro altre vite e altri spazi: quelli senza sbarre del palcoscenico.

A Rebibbia, grazie all’iniziativa di un ergastolano, prende vita un gruppo di recitazione eterogeneo e stravagante. Una specie di ‘armata Brancaleone’  formata da uomini duri. Tutti hanno alle spalle storie di sangue. Tutti, dopo molte resistenze, trovano gusto a entrare nei panni dei personaggi, a ridere e a piangere con loro. E Sasà è bravissimo. Un attore nato. Si comincia con qualcosa di molto sentito da tutti, specialmente dai napoletani: L’oro di Napoli, di Eduardo: un successo che suscita l’entusiasmo perfino di Luca De Filippo, che regala alla ‘compagnia’ la sceneggiatura originale di suo padre e gli arredi di scena. Sempre più motivato, il gruppo decide di proseguirei con un’altra commedia, ma questa volta sotto la direzione di un regista vero: Fabio Cavalli, lo stesso a cui si dovrà, anni dopo, la regia teatrale del Giulio Cesare da cui i Taviani hanno tratto il film. Cavalli decide di affrontare  La tempesta di Shakespeare, una delle ultime opere del Bardo, la commedia del tradimento, del perdono e della libertà, piena di allegorie e di riferimenti che ciascuno può adattare a sé, fare propri. Mettere in scena La tempesta è una sfida anche per le compagnie di attori professionisti, figuriamoci per un gruppo di detenuti che non ne vogliono sapere di tradire il loro mito Eduardo. Ma un po’ con le buone e un po’ con le cattive, Cavalli li convince e comincia così, fra gli sfottò a quel ‘Scespìr’, la nuova, grande avventura.

Dovendo scrivere di questo libro ho sentito il bisogno di citare il film perché offre ai lettori la possibilità di vedere in faccia i protagonisti, di entrare a Rebibbia a visitare i luoghi in cui provano, recitano, vivono e poi, quando le luci della ribalta si spengono, si ritrovano soli con la moka, il barattolo del caffè, i pensieri, i rimpianti e le malinconie che non abbandonano mai chi è stato privato della libertà“. Salvatore Sasà Striano, che dal 2006, grazie all’indulto,è un uomo libero, ha riversato il suo invincibile bisogno di riscatto nella recitazione per cui  sembra possedere un grande talento. Oggi è un attore professionista ed è entrato nel cast dello sceneggiato Gomorra. In questo libro, il secondo dopo Le teste matte scritto con lo sceneggiatore napoletano, Guido Lombardi, si rivela  anche un narratore straordinario, capace di tenere il lettore avvinto non solo ai fatti, che si snodano nella quotidianità di Rebibbia, fra copioni da mandare a memoria, viste delle mogli, perquisizioni delle celle, contrasti e ore d’aria,  ma anche alle parole, alle sensazioni, ai pensieri. Un libro assolutamente da leggere.

Salvatore Striano

LA TEMPESTA DI SASA’

Rubbettino, 221 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

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LA CONFRATERNITA DELLE OSSA. La prima indaine di Enrico Radeschi

08-la-confraternita-delle-ossaIncipit: 30 dicembre 2001. “La mano lascia un’impronta rossa sulla pietra nuda. Sangue. L’avvocato Giovanni Sommese, membro di uno degli studi più prestigiosi di Milano, si appoggia a una colonna per non cadere. Gli gira la testa e il dolore è indicibile per via del pugnale conficcato nel ventre. Da piazza del Duomo gli giungono le voci delle persone, ma lui non ha sufficiente fiato in gola per chiedere aiuto. Il grande abete addobbato scintilla nella notte; i turisti lo fotografano e passeggiano estasiati in Galleria Vittorio Emanuele II col naso rivolto all’insù per ammirare gli addobbi della cupola. Il freddo è intenso ma Sommese, ormai, non lo avverte più. Sente la vita correre via”.

Milano è una città antichissima la cui fondazione, a opera degli insubri, risale su per giù al VI secolo avanti Cristo. Logico che sia piena di vestigia del passato remoto e che queste vestigia siano avvolte in un’aura di mistero. Fra le tante, c’è la ‘scrofa lanuta’ o, meglio, semilanuta, l’animale leggendario che sarebbe all’origine del nome stesso della città: Mediolanum, cioè mezza lana. Ma cos’ha a che vedere questa premessa con il romanzo di Paolo Roversi? Molto, moltissimo, perché proprio nell’effige della scrofa semilanuta, raffigurata in un bassorilievo incastonato in cima al capitello di una delle colonne che reggono la volta del porticato in piazza dei Mercanti, si trova la chiave di volta di questo noir che si apre con l’omicidio di un notabile: l’uomo, pugnalato a morte che, non per caso, raccoglie le ultime forze per andare a morire proprio ai piedi di quella colonna.

Ma i luoghi inquietanti di Milano inseriti nel romanzo non finiscono qui. L’apoteosi è costituita dalla chiesetta di San Bernardino alle ossa, situata in Piazza Santo Stefano a due passi da Duomo, un tempo fulcro della devozione di un ordine laico: quello dei Disciplini (o Disciplinati) risalente al 1100 – 1200. I Disciplini erano strani personaggi che giravano coperti da un saio di lana grezza sormontato da un cappuccio chiuso con le sole fessure per gli occhi in stile boia. Portavano un teschio appeso alla cintura e un flagello a tre code con cui facevano penitenza scarnificandosi la schiena durante le processioni mal tollerate, per la verità, dai vescovi di Milano da Sant’Ambrogio in poi. La particolarità della chiesetta di San Bernardino, che oggi chiunque può visitare, è costituita dalla grande cappella sulla destra le cui pareti, gli stipiti e perfino le colonne sono interamente rivestite da ossa umane disposte in modo da formare decorazioni, mentre una folla di teschi, collocati dietro una grata, sembrano accogliere lo sbalordimento dei visitatori con sinistre risate. E poi c’è l’artistica griglia posta sul pavimento davanti all’altare della cappella, che cela dieci gradini al termine dei quali si accede a una cripta che ospita i loculi in cui venivano sistemati i monaci defunti: un luogo dal nome evocativo: putridarium. E qui la storia antica si fonde perfettamente con il romanzo grazie alla magica tastiera di Roversi, che rende tutto credibile nella trasposizione dall’ieri all’oggi.

E’ meglio non anticipare nulla della trama di questo delizioso romanzo che amalgama, con una perfetta alchimia, gli elementi macabri con le vicende quotidiane del protagonista, sempre permeate di una leggera ironia. Per chi ha letto i libri della serie che ha per protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi e i suoi comprimari, dal vicequestore Loris Sebastiani al cane Buk, aggiungeremo soltanto che si tratta della prima avventura, quella che sta a monte e che apre la strada a tutto il filone. Se si è preferito mettere l’accento sulle parti storico-artistiche del romanzo, che, va detto, non hanno mai il sapore della  lezioncina, ma scivolano fra le pagine con incredibile leggerezza, dando preziose e gustose informazioni ai lettori senza quasi farsi notare, è perché costituiscono un grande valore aggiunto a un noir pieno di suspence, di colpi di scena, di mistero ma anche di divertimento. E sfido i non milanesi che lo leggeranno a resistere alla tentazione di un tour deliziosamente macabro nei luoghi descritti.

Paolo Roversi

LA CONFRATERNITA DELLE OSSA. La prima indagine di Enrico Radeschi

Marsilio, 394 pagine, €  15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

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STORIE DI ROCK ITALIANO. Dal boom dei consumi alla crisi economica internazionale

09-storie-di-rock-italianoIncipit: Tra palco e realtà (dalla prefazione di Gaetano Liguori): “Daniele Biacchessi è un giornalista radiofonico, storica la sua presenza a Radio 24. E questo lo sappiamo. E’ un autore di libri-inchiesta sui grandi misteri degli Settanta: Seveso, Ustica, Piazza Fontana, Stazione di Bologna. E questo lo sappiamo. E’ autore e interprete di reading che scavano nella memoria di tanti di noi: da Peppino Impastato alle stragi nazifasciste di S.Anna di Stazzema e Marzabotto. E anche questo si sa. E’ cantore di Fausto e Iaio, due ragazzi dei centri sociali uccisi dai fascisti;  dei partigiani Giovanni Pesce e della moglie Norina e di tanti personaggi che se non fosse per Daniele, e molti altri come lui, passerebbero nel dimenticatoio, cancellati dalla retorica dell’ufficialità perché scomodi. E tutto questo è noto. Ma allora qual è l’aspetto di questo onnivoro e istrionico, ma sempre documentato, giornalista-scrittore-teatrante?”

Storie di rock italiano

“La storia d’Italia, dal boom economico degli anni Sessanta fino ai giorni della crisi economica e finanziaria globale degli anni Duemila, narrata attraverso i linguaggi del rock e della musica di impegno civile. Mi sono detto più volte: manca proprio un libro così nel nostro paese”.

 Storia e musica hanno sempre proceduto insieme. Ogni epoca ha avuto il proprio genere musicale, i propri menestrelli a raccontarla non tanto e non soltanto attraverso gli eventi che più hanno colpito, coinvolto o travolto le masse, ma soprattutto a scandire, con i ritmi e le melodie, l’ésprit du temps, quel sentire collettivo che è proprio di ogni momento e solo di quello. Valga per tutti l’esempio delle canzoni marziali e cupe, chiaramente mascoline accostate alle melense arie frivole e bamboleggianti, studiate per il pubblico femminile che erano in voga nel ventennio fascista. Volendo spiegare il rapporto fra la musica e i comportamenti umani scaturiti dai valori, dagli usi e dalle credenze dei popoli in determinati periodi storici, bisogna risalire alle radici dell’antropologia musicale secondo cui la musica non ne sarebbe altro che il prodotto. Dunque studiando la storia non si può prescindere da quello che si suonava e cantava anzi, è stato proprio quello che si suonava e si cantava a scandirne i vari passaggi. Ne è convinto l’autore, Daniele Biacchessi, critico musicale negli anni che contavano, quelli in cui si sono avvicendati fenomeni di che hanno graffiato veramente la memoria collettiva. Diventato successivamente un grande giornalista e uno scrittore per il quale oggi la musica rimane una passione immensa, ha aperto, con questo libro, «lo scrigno della memoria» tessendo un racconto storico musicale che racconta l’Italia dagli anni del boom,  beatamente felici sotto il profilo artistico, fino ai nostri giorni, piuttosto grigi e tristi non per mancanza di genialità musicale, ma per la scarsa attenzione che il pubblico riserva alla vera qualità.

C’è tutto in queste 191 pagine fitte fitte. C’è, come si è detto «L’Italia del boom economico, dove, dopo la ricostruzione del dopoguerra, tutto riparte, si riproduce, si consuma, corre in fretta». E’ un’Italia, quella, che ha voglia di vivere e di sperimentare, ma anche di ribellarsi agli schemi ingessati e bigotti del decennio precedente: i primi capelloni, i beat, il giornale “La Zanzara” del liceo milanese Parini i cui redattori furono incriminati e rinviati a giudizio per un’innocente inchiesta sulla sessualità delle ragazze minorenni. E ci sono i juke box  in tutti i bar che vomitano canzoni che fanno ballare, mentre ai primi concerti le ragazzine si strappano i capelli e svengono per gli artisti che si avvicendano sul palco. I Beatles, anzitutto.

Ma la musica scorre su un Paese per nulla tranquillo e pacificato. L’incubo della guerra è finito ma l’Italia è in macerie e il sogno di ripartire si scontra, nel delicato passaggio dal regime alla democrazia, con i fascisti riciclati nel nuovo ordinamento e inseriti nelle istituzioni. Inevitabili i conflitti, soprattutto là dove sono maggiori i bisogni di liberarsi dall’oppressione di latifondisti o ‘padroni’ refrattari alle nuove istanze. Si reclamano le riforme e, mentre i governi su muovono lenti, si verificano le prime stragi, le prime uccisioni, i primi scontri con le forze dell’ordine, i primi attentati. La strage di Portella della Ginestra è stata la prima e, a seguire, tutte le altre. I Beatles, i Rolling Stones sono ancora molto lontani ma il cammino è iniziato. I braccianti siciliani non si arrendono. I sindacalisti come Placido Rizzotto continuano a battersi fino alla morte, gli operai si radunano, organizzano picchetti davanti alle fabbriche e cortei sui quali si accaniscono i celerini di Scelba che nel 1960 fecero quattro morti. Gli studenti di scuotono dal torpore dei loro privilegi e si arrabbiano fino a esplodere in quello che si ricorda come il ’68.

Il racconto antropo-storico- musicale di Biacchessi prosegue passando dai moti studenteschi ai fatti degli anni di piombo, e poi tocca il desolato riflusso degli anni ottanta, scandito dai festival nazionalpopolari ma fortunatamente punteggiato da artisti geniali, registra la nascita dei movimenti musical scavalca di continuo l’oceano, Italia Usa e viceversa, nel fluire incessante dall’una all’atra sponda degli artisti, delle loro storie, della loro musica che declina il rock in tutte le sue possibili variazioni. Questo è un libro fatto di parole, di fatti e di musica che non si può ignorare se si ha a cuore la conservazione della memoria del passato. Una vera e propria scatola magica dalle cui pagine escono ricordi ed emozioni.

Daniele Biacchessi

STORIE DI ROCK ITALIANO. Dal boom dei consumi alla crisi economica internazionale

Jaka book, 191 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop

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L’AFFAIRE BRIATORE. Una storia molto italiana

10-laffaire-briatoreIncipit: Premessa. La storia di questo libro.: “Sei fuori!”. Il tormentone di Flavio Briatore in The Apprentice. Questo libro ha avuto una storia piuttosto tormentata. La sua prima versione è stata pubblicata nel novembre 2010, per l’editore Aliberti, con il titolo Il signor Billionaire. Avevamo trascorso l’estate gironzolando tra il cuneese e la Liguria, spesso dormendo in macchina, a caccia di potenziali testimoni, carte giudiziarie e altro materiale interessante. Eravamo persino stati a New York, dove avevamo rintracciato Marcy Schlobohm, la ‘moglie segreta’ di Flavio Briatore, e lei era venuta a prenderci in decappottabile –come si confà a una ex modella di grido – risalendo poi a tutta velocità la Settima strada fino a Central Park, fumando gran pacchetti di Marlboro e raccontandoci di quella volta, nei primi anni Ottanta, che era finita a cena con Bettino Craxi. Insomma, ci eravamo parecchio divertiti”.

Altro che sogno americano! Nell’Italia da sgranocchiare è capitato che un oscuro e spericolato geometra con diploma preso a calci nel sedere, figlio di due brave persone, maestri elementari, nato in piccolo paese della provincia cuneese, diventasse star della Formula Uno, manager di fama internazionale, creatore di club per miliardari e comunque personaggio da copertina di Forbes. Il tipo in questione è Flavio Briatore, l’uomo dalle mille attività: assicuratore, immobiliarista, passeur, imprenditore, giusto per citare solo le più note, diventato griffe di se stesso, multimiliardario primula rossa del fisco. Un vero maestro di vita per una certa parte, non la più illuminata, del nostro Paese. Uno ‘che non deve chiedere mai’, perché prende e basta. E non deve fare la fila alle biglietterie delle stazioni o degli aeroporti, perché per spostarsi ha a disposizione un aereo personale mentre in vacanza ci va con un mastodontico yacht. Simbolo vivente del suo stesso motto: “se vuoi puoi”, Briatore attraversa con la falcata di un Mennea e la delicatezza di Hulk la storia italiana dagli anni ’50 a oggi. Sempre in compagnia di donne bellissime fra le quali ne sceglie due, che sposa. Sempre ricchissimo dai vent’anni in poi, sempre fortunato. Sempre a piede libero nonostante le accuse di evasione e il sequestro temporaneo della ‘barca’.

Chi è veramente il re dei Grand Prix di Montecarlo, il talent scout dal fiuto inimitabile e l’affarista col tocco di re Mida? E come ha fatto a diventare Mister Billionaire partendo da Verzuolo? Forse la sua storia, quella vera, comprende particolari che non entrano nella leggenda dei rotocalchi. Forse, anche lui, come molti altri protagonisti del secolo scorso, ha gettato le basi della propria fortuna senza badare troppo a quisquilie come le tasse da pagare, l’imponibile da dichiarare, i capitali da investire. Briatore è stato, ed è tutt’ora, un grande, a proprio modo. Forse mai del tutto fuori legge ma, solo in certe circostanze, un  tantino al limite della legalità. Forse non più spregiudicato di tanti altri. Forse non esageratamente avido. Certamente, a proprio modo, sempre geniale. E se la sua vicenda non è proprio trasparente, se le sue gesta in ogni campo appaiono talvolta esagerate, la colpa in fondo non è sua, ma del clima e delle grandi contraddizioni dell’ultimo trentennio, che hanno dato straordinarie opportunità a chi era abbastanza veloce, astuto e spregiudicato da saperle cogliere.

In questa biografia non autorizzata, che speriamo resti in libreria un po’ più a lungo della precedente, rastrellata da un sedicente nipote di Briatore, c’è un pezzo della nostra Italia furbetta e arraffona che nasconde sotto traccia  una trama nella quale si intrecciano vecchie indagini giudiziarie, bische, casinò, faccendieri dell’economia, politici, latitanti e imprenditori molto sfortunati,  come il socio in affari di Briatore, saltato per aria con la propria auto imbottita di tritolo.

Andrea Sceresini, Maria Elena Scadaliato

L’AFFAIRE BRIATORE. Una storia molto italiana

Melampo, 307 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 4,99

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NOVITA’ EDITORIALI – febbraio – maggio 2016

AdeleMariniLa rubrica “Novità editoriali” di Misteri d’Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri tra cui il noir ‘non fiction’ Milano, solo andata (Frilli editori, 2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco. Nel 2007, sempre con Frilli, ha pubblicato Naviglio blues, anch’esso tradotto in tedesco. Attualmente è in libreria con l’eBook Arriva la Scientifica (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi noir: i fondamentali della scrittura d’indagine dedicata alle procedure investigative e giudiziarie.

PRONTO, QUI PRIMA LINEA

1 Pronto qui Prima lineaIncipit.
Capitolo 1. Le origini.
È il 29 aprile 1976. Milano si è svegliata imbozzolata in una di quelle giornate che non ne vogliono sapere di sciogliersi nella primavera. L’aria è ancora pungente. L’avvocato Enrico Pedenovi, 50 anni, sposato, padre di due figlie, sta per uscire dalla sua casa di viale Lombardia: è un dirigente del Movimento sociale italiano, l’Msi, il partito che raccoglie dal dopoguerra il reducismo della Repubblica di Salò. Dal 1970 Pedenovi siede sui banchi del consiglio provinciale di Milano ed è membro del Comitato centrale del partito. Non è un personaggio anonimo per l’estrema sinistra: il suo nome è sinonimo di schedature e di spionaggio. Le Brigate rosse lo hanno segnalato in un opuscolo ripreso dal quotidiano “Lotta Continua” con un titolo eloquente: “Pagherete tutto”. In quelle pagine vi è indicata una nutrita rosa di persone che orbita nell’estrema destra e nel sindacato di matrice fascista Cisnal: avversari pericolosi.

E’ innegabile che in questo Paese, a dispetto delle rassicurazioni date periodicamente dai membri del governo e dal premier, si stiano vivendo momenti difficili. Dovunque il malessere dei cittadini è palpabile. Per spiegarne le cause potremmo tirare in ballo il sistema capitalistico che domina la società a tutti i livelli; il ‘sistema Europa’ che non sembra mantenere le promesse iniziali; la crescente disaffezione dei cittadini nei confronti di uno Stato che pare assente e, quel che è peggio, indifferente; i partiti politici sempre più simili a ‘comitati di affari’, popolati da troppi personaggi preoccupati esclusivamente del proprio tornaconto e di non specchiata virtù; lo strapotere delle mafie che, oggi più che mai, nonostante l’efficace azione di contrasto delle forze dell’ordine, sembrano spadroneggiare in tutti i settori dell’economia strozzandone la crescita; il malaffare ormai ‘strutturato’ ed elevato a sistema; l’immigrazione biblica dai Paesi africani in guerra; la precarietà del lavoro a tutti i livelli eccetera eccetera.
Questi e mille altri affanni che affliggono la nostra società, non solo rendono la vita dei cittadini sempre più difficoltosa e incerta ma aprono un interrogativo inquietante: fino a quando si potrà continuare così?
E’ stato per trovare risposte convincenti che gli autori di questo saggio hanno ripercorso ed esplorato gli anni di piombo a partire dalla metà degli anni ’70, seguendo passo passo, dalla genesi alla simbolica ‘consegna delle armi’, la formazione terroristica più spietata dopo le Brigate Rosse, quella meno conosciuta e più impenetrabile: Prima Linea.
Il gruppo armato Prima Linea, un po’ vivace e disomogeneo movimento extraparlamentare di sinistra e un po’ organizzazione clandestina, è stato espressione del ‘terrorismo rosso’ per sei anni durante i quali ha firmato e rivendicato almeno 258 episodi di terrorismo, venti dei quali mortali.
A differenza delle Br è durata relativamente poco e questo si è dovuto probabilmente alla sua struttura ‘bipolare’ come l’hanno definita i fondatori, ovvero strutturata su due livelli: quello pubblico di partito ‘extraparlamentare’ e quello clandestino di gruppo terroristico. L’obiettivo che ha tentato di raggiungere non è facile da sintetizzare a causa del continuo dibattito interno alla formazione che lo rendeva ‘liquido’, ma va analizzato e compreso. Semplificando molto si può affermare che attraverso la lotta armata si tendesse a modificare i rapporti di forza all’interno di una società ritenuta iniqua e che il nemico da piegare fosse sostanzialmente la borghesia capitalistica.
Cosa impedisce di pensare che in un’epoca come quella che stiamo vivendo, dall’esasperazione dei cittadini possa nascere qualcosa di simile e forse di ancora più devastante? Che la precarietà, la paura del futuro, la mancanza di prospettive possano generare mostri simili a quelli del passato?

Michele Ruggiero, Mario Renoiso
PRONTO, QUI PRIMA LINEA
Edizioni Anordest, 590 pagine, € 11,92 anziché 15,90 su internetbookshop.

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RAZZA DI ZINGARO

Libro del giorno - Dario Fo

Incipit.
Nel 1914, nella Germania del Nord, ad Hannover, un ragazzino di otto anni di nome Johann Trollmann accompagna un amico di un anno più grande di lui all’allenamento di boxe nella palestra della scuola secondaria del loro rione. È la prima volta che gli capita di assistere a un’esibizione del genere. Aveva fatto sì a pugni qualche volta con ragazzini della sua età, e in verità non si era assolutamente divertito, anche perché gli era arrivato un pugno proprio sotto l’occhio e un altro all’altezza dell’orecchio, per cui, per tutta una giornata, aveva continuato a lamentare strani fischi e vertigini.
In occasione della visita alla palestra osserva i ragazzi salire su una pedana molto grande e affrontarsi con le mani coperte da guantoni, nel tentativo di colpirsi dalla testa a tutto il tronco. Si schivano, roteano uno intorno all’altro, e poi all’improvviso tempestano il rivale di pugni. I ragazzi della palestra che assistono incitano e commentano spesso con applausi e anche con risate, mentre il maestro di pugilato, muovendosi a ridosso dei due allievi, lancia ordini su come comportarsi: «Prendete fiato! Respirate col naso, non con la bocca! Muoversi con le gambe! Le gambe fanno la differenza fra un buon pugile e una schiappa! Stop, da capo! Non restate sempre col braccio sinistro teso, cambiate l’appoggio e la posizione! Indietreggiate, ma subito tornate all’attacco! No, no, senza foga, leggeri, come in un gioco!».

Dario Fo non ha mai scelto i protagonisti delle sue storie in funzione del loro fascino sul pubblico, o della curiosità che le vicende potessero stimolare.
Non lo ha mai fatto e mai lo farà.
Quello che sta a cuore al grande Dario, autore e interprete di teatro, satirista, scrittore e pittore di grande espressività, è sempre stato fustigare il potere costituito, mordere le chiappe a chi governa o si propone di farlo, usando, al posto dei denti il passato, arma potentissima perché solo tenendo desta la memoria si può sperare che sia mantenuta un’efficace vigilanza sui valori della democrazia.
Questo libro, che altro non è se non la splendida biografia di un grande e sfortunato campione del passato, non fa eccezione e arriva, come sempre, al momento giusto. Parla infatti dei diritti negati a Johann Trollmann, eroe del ring che ebbe la sfortuna di distinguersi nello sport, lui zingaro di etnia sinti, nella Germania hitleriana al culmine della sbornia nazista.
Prime avvisaglie: siamo nel giugno 1933. Da gennaio Adolf Hitler è cancelliere del Reich. Johann Trollmann, cognome che nella lingua romanì suona Rukeli, che significa albero, è conosciuto come ‘il pugile danzante’ per la leggiadria con cui si muove sul ring, vince il campionato dei mediomassimi ma viene ingiustamente privato del titolo. E’ troppo bravo e troppo famoso perché lo si possa escludere, allora gli viene proposto un altro incontro per il mese successivo a patto però che combatta ‘come un ariano’, che diventi cioè una granitica presenza sul ring, capace solo di picchiare e incassare senza i suoi celebri saltelli da ballerino. Non potendo combattere col proprio stile, lui fa di più: per protesta si tinge i capelli di biondo e schiarisce la pelle con la cipria. Naturalmente viene sconfitto, ma la sua immagine così grottesca è uno sberleffo al potere che alla fine si prende la sua micidiale rivincita.
Naturalmente il Maestro Fo non si limita a riportare alla memoria un eroe dimenticato dello sport, vittima di un razzismo bieco, cieco, e assoluto che a fatto molti milioni di morti. Attraverso la storia di ‘Rukeli lo Zingaro’ racconta quella che prima dell’avvento al potere di Hitler era la quotidianità per il popolo Sinti: la musica, le giornate all’aperto a lavorare con i cavalli insieme agli zii e ai cugini artisti del circo, i riti e le danze, i fortissimi legami familiari. Tutto quello, cioè, che la brutalità nazista ha cercato di cancellare.
Inutile dire che questo libro, impreziosito dai bellissimi disegni di Dario Fo, va letto e fatto leggere ai ragazzi.

Dario Fo
RAZZA DI ZINGARO
Chiarelettere, 160 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 4,99

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AVARIZIA. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco

3 avariziaIncipit
Prologo. I due monsignori cominciano a parlare subito dopo che il cameriere ha portato il carpaccio di tonno e il battuto di gamberi rossi. Prima se n’erano stati zitti. Scorrendo la lista dei vini bianchi per cercare quello giusto da abbinare alle pietanze, sbocconcellando il pane alle noci, guardandosi annoiati in giro, alla ricerca di un volto noto da salutare nel giardino del ristorante ai Parioli. Inforchettato il primo gambero, il sacerdote più anziano, quello che non avevo mai incontrato prima, va al sodo.
“Devi scrivere un libro. Devi scriverlo anche per Francesco. Che deve sapere. Deve sapere che la Fondazione del Bambin Gesù, nata per raccogliere le offerte per i piccoli malati, ha pagato parte dei lavori fatti nella nuova casa del cardinale Tarcisio Bertone. Deve sapere che il Vaticano possiede case, a Roma, che valgono quattro miliardi di euro. Ecco. Dentro non ci sono rifugiati, come vorrebbe il papa, ma un sacco di raccomandati e vip che pagano affitti ridicoli. “Francesco deve sapere che le fondazioni intitolate a Ratzinger e a Wojtyla hanno incassato talmente tanti soldi che ormai conservano in banca oltre 15 milioni. Deve sapere che le offerte che i suoi fedeli gli regalano ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che oggi valgono quasi 400 milioni di euro. Deve sapere che quando prendono qualcosa dall’Obolo, i monsignori lo fanno per le esigenze della curia romana.”

Uscito quasi contemporaneamente al saggio Via Crucis di Gianluigi Nuzzi (presentato nella pagina di gennaio), imperniato sullo stesso argomento: ovvero la cupidigia che alligna come un miasma dentro le stanze vaticane, questo libro a torto ne è considerato il ‘gemello’ perché ha come fonti le medesime indiscrezioni. In realtà non è così. Anzitutto perché non tutti i documenti sono gli stessi, poi perché è molto distante il punto di vista dei due autori essendo le genesi delle due opere all’opposto. In Via Crucis, infatti, è stato il giornalista Nuzzi a cercare fatti e prove attraverso un’inchiesta, mentre in Avarizia sono stati i fatti e le prov, nella persona di due alti prelati, a cercare il giornalista.
Ecco cosa scrive su l’Espresso a questo proposito lo stesso autore, che era ben conosciuto negli ambienti vaticani per essersi occupato a suo tempo del caso noto come Wikileaks 1 (quello che ha portato in carcere il maggiordomo di sua santità, Paolo Gabriele, condannato per aver trafugato documenti riservati di Benedetto XVI).
«Nel giugno del 2014 un giovane sacerdote che avevo conosciuto qualche anno prima e che aveva fatto carriera sotto il Cupolone disse che qualcuno “molto in alto” voleva conoscermi», scrive Emiliano Fittipaldi sul l’Espresso del 6 novembre 2015.
«L’incontro si fa, dopo una settimana. […] in un ristorante dei Parioli. Il monsignore è alto e magro, vestito in abiti borghesi, e comincia a parlare subito dopo che il cameriere ha servito carpaccio di tonno e battuto di gamberi rossi, innaffiati con un Sacrisassi delle Due Terre. «Francesco vuole cambiare tutto, vuole rovesciare la Chiesa come un calzino. La vuole povera e per i poveri. Tu non sai quanti sono i cardinali che sono terrorizzati dall’idea di perdere tutto quello che hanno sempre avuto. Privilegi, potere, ricchezze. Per bloccare Bergoglio faranno di tutto. Ora, tu sai bene che la Chiesa da duemila anni è abituata a lavare i panni sporchi dietro le mura d’Oltretevere. È arrivato il momento di raccontare davvero che c’è dentro il Vaticano, i suoi possedimenti immobiliari e finanziari, i suoi investimenti all’estero, gli sprechi della curia, gli affari e i business. Ora, o mai più».
La sera stessa dell’incontro il prelato consegna a Fittipaldi pesanti faldoni contenenti le fotocopie di carte provenienti dall’Apsa (l’ente che amministra gran parte del patrimonio della Santa Sede), dallo Ior e dalla Cosea, la commissione pontificia voluta dal papa per fare luce sulle finanze vaticane.
Tornato in redazione, il giornalista comincia a esaminare il materiale. Elenchi di ragioni sociali, cifre, trasferimenti, depositi… Tutto chiaro per chi si intende di finanza. Anzi, di mala finanza, perché quei dati spiegano che gran parte delle ‘elemosine’, il cosiddetto ‘obolo di san Pietro, provenienti dai fedeli di tutto il mondo, vengono utilizzati per arricchimenti personali e speculazioni non trasparenti e decisamente poco opportuni.
Fittipaldi è un professionista serio e si guarda bene dall’utilizzare quelle carte per i suoi articoli senza fare controlli approfonditi. Potrebbero essere una polpetta avvelenata. Quindi inizia una propria indagine che si rivela molto difficile perché al di là del Tevere sembra che nessuno abbia voglia di parlare. Però quegli elenchi, quei numeri e quei dati sono un buon punto di partenza. Tutti da verificare ma…
Dagli articoli al libro il passo è stato del tutto naturale. Fittipaldi ha approfondito le informazioni e le ha trasferite in Avarizia dando il via al caso Vatilileaks 2 che, com’è noto, lo ha portato sul banco degli accusati a condividere la sorte del collega Gianluigi Nuzzi e di coloro che, ‘per far sapere a Bergoglio’ come girano i soldi sotto il tetto di san Pietro, gli avevano fornito i documenti e rilasciato preziose testimonianze: Lucio Vallejo Balda, il cardinale nominato da papa Francesco divenuto segretario della Cosea, la commissione referente che ha condotto l’indagine sulle finanze vaticane; la giovane pierre Francesca Immacolata Chaouqui: membro della stessa commissione e Nicola Maio, ex collaboratore della commissione referente sulle strutture economiche e amministrative della Santa Sede.
Questo libro, che si avvale di uno stile semplice e molto gradevole, è un pezzo di storia.
Emiliano Fittipaldi
AVARIZIA. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco
Feltrinelli, 231 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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L’ULTIMO VOLO PER PUNTA RAISI

4 L'ultimo volo per Punta RaisiIncipit.
Prefazione di Giosuè Calaciura. Il silenzio parla.
In Sicilia si viene al mondo muti. È nel silenzio che la diversità dei siciliani diventa cultura. Mafiosi, ma anche cittadini – materializzazione
ectoplasmatica di un’illusione di cittadinanza – perdono la bocca all’atto di nascita, simbolicamente e antropologicamente. I palermitani mai l’hanno
aperta per confermare la verità semplice dell’esistenza in vita, e ancora meno l’hanno socchiusa in un sussurro che ne rivendicasse la dignità. Il silenzio è la qualità più sottile e spesso apprezzata dei morti e della morte. Della morte civile e della solitudine, dei morti ammazzati, dei morti di strage, dei morti di disastri aerei. Sono stati tre a Palermo, per un totale di 297 morti: 5 maggio 1972 Montagna Longa; 23 dicembre 1978, Punta Raisi; 27 giugno 1980, strage di Ustica. Senza contare le sedici vittime del tentato ammaraggio a poche miglia da Palermo di un Atr 72 della compagnia tunisina Tuninter, in volo il 6 agosto 2005 da Bari a Djerba. Non c’è un’altra città italiana che possa contare tutte queste croci, tutti questi silenzi.
Parte Prima. Capitolo I. La linea d’ombra
È andata così: 115 morti in una calma sera di maggio e nessuno con cui prendersela, se non i due piloti, morti anche loro. Il 5 maggio 1972, tra le 22.23 e le 22.24 un Dc 8 dell’Alitalia, il volo AZ 112 proveniente da Roma, si
schianta contro una parete rocciosa a circa 935 metri d’altezza: Montagna Longa, un brullo costone calcareo messo lì ad ascoltare i venti, a ridosso dell’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
L’aereo, con 108 passeggeri a bordo e sette membri d’equipaggio, aveva iniziato il rullaggio a Fiumicino alle 21.35 (20.35 secondo l’orario del meridiano di Greenwich, che è il riferimento per il traffico dell’aria) con venticinque minuti di ritardo e aveva staccato le ruote da terra alle 21.46. In quaranta minuti sarebbe giunto a Palermo attraversando due aerovie, l’Ambra 1 e l’Ambra 13,
passando per Ponza e Ustica.
Decollo perfetto. Il registratore di Roma Controllo fino alle 21.10/Z1, cioè le 22.10 locali, segue l’aereo e a quel punto lo autorizza a cambiare con Palermo Avvicinamento sulla frequenza 120,2 della torre di controllo di Punta Raisi. Da questo momento, il concetto del tempo acquista la sua dimensione meridionale, approssimata: Palermo, infatti, non ha il marcatempo nel registratore.

Una vicenda troppo rapidamente e troppo a lungo dimenticata quella del Dc 8 dell’Alitalia che la notte del 5 maggio 1972 si è schiantato contro la parete rocciosa di Montagna Longa, a pochi chilometri dall’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
Partito da Fiumicino alle 21.30 ora legale, aveva a bordo 115 persone fra passeggeri e membri dell’equipaggio. Dal disastro, subito archiviato come incidente dovuto all’errore del pilota, non si è salvato nessuno.
Ma fu veramente un incidente? Perché l’inchiesta fu chiusa con tanta fretta? E perché stanno emergendo dubbi sulla natura di quello schianto?
Ci sono voluti quarantaquattro anni ma finalmente di Montagna Longa si sta cautamente cominciando a parlare come di uno dei tanti misteri che costellano la nostra storia repubblicana. Dalla rilettura delle poche carte messe insieme nel corso della frettolosa inchiesta condotta dopo il disastro, sarebbero emerse infatti numerose contraddizioni senza contare le molte manovre di insabbiamento. Ecco un brano significativo quanto inquietante, estrapolato da questo libro che altro non è se non un’accurata controinchiesta giornalistica condotta da un cronista di valore come Francesco Terracina dell’Ansa di Palermo, ex redattore del quotidiano L’Ora e direttore del Mediterraneo.
«Se i piloti non hanno visto lo scalo, considerato che l’avevano superato – è la tesi portata avanti nelle indagini – e si erano diretti più a sud, sulle montagne, perché avevano comunicato di trovarsi sulla verticale dell’aeroporto? E soprattutto, perché avrebbero dovuto lasciare la quota di sicurezza di 5000 piedi? Ancora: è possibile superare la linea di costa, a cui è quasi attaccata la pista, senza accorgersene? Certo, era buio. Ma quella era una sera calma, con visibilità di cinque chilometri e cinque nodi di vento.»
«L’ipotesi che si fece a caldo fu che avessero scambiato le luci dei vicini paesi per quelle dell’aeroporto. Ma i periti del tribunale di Catania, dove si svolse il processo, esclusero decisamente questa possibilità, giudicandola ‘incredibile’: troppo fioche le luci di quei luoghi per poter essere confuse con quelle di uno scalo, la cui disposizione e colorazione non può tradire nessun pilota, soprattutto un comandante esperto come Bartoli che vola da diciassette anni. Interrogati su questa ipotesi, alcuni piloti la ritengono anche loro inammissibile: se un professionista può scambiare le luci di una città per quelle di uno scalo, allora a New York rischierebbero tutti di atterrare sulla Quinta Strada.»
E ancora:
«Il pubblico ministero di Catania conclude la sua requisitoria imputando ai piloti una serie di errori. Il più macroscopico sarebbe stato proprio quello di spingersi fino a Monte Gradara, credendo che l’aeroporto fosse tra quelle rocce buie, e lì cominciarono la manovra di discesa con virata a destra, scambiarono l’oscurità delle montagne con quella del mare e cozzarono contro Montagna Longa».
Dunque fu presto liquidato come incidente, il disastro Montagna Longa. L’inchiesta ministeriale, chiusa in meno di due settimane, addossò la colpa ai piloti, incolpati di aver scambiato le luci dei paesi vicini per quelle dell’aeroporto in una notte chiara e quasi senza vento. Lo stesso fece la magistratura. Eppure sarebbe bastato fare qualche riflessione sulla lista dei passeggeri per avere dubbi. Tanto per dire: a bordo c’erano un magistrato antimafia, un comandante della Guardia di Finanza che aveva messo gli occhi sul patrimonio di Cosa Nostra. E c’era anche Letterio Maggiore, medico personale del bandito Salvatore Giuliano e depositario delle sue verità.
Costato quasi cinque anni di lavoro: tre per l’indagine e due per la stesura, questo libro si propone di mettere a fuoco le gravi omissioni e le conclusioni ad hoc di un’indagine di comodo, una delle tante nell’Italia dei misteri. Non bisogna dimenticare infatti che da Piazza Fontana in poi nel nostro paese era in atto una guerra nel corso della quale terroristi neri e boss mafiosi contribuirono insieme alla strategia della tensione da cui sarebbe dovuto scaturire un nuovo ordine sociale e politico.
Come sempre accade, non tutte le voci furono concordi nell’attribuire il disastro all’imperizia dei piloti. Giuseppe Peri, vicequestore di Trapani, scrisse, mentre il processo era in pieno svolgimento, un rapporto nel quale spiegava che in realtà lo schianto dell’aereo contro la parete rocciosa doveva essere considerato una strage, adducendo, ovviamente motivazioni frutto di indagine. Una voce fuori dal coro che fu subito fatta tacere. Peri fu pesantemente intimidito con minacce e il sabotaggio della sua auto di servizio poi, secondo un copione destinato a fare scuola per le stragi successive, fu trasferito a un ufficio della questura di Palermo da dove non avrebbe più potuto nuocere.

Francesco Terracina
L’ULTIMO VOLO PER PUNTA RAISI
Prefazione di Giuseppe Calaciura
Stampa alternativa, 168 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche usato a 7,00

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LA BANDA D’ITALIA. La prima vera inchiesta su bankitalia. La supercasta di intoccabili che governa i nostri soldi

5 La banda d'ItaliaIncipit.
Nella polvere e nel fango
Bankitalia, la più importante e antica istituzione della Repubblica, fondata subito dopo l’Unità d’Italia, ha disonorato il proprio nome. L’istituto di via Nazionale, che si era guadagnato un prestigio indiscutibile offrendo alla Repubblica italiana e al governo dirigenti stimati poi diventati capi di Stato (Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi), presidenti del Consiglio (Lamberto Dini) e ministri del Tesoro (Guido Carli, Tommaso Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni), è caduta nella polvere e nel fango.
Questo libro, grazie a ricerche e documenti inoppugnabili, tenta di descrivere il mutamento genetico della Banca d’Italia, passata in pochi anni da guardiana della moneta e del mercato bancario a un simulacro della vigilanza, incapace di prevenire crac e dissesti, arrivando sempre dopo la magistratura e accampando come ridicola giustificazione il meschino ritornello: «Noi non siamo poliziotti!».
Bankitalia addio. Il primo scandalo.
La Banca d’Italia viene costituita nel 1893 dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d’Italia (già Banca Nazionale
degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e dalla liquidazione della Banca Romana, con ruolo di emissione della moneta e servizio di tesoreria per conto dello Stato. L’ultima delle banche citate ha un primato assoluto: al suo nome è legato infatti il primo scandalo bancario del Belpaese. Nel gennaio 1893 la commissione di vigilanza parlamentare appurò che la banca aveva abusato della concessione assegnatale e che invece di stampare 60 milioni di lire il governatore Bernardo Tanlongo ne aveva stampati e messi in circolazione 113.
Per foraggiare (oltre che se stesso e le sue ambizioni) faccendieri, politici, giornalisti compiacenti. Quando si dice storia magistra vitae!

Banche, banchieri, bancarottieri… Proprio in questo periodo, dopo il fallimento di quattro banche: Banca delle Marche, Banca Etruria, Carife e CariChieti, non si parla che dei risparmi di ignari risparmiatori bruciati da speculazioni azzardate; dei titoli bancari che vanno su e giù come yo-yo; dei titoli tossici; del mancato controllo sulle banche da parte dei due organismi di garanzia: la Consob e la Banca d’Italia. A fronte di tutto ciò, sulle tivù si alternano economisti e giornalisti che pontificano sulla disinformazione dei cittadini in materia di economia e di investimenti quasi che l’affidarsi a broker di professione, banchieri e istituti finanziari sia una colpa.
Che nel nostro paese si ignori tutto della finanza e che perfino i rudimenti delle operazioni più semplici siano sconosciuti ai più, è un dato di fatto.
I risparmiatori portano in banca i risparmi di una vita, li affidano a giovani manager dalla parlantina sciolta che promettono utili mirabolanti e senza rischi, firmano pile di moduli senza leggerli sia perché si fidano, sia perché anche se li leggessero capirebbero poco o nulla delle clausole astruse che compongono i contratti di acquisto di tutti i prodotti finanziari. Fatto questo, come il contadino che ha arato, seminato e concimato attendono fiduciosi l’arrivo dei primi utili per scoprire che il capitale investito (sementi) in buona parte è svanito. Di chi è la colpa ? Di chi ha firmato fidandosi sulla parola della propria banca oppure dei manager che hanno spacciato per operazioni sicure e redditizie quelli che invece erano investimenti ad alto rischio legati alle fluttuazioni di borsa e quindi privi di garanzie?
Per chi non si intende di operazioni finanziarie e non è quindi in grado di difendersi dai tranelli di broker disinvolti questo saggio arriva come una benedizione.
“La Banda d’Italia”, libro-inchiesta del presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, accende finalmente un riflettore su un sistema impenetrabile e per nulla trasparente. Protagonista assoluta è la Banca d’Italia, alla quale, nell’immaginario collettivo, si associano i nomi di galantuomini del passato come Paolo Baffi, Mario Sarcinelli, Guido Carli, di Giorgio Ambrosoli, l’eroico commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato per la sua integrità morale. Purtroppo pare che l’Istituto abbia abdicato da tempo al suo compito di vigilare, lasciando spazio ai corsari della finanza. Da qui, il via libera alle collusioni con gli istituti di credito che dovrebbe controllare: collusioni che, stando alla cronaca degli ultimi mesi, sono state elevate a sistema attraverso i meccanismi dei travasi di ispettori e funzionari, sempre compensati della loro compiacente distrazione con mazzette se non con poltrone prestigiose e ben remunerate.
Quello che Lannutti mette in luce con la forza dei dati e con la sua esperienza di presidente di Adusbef ( Associazione per la difesa dei consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi), maturata in quasi trent’anni di battaglie a fianco dei correntisti e dei risparmiatori, è un sistema impenetrabile e omertoso dove la vigilanza viene usata quasi esclusivamente contro i risparmiatori e i correntisti.
Ecco un assaggio delle ‘distrazioni: la sciagurata acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena.
«La Banca d’Italia guidata da Mario Draghi nel 2007 sapeva che Antonveneta era un cattivo affare», scrive Lannutti. «ma non trasmise le sue informazioni al Monte dei Paschi che la strapagò 9 miliardi».
Quel che è successo dopo è cronaca: a luglio il Tesoro diventa azionista di MPS, il terzo gruppo bancario italiano, tecnicamente ‘fallito’ anche grazie a quell’acquisizione, perché i bilanci sono ancora in perdita e l’Istituto non ha potuto onorare gli interessi sui cosiddetti Monti-bond, i prestiti miliardari gentilmente offerti dallo Stato a spese dei contribuenti. L’affare si è quindi risolto in una truffa allo Stato. Cioè ai cittadini.
L’elenco dei disastri è lungo ed è costato miliardi ai risparmiatori, ma chi pensa che questo sia l’unico prezzo pagato, è un illuso: il costo sistemico è enorme perché le banche italiane sono tre volte più care delle concorrenti europee, ma la Banca d’Italia non se ne preoccupa. Anzi, fornisce dati che sottostimano i costi effettivi delle banche misurati non solo dall’Adusbef, l’associazione degli utenti bancari di cui Lannutti è presidente, ma anche dall’Università Bocconi e da altre prestigiose istituzioni. Peggio ancora: La Banda d’Italia denuncia responsabilità precise di Via Nazionale nel mancato contrasto all’usura e nell’applicazione dell’anatocismo (cioè il pagamento di interessi sugli interessi) e aggiunge il carico pesante dei privilegi della casta di Via Nazionale che gode non solo di stipendi al di fuori di ogni logica (il governatore della Banca d’Italia, ormai quasi privo di poteri, guadagna molto di più del presidente della Bce e di quello della Fed), ma anche di benefit più consoni a sceicchi che a funzionari pubblici, come l’uso della carta di credito per spese personali fino a 10mila euro al mese e case di lusso a prezzi calmierati. Per non parlare della banca interna riservata ai dipendenti.
Un libro per tutti, scritto in modo semplice, chiaro e scorrevole, che dovrebbero leggere coloro che tengono i risparmi di una vita investiti in obbligazioni.

Elio Lanutti
LA BANDA D’ITALIA. La prima vera inchiesta su bankitalia. La supercasta di intoccabili che governa i nostri soldi
Postfazione di Luca Ciarrocca
Chiarelettere, 146 pagine, € 11,05 anziché 13,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 7,99

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LA BAMBINA E IL SOGNATORE

6 La bambina e il sognatoreIncipit.
Cammino rapido in mezzo a una strada quasi cancellata dalla nebbia. Un vento secco e cattivo mi fa socchiudere le palpebre, mi toglie il respiro. Mi chiedo dove sono e dove sto andando. Dal muretto di mattoni sbreccati, carico di rampicanti, che scorgo alla mia sinistra, mi sembra di riconoscere la strada che porta alla scuola in cui insegno. Non vedo a due metri di distanza. Avanzo a fatica, forzando quella parete di vento e nebbia. Improvvisamente quasi inciampo in una bambina che cammina lesta, avvolta in un cappottino rosso da cui esce un collo bianco e lungo. Faccio per dire: mi scusi, e scavalcarla, ma qualcosa in quella bambina mi blocca in mezzo alla strada, stupito. Il cappottino rosso, i capelli castani raccolti in una coda dietro la nuca, con qualche ricciolo biondo che sguscia disordinato, la camminata ciondolante, un poco sghemba. Ma è mia figlia, mi dico e grido: «Martina!». La vedo fermarsi in mezzo al marciapiede e voltarsi frettolosa come se le avessi gettato un sasso.
Ci sono romanzi di cui si deve assolutamente parlare perché non cadano nell’oblio e quest’ultima fatica di Dacia Maraini ne è un esempio.
Una vicenda atroce che appartiene al nostro tempo è incastonata dentro una grossa pepita scintillante fatta di sogni, pensieri, racconti, desideri espressi e inconsapevoli, momenti di gioia assoluta e di disperata apatia.
La vicenda riguarda una bambina scomparsa sulla strada che la portava a scuola in una mattina piena di freddo e di nebbia. Una bambina di otto anni, con il cappottino rosso, i capelli raccolti in una coda e l’andatura buffa, un po’ da papera di nome Lucia: nessuno l’ha più vista dal momento in cui è uscita da casa con la cartella dopo il saluto distratto della madre.
La ‘pepita’ è costituita invece dal conglomerato roccioso che costituisce l’inconscio del ‘sognatore’.
In realtà non sarebbe esatto dire che ‘nessuno ha più visto’ la bambina svanita nel nulla sulla strada per la scuola. Il maestro Nani Sapienza la vede in sogno poche ore prima che venga risucchiata nel buco nero e senza tempo della ferocia umana. O, meglio, Nani vede in sogno una bambina che indossa un cappottino rosso e ha una coda di capelli saltellante sul collo, proprio la notte prima che venga data dalla radio la notizia della scomparsa.
Una coincidenza?
Nani Sapienza è malato e ha la febbre alta la notte del sogno. Anni prima ha perso la figlia Martina, portata via dalla leucemia quando aveva su per giù la stessa età della piccola scomparsa. Ha un carattere schivo e, da quando la moglie lo ha lasciato perché incapace di stargli accanto dopo la morte della figlia, vive come un eremita, perennemente sperso in intimi colloqui sul significato dell’esistenza, sui troppi perché della sua solitudine, sul dolore mai del tutto metabolizzato che non cessa di opprimerlo.
Lo strano sogno della bambina col cappottino rosso è un effetto dell’alterazione dovuta alla febbre? E’ una proiezione dell’inconscio malato di disperazione?
La bambina vista nel sogno di spalle è simile a Martina e cammina come lei tanto da ingannarlo. Ma poi, sempre nel sogno, si volta e Nani vede bene che non è lei. E’ una sconosciuta. Una scolara come tante.
Possono i sogni cambiarci la vita? Guidarci? Darci risposte? Nani non se lo domanda. Semplicemente lo accetta. L’irruzione nella sua vita della piccola, che, come scopre accendendo la radio, non un fantasma ma una creatura in carne e ossa, scatena in lui un terremoto di emozioni che fa franare tutti gli strati rocciosi che si era costruito negli anni per sopravvivere al dolore.
Nani sente che ritrovare Lucia è la sua occasione di riscatto dalla colpa di non aver salvato Martina.
Inizia così per il maestro sognatore un lungo viaggio dentro e fuori se stesso. Un viaggio costellato delle storie meravigliose e un poco anarchiche con cui incanta i suoi alunni. Un viaggio che muta sempre più in una vera e propria indagine non autorizzata il cui traguardo è, ovviamente, ritrovare la scolara scomparsa prima che il suo destino si compia.

Dacia Maraini
LA BAMBINA E IL SOGNATORE
Rizzoli, 411 pagine, € 17,00 anziché 20,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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IL REGOLO IMPERFETTO. Intrighi e alchimie alla scuola medica salernitana

7 Il regolo imperfettoIncipit.
Note storiche.
Salerno, ai tempi de Il regolo imperfetto, contava una popolazione di circa diecimila abitanti, ed era già famosa per la sua Scuola di Medicina e i medici. Già nell’epoca romana la città era rinomata per le terme e il suo clima salubre, meta di patrizi che vi si recavano per cure e riposo.
Le origini della Scuola si perdono nel tempo, ma una leggenda narra che quattro sapienti: Salernus, un latino, Pontus, un greco, Adela, un arabo e Helinus, un ebreo si fossero dati convegno e avessero fondato la scuola, fondendo in un crogiuolo culturale le loro esperienze.
In effetti a Salerno nell’alto medioevo, VII-VIII sec., era nutrita la comunità di medici che esercitava la loro arte in modo empirico, ma grazie a Costantino l’africano vennero introdotti Galeno e Ippocrate e la teoria umorale, che rimasero in auge fino alle soglie dell’epoca contemporanea.
Prologo. San Giovanni d’Acri, 1235
Da giorni non metteva il naso fuori dall’ospedale. Scrocchiò le dita indolenzite, distese le braccia sopra la testa e si stropicciò gli occhi arrossati per la stanchezza. Mancava da ricopiare solo un foglio dell’ultimo capitolo. Pietro si accertò che l’inchiostro fosse asciutto prima di riporre le pergamene nella sacca posta ai suoi piedi.
Maestro Giovanni era stato perentorio durante il pasto di mezzodì, rivolgendosi agli altri due studenti che partecipavano alla spedizione: «Ritiratevi nelle vostre celle prima che cali il sole, perché domani all’alba dovrete essere pronti a partire. Non intendo rimanere un giorno in più». E quando era rimasto da solo con lui gli aveva confidato entusiasta, sottovoce: «Devo tradurre ancora poche pagine, ma posso già dirti che avevamo conoscenze limitate circa la preparazione dei farmaci. Ho scoperto in questo libro che vi è un processo che rende il medicamento cento, mille volte più potente, con una forza incredibile.
Questo farà della nostra scuola la più importante della cristianità».
Pertanto si era impegnato molto affinché quei fogli potessero essere perfettamente leggibili e gli schizzi precisi e accurati. Il solo pensiero
di tornare a casa aveva riacceso in lui la nostalgia e la voglia di riabbracciare
i suoi cari.
Il viaggio era stato lungo e faticoso.
Parte prima. Padova, monastero di Santa Giustina. Inverno 1239
L’imperatore sedeva davanti al focolare, adagiato sul morbido cuscino, dono dell’abate Arnoldo. Sulle gambe reggeva un libro aperto, un bestiario finemente miniato che il bibliotecario dell’abbazia aveva fatto copiare da un raro manoscritto. Federico osservava assorto il fuoco che crepitava vivace, sprigionando scintille che si perdevano nel buio della cappa. Avrebbe voluto trovarsi nella sua calda Palermo piuttosto che in quella pianura grigia e nebbiosa, dove la luce del sole svaniva appena dopo l’alba, inghiottita da una coltre lattiginosa.

Anno domini 1239. Rogerius, figlio del magister crociato Giovanni, morto in Terrasanta durante la crociata di Federico II mentre era sulle tracce di un medicinale prodigioso ricavato dalla muffa di una bacca (sì, abbiamo rischiato di conoscere la penicillina quasi mille e cinquecento anni fa e non è un’invenzione letteraria), nel 1239 è uno studente modello della celebre scuola medica di Salerno. E’ intelligente, appassionato, motivato, ma in quella che è la prima università d’Europa è solo una matricola in balia dei magister che, ieri come oggi, erano più impegnati a fare carriera e a spremere soldi ai pazienti privati che a istruirsi e a istruire gli allievi. Uno in particolare lo ha in antipatia: Ugo da Macina, un medico incapace che lo prende a malvolere quando viene a sapere che il ragazzo è stato convocato al capezzale dell’erborista Pellegrino, un illustre magister che aveva fatto parte della prima missione in Terrasanta con Giovanni.
Tutto lascia sospettare che il vecchio maestro sia a conoscenza di qualche prodigioso rimedio scoperto durante la crociata e che voglia trasmetterne il segreto al figlio del suo compagno d’armi, ma l’uomo muore senza aver potuto rivelare il motivo per cui aveva voluto accanto a sé, nel momento supremo, il giovane studente. Il segreto rimane inviolata ma a partire da quel momento Rogerius è in pericolo perché le conoscenze di un erborista tornato dalla Terrasanta potevano rendere ricco e famoso qualsiasi medico, perfino un inetto come Ugo da Macina.
L’aspetto più interessante e pregevole di questo romanzo che conta su uno stile a tratti gradevolmente ironico e sempre elegante, è la poderosa documentazione che sta dietro a ogni pagina. Il lettore, nella Salerno del 1239 si ritrova a vivere veramente. Si aggira lungo vicoli e stradicciole perennemente invasi da rifiuti e liquami, gironzola fra i venditori ambulanti e le bancarelle del mercato, entra nelle taverne male illuminate, annusa gli effluvi delle carni arrostite e i miasmi che salgono dai rigagnoli e infine si trova a scoprire che la città più amata da quel monarca illuminato che fu Federico II di Svevia era oppressa dagli stessi mali che ci rendono il vivere difficoltoso oggi: evasione fiscale, tangenti, nepotismi, consorterie, comitati d’affari simili a vere e proprie lobby eccetera. E anche su questi aspetti va detto che l’autore non ha inventato nulla ma solo attinto le informazioni da antichi codici e da testi di biografi di epoca medioevale.
«Ho cercato di essere cronista accorto nel riferire dei fatti storici, come la lotta tra il papato e l’impero, le guerre tra i vari ordini monastici militari, le beghe e il clima politico feroce dell’epoca», scrive Carmine Mari nella postfazione. «Ma è stato l’episodio della misteriosa morte del Gran Maestro dei Teutoni, Hermann von Salza, avvenuta a Salerno il 20 marzo del 1239, giorno della scomunica di Federico II, che ha acceso in me il desiderio di cimentarmi in questo romanzo.[…] Volevo parlare della famosa Scuola medica, dei suoi maestri e creare un intreccio narrativo avvincente, ma che tenesse d’occhio la ’storia’ per ricreare uno spaccato politico-sociale di quella città; […] La traduzione del prof. Lauriello del codice medievale Post mundi fabricam, Rogerii Chirurgia mi ha illuminato sulla figura del personaggio principale che ha ispirato Il regolo imperfetto: Rogerius de Fugualdis, chirurgo e magister salernitano vissuto durante l’XI sec., la cui opera ha guidato i medici per i secoli avvenire. Senza dimenticare La storia documentata della scuola medica di Salerno di Salvatore
de Renzi e L’arte Lunga di Giorgio Comacini. Per quanto riguarda invece il miracoloso medicinale, è stato sufficiente sapere che in antichità le muffe erano largamente impiegate e il salto è stato facile».
Un libro da gustare e un autore da tenere d’occhio.

Carmine Mari
IL REGOLO IMPERFETTO. intrighi e alchimie alla scuola medica salernitana
Atmosphere libri, 510 pagine, € 16,15 anziché 19,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 5,99

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SIAMO LIBERI. Sette anni in barca e l’avventura del ritorno

8 Siamo liberiIncipit.
Prologo. Il giorno della paura.
C’è il buio assoluto intorno a noi.
Un tunnel d’inchiostro nero-blu senza confini, quello di tutte le traversate notturne.
Il mare è calmo e regolare, riesco a seguire una a una le onde che si infrangono contro le pareti dello scafo. Sono schiaffi rassicuranti, il ritmo è quello giusto. Posso anche distinguere il suono della prua che si apre un varco
in quest’oceano.
Non penso, o forse penso in frammenti. E nessuno di noi due parla.
Siamo seduti in pozzetto, io e Claus. Io con il braccio appoggiato al winch che tiene la scotta del fiocco grande e lui accanto a me, calmo come sempre, in bocca la pipa forse già spenta, perché non vedo fumo. Non tiene la rotta, ci pensa il pilota automatico. Appoggio la testa sulla sua spalla e alzo gli occhi: c’è una stellata nitida e immensa. Curva ai margini della mia vista come fosse una sfera. Senza orizzonti. Un mare tutt’uno con una calotta di minuscoli frammenti luminosi, talmente vicini uno all’altro da sembrare polvere di diamanti. Già. Ecco da dove arriva l’espressione «polvere di stelle».
Sento, vedo e respiro il buio di Dio.
Mi sembra di poter ascoltare i sogni di Jonathan e Nicole che sottocoperta dormono abbracciati, così piccoli e insieme protetti in quella specie di letto quadrato che apriamo nella dinette, in cui riposano al sicuro quando si è in traversata. Sono sereni, il respiro regolare. Sanno che vegliamo su di loro…
Uno schianto. Un boato. Un’esplosione in un attimo che dura una vita. Quattro vite. Le nostre.
La barca si solleva come se volesse decollare e vedo nitidamente la prua puntare le stelle.

Questo libro potrebbe essere il bellissimo racconto di un viaggio per mare durato sette anni se l’autrice, che narra in prima persona non lo avesse scritto dopo il ritorno a casa, a Milano. Cosa che ne ha rovesciato la prospettiva pur lasciando intatto tutto il fascino dell’avventura.
Elena sacco e il marito Klaus erano due pubblicitari di successo negli anni ’80 e ’90, nella Milano pre-crisi, quando la pubblicità era la chiave che apriva molte porte.
Giovani, realizzati, moderatamente benestanti avevano quello quasi tutti i must di quell’epoca fintamente felice. E poi…
Poi, come ha spiegato la stessa Elena, in un’intervista, è sceso in campo Berlusconi che rappresentava l’opposto di tutti i valori nei quali la coppia era cresciuta.
Ma forse non è stato solo l’avvento di mister B a scatenare l’impulso a fuggire dalla Milano godereccia e arraffatrice. Forse anche la vita frenetica fatta di lavoro e obblighi sociali ha fatto la sua parte dando a Elena e al marito la sensazione di essere criceti impegnati in una corsa senza scopo sopra una ruota.
«La nostra vita era diventata tutta un correre senza scopo né traguardo. Avevamo tutto, ma ci mancava il tempo per godercelo»” ha spiegato Elena dopo il ritorno.
E così è nata l’idea della fuga.
La coppia aveva appena avuto il secondogenito, Jonathan, mentre la figlia Nicole aveva compiuto i sette anni. Proprio il momento in cui le famiglie sognano di comprarsi casa nel verde per vivere nella natura, oppure in centro città per marcare il proprio successo, li due hanno venduto tutto quello che possedevano e investito il ricavato nell’acquisto di una barca, il Viking, bellissima vela di dodici metri, per farne la loro casa.
Sette anni in navigazione, a vistare posti bellissimi e remoti come i Caraibi, la Polinesia, Panama, la Nuova Zelanda… Libertà assoluta di navigare e di stare fermi. Di esplorare e di riflettere. Poi, all’improvviso, ecco che scatta nella sola Elena, la voglia di tornare. Uno strappo doloroso, fatto con coraggio, ma senza voltarsi indietro.
«Al ritorno è stata durissima, ma piuttosto che lamentarmi del fatto che le cose non erano come le avevo lasciate o come le avrei volute, ho cercato di cambiarle», spiega Elena che a Milano si è dovuta riadattare da sola, senza Klaus, alla vita milanese con due bambini cresciuti liberi come Mowgli e costretti a imparare la vita di città.
Un libro delizioso per tutti, ma dedicato in modo particolare a quelli che giorno sì e giorno no si dicono ‘mollo tutto e vado via’.

Elena Sacco
SIAMO LIBERI. Sette anni in barca e l’avventura del ritorno
Chiarelettere, 294 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO

9 Al giardino ancoraIncipit.
Premessa.
Una sera d’autunno, a Mantova, in una libreria del centro, mi cadde l’occhio su un libretto, Poesie religiose di Emily Dickinson. Una di queste, I haven’t told my garden yet mi colpi con la forza di una rivelazione. Mi parve contenesse
un atteggiamento rivoluzionario verso la morte. Ne parlai in una conferenza che tenni a Roma, nella limonaia di Villa Borghese. Mi avevano invitata a raccontare del mio giardino. È semplicemente un posto dove mi sento felice, avevo esordito, fatico a immaginare come possa interessare ad altri: non ci sono collezioni botaniche, nemmeno piante particolarmente insolite –pochissime, quantomeno – e neppure soluzioni ardite. Mi ingegnai di presentare qualche istantanea dei momenti più belli. In certe giornate d’aprile, il cielo sbirciato attraverso le fioriture dei ciliegi, le grandi nuvole d’erba smeraldina ricamata di fiori di campo, che ondeggiano freschi al soffio ora gentile, ora prepotente del vento. Raccontare del mio giardino mi costringeva a sospendere quello stato d’animo di simbiotica inconsapevolezza che mi aveva permesso, nel corso degli anni, di intervenire quasi senza accorgermene.

Pia Pera, traduttrice e scrittrice di grande sensibilità, colta e raffinata come pochi autori, nota per la sua passione per il giardinaggio di cui ha fatto un’arte, in questo libro affronta con soave lievità un tema struggente: quello del congedo dalle creature, animate e inanimate che fanno parte della vita di ciascuno. Persone, animali, piante.
Per Pia, il giardinaggio è l’altra faccia della vita, è un luogo dello spirito nel quale è bello e giusto perdersi.
Oggi Pia si trova in un momento molto difficile.. E’ malata con poche speranze e sente le forze venirle meno ogni giorno di più. Eppure le sue parole non suonano come il lamento disperato di chi si allontana dalla vita. Lei subisce la sua condizione ma la interiorizza purificandola da ogni sentimento negativo. Perfino dal rimpianto.
Ecco come descrive il suo stato.
«La leggerezza interiore nasce forse dal sentirmi libera dalla zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato, immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue».
In questo libro racconta il suo vivere giorno per giorno con le difficoltà che crescono ma con l’animo che si distende, che si rasserena nelle trasformazioni delle stagioni che lei assapora il più intensamente possibile.
Un libro dolcissimo e struggente a cominciare dal titolo che prende a prestito il verso “I haven’t told my garden yet’, di Emily Dickinson, la poetessa giardiniera che, come lei, ha saputo elevare a filosofia del cuore l’amore per la solitudine e lo sperdersi nella bellezza del cielo, sbirciato attraverso i rami di un pesco in fiore.
Pia Pera
AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO
Ponte alle Grazie, 224 pagine, € 15,00 anziché su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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L’EREDITA’ MEDICEA

10 L'eredità mediceaIncipit
Parte prima. L’onere della stirpe.
Firenze, la notte del 5 gennaio1537. Befana di sangue.
Alessandro de’ Medici era giovane e forte. Si difese e morse a sangue il dito del cugino che gli aveva inferto la prima pugnalata, ma invano. I suoi assalitori, tre, armati e che l’avevano preso alle spalle, lo soverchiarono. I sicari, lo Scoroncolo e il Freccia, dopo averlo immobilizzato, colpirono, finché non smise di muoversi e scivolò a terra
L’abito di Caterina Soderini, la zimarra scollata che sormontava la gonna di broccato verde, era bagnata del sangue del signore di Firenze.
Lei, testimone muto e paralizzato dal terrore, chinò gli occhi e toccò il tessuto, lordandosi. Inorridì incredula fissando le mani sporche e il suo grido acuto ruppe il silenzio della notte.
Lorenzino de’ Medici, giovane, magro ed esile, il primo a colpire, l’afferrò per un braccio minacciando: «Zitta, sciocca! Non capisci, accuseranno anche te».
«No! Non me! Tu traditore, voi assassini» si ribellò.
Poi si liberò, corse ad aprire la porta della camera e chiamò a gran voce: «Aiuto accorrete!»

Come nella miglior tradizione dei principati e delle signorie che hanno imperato e spadroneggiato sul suolo italico isole comprese, anche quella dei Medici, signori illuminati di Firenze, è costellata di brutali omicidi che hanno cambiato il corso degli eventi.
Proprio dall’uccisione del duca Alessandro de’ Medici detto ‘Il Moro’, tratteggiata con poche righe, nude di aggettivi e per questo tanto più immediate ed efficaci, prende il via questa narrazione: un ‘romanzo non romanzo’ che affonda i denti nella storia aprendo scenari di grande suggestività su episodi realmente avvenuti ma poco conosciuti.
Alessandro de’ Medici, figlio illegittimo di Lorenzo II duca di Urbino e nipote del Magnifico (anche se le malelingue ne hanno attribuito la paternità al cardinale Giulio de’ Medici salito al trono di san Pietro col nome di Clemente VII), dopo la capitolazione della Repubblica Fiorentina, nel 1532, per bolla imperiale divenne primo duca di Firenze grazie a un accordo fra il papa e l’imperatore Carlo V, alla cui corte era cresciuto.
Di chiunque fosse figlio, il giovane duca era comunque illegittimo e per questo la sua nomina fu giudicata un ‘colpo di mano’ che creò molti scontenti, acuiti in seguito da un modo di regnare sempre più tirannico, modellato sullo stile dell’imperatore tedesco.
Con la sua morte per mano del cuginastro, che a parole voleva liberare Firenze dal despota ma sotto sotto agognava il potere per sé, si era creato un pericoloso vuoto di potere che avrebbe potuto muovere il popolo alla rivolta.
Come tenere segreto l’omicidio fino alla nomina di un successore? A chi affidare il timone della città? E, ancora, chi aveva armato la mano del giovane Lorenzino le cui argomentazioni non convincevano per nulla?
Fosche nubi si addensavano sulla signoria: bisognava fare in fretta a trovare un successore.
Mentre i congiurati erano in fuga, il cardinale Cybo, primo ministro sotto Alessandro, e Alessandro Vitelli, capo dell’esercito imperiale, si diedero da fare come matti. La scelta cadde inevitabilmente su Cosimo I de’ Medici, figlio del leggendario capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere. Ma Cosimo era solo un adolescente brufoloso e chissà se avrebbe avuto la forza d’animo di assumersi il compito, tanto più che dietro le quinte si muoveva un’Ombra che portava distruzione e morte.
Chi è il personaggio che scivola lungo i muri come un’ombra e muove le sue pedine in segreto? Quali potenze si celano alle sue spalle?
Questo libro, sempre perfettamente in bilico sul crinale che divide la storia dalla fiction, come tutti i migliori thriller è una miniera di colpi di scena che tengono inchiodato il lettore il quale viene guidato dentro il sontuoso affresco che ritrae un’epoca di contrasti e magnificenza di cui è congelato il ricordo nelle opere d’arte che tutto il mondo ci invidia.
Patrizia Debicke van der Noot, autrice di successo, grande cultrice del Rinascimento e della dinastia dei Medici, oltre che una scrittrice di valore si è qui rivelata una ricercatrice storica molto acuta e scrupolosa.

Patrizia Debicke van der Noot
L’EREDITA’ MEDICEA
Parallelo 45 edizioni, 306 pagine, € 10,20 anziché 12,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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NOVITA’ EDITORIALI DICEMBRE 2015 – GENNAIO 2016

AdeleMariniLa rubrica “Novità editoriali” di Misteri d’Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri tra cui il noir ‘non fiction’ Milano, solo andata (Frilli editori, 2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco. Nel 2007, sempre con Frilli, ha pubblicato Naviglio blues, anch’esso tradotto in tedesco. Attualmente è in libreria con l’eBook Arriva la Scientifica (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi noir: i fondamentali della scrittura d’indagine dedicata alle procedure investigative e giudiziarie.

COLONIA ITALIA. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra

COPFasanella_Principio.inddIncipit
Questo libro. Una storia ancora in corso
Attraverso fatti di un altro secolo, il Novecento, poi nemmeno tanto lontano a pensarci bene, vedrete materializzarsi pagina dopo pagina una realtà che appartiene ancora all’oggi. Una storia antica ma di stringente attualità, si potrebbe dire con un paradosso.
Ciclicamente, qualcuno denuncia la propensione al servilismo della stampa italiana, la sua predisposizione quasi genetica a ossequiare ogni forma di potere. E che a porre il problema spesso siano proprio coloro che nei giornali ci lavorano, è sicuramente un bene, il segno di una qualche residua capacità di reazione di fronte a una realtà che, per certi aspetti, si configura ormai come una vera e propria emergenza democratica. La denuncia è utile e necessaria. Se si limita però a fotografare una patologia, senza offrire anche un’analisi delle cause che l’hanno determinata, non aiuta a formare una coscienza e a radicarla nell’opinione pubblica, ma crea soltanto stati d’animo effimeri, destinati a dissolversi al primo cambiamento di vento.

Curioso che dal dopoguerra a oggi si sia sempre guardato alla Cia come al mandante delle stragi, come fabbricatrice di golpe in tutti i paesi pencolanti verso sinistra del mondo civilizzato, come curatrice senza scrupoli dei propri interessi economici, finanziari e politici dovunque risiedano, spesso, prevaricatrice ed erede naturale in geopolitica di tutto il male proveniente dall’Office of Strategic Service, il famigerato OSS, e che si sia trascurato di alzare lo sguardo verso l’altra potenza, a noi molto più vicina: l’Inghilterra.
Gli autori di questo libro, documenti alla mano, stanno finalmente spalancando una finestra su qualcosa che ai più suonerà come una novità: l’intelligence di Sua Maesta, il famigerato MI6, quello dell’agente James Bond creato dallo scrittore Ian Fleming, che dal dopoguerra a oggi non ha mai smesso di spiarci e di entrare a gamba tesa nei nostri affari politici ed economici, interni e soprattutto esteri. Talvolta manipolando il sentire comune con insospettabili ‘agenti provocatori’. Spesso sollevando cortine fumogene per impedire l’accertamento della verità in presenza di episodi gravi come la bomba in piazza Fontana. Quasi sempre utilizzando opinion maker molto popolari e molto presenti sui media.
Non nuovi all’osservazione degli spioni d’oltre Manica, gli autori, che in un loro precedente libro, Il golpe inglese (Chiarelettere) hanno affrontato, con una solida documentazione, il problema dell’ingerenza inglese nella nostra politica, in questo nuovo saggio affrontano, sempre documentando ogni dato e ogni affermazione, il problema dell’ingerenza britannica nella nostra politica.
Un grosso lavoro di scavo fra i documenti desecretati, conservati nell’archivio nazionale inglese a Kew Gardens, che ha permesso di appurare come siamo sempre stati la ‘Colonia Italia’ delle superpotenze.
Perché questo interesse nei nostri confronti? La risposta è complessa e si articola su tre fronti. Il primo è politico e tira in ballo il Pci che, dal dopoguerra e fino agli anni ’90 è stato il più importante partito comunista europeo e non ha mai troncato i legami dei suoi dirigenti con Mosca. Il secondo è geografico: Siamo una banchina allungata sul mediterraneo. Dalle mostre coste si controlla tutto il Nordafrica, mentre a est, fino alla dissoluzione della Iugoslavia, siamo stati la porta sui Paesi comunisti. Il terzo, infine, è morale o, meglio, poco morale agli occhi delle superpotenze per via dei nostri tentennamenti, dei voltafaccia, dell’italica inaffidabilità in tutti i campi.
Ma come è stato esercitato negli anni questo controllo? Semplice: tramite un esercito di personaggi insospettabili della stampa, dell’imprenditoria, dell’editoria, messi a libro paga o anche soltanto incoraggiati, spinti, amichevolmente ‘consigliati’ a fare sponda, a condizionare l’opinione pubblica in modo sottile, con amichevoli ma continue e insospettabili pressioni sul sentire comune della popolazione, esercitate fondamentalmente tramite i media. Un libro davvero interessante, che oltretutto nella parte finale elenca nomi, cognomi e curricula di moltissimi personaggi italiani coinvolti nel ‘complotto inglese’ , alcuni sconosciuti ai più, ma la maggior parte notissimi e perfino amati.

Mario José Cereghino, Giovanni Fasanella
COLONIA ITALIA. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra
Chiarelettere, 483 pagine, € 15,81 anziché 18,60 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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FAUSTO E IAIO. La speranza muore a 18 anni

Fausto e Iaio Introduzione alla nuova edizione
Nel 1978 Milano è una città di frontiera.
Carica uomini, merci, idee dal sud del mondo e le trasferisce in Europa, nelle grandi metropoli del nord.
Borsa, affari, traffici legali e illegali.
E’ così da sempre, anche in quell’anno.
Milano è un luogo dove i soldi sono un mezzo per comprare la felicità. Non certo i valori.

Prefazione alla nuova edizione
Perché certi fatti della storia restano memoria viva, memoria del presente, mentre altri, pur altrettanto importanti, svaniscono nell’oblio del passato?
Perché dei tanti omicidi politici degli anni Settanta oggi si ricordano soprattutto quelli di Fausto e Iaio, Peppino Impastato e Valerio Verbano?
Quella sera in via Mancinelli.
Milano, via Mancinelli, Sabato 18 marzo 1978. Intorno alle 20
La strada è buia. Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra e lo fa dondolare come fosse un’altalena.
Giunge da lontano la voce del conduttore del telegiornale che racconta le prime fasi dell’inchiesta sul rapimento del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro e sull’uccisione dei cinque uomini della scorta da parte delle Brigate Rosse, fatti avvenuti solo due giorni prima in via Fani, a Roma
Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci.
Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, due giovani che frequentano il centro sociale Leoncavallo e che si vestono con jeans scampanati, camicie a quadretti, giubbotti con le frange e che portano capelli lunghi

Pubblicato per la prima volta nel 1996, questo libro rivede la luce anche in formato digitale dopo l’archiviazione da parte del Gip del Tribunale di Milano, Clementina Forleo che, con il decreto del 6 dicembre 2000 mette la parola fine a un’inchiesta iniziata subito dopo il duplice omicidio dei due leoncavallini nel marzo 1978.
La nota conclusiva della Forleo è un capolavoro del dire senza dire.
“Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati [Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci], appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni”.
In sostanza è qui riassunto il limite che affligge troppi magistrati chiamati a emettere sentenze su crimini di natura politica, eversiva, finanziaria:
“Sì, sappiamo chi è stato, conosciamo i retroscena, ma non abbiamo le prove.”
E non bisogna credere che la Gip si sia limitata alla lettura delle carte e abbia tratto la sua conclusione in modo superficiale. Forleo ha seguito varie piste. Nel suo decreto cita le dichiarazioni dei pentiti di destra che negli anni hanno dato la loro versione sul delitto. Però, come tanti in troppe circostanze analoghe, non ha avuto lo scatto di orgoglio che l’avrebbe spinta a seguire anche le piste tracciate delle perizie dell’avvocato di parte civile, Luigi Mariani, ordinando nuove indagini su una figura centrale: Massimo Carminati e sui suoi legami con il Sismi, il servizio militare. Inoltre non ha chiesto che venisse approfondito l’episodio del furto nel caveau del Tribunale di Roma, messo a segno dallo stesso Carminati insieme con carabinieri e poliziotti nel luglio del 1999. E non ha dato neppure un’occhiata alle carte prodotte dalla Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino sulla banda della Magliana e sui rapporti, sempre di Carminati, con i neofascisti romani.
Se lo avesse fatto l’Italia sarebbe oggi un Paese forse meno corrotto e meno pericoloso.
Va detto subito che l’omicidio di Fausto e Iaio, contrariamente a quello che si è voluto far credere, non ha nulla a che vedere con la droga e con l’indagine dei due ragazzi per il libro bianco sull’eroina uscito nel marzo 1978.
Ad ammazzare Fausto e Iaio non è’ stato un pusher arrabbiato perché gli rovinavano la piazza, ma un commando venuto apposta da Roma per dare il segnale che era in atto uno scontro militare. E non in una zona a caso di Milano, ma al quartiere Casoretto, a città studi, in modo da indirizzare questo segnale a una precisa area politica. E guarda un po’ chi faceva parte del commando, anzi, chi lo guidava?
Massimo Carminati! Sì, proprio lui, il ‘re di Roma’.
E già da questo si può intuire la forza e la straordinaria attualità del lavoro di Biacchessi, perché alla fine tutto torna.
Per capire meglio annodando qualche filo di conoscenza in più, oggi esiste la mappa di google che dà una precisa collocazione alle abitazioni di Fausto e di Iaio rispetto al covo dei brigatisti in via Montenevoso, dove furono scoperte le carte di Moro, circostanza anticipata dall’autore già nell’edizione del 1996, ma mai presa in considerazione neanche di striscio dagli inquirenti che indagarono sul duplice omicidio.
Anche se molte cose in più oggi si sanno, l’Italia continua a essere il paese dei misteri. Molte tessere del grande mosaico dell’eversione, a cui appartiene anche il duplice omicidio di via Mancinelli, continuano a non andare a posto e sui ragazzi del Leoncavallo continua a gravare un silenzio imbarazzato.
Scrive Aldo Grannuli nella sua perizia del 1988 per il sostituto procuratore Stefano Dambruoso:
“I fascicoli sull’omicidio si presentavano poveri, non comparivano note confidenziali, nessun scambio epistolare con altri corpi di polizia, nessun passaggio d’inchiesta. Il silenzio appare strano. Totale assenza di veline. Nessun rapporto della squadra narcotici. Nessun informatore ha acquisito la minima notizia sul caso.”
La pubblicazione di questo libro, riveduto e corretto alla luce di quello che oggi si sa, vuole essere un invito a riflettere su strane connessioni, su complicità sotto traccia e sulla protezione di cui hanno goduto per anni molti personaggi oscuri come Carminati, indicato come figura centrale dell’eversione di destra già nel 1996.

Daniele Biacchessi
FAUSTO E IAIO. La speranza muore a 18 anni
Baldini&Castoldi, 194 pagine, € 10,20 anziché 12. su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 6,99

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VIA CRUCIS

Via crucisIncipit
Questo libro. Le piaghe del Vaticano
E’ il pomeriggio 12 novembre 1978. Dopo appena 18 giorni di pontificato, papa Giovanni Paolo I scopre che all’interno della curia si muove una potente loggia massonica con centoventuno iscritti. La notizia che riceve è sconvolgente. Cardinali, vescovi e presbiteri non seguono le parole del vangelo ma rispondono al giuramento della fratellanza muratoria. Una situazione intollerabile. Così, il 19 settembre, il nuovo pontefice inizia a preparare un piano di riforma radicale della cura.
La denuncia choc di papa Francesco. La riunione riservata
Poche ore dopo i consueti appuntamenti religiosi, il papa si prepara a raggiungere il palazzo apostolico. Francesco controlla personalmente l’agenda con gli impegni della giornata.
«Ho sempre fatto così, la porto in una cartella nera, dentro c’è il rasoio, il breviario, l’agenda e un libro da leggere.»
In mattinata è prevista l’udienza con l’arcivescovo Jean-Louis Bruguès, bibliotecario e archivista della Santa sede. Ma l’appuntamento più importante è fissato per le 12.

Il primo pontefice che si mise in capo di fare pulizia nelle sacre stanze fu papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani. Era il 1978, l’anno in cui si favoleggiava dell’attico con piscina di Paul Casimir Marcinkus, l’onnipotente porporato che dirigeva lo Ior, finito in cronaca per i molti scandali finanziari e le amicizie con banchieri, bancarottieri e faccendieri di non specchiata virtù.
A papa Luciani, che evidentemente non apparteneva al club dei potenti della Chiesa, bastarono diciotto giorni per accorgersi che c’era del marcio all’interno della curia e che nel palazzo di san Pietro si muovevano ecclesiastici col grembiulino massonico al posto della croce di ametiste. Come gli sia andata, è scritto in una delle peggiori pagine della storia della chiesa.
Poi è toccato al papa tedesco: il mistico Benedetto XVI, troppo stanco, troppo anziano e sicuramente troppo solo per combattere contro il conservatorismo dei vertici vaticani. Non avendo né armi, né strumenti e neppure alleati, si è dimesso.
Adesso è la volta di papa Francesco, il gesuita venuto dall’Occidente, energico e abbastanza giovane da trovare in sé le energie sufficienti per dare battaglia. E abbastanza furbo da aver preferito l’appartamentino di cinquanta metri quadrati del residence Santa Marta, al fastoso ma sinistro appartamento papale in Vaticano. Come Albino Luciani è come il suo predecessore Benedetto XVI, anche Bergoglio è sobbalzato scoprendo che quello che continua a stare a cuore a chi amministra il patrimonio immobiliare del Vaticano non è l’amore per il prossimo e nemmeno la guida spirituale del fedeli ma piuttosto l’accumulo e lo sperpero del denaro che affluisce alle casse soprattutto attraverso l’Obolo di san Pietro, la carità dei fedeli di tutto il mondo che dovrebbe essere destinata ai poveri. E non parliamo di promuovere e finanziare quelle Opere di religione per le quali lo Ior era stato creato!
Dopo Vaticano spa, che grazie ‘all’archivio della vergogna’ di monsignor Renato Dardozzi, ha scoperchiato le pentole dell’Istituto svelandone la spregiudicata politica [mal]affaristica, dopo Sua Santità che attraverso le carte trafugate dal maggiordomo pontificio, Paolo Gabriele, ha svelato la quotidianità di papa Ratzinger, assediato da personaggi che con un eufemismo si possono definire ‘ostili’, Gianluigi Nuzzi torna in libreria con una nuova inchiesta che ha aperto il ‘vaso di pandora’ del Governatorato e dell’Apsa, gli organismi preposti al governo dello Stato vaticano e al suo funzionamento nonché all’amministrazione dei suoi beni.
L’Apsa, in particolare, tramite il suo braccio finanziario, ovvero lo Ior, è di nuovo scoperta con le mani nella marmellata: scoperta a operare sui mercati finanziari di tutto il mondo esattamente come farebbe una società di intermediazione abbastanza spregiudicata da non badare a come si moltiplicano i profitti e che quindi, se l’affare del momento, grazie ai sanguinosi focolai di guerra in Africa e dintorni, è rappresentato dalla vendita di armi, perché non investire lì? Idem per le società proprietarie di televisioni specializzate nel porno e in molti altri affari che con la religione e la fede hanno poco da spartire.
Appena uscito, questo libro sta facendo scalpore. Da molte parti si sta gridando allo scandalo, mentre i ‘traditori’ accusati, come già il maggiordomo Paolo Gabriele, di aver passato documenti scottanti, fra cui registrazioni di riunioni segretissime, stanno già pagando duramente. Due nel carcere della Santa sede, e due (i giornalisti) accusati e pronti a sedere alla sbarra di un’aula processuale.
C’è davvero di tutto in questo libro. Grandi ‘affaire’ e piccinerie. Perfino pettegolezzi gustosi. E tuttavia, a una riflessione profonda non può sfuggire una verità inconfutabile: che la lotta di papa Francesco contro chi vorrebbe mantenere uno status quo di privilegi e ricchezze, di potere incontrastato e libertà di condurre operazioni opache che sconfinano nel malaffare, fra congiure di palazzo, agguati e comitati di affari, non può essere solitaria e invisibile se vuole avere qualche possibilità di risultare efficace.
Se qualcosa cambierà in Vaticano, se gli uomini che compongono la nomenclatura della Chiesa di Roma sceglieranno quelle opere pontificie di carità a cui è destinato, e se gli investimenti saranno finalmente etici, lo si dovrà proprio a quelle gole profonde e a quei servitori ‘infedeli’ che hanno passato le carte, violando il loro giuramento di riservatezza. E, naturalmente, anche ai giornalisti che quelle carte le hanno raccolte e pubblicate. Da leggere prima che qualche zelante procuratore italiano ne chieda il sequestro e la distruzione.

Gianluigi Nuzzi
VIA CRUCIS
Chiarelettere, 321 pagine, € 15,30 anziché 18 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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