NOVITA’ EDITORIALI – MARZO – SETTEMBRE 2017

Sono on line le ultime novità editoriali

La rubrica “Novità editoriali” di Misteri d’Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri noir -‘non fiction’ editi da Frilli. Come MILANO SOLO ANDATA (2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco; NAVIGLIO BLUES (2008), A MILANO SI MUORE COSI’ (2013), IO NON CI STO (coedito da Feltrinelli 2014) fino a L’ALTRA FACCIA DI MILANO (2016) scritto con l’agente segreto Gheppio. Da segnalare ancora l’eBook ARRIVA LA SCIENTIFICA (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi Noir: I FONDAMENTALI DELLA SCRITTURA DI INDAGINE dedicata alle procedure investigative e giudiziarie. Adele Marini vive a Milano con due cani e un merlo indiano, lo stesso che compare nelle inchieste del commissario Marino.

L’ALTRA FACCIA DI MILANO. L’ombra dei servizi segreti sull’ultima indagine di Marino

Siamo sicuri che l’Incipit di questo libro vi depisterebbe. O meglio vi confonderebbe le idee. Non perché sia sbagliato, ci mancherebbe. Ma perché non vi darebbe l’esatta dimensione del valore di questo lavoro. Preferiamo cominciare allora col dire che questo è un libro straordinario prima ancora che per la trama, avvincente e originale, per la stessa struttura del romanzo. Due libri in uno. Due storie in una che si intercciano tra loro con un ritmo incalzante.
Sta proprio nella chiave narrativa che Adele Marini ha scelto questa doppia trama: il cadavere di un ragazzo trovato a Milano e il resoconto di una missione di guerra di un agente dei servizi segreti italiani sotto copertura nella dissoluzione della Jugoslavia all’inizio degli anni Novanta.
Protagonista della storia è l’ormai conosciuto e affermato commissario Vincenzo Marino – interprete di diversi romanzi di Adele – spirito e arguzia meridionale. Con la sua compagna tanto desiata ma mai veramente afferrata Sandra Leoni, collega critica e refrattaria. Vincenzo indaga sulla morte del ragazzo in quella Milano sporca e spietata che l’autrice ci ha già fatto conoscere nei suoi precedenti romanzi. Un’indagine che sembra facile e scontata ma che si rivela piena di sorprese e di raccapriccio, ma intanto deve occuparsi anche di un lascito testamentario di un colonnello del servizi segreti militari, morto in un misterioso incidente stradale, con cui Marino ha lavorato in passato ma che non ha mai davvero stimato a causa dell’ambiguità del suo lavoro. Il lascito (un gozzo e una casetta in Sardegna) in realtà nasconde qualcosa di molto scottante: l’archivio segreto del colonnello dove, tra l’altro, è narrato per filo e per segno un viaggio fatto dal militare nei Balcani del 1992 dilaniati dalla guerra civile. In quei luoghi di morte il colonnello ha scoperto sulla sua pelle una verità che il governo italiano, per fedeltà verso l’alleato americano, non ha mai voluto ascoltare: in Jugoslavia non ci sono mai stati, nelle fazioni in lotta, i buoni da aiutare e i cattivi da combattere, ma serbi, croati e musulmani erano tutti criminali di guerra. Peccato che l’Occidente abbia sposato solo la causa degli ultimi due. Il che ci rimanda ad un’altra guerra, quella per il Kosovo del 1999, con i caccia dell’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema mandati a mitragliare e bombardare solo la Serbia in difesa di un manipolo di trafficanti di droga e di armi.
Marino e la sua non compagna, leggendo quel resoconto, finiscono così nei meandri di un incubo che si dipana di pari passo con l’indagine sul piccolo morto ammazzato di MIlano. Un’indagine piena – anche in questo caso – di orrore e ambigità.
Nessuno è innocente di dice Adele Marini.

Adele Marini e Gheppio
L’ALTRA FACCIA DI MILANO. L’ombra dei servizi segreti sull’ultima indagine di Marino
Frilli, 367 pagine, € 12,66 anziché 14,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 4,99

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LA STRATEGIA DELL’INGANNO. 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia

Incipit: Questo libro. Avete presente il colpo di Stato classico, quello realizzato con i carri armati e l’assalto al palazzo del governo? Bene, dimenticatelo.
Perché la grande crisi di sistema che colpì l’Italia fra il 1992 e il 1993, e che trovò soluzione nella nascita della Seconda repubblica, passa attraverso sentieri tortuosi, avvenimenti incerti e patti segreti: una via di mezzo tra il golpe cileno e la sfilata della maggioranza silenziosa al seguito del generale Jacques Massu, il torturatore d’Algeria che spianò la strada al generale Charles De Gaulle.

L’inganno come operazione psicologica. Deception. Una delle più grandi e perverse menti dell’intelligence mondiale, James J. Angleton, la definiva come «Uno stato della mente e la mente dello Stato». Non poteva non avere impressa a fuoco, proprio lui, questa parola chiave del vocabolario delle spie che deriva dal latino decipere (de e capere) e che significa afferrare, adescare, prendere in trappola, allontanare (dalla verità). In altre parole «ingannare».

Questo è un libro importante come, del resto, lo sono tutti i lavori di Stefania Limiti, grande giornalista di grandi testate. E’ un libro che si potrebbe definire un po’ il «backstage» degli avvenimenti nerissimi che hanno insanguinato il paese fra il 1992-1993, biennio cruciale che ha segnato la svolta della politica nel nostro Paese. E non necessariamente in meglio.
E’ un saggio d’inchiesta in cui si dice molto del moltissimo che non si era mai detto nelle cronache dell’epoca e nemmeno nelle successive ricostruzioni.- Soprattutto non si dice quanto siamo stati vicini a ritrovarci sotto le suole chiodate di un manipolo di generali o colonnelli, torturatori e assassini sul modello della Junta argentina, o del dittatore Pinochet, il macellaio del Cile. Questo perché quando, in un paese, è in atto la «strategia dell’inganno», quello che avviene dietro le quinte, cioè nel backstage, non lo si dice mai. Un po’ perché si tratta di azioni, apparentemente slegate, condotte da vari personaggi spesso all’oscuro del progetto nel suo insieme. Un po’ perché chi avrebbe il dovere di vigilare preferisce, pur non essendo complice, non vedere, non capire, non mettere insieme le varie tessere del puzzle. Ma soprattutto perché la maggioranza dei i cittadini, manipolata ad hoc, col tempo si è persuasa che andare là, dove gli stateghi dell’inganno vogliono condurre il Paese, sia cosa buona e giusta.
Tra il 1992 e il 1993, che ha avuto come sbocco la nascita della cosiddetta Seconda repubblica, il Paese è stato ferito da un susseguirsi continuo di tragedie ambigue. Fatti di sangue mai del tutto chiariti nei loro contorni.
Nell’estate del 1993, ad aprire le danze, è un primo, bizzarro tentativo di golpe: alcuni personaggio guidati da un pilota di linea si propongono di dare l’assalto alla televisione di Stato. L’idea è di occupare la sede Rai di Saxa Rubra. Il gruppo viene fermato mentre è ancora in fase organizzativa grazie alla soffiata di una fonte del Sisde. Pare che la gola profonda fosse uno dei congiurati e così non succede nulla, ma quando la notizia arriva ai giornali, i titoli sono del tipo che tolgono il sonno, come quello apparso sul Corriere della Sera: Bombe ai neutroni in parlamento, elicotteri sulla Rai.
Ma la paura passa presto. L’Italia continua a svegliarsi repubblica e i cittadini dimenticano. Ma poi arriva Lady Golpe con le sue rivelazioni su un tentativo di colpo di Stato nel quale sarebbe stato coinvolto uno dei protagonisti dell’eversione nera: il milanese Gianni Nardi che le cronache avevano dato per morto nel 1976 in Spagna, vittima di uno strano incidente automobilistico.
La vicenda ha i contorni di una pochade ma il suo significato vero è ben lontano dall’essere una farsa.
E’ l’ottobre 1993 quando una bella signora di nome Donatella De Rosa, Lady Golpe appunto, moglie di un ufficiale dell’esercito e sedicente amante di un generale, diventa protagonista delle cronache divulgando un memoriale nel quale c’è di tutto: riunioni segrete di alti ufficiali dell’esercito, contatti con esponenti della criminalità mondiale attivi nel traffico di armi, depositi segreti zeppi di armamenti. Perfino l’anziana madre di un terrorista, amante del suo stesso marito, il tenente colonnello Aldo Michittu. Tutto questo tourbillon di trame e intrighi, stando alla De Rosa, avrebbe lo scopo di portare in Italia un regime modellato sul Cile di Pinochet grazie anche a oscure complicità massoniche e agganci nei luoghi del potere, a cominciare dal Vaticano.
La De Rosa conosce bene gli ambienti militari, fa nomi e cognomi e le sue “confessioni” a puntate come le telenovelas brasiliane, non scivola via come acqua ma vengono prese sul serio.
Uno degli effetti è rappresentato dalle dimissioni del generale Goffredo Canino, capo di Stato maggiore dell’esercito, un uomo perbene, molto amato, che, tirato in ballo dalle panzane della donna e del marito di lei, preferisce non difendersi affinché il buon nome dell’esercito non venga sporcato.
Il secondo è la riesumazione del cadavere di Gianni Nardi, l’uomo di punta del complotto, che lady Golpe giura di aver incontrato vivo e vegeto.
In mezzo, ordini e contrordini di carabinieri e procure.
Fortunatamente la salma recuperata in Spagna pone fine a tutto perché risulta essere effettivamente quella di Nardi che, ovviamente, non poteva essere stato visto dalla De Rosa dal momento che riposava tranquillo nella propria tomba. Ma gli italiani, ancora spaventati dalle bombe di Firenze, Roma e Milano, ancora disorientati per il ciclone Tangentopoli, scoprono di essere stati sull’orlo di un golpe.
Un golpe fasullo, ma vai a smentire!.
E comunque a dare man forte al timore ci sono le stragi mafiose, il misterioso blackout delle comunicazioni a palazzo Chigi e al Quirinale. Gli scandali (veri) del Sisde e del Sismi. La fine del partito guida in Italia, la DC, spazzato via sall’immensa slavina di Tangentopoli insieme con tutti gli altri storici: il Psi, il Pci, il Pli. Solo il Msi si salva, e non è un caso. E non bisogna dimenticare la crisi economica che sta portando gli italiani, attoniti per il rutilare di miliardi delle tangenti, verso il baratro della povertà.
Ma sono stati davvero casuali questi e gli altri eventi rievocati nel libro? Secondo Stefania Limiti, che ha ricostruito la sequenza degli avvenimenti attraverso documenti e dettagli inediti, no. Niente è stato casuale. In queste pagine, infatti, gli stessi eventi persi nell’insieme:
«… portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima d’incertezza e di paura e disgregando le nostre strutture di intelligence».
In altre parole: furono azioni a tenaglia convogliate in una sorta di “guerra non convenzionale a bassa intensità” combattuta col tritolo, i suicidi, gli omicidi, il sospetto… Tutto finalizzato ad abituare gli italiani all’idea che prima o poi l’uomo forte arriverà e metterà a posto le cose.
Un grande intrigo ordito e coordinato, il cui effetto oggi è sotto gli occhi di tutti: un ribaltamento politico e l’instaurazione di quel grigiore diffuso, di quell’ingiustizia sociale, di quel disgregamento dei valori che conosciamo. Dunque, il golpe alla fine c’è stato. Un vero golpe non politico ma ancora peggiore: morale e ideologico.

Stefania Limiti
LA STRATEGIA DELL’INGANNO. 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia
Chiarelettere, 288 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche il Ebook a 10,99

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IL MORANDINI 2017. Dizionario dei film e delle serie televisive

Incipit: Presentazione di Luisa Morandini. Ed eccoci giunti alla diciannovesima edizione del dizionario.
La “fabbrica” del Morandini non ha chiuso i battenti e, anzi, lavoriamo a pieno regime, nonostante tutto e con il cartello “LAVORI IN CORSO” (su cui abbiamo scherzato tante volte negli anni passati) ben in vista: ha dell’incredibile ma anche dopo oltre 20 anni non ci sono solo i film di ogni nuova stagione da aggiungere, c’è sempre qualcosa da correggere, modificare, limare, togliere, aggiungere, aggiornare… (e come sempre ringraziamo i fedeli lettori che continuano ad aiutarci).

Chi ama il cinema, soprattutto quello di qualità, non può fare a meno del Morandini, il grande Dizionario dei film e delle serie televisive.
L’edizione pubblicata quest’anno comprende 16.500 film usciti sul mercato italiano dal 1902 all’estate 2016 nonché una scelta di circa 700 serie televisive e 650 cortometraggi.
Ma non c’è solo la storica edizione cartacea da tenere a portata di mano per le serate al cinema e anche per quelle tranquille davanti alla tivù che oggi, grazie a canali a pagamento come Sky e Premium, in aggiunta a quelli Rai, e grazie anche al servizio di streaming “Netflix”, offre una scelta quasi illimitata di film, serie televisive, documentari e programmi di approfondimento.
Al Morandini 2017 si associa, infatti, l’edizione in digitale ancora più vasta e completa che, oltre ai film, presenta 700 serie televisive scelte fra le più seguite o le meglio realizzate, 650 cortometraggi, selezionati tra quelli italiani e stranieri più recenti o che hanno avuto segnalazioni nei festival internazionali e, in più, numerosi approfondimenti.
In questo modo è messa a disposizione di appassionati, cinefili e semplici curiosi del grande e piccolo schermo, una serie di informazioni accessorie, quali i titoli originali, i paesi di produzione, i nomi del registi e degli interpreti principali, gli anni di uscita delle pellicole, i riassunti delle trame, le analisi critiche, la durata di ogni produzione, utili suggerimenti per la visione dei film come, per esempio, se sia vietato ai minori, indicazioni grafiche sul giudizio della critica tramite un punteggio a stelline da 1 a 5 e il successo di pubblico, anch’esso espresso in una scala da 1 a 5, ma con i pallini.
Ma non basta. Poiché gli appassionati di cinema e tivù sono incontentabili, è stata predisposta, a corredo del dizionario cartaceo e digitale, anche una app per iOS e Android, scaricabile con Windows e Mac.
Nell’app per la consultazione online si parla di premi Oscar; dei film della Mostra del cinema di Venezia 2016; si presentano i principali siti Internet dedicati al cinema e si permette di accedere direttamente ai migliori film (con giudizio critico di 4 o 5 stellette o maggior successo di pubblico). Non solo, ma è anche possibile conoscere la programmazione cinematografica del giorno in televisione e, infine, quando si è connessi a Internet, si possono visualizzare circa 7000 immagini di scena o locandine.
Una guida agli spettacoli, indispensabile se si desidera scegliere per poter spendere al meglio il proprio denaro per gli abbonamenti tivù e per le proprie serate davanti al piccolo come al grande schermo.

Laura, Luisa e Morando Morandini
IL MORANDINI 2017. Dizionario dei film e delle serie televisive
Zanichelli, 2080 pagine, € 27,96 anziché 32,90 su internetbookshop.

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I 3000 DI AUSCHWITZ. Una storia vera

Incipit: Prefazione. Ho scritto queste memorie nel 1991, un quarto di secolo fa, e le ho messe da parte. Un paio di anni fa, in seguito alla morte del mio caro marito Andor, i nostri figli mi hanno chiesto di stampare tutti i miei appunti.
Io scrivo in continuazione – pagine di diario, riflessioni, poesie, ricette – e così il risultato è stata una pila di fogli alta una decina di centimetri. Ho detto ai miei figli che da qualche parte, in quel mucchio, c’erano i ricordi dei miei primi vent’anni di vita: prima, durante e subito dopo l’Olocausto.

Capitolo 1. Prima del principio. Secondo il mio certificato di nascita, rilasciato in Ungheria nel 1927, sono Margit. In Australia, secondo le lettere ufficiali che mi sono state recapitate, sono Margaret. Ma più che Margit, e ben più che Margaret, io sono Baba, soprannome che mi porto dietro sin dall’infanzia. Significa “bambina”, e fu mia sorella maggiore, Erna, a chiamarmi così quando nacqui. Mi rimase incollato addosso, e perciò Baba è stato sempre il mio nome, da tutta la vita.
Sono nata a Nyírbátor, città di dodicimila abitanti nella provincia più orientale dell’Ungheria, che confina a est con lande rumene dimenticate da Dio e a nord con quella terra solo leggermente più civilizzata che adesso è chiamata Slovacchia. Nyírbátor si trova in una pianura circondata da fattorie: non esattamente una delle più belle creazioni del Signore. Era una città rurale attraversata da strade polverose, le vie principali erano contornate da alberi di acacia, che emanavano un profumo delizioso. Era una città del tutto ordinaria.
Ma io ero una bambina e venivo spinta solo dalle emozioni che colmavano il mio giovane cuore: per me, Nyírbátor era casa. Certo, se sei amata e ricoperta di attenzioni, se hai una madre come la mia e un padre affettuoso e infinitamente protettivo com’era il mio, allora ogni città può diventare un paradiso, persino Nyírbátor, con le sue strade polverose.

L’autrice Baba Schwartz, nata in Ungheria nel dicembre del 1927, è sopravvissuta con la madre e due sorelle all’Olocausto. Dopo la disfatta del Reich e la fine del conflitto, negli anni Cinquanta è emigrata con quel che restava della sua famiglia a Melbourne, in Australia.
L’aspetto più interessante di questo libro, che offre la sua testimonianza, se mai ce ne fosse ancora bisogno, su quello che realmente avveniva ad Auschwitz, è il raffronto fra il prima e il dopo.
Prima della deportazione.
Dopo l’internamento.
Baba era una ragazzina quando, nel maggio 1944, dopo l’invasione dell’Ungheria avvenuta nel marzo precedente, tutti i 3000 ebrei residenti nella cittadina di Nyírbátor furono caricati sui treni piombati e avviati ai campi di sterminio. Fino al giorno della deportazione la sua vita era stata serena, piena dell’amore dei genitori: casa, scuola, amici, riti religiosi e preghiere, libri… Tanti libri, che Baba divorava.
Poi un giorno tutto è cambiato. Di colpo gli ebrei di Nyírbátor hanno scoperto di essere diversi dai loro concittadini.
«A Nyírbátor, gli ebrei non sono mai stai costretti ad isolarsi in apposite zone. (..) ci consideravamo tutti ungheresi», spiega Baba.
Ma è solo il preludio alla tragedia che viene annunciata da un cugino, piombato a casa di Baba quello stesso mattino con la notizia che i tedeschi erano arrivati in Ungheria.
Neanche il tempo di informarsi e capire, che subito la città, come sicuramente tutta l’Ungheria già invasa, viene tappezzata di proclami: gli ebrei di Nyírbátor dovranno radunarsi il giorno successivo portando con sé solo il minimo indispensabile.
Da Nyírbátor partono in tremila fra uomini, donne e bambini, tutti stipati sui carri bestiame. Direzione Auschwitz.
Ad attendere i deportati ci sono soldati tedeschi con gli immancabili cani feroci al guinzaglio. Il balenare di zanne, i latrati sono per tutti il primo, disumano impatto. E terrorizzano Baba appena scesa dal treno e testimone della selezione fatta nientemeno che da Josef Mengele.
Quello che segue è orrore puro. Separazione da chi viene subito avviato alle camere a gas, spogliazione dei superstiti di tutto quello che possiedono, anche dei capelli, marchiatura, sistemazione nelle baracche, lavoro disumano, sete, fame, freddo. E, sopra ogni cosa:
«la puzza di carne bruciata che aleggiava sempre nell’aria.»
Quella puzza «divenne semplicemente normale. Ci si abitua anche a questo odore straziante».
Baba, con sua madre e le sorelle è riuscita, per una serie di eventi fortunati, a sopravvivere al lager e alle “marce della morte” imposte dai tedeschi ormai sconfitti e in fuga. Ma quello che scrive, corredato da fotografie e documenti nazisti inediti, appartenenti all’archivio Yad Vashem, rimane una ferita ancora viva nel corpo dell’umanità intera.

Baba Schwartz
I 3000 DI AUSCHWITZ. Un storia vera
Newton Compton, 224 pagine, € 8,42 anziché 9,90 su internetbookshop.

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UNA GENERAZIONE SCOMPARSA. I mondiali di Argentina 1978

Incipit: Introducción. La storia dell’Argentina dei desaparecidos è sovrapponibile a quella di Antigone che vuole seppellire il cadavere del fratello contro gli ordini del Re e che viene uccisa.
La tragedia delle tragedie.
Un atto di Sofocle scritto nella notte dei tempi e mai così attuale come oggi.
Edipo è il Re di Tebe.
Muore dopo una vita sfortunata e con lui la sua regina, Giocasta.
Lasciano quattro figli, diversi tra loro da farli sembrare perfino simili.
Gli opposti che si annullano.
Ci sono i due guerrieri Eteocle e Polinice e le due ragazze, Antigone e Ismene.
Sono troppo giovani per salire al trono.
La spunta il tiranno Creonte, lo zio.
Tebe è in guerra da anni, combatte contro Argo, città nemica.
Polinice pensa di tradire il suo popolo. Si mette alla testa dell’esercito nemico. E’ convinto che il trono debba spettare a lui, soltanto a lui. Così vuole conquistare Tebe. La guerra diventa cruenta, dura, senza esclusione di colpi. Gli eserciti sono ben equipaggiati ma alla fine Tebe vince. Resta solo la scena drammatica dei due fratelli Eteocle e Polinice che si battono a duello fuori dalle mura e alla fine si ammazzano a vicenda.
Creonte dice che la guerra è finita, per sempre.
E bisogna festeggiare per dimenticare quell’orrore.

Acto Uno. El campeonato mundial de fútbol de la vergüenza.
«Sólo trescientos metros del estadio en la Avenida del Libertador 8151, incluso el torturadores Escuela de Mecánica de la Armada, Esma, uno de los centros de tortura del régimen, alégrate y abrazar a sus vícti¬mas moribundas. Por una noche, al menos, por los cielos de la Argenti¬na, solamente la caída de confeti y serpentinas, y no los cuerpos de las mujeres y los hombres lanzados desde aviones en las aguas negras y el océano amenazante. Al día siguiente, en vuelos de la muerte reprise tiempo. Todo volverá a la normalidad, Argentina nell’anormalità de los horrores».
È il 25 giugno 1978.
A Buenos Aires, Estadio Monumental, alle ore 15 ora locale, va in scena Argentina-Olanda, finale dei mondiali di calcio, davanti a 71.483 spettatori.
Il clima è assai surriscaldato, perché la nazionale Argentina vuole vincere a tutti i costi e non può sbagliare. Poi si gioca tutto davanti al suo pubblico, soprattutto davanti agli occhi vigili del dittatore e torturatore argentino generale Jorge Videla, e a quelli di tutti i membri della Junta militare, al potere dalla notte del 24 marzo 1976, seduti in tribuna d’onore.
Accanto a loro, nascosto dai riflettori delle telecamere, c’è un signore italiano ancora sconosciuto ai più: è Licio Gelli, il Venerabile della loggia massonica P2, Propaganda 2, imprenditore, amico personale degli uomini del potere argentino.

Diciamo subito che questo non è un saggio come tutti gli altri. L’autore, Daniele Biacchessi, giornalista del Sole 24 Ore e Radio24, scrittore, sceneggiatore e produttore di spettacoli teatrali volti al recupero del passato è, fra le sue mille attività, anche il padre fondatore di “Ponti di Memoria”, associazione senza scopo di lucro che si impegna tenacemente a salvare dall’oblio pezzi della nostra e dell’altrui storia. Pezzi che non si possono dimenticare senza che ci si senta in colpa. Perché all’orrore non c’è mai fine e i momenti bui dell’Inquisizione, quelli dei lager voluti dal nazifascismo, i voli della morte in Argentina (argomento di questo libro), gli squadroni della morte in San Salvador e nei mille altri luoghi di tortura sparsi in tutto il mondo, possono riaffacciarsi dappertutto e in qualunque momento, anche da noi. Questo ci insegnano i fatti di Genova in quel maledetto luglio 2001, da piazza Alimonda all’assalto alla Scuola Diaz, fino alle violenze sui fermati nella caserma di Bolzaneto. E senza dimenticare le torture, inflitte nelle camere sotterranee della morte, a Giulio Regeni da agenti dei servizi d’intelligence della Turchia di oggi, fino a pochi anni fa nazione civilissima, tollerante e democratica.
il 25 giugno 1978, all’Estadio Monumental di Buenos Aires si gioca la partita di calcio Argentina-Olanda, finale dei mondiali di quell’anno.
Quella partita non si può perdere. Il dittatore Jorge Videla e la sua Junta di assassini è al potere da due anni, esattamente dalla notte del 24 marzo 1976 e tutti sono consapevoli che il mondo intero sta guardando. Una possibile sconfitta verrebbe interpretata come un insuccesso del nuovo regime.
La squadra nazionale argentina, che è fortissima, vince 3 a 1 e il fischio finale viene accolto da un boato che dallo stadio sembra propagarsi all’intero Paese. Chissà se gli argentini sugli spalti del Monumental e quelli seduti davanti al teleschermo avrebbero esultato allo stesso modo se avessero saputo che a poche centinaia di metri, in Avenida del Libertador 8151, c’era uno dei luoghi di tortura e morte più orrorifici del mondo, dopo Auschwitz e Dachau.
Alla Escuela de Mecánica de la Armada, ESMA, stavano, ammassati gli uni sugli altri, uomini, donne e soprattutto ragazzi, molti dei quali agonizzanti per le torture, stivati nei sotterranei della scuola in attesa di finire i loro giorni nell’oceano, scaraventati da migliaia di metri di altezza.
Nella notte della vittoria, la capitale argentina esulta. Esultano anche i carcerieri, ma il mattino successivo la “moratoria” termina e i voli della morte riprendono.
Un vero e proprio Olocausto. Un “pulizia generazionale”. Contrastati, nell’indifferenza mondiale, solo dalle Madri di Plaza de Mayo, che sfilano con il fazzoletto bianco in testa per chiedere giustizia per i figli e per i nipoti, sottratti appena nati alle madri finite nell’oceano e dati in adozione ai generali torturatori.
Un’intera generazione scomparsa, annientata, per la quale non ci sarà mai perdono.
Assolutamente da leggere perché solo passando attraverso il dolore della conoscenza del passato si può capire il presente e impedire che certi orrori si ripetano.

Daniele Biacchessi
UNA GENERAZIONE SCOMPARSA. I mondiali di Argentina del 1978
Jaka Book, 124 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.

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INTERNAZIONALE NERA. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea

Incipit: Prima di cominciare. La soffiata. Il covo di Aginter Presse. Lisbona, 22 maggio 1974, mercoledì.
I quartieri della città sono illuminati dai primi bagliori estivi. Fa caldo e c’è profumo di mare. Rua das Praças è celebre per le sue trattorie che diffondono odore di aglio e baccalà. E’ una strada tranquilla, con un pavé in pietra grigia, che all’improvviso diventa una leggera salita. In dieci minuti, camminando di buona lena, si raggiunge il Bairro Alto, di solito una passeggiata piacevole, ma non in quei giorni: in Portogallo è appena scoppiata la rivoluzione, le strade sono deserte e, nonostante il bel clima, la gente vive tappata in casa.

Questo libro è, per utilizzare un’immagine forse un poco azzardata ma efficace, il retroterra degli eventi narrati nel libro precedente: Doppio livello di Stefania Limiti. Questo fa dei due saggi, opera di grandi giornalisti d’inchiesta, quasi un unicum di cui l’uno è complementare dell’altro, anche se c’è una differenza sostanziale: Stefania Limiti per scoprire cosa sta a monte degli eventi più tragici della nostra storia repubblicana ha lavorato soprattutto sulle carte. Un lavoro da amanuense: mesi e mesi passati a consultare migliaia di pagine, per la maggior parte non riproducibili e quindi copiate a mano. Atti d’indagine, sentenze, fogli sparsi nei fascicoli, dossier … alla ricerca di tracce di verità che nessuno era riuscito a vedere. E poi interviste, confidenze riservate, colloqui a registratore spento.
Andrea Sceresini, un passato da reporter di guerra, per individuare il ruolo e le trame della più misteriosa e pericolosa organizzazione europea: l’Internazionale Nera, è andato a cercarsela sui luoghi, la sua verità. E poi risalendo di traccia in traccia, si è spinto dovunque lo portavano le informazioni che vie via riceveva.
Punto di partenza: Lisbona, rua das Praças, dove in una soffitta zeppa di armi, documenti, truci simboli nazisti, era stata scoperta la sede della misteriosa Aginter Presse da cui è partito se non tutto almeno moltissimo del male che ci ha devastato.
Aginter Presse e il suo sfuggente fondatore Guérin-Sérac: due nomi che fanno paura, ma su cui non si è mai voluto o potuto indagare a fondo non solo in Italia, ma in tutta l’Europa. Due nomi ai quali probabilmente fa capo il vasto progetto di destabilizzazione attuato con quella che, nel linguaggio dell’Intelligence, si chiama deception, ovvero inganno.
Quando Pierpaolo Pasolini pubblicò il suo celebre editoriale sul Corriere della Sera: Io so (link: http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html) era ben consapevole di quello che non poteva rivelare ma di cui aveva, con la lucidità e la lungimiranza del genio, intuito come lugubre presenza. Rilette oggi, alla luce di tutto quello che è avvenuto, le sue parole si inquadrano perfettamente nei lavori d’indagine di Limiti e Sceresini. Pasolini, era il 14 novembre 1974, sapeva ma non aveva le prove eppure nel suo articolo mostra uno spaccato di quel futuro che oggi è il nostro passato.
Non aveva le prove. Anche i nostri due autori non le hanno. I magistrati che hanno indagato a lungo sulle stragi, a cominciare da Guido Salvini, non le hanno mai trovate. Nessuno le ha né le avrà mai. Però gli indizi sono tanti e portano tutti in un’unica direzione: Aginter Presse nelle sue infinite diramazioni.
Per anni abbiamo creduto di essere in pace e invece sul nostro territorio si combatteva una guerra “a bassa intensità” con spargimenti di sangue. Per anni abbiamo creduto di essere liberi e sovrani e invece eravamo eteroguidati verso una sola direzione: quella autoritaria. Per anni siamo andati a votare credendo di poter scegliere, ignorando che se avessimo scelto la parte sbagliata saremmo finiti come la Grecia dei colonnelli.
Andrea Sceresini, in questo libro che si legge come un romanzo nerissimo grazie allo stile brillante, arricchito dalle fotocopie di documenti segreti mai pubblicati prima, ha riannodato i fili di un passato che sta condizionando il presente di tutti.
Assolutamente da leggere.

Andrea Sceresini
INTERNAZIONALE NERA. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea
Chiarelettere, 180 pagine, € 12,75 anziché 15,00 su internetbookshop. Disponibile anche I Ebook a 8,99

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QUESTA NON È L’AMERICA

Incipit: 1. L’alba dell’era Trump. «L’idea dell’euro non mi è mai piaciuta. Fin dal primo giorno. E non mi piace nemmeno adesso. Credo che complichi le cose, a dire il vero. Tutta quella burocrazia a Bruxelles, così tante differenze tra i singoli Stati, come la tassazione. Non mi piaceva quando è venuto fuori l’euro e non ho certo cambiato idea».
Donald Trump condanna l’euro. L’attimo seguente se la prende con Angela Merkel, Barack Obama e Hillary Clinton. Subito dopo passa a magnificare sia la Brexit che Vladimir Putin. Per poi lanciarsi in un racconto celebrativo sul suo nuovo campo da Golf, appena risistemato, in Scozia. E’ fatto così.

Quanti europei si saranno domandati chi gliel’ha fatto fare, agli americani, di votare in massa uno come Trump, un miliardario di non specchiata virtù, repubblicano per fedeltà di lobby e per interesse privato, arrivato sulla scena politica come uno tsunami. Un candidato così assurdo, nella sua pretesa di conquistare la Casa bianca, che e all’inizio, mentre girava gli States in campagna elettorale contro Hillary Clinton, fu preso sottogamba da tutti. Perfino deriso. Dagli osservatori politici, come dagli esperti di economia, dai giornalisti politici e dai governanti di tutto il mond. E giù giù, fino ai comuni cittadini nelle loro chiacchiere al bar.
Figuriamoci, è impossibile che vinca. E’ una macchietta!
E invece la “macchietta” contro ogni pronostico, ha fatto man bassa di voti in quasi tutti gli stati, anche in quelli della costa orientale, tradizionalmente democratici.
L’aspetto più bizzarro è che Trump ha vinto soprattutto nelle città dell’America profonda, quella delle fattorie sperdute nel nulla. Quella dei disoccupati lasciati in strada dalla crisi confezionata da miliardari come lui: operai, minatori, allevatori, braccianti. E ha vinto in larga misura grazie ai voti dei cittadini immigrati. Non solo quelli dei ricchi cubani della Florida, ma anche dei latinos poveri: soprattutto portoricani e messicani. Proprio quelli che, con lui alla Casa Bianca, avrebbero avuto tutto da perdere visto che non ha mai fatto mistero delle intenzioni di smantellare tutte le rassicuranti riforme di Obama, a cominciare dall’Obamacare, il programma che assicura cure sanitarie a tutti i cittadini. Non proprio come in Europa, come avrebbe voluto l’allora presidente, ma insomma un aiuto concreto che rende la copertura assicurativa realmente alla portata di un gran numero di cittadini, anche di quelli afflitti da patologie preesistenti e croniche, che prima non se lo sarebbero mai sognato.
E allora, se il candidato Trump del tutto privo di esperienza politica, che sbraitando in campagna elettorale non faceva mistero delle sue intenzioni condite di razzismo, è riuscito a battere la democratica Hillary, che cosa è successo all’America? Una sbornia collettiva? Il tentativo maldestro di mandare un segnale forte ai democratici “che tanto avrebbero comunque vinto?” Un sussulto di conservatorismo mentre, grazie ai Clinton e a Obama, era in corso un cauto cammino verso il progressismo di stampo europeo?
Già, che fine ha farà il sogno americano, quello che assicurava l’ascensore sociale a tutti i cittadini, ora che alla casa Bianca siede un presidente che ha a cuore solo i vantaggi propri e di chi sta bene, anzi benissimo. Che punta a rinsaldare il potere delle lobbies, a cominciare da quelle, già potentissime, delle armi, dei farmaci e delle banche d’affari e brokeraggio, come la famigerata Goldman Sachs a cui si deve la recente crisi finanziaria mondiale? Che si sta adoperando per espellere dal paese gli immigrati che lo hanno votato in massa, anche quelli nati in America e oggi cittadini americani a tutti gli effetti? Che non fa mistero di un iperconservatorismo anacronistico, che vorrebbe applicato solo agli altri?
Alan Friedman, un volto del giornalismo molto noto anche da noi, non certo un acceso democratico ma comunque un osservatore attento ed equilibrato, spiega tutto questo partendo dal basso, dando voce ai cittadini che oggi si trovano del tutto impreparati ad affrontare la bufera che li ha investiti, a cominciare dallo smantellamento del baluardo medico Obamacare.
Il ritratto dell’America che esce da queste pagine è crudo, realistico e decisamente fa piazza pulita di molte errate convinzioni.
Il libro, scritto con un linguaggio fluido, semplice e accattivante, si legge come un romanzo. Da non perdere per capire cosa sta succedendo sull’altra sponda dell’Atlantico e cosa minaccia anche noi europei.

Alan Friedman
QUESTA NON E’ L’AMERICA
Newton Compton, 348 pagine, € 10,96 anziché 12,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 5,99

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MAFIA CAPITALE

Incipit: L’orgia del potere (dalla prefazione di Nando dalla Chiesa). Ci sono vicende giudiziarie che hanno il potere di illuminare lo stato di un Paese. E’ stato così per il maxiprocesso di Palermo, per Tangentopoli o per l’operazione Crimine-Infinito, che nel 2010 ha scoperchiato il potere della ‘ndrangheta su pezzi interi della Lombardia. Mafia capitale è sicuramente una di queste. E arriva dopo di queste, quasi a denunciarne uno spirito pubblico intriso di corruzione e crimine come costante della nostra storia nazionale.

Roma capoccia del mondo infame. “capitale corrotta, nazione infetta”. Era il 1955. Esattamente sessant’anni fa, l’Espresso avviava un’inchiesta sulla speculazione che attanagliava Roma. All’epoca c’entravano i palazzinari, i politici, l’aristocrazia papalina la pubblica amministrazione, i soldi facili di chi speculava sulla disperazione dei baraccati. Sessanta anni dopo eccoci di nuovo al punto di partenza. Si deforma l’originario, nobile profilo della cooperativa che dà lavoro agli ex detenuti per trasformarla in una consorteria minacciosa e corruttrice che si arricchisce sull’assistenza ai profughi, ai rom, ai minori non accompagnati, agli sfrattati. Ma che sia l’emergenza neve o la raccolta differenziata dei rifiuti, o le piste ciclabili, ecco l’appalto. In cambio si garantiscono mazzette, favori, pacchetti di voti, alleanze. E se qualcuno non ci sta, sono minacce e intrighi per piegarlo o toglierlo di mezzo.

Eccolo qui il libro che svela cos’è stata e, forse, cosa continua a essere, quell’orgia di corruzione emersa ufficialmente il 28 novembre 2014, quando il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Flavia Costantini, appose la propria firma sull’ordinanza di applicazione delle misure cautelari emessa sulla base delle richieste della procura della Repubblica di Roma, presentate dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dai sostituiti procuratori Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli.
Naturalmente non è il documento integrale dell’Ordinanza, troppo voluminoso per trovare spazio in un libro. Ma gli stralci sono stati scelti dai curatori Gaetano Savatteri e Francesco Grignetti per delineare un profilo preciso e dettagliato del sistema corruttivo e dei protagonisti rinviati a giudizio. Quello che ne è nato è il romanzo truce di una capitale violentata schiavizzata, depredata, imbarbarita per l’esclusivo profitto di pochi.
Si è parlato tanto, sui media, di mondo di sotto, mondo di sopra e mondo di mezzo: definizioni della popolazione affilate come bisturi, che da sole dicono molto. A coniarle non sono stati i magistrati o i giornalisti, ma uno dei protagonisti, il più feroce di tutti. Un assassino di nome Massimo Carminati.
Ma cos’e Mafia capitale? E può essere assimilata alle mafie tradizionali Cosa nostra, ‘ndrangheta eccetera?
Ecco cosa dice il codice in proposito:
“L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.
La definizione, precisa e dettagliata, calza a pennello sulle caratteristiche riscontrate nel sistema corruttivo estorsivo e intimidatorio portato alla luce dai giudici romani. Dunque, la “cosa” oggetto della presente Ordinanza, ha tutti i titoli per essere chiamata Mafia Capitale, che non è la solita metafora coniata dai media, ma una “cupola” vera e propria che, secondo i giudici si è avvalsa «della forza dell’intimidazione del vincolo associativo della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici
Fino a farsi “sistema”
Un sistema parallelo di governo della capitale, letteralmente sdoganato, quasi ufficializzato, quando il Campidoglio è stato conquistato da un sindaco che non aveva alcuna remora a salutare i suoi col braccio teso nel saluto fascista.
Ma ovviamente si tratta di un sistema che non è nato oggi. Nella sua nota introduttiva Nando Dalla Chiesa risale fino agli anni ’80, partendo dalla genesi della banda della Magliana, con i suoi torbidi intrecci al terrorismo nero, a Cosa nostra e alla malapolitica, arrivando fino a quella metamorfosi criminal-imprenditoriale che è, appunto, Mafia Capitale.

A cura di Gaetano Savatteri e Francesco Grignetti
MAFIA CAPITALE. L’atto di accusa delle procura di Roma
Melampo, 326 pagine, € 11,90 anziché 14,00

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MAFIA A MILANO

Incipit: Introduzione di Nando Dalla Chiesa. La mafia a Milano: o della cecità. C’è mezzo secolo di affari e di delitti in questo libro. La sola lettura stupisce senz’altro per la quantità dei fatti e dei protagonisti, dei viluppi di relazioni stabilitisi tra organizzazioni mafiose e vita sociale cittadina, tra clan criminali e mondo economico, o, sempre di più, mondo politico amministrativo.

Prologo: Salvatore Barbaro ha 36 anni, è alto e magro, veste in jeans scuri e polo blu. E’ accusato di aver imposto il monopolio della ‘ndrangheta nei lavori edilizi dell’hinterland di Milano. Si siede di fonte al giudice e dice che lui non è il capo di nessuna associazione mafiosa. Non gli è mai passato per la testa, assicura, di ottenere lavori sfruttando la paura che ancora incuter il nome di suo suocero, Rocco Papalia, detenuto all’ergastolo.

Il primo boss di spicco a salire al Nord e a installarsi nel cuore di Milano, in un magnifico appartamento nella centralissima via Albricci, è stato un nome che metteva paura su entrambe le sponde dell’Atlantico: Joe Adonis per i compari, al secolo Giuseppe Doto. In realtà l’idea di lasciare Chicago per il Belpaese non è stata sua. Un provvedimento di espulsione dagli Stati Uniti lo aveva costretto a imbarcarsi sul transatlantico Conte Biancamano il 3 gennaio 1956. Un viaggio in prima classe, naturalmente, come si addiceva a un boss diventato miliardario con traffici loschi di ogni tipo: whisky durante il proibizionismo, sigarette, casino, droga. Da ultimo, soprattutto droga.
Una volta installato nel lussuoso appartamento milanese non era difficile incontrarlo all’edicola di via Larga, o a spasso con la mazzetta dei giornali sottobraccio. Un sessantenne a modo, educato e ben vestito, dai lineamenti ancora gradevoli e dal sorriso pronto, smentito però da occhi a spillo. Occhi da uccello predatore.
Ecco, è cominciata così la conquista di Milano e poi, via via, dell’Hinterland e di tutta la Lombardia, da parte di Cosa nostra. Perché com’era facilmente intuibile, a seguito del boss sono arrivati altri capicosca di spicco del calibro di Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, i Calò, i Madonia, i Ciulla… e picciotti pronti a sparare. A partire da quel momento è stato tutto un baciare mani all’ombra del Duomo, un organizzare summit in questo o in quell’hotel. Vertici mafiosi nel corso dei quali si discuteva su come impiantare raffinerie di droga al Sud, infiltrare le aziende mettere le mani sugli appalti e organizzare traffici planetari.
Ma anche su chi ammazzare, su chi promuovere, su chi affiliare.
Eppure sbaglierebbe chi pensasse a Milano come a una filiale di soltanto di Cosa nostra. La grande metropoli dei danée già prima dell’arrivo di Joe Adonis era terra di conquista di un’altra organizzazione mafiosa: la ‘ndrangheta calabrese, che vi si stava insediando piano piano senza chiasso, senza eccessi di vita notturna com’era nelle abitudini dei boss siciliani amanti delle bische e dei night club. Quasi in punta di piedi, salvo sporadiche ammazzatine qua e là. Grazie soprattutto ai provvedimenti di “confino”, adottati dai magistrati per staccare i mafiosi che non era possibile mettere in galera dalle rispettive famiglie, i mammasantissima calabresi si stavano magnificamente appropriando di interi quartieri preferendo zone appartate in periferia o addirittura nei paesi vicini: Corsico, Paderno Dugnano, Novate, Trezzano sul Naviglio… Modesti appartamenti e villette con vani interrati, progettati per nascondere sequestrati, soldi o partite di droga da tagliare.
Queste orde barbariche a partire dal dopoguerra hanno avuto decenni per sistemarsi, integrarsi, impiantare vere e proprie holding del crimine. Naturalmente, mentre politici locali e nazionali si affannavano a rassicurare i cittadini con frasi perentorie: qui la mafia non esiste!, negando l’innegabile, non vedendo il morto per strada, non accorgendosi di quello che avveniva sui cantieri e nell’assegnazione degli appalti. Fette di salame sugli occhi e voti che alle elezioni arrivavano a pacchi, proprio come accadeva al Sud nel secolo scorso.
La mafia non esiste. Anche le associazioni imprenditoriali negano, minimizzano, si stupiscono. E intanto metà degli imprenditori fa affari con le cosche, mentre l’altra metà subisce estorsioni, danneggiamenti, minacce. A volte perfino omicidi.
Ma fosse solo questione di business! La mafia penetra ovunque, come un cancro invade i tessuti sani e non smette di propagarsi fino a infiltrare pesantemente anche la politica e il vivere quotidiano dei cittadini, la mentalità, le abitudini. Addirittura cercata, coccolata dai candidati smaniosi di accaparrarsi poltrone col meccanismo dei voti di scambio: tu boss mi fai votare e io, una volta eletto ti favorirò in ogni modo.
Questo libro, un saggio anche se si legge come un vero e proprio “romanzone” del malaffare organizzato, grazie a uno stile semplice, piano e non privo di humour, racconta in modo dettagliato e organico il lungo viaggio delle cosche, dai picciotti ai mega-impreditori di oggi che muovono in borsa i capitali del riciclaggio. Una storia di successi criminali e di arricchimenti spropositati, sottratti al fisco e a tutti gli italiani.
C’è tutto in queste pagine: la stagione dei sequestri, la finanza insanguinata di Sindona e Calvi, l’arresto di Liggio, i colletti bianchi del narcotraffico, lo “stalliere” di Berlusconi, i maneggi di Dell’Utri. E ci sono omicidi, sparizioni con la lupara bianca, rapacità e su tutto il potere delle paura e quello dellì’ingordigia equamente distribuiti. E omertà come a Palermo, e affiliazioni, e punizioni definitive. Tutto vero. Tutto documentato. Tutto dimostrato dai ponti che cadono, dalle case che si sgretolano, dai costi delle opere pubbliche che lievitano. A dispetto di chi continuava (e continua ) ad affermare che la mafia al Nord non c’è.

Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni
MAFIA A MILANO. Sessant’anni di affari e delitti
Melampo, 491 pagine, € 15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile anche In Ebook a 6,99

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OPERAZIONE PORTOFINO. SQUADRA SPECIALE MINESTRINA IN BRODO

Incipit: Capitolo 1. Sabato 6 Febbraio. Luc Santoro rallentò leggermente la corsa e ruotò il polso sinistro per controllare il cardiofrequenzimetro: bene, le pulsazioni erano sufficientemente basse e con un tempo di percorrenza di tutto rispetto per un sessantenne in pensione. L’indomani, domenica, alla Mezza Maratona Internazionale delle Due Perle avrebbe fatto la sua porca figura.

Perché si è deciso di infilare questo delizioso noir leggero e pieno di ironia fra tanti saggi poderosi che squarciano veli su un passato cupo e desolante? La risposa è scontata: ogni tanto un po’ di leggerezza ci vuole per dissipare il cupore e la paura del futuro, proprio come una compressa di Antonetto manda via il bruciore di stomaco.
L’idea di partenza di questo romanzo, il secondo della seria “Minestrina” è geniale: tre poliziotti liguri, andati in pensione più o meno contemporaneamente, non si rassegnano all’inattività. Invece di trascorrere le giornate aggrappati alle recinzioni arancione a sorvegliare l’avanzamento dei lavori stradali, ogni tanto si impegnano in indagini non ufficialmente autorizzate ma ufficiosamente sollecitate dai loro ex colleghi, rimasti alle prese con mattinali, verbali, identificazioni e catture di piccoli criminali che tanto poi, dopo neanche due ore, sono di nuovo in strada a sottrarre con destrezza portafogli, cellulari e collane d’oro.
Luc Santoro, ribattezzato Maalox per via dello stomaco perennemente in fiamme a causa di problemi familiari ed economici, Ferrucco Pammattone detto Semolino, andato in pensione con i gradi di sostituto commissario e vice dirigente della Mobile. Eugenio Mignogna, nome di battaglia Kukident per via del suo nuovo sorriso ballerino, ex sovrintendente della Scientifica che si è riciclato in venditore ambulante di panini alla porchetta.
E’ questa la “Squadra speciale Minestrina in brodo”. I tre intervengono ogni volta che capita qualcosa su cui gli ex colleghi non hanno troppa voglia di impegnarsi. E quel qualcosa non manca di capitare perché la riviera ligure, loro terreno di caccia, d’estate e d’inverno è tutto in pullulare di belle donne di dubbia moralità, tutto un imperversare di ladri, grassatori, truffatori, magnaccia, tutto uno sfrecciare di Ferrari, Maserati, Mercedes che ogni tanto i ladri si portano via col carro attrezzi dopo aver simulato la rimozione.
Una vera piaga i furti d’auto di lusso, così come i borseggi, le truffe, le rapine: tutti reati considerati a torto “minori”, che le forze dell’ordine spesso non riescono a contrastare efficacemente perché richiedono tempo, personale e risorse tecnologiche che non ci sono. Senza contare la sfiducia degli agenti, perché una volta catturati, i farabutti vengono subito rimessi in strada dai gip preoccupati di non affollare carceri già piene da scoppiare.
L’operazione Portofino prende il via quando viene rubata l’ennesima Ferrari con il vecchio trucco del finto incidente che blocca la strada proprio a ridosso del cambio di turno dei poliziotti. Il nuovo sostituito commissario Andrea Lugaro, che ha preso il posto del suo ex superiore Semolino Pammattone, non sa da che parte cominciare con le indagini perché non ha conoscenze adeguate nella mala locale. E poi, di trovare i colpevoli, in fondo non gliene importa più di tanto perché l’auto è assicurata sul totale del valore e a rimetterci ma non troppo sarebbe solo la compagnia di assicurazione. Così, quando Semolino gli capita per caso in ufficio, fra una parola a mezza voce e un’allusione buttata lì lo incarica di darsi da fare al posto suo.
La Squadra speciale Minestrina in brodo rientra in azione e quello che i tre architettano per incastrare i ladri sarebbe piaciuto a Hitchcock di Caccia al ladro.
L’autore del romanzo, Roberto Centazzo, savonese di nascita, è un vero poliziotto. Ispettore capo della Polizia di Stato, oggi responsabile della Polfer di Savona, percorre nei suoi libri gli stessi passi investigativi della realtà, riuscendo a far vivere le sue indagini di vita propria, anche a costo di abbattere molti luoghi comuni e ridimensionare i miti esagerati che si ritrovano nei romanzi di genere giallo e noir impilati sugli scaffali delle librerie.

Roberto Centazzo
OPERAZIONE PORTOFINO. Squadra speciale minestrina in brodo.
TEA, 252 pagine, € 10,50 anziché 14,00. Disponibile in Ebook a 3,99

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LE BELLE CONTRADE

Incipit: Le belle contrade. Dove passato e futuro si incontrano (dalla prefazione di Giorgio Boatti). Ci sono esistenze – forse più fortunate di altre – che, a un certo punto, si accorgono che una vita sola non basta. Una sola vita non è sufficiente per esplorare adeguatamente il mondo circostante e neppure per abitare in se stessi o nelle immediate vicinanze con adeguata profondità.
E’ quasi sempre un evento imprevisto, distonico rispetto al motivo conduttore che sino a quel momento ha caratterizzato l’orizzonte quotidiano, a far affiorare la consapevolezza e, dunque, il disagio del ritrovarsi imprigionati dentro un copione non solo culturalmente e professionalmente limitato ma, spesso, esistenzialmente riduttivo.

1. Dal paese al paesaggio. Anche quando costruisce paesaggi di fantasia, Teofilo Folengo utilizza materiali ricavati dal paese reale, dalla concretezza delle attività operose, dal lavoro dei suoi abitanti. L’antiparnaso maccheronico, la montagna “grandis” delle sue grasse muse, per poter essere facilmente visualizzato e riportato su scala di misura prontamente ricostruibile, ha sullo sfondo – fra altre vette più illustri – le montagne bergamasche che, irrilevanti per lui nei valori che oggi chiameremmo “paesaggistici”, vengono ricordate unicamente per le loro cave dalle quali si estraevano pietre ottime ad essere utilizzate come macine da mulino:«Bergama non petras cavat hinc montagna rodondas, / quas pirlare vides blavam masinante molino».

Il Saggiatore prosegue il progetto di rivitalizzazione del corpus delle opere di Piero Camporesi ripubblicando “Le belle contrade” con un sottotitolo affascinante: “La nascita del paesaggio italiano” utile a comprendere la genesi del dialogo tra uomo e natura, vita materiale e costruzioni culturali.
«Nel Cinquecento non esisteva il paesaggio, nel senso moderno del termine, ma il “paese”, qualcosa di simile a quello che per noi è oggi il territorio» un’Italia “minore” di cose e di genti.
Questo è un libro prezioso, denso di attuali spunti per riflessioni su chi eravamo e chi siamo diventati.
L’Italia non è solo corruzione, deturpamento, malaffare. E’ anche e soprattutto bellezza pura. Una bellezza, quella del panorama, che però gli uomini del quattro-cinquecento, non sapevano cogliere. Il loro occhio, afferma l’autore di questo gioiello in forma di libro, «coglie e perlustra con particolare attenzione la concretezza ambientale o la realtà della geografia umana» più che l’incanto estetico.
Diciamo subito che questo è un libro colto, come lo sono tutte le opere di Piero Camporesi (Forlì 1926 – Bologna 1997), filologo, storico e antropologo, docente di letteratura italiana all’Università di Bologna, uno fra i saggisti italiani più conosciuti al mondo. Ma è anche un libro che si legge con gusto perché ogni concetto è espresso con l’assoluta semplicità che è il tratto caratteristico dei grandi autori il cui pensiero, così limpido che tutti possono penetrarlo, lascia trasparire scenari inaspettati e impensabili: visioni di un mondo che è stato e che forse non è perduto per sempre ma nei secoli si è trasmutato in altro.
Case, strade, genti, mestieri, dialetti, fatti e misfatti della gente comune: tutto entra nel grande affresco che l’occhio attento di Piero Camporesi ci mostra dal basso.
In queste pagine i laghi cristallini, le montagne verdi e mari increspati si intuiscono ma non si vedono. In compenso le pagine sono piene genti, di mestieri, di affari puliti e affari loschi, di botteghe, di feste paesane… Perché sono questi i particolari che gli uomini del Cinquecento erano disposti a cogliere. E che, attraverso i loro scritti, l’autore ha registrato: cittadini di un’Italia minore sempre occupati nelle loro faccende, dediti a traffici e a produzioni artigiane che hanno lasciato tracce arrivate fino a noi. Prodotti della cultura «materiale, bottegaia, artigianale, campagnola» di cui oggi ancora portiamo vanto nel mondo. Il tutto condito da gustose testimonianze che rendono il saggio vivido come un dipinto e gustoso come un dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio.

Piero Camporesi
LE BELLE CONTRADE. Nascita del paesaggio italiano
Prefazione di Giorgio Boatti
Il Saggiatore, 216 pagine, € 18,70 anziché 22,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 10,99

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NOVITA’ EDITORIALI – ottobre 2016 – marzo 2017

Sono on line le ultime novità editoriali

 

 

La rubrica “Novità editoriali” di Misteri d’Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri noir -‘non fiction’ editi da Frilli. Come MILANO SOLO ANDATA (2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco; NAVIGLIO BLUES (2008), A MILANO SI MUORE COSI’ (2013), IO NON CI STO (coedito da Feltrinelli 2014) fino a L’ALTRA FACCIA DI MILANO (2016) scritto con l’agente segreto Gheppio. Da segnalare ancora l’eBook ARRIVA LA SCIENTIFICA (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi Noir: I FONDAMENTALI DELLA SCRITTURA DI INDAGINE dedicata alle procedure investigative e giudiziarie. Adele Marini vive a Milano con due cani e un merlo indiano, lo stesso che compare nelle inchieste del commissario Marino.

I SEGRETI DI BOLOGNA. La verità sull’attentato terroristico più grave della storia italiana

Incipit. La pista dimenticata. di Rosario Priore. La verità non ha tempo: non è mai troppo tardi per raccontarla. Non è mai troppo tardi per mettere insieme tutti i tasselli di un mistero di Stato. Sollevare il velo sulla strage di Bologna è un dovere soprattutto per chi, come me, ha indagato a lungo sulle vicende più torbide della storia dell’Italia repubblicana e conosce bene i limiti della verità giudiziaria. È arrivato il momento, dopo trentasei anni, di spiegare cose che ancora rimangono in sospeso. E per farlo, per tessere il filo sottile ma tenace che collega questo eccidio al contesto nazionale e internazionale dell’epoca, è di vitale importanza che il lettore tenga a mente alcune date e luoghi che spesso torneranno in questo libro. Veniamo ai fatti. Al momento dell’arresto a Roma, la notte del 9 gennaio 1982, il terrorista rosso Giovanni Senzani viene trovato in possesso di un appunto, scritto di suo pugno, che riassume i contenuti di un colloquio avuto a Parigi con Abu Ayad, capo dei servizi segreti dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Quest’ultimo confida al leader brigatista che le recenti azioni terroristiche avvenute in Europa celano la regia dell’Urss, intenzionata a sanzionare la politica dei paesi europei in Medio Oriente. Senzani annota uno dei tre attentati elencati da Ayad con la sigla “Bo”, che io – in qualità di giudice titolare dell’inchiesta, che indagava sulle azioni compiute a Roma dalle Brigate rosse a partire dal 1977 –, non senza sorpresa, interpreterò come un evidente riferimento alla strage avvenuta alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980

 Prima parte. La diplomazia parallela. I missili di Ortona. Un insolito incontro notturno.  È la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979. Siamo a Ortona, una cittadina con meno di trentamila abitanti che sorge su una falesia del litorale abruzzese. A turbare la serenità del piccolo centro della provincia teatina, dove solitamente regna la calma assoluta, è la notizia di una rapina in un istituto di credito avvenuta nella mattinata. Forse è per questo motivo che “Romanuccio”, il metronotte in servizio nei pressi del Banco di Napoli, è sul chi vive. Manca poco all’una quando nota una Fiat 500 targata Roma che prima inverte il senso di marcia e poi si ferma in via della Libertà, nella direzione di Foggia. Alla guida c’è un uomo sulla trentina che spiega al vigilante di  attendere amici dalla capitale. Romanuccio ascolta e resta incuriosito dall’insolito appuntamento notturno, così continua a tenere d’occhio quel forestiero dai modi cortesi e con la barba folta. Dopo qualche minuto la piccola utilitaria viene affiancata da un furgoncino Peugeot riadattato a camper. A bordo s’intravedono due persone dall’aria innocua.

 Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i terroristi dei Nar condannati in via definitiva a sette ergastoli a testa, più centinaia di anni di carcere, da molto tempo già liberi, hanno sempre negato di avere responsabilità nella strage di Bologna. «Non siamo stati noi. Cercate altrove.» Dove? Forse a Sud-est. E’ esattamente questo che sostiene anche Rosario Priore, uno dei magistrati più impegnati a ricercare la verità sul terrorismo in Italia, soprattutto nelle sue matrici internazionali. Ora che è in pensione e che il suo vincolo alla riservatezza è caduto, almeno per i fatti non sottoposti a Segreto di Stato, ha deciso di raccontare quello che sa e quello che ha potuto dedurre dagli atti in suo possesso. In questo libro inchiesta, scritto con l’avvocato Valerio Cutonilli che da anni è impegnato nella ricerca della verità sulla strage di Bologna, ha riversato tutto quello che a oggi, dopo 36 anni, è stato scoperto sui fatti relativi alla bomba ancora avvolti da quell’impenetrabile opacità che ha consentito di mettere la strage sul conto dei “neri”. Negli ultimi quarantasei anni, a partire dalla bomba in piazza Fontana a Milano, gli italiani hanno assistito inermi ad attentati di ogni genere: omicidi di militanti politici, di poliziotti, di magistrati e giornalisti. E stragi crudeli, terribili, come quella alla stazione di Bologna che causò 85 morti e 200 feriti e che, nonostante la condanna definitiva di tre (all’epoca) giovanissimi neofascisti, continua a essere avvolta nel mistero.

Si è già detto tutto su Bologna, si dirà. Si è scritto tutto… Ebbene, stando a Rosario Priore non è vero e in questo libro viene aperta la strada a un’altra verità. Infatti, dopo interminabili indagini giudiziarie, ipotesi e contro ipotesi, dopo un iter processuale che non ha uguali in tutta Europa, il magistrato , mettendo in relazione l’immensa mole di materiale delle commissioni parlamentari Moro, P2, Stragi, Mitrokhin, più gli atti e i documenti  provenienti dagli archivi dell’Est, nonché materiale classificato come “riservatissimo” e mai reso pubblico, hanno individuato un nuovo filone d’indagine che colloca la strage nel contesto geopolitico a cui apparteneva, cosa che finalmente metterebbe al proprio posto tutte le tessere del puzzle. La storia italiana dal secondo dopoguerra a oggi è costellata di “doppie verità” spesso in contraddizione fra loro, di operazioni parallele dei servizi segreti (mai deviati, ma sempre ligi ai compiti loro assegnati!), di linee politiche più articolate e divergenti delle mappe di una metropoli. E su tutto ha dominato la volontà di politici che, stando alle dichiarazioni ufficiali, avrebbero operato per il bene del Paese, anche “facendo il male per ottenere un bene superiore”. E non è un caso se gli episodi più sanguinosi, dagli anni ’70 in poi, ancora avvolti nel mistero, sono tutti, per un verso o per un altro, collegati fra loro e culminati nella bomba alla stazione di Bologna. Solo ripercorrendoli a ritroso come hanno insieme gli autori: il magistrato e l’avvocato che lo ha affiancato, è possibile capire cosa abbia significato e da cosa abbia avuto origine la stagione del terrorismo che ha insanguinato il nostro Paese.

Valerio Cutonilli Rosario Priore

I SEGRETI DI BOLOGNA. La verità sull’attentato terroristico più grave della storia italiana

Chiarelettere, 274 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

LA PROMESSA DEL TRAMONTO

Incipit: Prologo. Budapest Giovedì 15 novembre 1951. Il Danubio così arrabbiato non lo si vedeva da tempo. Ancora ieri scorreva lento e gentile, come un gigante pigro, ma poi si è messo a piovere ed è salito il vento. Verso la mezzanotte l’acqua ha superato il livello di guardia e adesso, che manca poco all’alba, il grande fiume scatena la sua forza. Trascina con sé rami e foglie, lancia schizzi impazziti oltre gli argini e ricade in vortici di schiuma. Visto da lontano offre uno spettacolo meraviglioso, viene voglia di fermarsi per ammirarlo, ma darà più d’un problema alle navi in partenza. Il viaggio della Veszprém, in servizio sul Danubio tra Budapest e Vienna, si mette male prima di cominciare. Per il momento il vecchio mercantile, ormeggiato vicino al ponte Szabadság, subisce con stoica pazienza i capricci delle onde. Benché non sia piccolo – è lungo ottanta metri, largo dieci, e ha un pescaggio di due metri e ottanta, con una capacità di trasporto fino a tremila tonnellate –, viene sbatacchiato come un fuscello. Pioggia e vento rendono più faticose le operazioni di carico, due marinai scivolano sulla passerella viscida, fioccano bestemmie, bisogna raddoppiare i teli per impedire che le casse di merci s’inzuppino d’acqua. Alle cinque e mezzo arriva anche l’agente dell’AVh, la polizia segreta del regime, che resterà a bordo fino a destinazione. Il comandante lo saluta a mezza voce, il poliziotto risponde senza entusiasmo. La reciproca antipatia è evidente, anche se i due cercano di mascherarla.

 Questo non è solo un bel romanzo che si legge d’un fiato godendo di una prosa elegante e fluida, è anzitutto un documento storico molto importante perché spalanca due finestre sul passato: la prima sul diffondersi, all’inizio in modo silenzioso, quasi impercettibile ma capillare e strisciante, dell’antisemitismo nell’Ungheria del tentennante Horthy. Antisemitismo che non mancò di inseguire a rotta di collo la ‘soluzione finale’ dopo il colpo di stato che portò al potere le Croci frecciate di Ferenc Szalasi. La seconda, sulla vita in quella che, dopo la disfatta del Reich e dei suoi alleati, era diventata la Repubblica popolare d’Ungheria, ovvero un satellite della galassia sovietica. La narrazione prende il via con la fuga del protagonista, Tibor, a bordo della Veszprém, una nave mercantile che trasporta merci da Budapest a Vienna lungo il Danubio. Tibor è un medico ebreo ungherese, sfuggito per puro caso all’olocausto. Ha studiato in Italia e ha sposato una donna italiana, Sara, appartenente a una famiglia importante che non è mai stata favorevole a quel matrimonio misto. Allo scoppio della guerra viene avviato a un campo di lavoro dove le condizioni di vita sono proibitive e tuttavia questa alla lunga si rivela una fortuna perché lo salva dall’essere inviato ad Auschwitz dove invece perderanno la vita diversi membri della sua famiglia, compresi i genitori. Alla fine della guerra Tibor riesce a tornare nella grande casa vuota, dove ritrova Sara e la figlia, ma la vita è ancora lontana da quella sospirata tranquillità e da quel modesto benessere che gli affetti e la sua professione dovrebbero assicurargli. Piano piano i legami dell’Ungheria con l’Urss si vanno rafforzando fino a dare vita a uno statalismo brutale che soffoca la vita, mentre tornano a manifestarsi i sintomi dell’antisemitismo che non è affatto morto con la caduta del reich. Tibor convince Sara a partire con le figlie per l’Italia prima che anche a lei venga impedito di lasciare il Paese. La scusa ufficiale è una visita alla famiglia di origine, ma quello che in realtà si propone di fare è raggiungerla e stabilirsi in Italia per sempre. La fuga di Tibor a bordo della Veszprém che solca il Danubio reso tumultuoso da nubifragi che si susseguono l’uno dopo l’altro, segregato per quasi una settimana dentro il doppiofondo di un armadio buio e asfittico in compagnia di due donne litigiose e un neonato, è un pezzo di alta letteratura che non si dimentica facilmente. E’ un pezzo di storia che cattura, coinvolge, a tratti indigna, ma penetra nella coscienza e non può essere dimenticato. Assolutamente da leggere.

Nicoletta Sipos

LA PROMESSA DEL TRAMONTO

Garzanti, 323 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

MATTEO RENZI. Il prezzo del potere

Incipit. Dalla Prefazione di Marco Travaglio. La mia prefazione al primo libro di Davide Vecchi su Matteo Renzi, “L’intoccabile”, si concludeva con un’istigazione a proseguire: «Insomma, oltre alla squadra di governo che tutti purtroppo vediamo, formata da ragazzotti e fanciulle tanto mediocri e ignoranti quanto pretenziosi e arroganti, ce n’è un’altra che dirige il traffico da dietro le quinte? Tanti interrogativi ancora avvolgono il passato del Selfie Mad Man, e dunque di noi tutti italiani da lui governati o sgovernati. E fanno de “L’intoccabile” un libro in progress: quando finisci di leggerlo, ti rimane l’acquolina in bocca. Perché già pregusti il secondo volume. E il secondo volume finalmente è arrivato

Questo libro. Questa è la storia del prezzo che Matteo Renzi ha dovuto pagare per sedersi a Palazzo Chigi. Una storia in ombra che per la prima volta viene svelata grazie a intercettazioni, inchieste e documenti inediti, alcuni dei quali sono pubblicati in appendice. E’ la storia delle manovre di Palazzo ordite anche grazie alla complicità di imbarazzanti avversari politici poi lautamente ricompensati.

Un ragazzotto della provincia fiorentina con la parlantina torrenziale, che fin da piccolo si era fitto in capo di diventare un politico, anzi, il primo dei politici, un bel giorno (per lui!), fra una crisi di governo e l’altra, col Paese in recessione, si è ritrovato davvero sullo scranno più alto: quello di palazzo Chigi. Fortuna? Miracolo? No. Piuttosto un piano preordinato da chi aveva deciso che occorresse un successore “a sinistra” di Silvio Berlusconi travolto dagli scandali e sepolto sotto il peso degli avvisi di garanzia.

Questo libro che, come dice la prefazione di Travaglio, è la continuazione del precedente “L’intoccabile”, ricostruisce la fulminea scalata di Matteo Renzi che altro non è se non la triste storia, supportata da nomi, cognomi e documenti, di una democrazia, la nostra, a volte traballante ma per fortuna non del tutto priva di anticorpi per salvare se stessa e le proprie istituzioni, come ha dimostrato il solenne no dei cittadini al referendum costituzionale. Purtroppo però è anche la fotografia di come dis-funziona il potere in Italia. Sbaglia di grosso chi crede che Renzi abbia scalato la poltrona grazie alla parlantina, alle promesse, alle roboanti dichiarazioni quotidiane da tutte le reti televisive fino a ottenere il gradimento dell’allora presidente della repubblica Napolitano che gli ha affidato l’incarico di formare il governo. In realtà, a spingere il Rottamatore verso palazzo Chigi è stato un uragano formato da molti venti che ha ridotto in macerie di tutto quello che di buono e di cattivo c’era prima. Tradimenti, retroscena per nulla edificanti, intrighi di palazzo hanno segnato la scalata di Matteo Renzi che, per la sua ascesa, ha pagato un prezzo altissimo dall’autunno 2013 (primarie) fino alla solenne bocciatura dei cittadini con il no al referendum. Prima la Leopolda e poi, via via, le dimissioni di Letta definito “incapace”. Poi è venuta la formazione del governo, quando sotto gli occhi esterrefatti degli italiani “un po’ di sinistra” hanno sfilato gli uomini di Ala (Verdini: 2 anni per concorso in corruzione, 5 richieste di condanna), mentre la maggioranza per le riforme (legge elettorale, giustizia, costituzione) si blindava col Patto del Nazareno che di fatto imbarcava il peggio delle destre.

E che dire dei personaggi che hanno composto il giglio magico? Quello più a sinistra potrebbe dare lezioni di iperliberismo a Berlusconi. No, la scalata del povero ragazzo venuto da Rignano sull’Arno non è stata rose e fiori. Anzitutto ci sono le trame, finora mai rivelate, che hanno costretto alle dimissioni Letta. E qui i giornalisti ‘amici’ hanno lavorato sodo. Il povero Enrico-stai-sereno-Letta, è stato attaccato da tutte le parti: «è incapace», «ha lo spread fuori controllo», «Siamo a un passo dalla bancarotta» e via col liscio… Mentre, in realtà, il vero scandalo era la bancarotta di Banca Etruria, che ha visto coinvolti il padre dell’inaffondabile Maria Elena Boschi e mezzo governo di Renzi.  Poi ci sono i rapporti di Boschi senior e l’onnipresente “buon amico” Flavio Carboni. Poi la longa manus di lobbisti come Gianmario Ferramonti. Poi ci sono le strategie per coprire e ammorbidire la vicenda di Renzi padre, subito scomparsa dalle cronache ma ora in via di riaffioramento. E la storia mai rivelata di Marco Carrai, il Richelieu del governo, con un ventaglio di società all’estero che a lui fanno riferimento e soci che risultano avere importanti interessi da difendere.

E su tutto e tutti, un leggero odore di massoneria, costato il, posto di direttore del Corriere a Ferruccio De Bortoli per essere stato l’unico ad averlo fiutato. E ci sono regali e premi agli amici e agli amici degli amici. E carbone per chi si metteva di traverso. Per carità, tutto regolare sotto il profilo giudiziario, ma forse agli italiani ridotti in miseria dalla mancanza di lavoro venuta in seguito al famigerato job act e al conseguente abbattimento di tutte le protezioni sindacali a partire dall’articolo 18, farebbe piacere saperne di più sul Rottamatore e la sua inarrestabile ascesa. Da leggere.

Davide Vecchi

MATTEO RENZI. Il prezzo del potere

Prefazione di Marco Travaglio

Chiarelettere, 170 pagine, € 11,05 anziché 13,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 8,99

 

LA GENESI DEL MEIN KAMPF. 1924 l’anno che cambiò la storia.

Incipit: Prologo. L’inspiegabile ascesa. La sera dell’8 novembre 1923, mentre l’arrivo di una nevicata era nell’aria, Adolf Hitler, un politico di 34 anni noto per la sua oratoria infuocata, si fece strada a fatica in un’affollata birreria della zona sud-ovest di Monaco. Circondato da tre guardie del corpo, due elle quali in divisa militare, Hitler teneva una pistola in mano. Con “gli occhi spalancati e con l’aria di un fanatico ubriaco”, dai suoi modesti 1,67 metri di statura tentò di interrompere un comizio del capo del Governo della Baviera. Ma non riuscì a farsi sentire. Saltando su una sedia alzò il braccio e sparò un colpo contro il soffitto a cassettoni. «Silenzio!», gridò.

 Questo è un libro che a prima vista ispira repulsione. Si fatica perfino a toccarne le pagine benché si tratti di un saggio molto ben costruito, serio, documentato, opera di un giornalista politico americano lontano anni luce dall’ideologia nazista. Poi, dopo aver cominciato a leggicchiarlo, ci si convince che potrebbe essere d’aiuto per trovare le risposte a domande fondamentali che l’Europa non smette di porsi da anni: com’è successo che un popolo civile, evoluto e carico di storia come quello tedesco sia rimasto, in massa, preda di un’ideologia aberrante, malvagia e perfino insensata come quella scaturita dalla mente esaltata di un omucolo poco istruito, bassino, iracondo e roso da un’invidia patologica? Quando, esattamente, tutto è cominciato? Qual è stato il punto esatto di non ritorno? Lo stile del libro è semplice, scorrevole, accattivante. Piano piano le pagine, aperte all’inizio solo per curiosità, sono scivolate via come acqua portando la convinzione che fosse una buona idea, soprattutto in un momento come questo, fatto di incertezze per il futuro, di crisi economica e di conflitti sociali e politici sempre più aspri e accesi, cercare qualche risposta a un fenomeno tossico come l’ascesa del nazismo. Tutto è cominciato nel 1924, l’anno in cui Hitler fu rinchiuso nel carcere di Landsberg insieme agli uomini che avevano condiviso con lui il putsch di Monaco, il fallito colpo di Stato noto anche come “putsch della birreria” (proprio quello iniziato con l’irruzione, pistola in pugno, durante il comizio nella birreria). Accusato di tradimento, l’ometto isterico fu processato, condannato e chiuso in cella con l’unico conforto dell’occorrente per scrivere e di molti libri in cui letteralmente si tuffò, forse capendo poco ma  interpretandone i contenuti secondo il proprio sentire, snaturando, distorcendo a proprio piacere la storia della Germania e nutrendo il proprio ego con un livore e un accanimento che avrebbero meritato un’indagine psichiatrica molto accurata.

Ecco, la genesi del male partì proprio da quella cella, da quelle letture, da quel livore. Infatti, lì, durante quei mesi da carcerato, il futuro führer concepì e mise sulla carta la sua bibbia nera: Mein kampf. Quella condanna, per la Germania e per il mondo intero si rivelò una sciagura apocalittica. Infatti, in quell’anno il futuro Führer ebbe tutto il tempo per covare e sviluppare la follia totalitaria destinata a sfociare nel Terzo Reich. Fino a oggi della prigionia di Hitler si è parlato pochissimo. Così come a livello divulgativo si è sempre trascurato il putsch, favorito dalla crisi economica che aveva devastato la Germania, uscita a pezzi dalla prima guerra mondiale. In questo saggio si tenta un’analisi di queste congiunture alla luce del processo che ha visto la condanna dei “traditori della patria” Hitler e soci. Certamente un libro come Mein kampf non sarebbe bastato a muovere le masse se non ci fossero stati presupposti favorevoli e una certa dose di fortuna. Va precisato che dall’anno della pubblicazione, 1925 fino al 1933, anno dell’ascesa al potere del “Grande dittatore”, in Germania fu un best seller assoluto, con centinaia di migliaia di copie vendute ogni anno e più di un milione nel ’33.

Cosa ha dato vita a questo furore collettivo? Una ricetta semplice che purtroppo, potrebbe funzionare ancora: l’additare alle masse i “nemici comuni” che allora erano gli ebrei e i comunisti e oggi sono gli immigrati. E, contemporaneamente, l’instillare il veleno delle disuguaglianze, spacciando abilmente solenni panzane come fossero verità rivelate: per Hitler furono I protocolli dei saggi di Sion, oggi i fake che circolano in rete. Tutto questo, per intercettare  i desideri nascosti e inconfessabili di cittadini umiliati e impoveriti. Lo consiglio.

 

Peter Ross Range

LA GENESI DEL MEIN KAMPF. 1924 l’anno che cambiò la storia.

Newton Compton, 329 pagine, € 10,20 anziché 12,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 4,99

 

HO INCONTRATO CAINO. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie

Incipit.  Introduzione. La fuga, il tormento e il marchio. Ho incontrato Caino. Sta ancora fuggendo. Dagli sbagli di una vita, dal sangue. Dalla vendetta. In quanti sguardi ho incrociato il suo volto, e in quante storie ho ascoltato il tormento esprimersi sempre con le stesse parole che trovo nella Bibbia: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto … Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Ho incontrato Caino. Uomini e donne con la mafia nel sangue, o anche solo impregnati del suo puzzo perché nati e cresciuti in quel mondo; senza Dio o, al contrario, con un Dio fatto a propria immagine e somiglianza.

Domenico , che era rispettato da tutti. Poi. Mi sono guastato la testa. «Forse perché uno ce l’ha nel sangue», così mi risponde Domenico quando gli domando perché. «Anche io, quante volte me lo sono chiesto – dice -; chissà, forse perché uno ce l’ha nel sangue». Era affascinato non dai soldi – di quelli non aveva bisogno, anzi «questa è la mia rabbia – ripete di continuo -, a me non mancava niente»; era attirato dal potere e dal rispetto: stare con quella gente lo faceva “sentire importante”, e per lui che già a diciotto anni era “rispettato da tutti”, entrare in un bar nel codazzo di un uomo d’onore ed essere salutato dai presenti con riverenza era come toccare il cielo con un dito.

Don Marcello Cozzi, vicepresidente di Libera, nomi e numeri contro le mafie,  l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, raccoglie da anni le confidenze dei “pentiti”. I pochi pentiti veri, quelli cioè che sono disposti a parlare non soltanto con i magistrati ma anche con lui. Perché nelle organizzazioni criminali è raro incontrare chi si pente e si duole dei propri crimini. Per lo più i collaboratori di giustizia parlano per disperazione e per convenienza, perché sanno di non avere scampo né fuori dal carcere né dentro e che, insieme a loro, non hanno scampo mogli, figli e parenti tutti. Allora e solo allora, quando cioè capiscono di essere morti che camminano, saltano il fosso e si fanno “infami”. Pentito vero, forse, lo è stato Domenico “Micu”, andranghetista affiliato alla famiglia dei Cordì. Coinvolto nell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale di Calabria, Francesco Fortugno, una persona per bene che avrebbe avuto buone probabilità di vincere le amministrative mentre, per sua sfortuna, le “famiglie” avevano puntato su un altro candidato, dopo quel crimine non fu più lo stesso anche se il suo ruolo  era stato piuttosto marginale. Pentito per disperazione è invece Emanuele Andronico, alle spalle «una famiglia di padrini e uomini d’onore» da cui si distingueva il padre, Simone, «che era un delinquente comune».

Fin da ragazzino Emanuele smaniava per entrare nel club degli affiliati. Era un teppistello che rubacchiava alla Standa, faceva gli scippi e taglieggiava i negozianti di Ballarò. Aggressivo ma non troppo pericoloso. A tracciargli la strada erano certi cugini mafiosi ai quali lo aveva affidato incautamente il genitore perché gli dessero qualche regola. E loro, le regole, gliele avevano date: quelle di Cosa nostra. Il ragazzo, dopo il giusto periodo di osservazione, era stato affiliato e si era rivelato un bravo picciotto, preciso e puntuale nell’eseguire gli ordini. Cioè gli omicidi. Finché un giorno gli era stato ordinato di ammazzare l’uomo sbagliato: il parente di un boss. Appena saputo chi aveva assassinato, Emanuele aveva capito di essere segnato.  E poiché era intelligente, quando i cugini lo avevano invitato a “all’appuntamento con un uomo d’onore molto importante, nientemeno che Matteo Messina Denaro”, aveva intuito che si trattava di una trappola e che da quell’incontro non sarebbe uscito vivo: lo avrebbero ammazzato per non lasciare in vita testimoni. Era stato allora che aveva deciso di presentarsi ai carabinieri e farsi collaboratore di giustizia. Infame, sì, ma pentito mai! Perché Cosa nostra per lui restava il suo mito.

A queste due storie ne seguono molte altre, tutte raccontate con le voci dei pentiti, errori di sintassi e dialettalismi compres. E sono tante finestre spalancate sulla vita dei mafiosi: esistenze miserande, piene di denaro e di rispetto originato dalla paura, ma con la morte perennemente cucita addosso.

Marcello Cozzi

HO INCONTRATO CAINO. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie

Melampo, 152 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.

 

LA SECONDA VITA DI MAJORANA

Incipit: Prefazione di Salvatore Majorana. Ho accolto con esitazione l’invito degli autori a lasciare un commento sul loro lavoro.  L’idea che il segreto di Ettore potesse divenire un po’ più accessibile mi creava disagio, devo ammetterlo Lo zio Ettore – così sono stato abituato a chiamarlo in casa – è stato per tanti anni una figura affascinante, che da ragazzo guardavo con straordinaria e fanciullesca ammirazione, sentendolo un po’ mio. Con il tempo, grazie agli studi e alle diverse testimonianze raccolte in famiglia, e dai molti che mi hanno regalato i loro punti di vista più o meno bizzarri, ho assunto un rispettoso distacco da una delle figure più geniali della storia della fisica.

Questo libro. La scomparsa di Ettore Majorana, geniale fisico teorico italiano, è uno dei casi che più hanno affascinato e conquistato l’attenzione di giornalisti, scrittori, investigatori e lettori. E non solo in Italia. Dal 1938, esattamente dalla sera del 25 marzo, per oltre sette decenni, “chi ha visto Ettore Majorana?” è una fatidica domanda che si sposta come una pallina da flipper, dai giornali ai libri alle pellicole cinematografiche. All’indomani della sua sparizione “la Domenica del Corriere” scriverà: «Ettore Majorana, ordinario di Fisica teorica all’Università di Napoli, è misteriosamente scomparso dagli ultimi di marzo. Di anni 31, alto metri 1,70, snello, con capelli neri, occhi scuri, una lunga cicatrice sul dorso di una mano. Chi ne sapesse qualcosa è pregato di scrivere al R.P.E Marianecci, viale Regina Margherita 66, Roma.»

Era un mago della fisica. Una vera ‘beautiful mind’ e anche di più. Ma era anche un giovane triste e introverso. Gradevole di aspetto, ma con enormi difficoltà a confrontarsi con gli altri. Con le donne soprattutto, proprio com’è nella natura dei veri geni, cioè di quelle persone la cui intelligenza è così al di sopra della media da farle sentire costantemente fuori luogo e fuori tempo. Majorana lavorava con Enrico Fermi e aveva per compagni di studio, al Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, le menti matematiche più brillanti del suo tempo: Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo, Oscar D’Agostino. Tutti insieme formavano il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, una grande risorsa della scienza italiana destinata purtroppo a disperdersi pochi anni dopo. Mentre già si avvertiva il presentimento di qualcosa di tremendo che stava per abbattersi sull’Europa, nel 1938 Enrico Fermi, insignito quell’anno del premio Nobel, stava progettando con il suo gruppo la costruzione del primo reattore nucleare a fissione, capace di produrre quella reazione a catena controllata destinata a tradursi nella bomba atomica. L’Italia sarebbe entrata in guerra nel giro di due anni e senza le ottuse leggi razziali la minaccia latente “dell’arma segreta” a cui stavano lavorando i ragazzi di via Panisperna avrebbe cambiato le sorti del conflitto. E non si sa se sarebbe stato un bene. Ettore Majorana, forse perché aveva compreso il potenziale distruttivo dello strumento che sarebbe nato dagli studi di meccanica quantistica e, particolarmente, dalla fisica nucleare, in cui il suo gruppo era impegnato, oppure, chissà, a causa di contrasti con Enrico Fermi, preferì eclissarsi.

La sera del 25 marzo 1938 salì sul traghetto postale che da Napoli faceva rotta verso Palermo e da quel momento più nessuno lo vide. Per moltissimi anni si parlò di suicidio. Ipotesi che ebbe come alternativa solo quella più affascinante e immaginifica del rapimento da parte di una potenza straniera, visto che il catanese Ettore Majorana, classe 1906, possedeva una mente prodigiosa capace di intuizioni matematiche fuori del comune ed era dotato di un’abilità nel calcolo e nell’analisi in grado di competere con le menti più eccelse della fisica teorica mondiale. Anche su questo sospetto, per ordine di Mussolini, furono svolte indagini approfondite che non portarono a nulla. Poi, di colpo, ecco che nel 2008 alla trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” arriva una telefonata destinata a sciogliere, forse, il mistero. A chiamare la conduttrice Federica Sciarelli è un settantenne di Latina, Enrico Fasano, che mostra una fotografia scattata negli anni ‘50 in Venezuela, dove lui era emigrato. La foto, successivamente consegnata alla magistratura, mostra lo stesso Fasano poco più che ventenne in posa con un signore sui cinquant’anni, che lui sosteneva di conoscere come signor Bini, ma che mostrerebbe una forte somiglianza con Ettore Maiorana.

Fasano racconta, sempre durante la stessa diretta televisiva, che Bini era un tipo molto riservato e che, nonostante fossero amici, non gli aveva mai raccontato nulla di sé. Spiegò inoltre di aver mantenuto i contatti con lui fino al 1958, quando il golpe militare capeggiato da Marcos Pérez  lo aveva costretto a tornare in Italia. A partire da quel momento sulla sorte di Bini era calato definitivamente il buio. Naturalmente in Italia sono ripartite le indagini. La scomparsa di Majorana è stata trattata come un cold case. E i rilievi antropometrici sulla fotografia, uniti alle perizie calligrafiche su una cartolina scritta da Bini a un amico e finita chissà come in possesso di Fasano, pare abbiano accertato, anche se con un margine di dubbio, che il misterioso Bini sia in realtà il fisico scomparso. Gli autori di questo libro, Borello, Gironi e Sceresini, per trovare le tracce di Ettore Majorana sono partiti per il Venezuela, hanno seguito un’interminabile catena di “sì, mi ricordo”, “potrebbe essere lui ma non sono sicuro”, “credo che abbia lavorato con mio padre”. Voci, tantissime. Testimonianze certe molto poche perché lo sfuggente Bini aveva la capacità di scomparire senza lasciarsi nulla alle spalle. E tuttavia l’indagine, riversata in queste pagine con  fotografie e documenti inediti, è decisamente avvincente.

Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi, Andrea Sceresini

LA SECONDA VITA DI MAIORANA

Prefazione di Salvatore Maiorana

Chiarelettere, 186 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

IL COMMISSARIO SONERI E LA LEGGE DEL CORANO

Incipit. 1. Gatti che ronfano nei pomeriggi d’inverno: sono così le città di pianura. Neghittose e morbide nella loro indolenza festiva, conservano un cuore crudele e scattante. Per mimetismo, come a caccia, stanno acquattate nella cova dei loro palazzi, dove si predica caritatevoli e si progetta l’agguato. Sono introspettive, silenziose e meditabonde, votate a ruminare nevrosi dentro le loro nebbie. Dal vetro sudato della cucina, Soneri scrutava i tetti di Parma che emergevano come scogli sull’orizzonte grigio nel muto dopopranzo domenicale, mentre Angela scorreva le immagini di una pubblicità tutta sole e mare. Improvvisamente lei richiuse il depliant e lo lanciò sul tavolo.

Un romanzo-verità, com’è nello stile di Valerio Varesi, cronista di nera presso La repubblica, uno degli autori italiani più amati. Ancora una volta il protagonista è Soneri, il commissario che nei fortunati serial televisivi Nebbie e delitti, andati in onda anni fa, aveva il volto di Luca  Barbareschi. L’ambiente è sempre quello di Parma, città di provincia atipica per via del suo passato di nobiltà ed eleganza, della sua tradizione di tolleranza, della sua riservatezza, della sua grande dignità, del senso del dovere dei cittadini, dell’alta qualità di vita, delle eccellenze culinarie… E si potrebbe continuare a lungo ad elencare virtù, tutte meritate, sennonché … Sennonché capita che a Parma girino le ronde. Gruppi di volontari che pattugliano le strade tenendo gli occhi aperti per difendere i bravi cittadini. Anche se poi succede che puntino l’attenzione da una parte sola: quella degli immigrati e dei poveri cristi. «Qui di pericoloso ci sono gli stranieri che rubano, minacciano e spacciano tirandosi dietro quegli sfigati dei tossici che per una dose assaltano chiunque passi.» Per tacere di strani gruppi che girano nelle periferie su gipponi, in parata come soldati vittoriosi: «si fanno vedere per dimostrare che sono loro i padroni.» Fanno azioni dimostrative e «qualche volta si fermano davanti ai bar frequentati da stranieri e inveiscono. Li minacciano anche…»

Ma allora, che ne è stato della tradizione di tolleranza e buona educazione dei parmigiani? E’ proprio questo il tema di fondo di questo romanzo. Partendo dalle indagini del suo commissario Soneri sull’omicidio del giovane tunisino Hamed, assassinato nella casa di un anziano cieco, l’autore svolge personalmente una vera indagine arrivando fin dentro il cuore della comunità islamica di Parma, nello sprofondo delle periferie dei diritti negati e del degrado, per sentire sulla propria pelle le scintille della tensione fra i “bravi cittadini”, non più così tolleranti,  e gli immigrati non sempre grati e rispettosi. Sembrerebbe una storia di insofferenza estrema questo romanzo. In realtà è molto di più. Risale alle origini del malessere e della diffidenza che pervadono in uguale misura sia i parmigiani che gli immigrati e porta alla luce una grande verità: nell’odio e nel disagio tutto si confonde e si mescola  in un impasto indistinto di avidità, furbizia, desiderio di approfittare a vicenda gli uni degli altri. Tutto questo mentre il pericolo, quello vero che porta morte e terrore, è sempre in agguato e può nascondersi dovunque. Anche dentro il caveau di una banca.

Valerio Varesi

IL COMMISSARIO SONERI E LA LEGGE DEL CORANO

Frassinelli, 336 pagine, € 15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

IL SEGRETO DI PIAZZA NAPOLI. La prima indagine di Totò Maraldo

Incipit. Prefazione di Daniele Biacchessi. C’è di tutto in questo nuovo romanzo di Gino Marchitelli: il mistero, il giallo, il noir, la tensione emotiva, l’impatto sociale della storia. Poi ci sono luoghi che Gino descrive, a me cari perché li ho abitati per 17 anni. Piazza Napoli non è centro e neppure periferia. E’ una delle fermate del filobus della circonvallazione. Una piazza dove generalmente si accompagnano i cani a fare i bisogni e si passa con la macchina, veloci, generalmente verso altre destinazioni.

 Prologo. Il tavolo della cucina era illuminato flebilmente da una vecchia lampadina da pochi watt.  L’uomo ogni tanto roteava il collo per contrastare il gran fastidio che le vertebre, ormai logore, gli provocavano.Tutti i giorni, sempre e inesorabilmente. Aveva cenato in modo frugale: un po’ di riso in brodo, qualche foglia di lattuga recuperata tra le erbacce dell’orto abbandonato nella casa della vicina, mezz’etto di prosciutto, una scorza di formaggio rinsecchito.  Era tutto quello che poteva permettersi con le sue magre finanze. E poi c’era l’uva… a quella non avrebbe mai potuto rinunciare. L’uva doveva esserci sempre, anche fuori stagione.

Piazza Napoli, sì, proprio quella a cui è toccato l’onore delle cronache di recente, dopo il rinvenimento del cadavere di una ragazza impiccata ad un albero del giardino pubblico. Una storia salita alla ribalta molto dopo l’uscita del romanzo, ma che con quella narrata nel libro ha più di un punto in comune. Un caso? Certamente, ma sta a dimostrare che la realtà non è mai lontana dalla fantasia e tutto quello che si narra nei romanzi è già capitato o capiterà da qualche parte. Soprattutto se i romanzi, come questo di Gino Marchitelli, un tempo valoroso sindacalista sulle piattaforme petrolifere dell’Eni e oggi fortemente impegnato nella difesa della memoria e dei diritti civili, puntano sempre al risveglio delle coscienze.

In questo romanzo, agile, dalla prosa fluida, l’indagine non autorizzata di Totò Maraldo, brigadiere dei carabinieri in pensione, sulla morte di un ragazzo rinvenuto cadavere in una stalla abbandonata nella campagna dell’Oltrepò pavese, porta alla scoperta di inconfessabili intrecci fra potenti interessati a insabbiare un vecchio omicidio e un’omertà diffusa che arriva a lambire la metropoli con i suoi silenzi sospesi, pieni di attenzione verso chi ha i soldi o possiede gli strumenti per esercitare ricatti e pressioni. Dunque, niente di nuovo sotto il sole.

«L’indagine portò alla luce una serie interminabile di pratiche di corruzione (…) in vari settori della società, dell’imprenditoria, della magistratura e delle stesse forze dell’ordine. Il depistaggio organizzato dal maresciallo, in cambio di una notevole somma, era del tutto simile a quello che si era verificato a opera di un alto funzionario dei carabinieri, sospeso dal servizio e messo sotto inchiesta, per i fatti dell’omicidio di Garlasco. «Emerse un retroscena disgustoso, fatto di corruzione e ricatti, prostituzione e fatti illeciti.» Parole che potrebbero adattarsi a parecchi casi di nera, passati e recenti, dai quali è emersa la pessima gestione della giustizia. Basta ricordare le indagini sull’omicidio di Serena Mollicone, nonché quelle seguite alla scoperta del cadavere di Chiara Poggi. Perché non sempre chi fa le indagini, chi rinvia a giudizio, chi emette sentenze, chi decide una carcerazione preventiva prima ancora del rinvio a giudizio anche in mancanza delle condizioni previste dalla legge, e chi invece si ostina a tenere fuori dal carcere condannati in primo grado che avrebbero i mezzi per filarsela, non sempre decide in base a un intimo, personale convincimento. Un bellissimo romanzo, ma anche una precisa metafora di come (non) funziona la giustizia da noi.

Gino Marchitelli

IL SEGRETO DI PIAZZA NAPOLI. La prima indagine di Totò Maraldo

Fratelli Frilli editori,190 pagine, € 10,12 anziché 11,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 4,99

 

SILENZI DI STATO

Incipit: Prefazione di Gian Antonio Stella. Tryckfrihetsförordningen è impronunciabile? Provate con «l’art.2, commi da 36-terdecies a 36-duodevicies, del decreto legge 13 agosto 2011, n.138, convertito…». Qual è la differenza? Chi parla lo svedese la parola Tryckfrihetsförordningen la capisce benissimo: è il diritto alla libertà di stampa e alla trasparenza. Chi parla l’italiano davanti ai nostri codicilli stramazza: quel linguaggio iniziatico è una barriera che impedisce l’accesso.

Questo libro. Caro lettore, hai pagato questo libro ma non hai il diritto di leggerlo. Alcune persone, invece ce l’hanno e, in determinate circostanze, potranno decidere di raccontartelo. Se lo faranno dovrai fidarti di loro ciecamente o decidere a priori che mentono perché non avrai nessun modo per verificare ciò che affermano.

Il nostro non è mai stato il paese della trasparenza. Silenzi, opacità, depistaggi, dilazioni, insabbiamenti hanno contraddistinto dalle origini del Regno d’Italia in poi, fino alla Seconda Repubblica, i rapporti dei sudditi/cittadini con le istituzioni. Ma da quando la difesa della privacy è entrata nel codice civile e penale l’opacità è diventata addirittura impenetrabilità, buio totale. Gran cosa la difesa della privacy. In tutta Europa è uno strumento prezioso per la salvaguardia dei cittadini, delle loro famiglie, della loro onorabilità. Da noi viene brandita spesso, anche contro le norme vigenti, come una clava per difendere diritti supposti e privilegi immeritati. Per esempio: quanto guadagnano i parlamentari? Quanto spendono realmente per la loro missione? Come vengono compilate le graduatorie dei concorsi pubblici? Quanto spende il sindaco in viaggi e cene? Quanto sono sicuri gli edifici scolastici, ammesso che ne esistano le certificazioni? E i ‘derivati’ pubblici? Quanti ne sono stati acquistati dal ministero e dalle amministrazioni? E con quali profitti/perdite?. E non parliamo poi delle informazioni sui fatti oscuri soggetti al segreto di Stato che da noi, a dispetto della legge che ne ha fissato la durata in trent’anni, è pressoché permanente.

E’ esemplare a questo proposito la vicenda del  giornalista Claudio Gatti che, grazie al Freedom of Information Act in vigore negli Usa dal 1978, ha ottenuto dal governo statunitense “migliaia di pagine su alcuni dei fatti più oscuri della nostra storia recente, dal terrorismo alle stragi. Compresa la sciagura di Ustica.”  Come dire che è più facile per noi ottenere dalla Cia le carte secretate relative ai grandi misteri internazionali che non l’elenco dei partecipanti a un’asta pubblica, per non parlare delle cifre offerte dai partecipanti. Gatti, infatti, nonostante le estenuanti trafile a cui si è dovuto sottoporre, compreso un ricorso al Tar del Lazio, si è visto respingere sistematicamente tutte le richieste di informazioni. Anche quelle riguardanti documenti non secretati e quindi, in teoria, pubblici.

Ernesto Belisario Guido Romeo

SILENZI DI STATO

Prefazione di Gian Antonio Stella

Chiarelettere, 166 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

I BOSS DI CHINATOWN

Incipit. Introduzione.  Anche parlando della mafia cinese in Italia è obbligatorio partire da un aureo principio. Se c’è una cosa che non si può fare, che non si può più fare, di fronte all’insorgenza di un fenomeno criminale, è perdere tempo. Perdere tempo a vederlo, a rilevarlo nelle mappe cittadine, negli intrichi di affari che nascono, nei delitti di tipo nuovo che irrompono o si insinuano nelle cronache giudiziarie, nelle dinamiche demografiche retrostanti.

 Ombre cinesi. Piccolo prologo. La prima ronda inizia la mattina presto, quando le saracinesche dei negozi con le insegne ricamate da ideogrammi sono serrate e sotto i portici di piazza Vittorio ancora non si sentono cinguettare le commesse dagli occhi a mandorla. Il sey kow jai dà una sistemata al ciuffo vermiglio che gli ondeggia sulla testa di pece e si abbottona il giubbotto di pelle scura. Monta sulla motocicletta e sobbalza sull’incrocio di binari che solcano come cicatrici le strade del quartiere.

I sey kow jay, sono i soldati dell’Organizzazione, ragazzi smaniosi di mettersi in luce, totalmente privi di sentimenti a parte quello della fedeltà al boss e accomunati dalla ferocia. Vengono affiliati con un rito macabro. «Il Heung Chu, il Maestro di cerimonia, trancia di netto la testa a un gallo ancora vivo e raccoglie il sangue in una coppa. Aggiunge vino, cinabro, zucchero e agita lentamente il calice. Poi incide con una lama il dito dell’iniziato e mescola il sangue umano con il resto della mistura. Il novizio poggia le labbra sull’orlo della coppa e beve. Quindi solleva la pergamena che tiene in mano e legge: “Se un membro della Società si troverà in difficoltà tutti accorreranno in suo aiuto. Se io romperò il giuramento, le spade cadranno e mi uccideranno.” La pergamena brucia nell’incenso, l’iniziato passa sotto un arco di daghe e recita le trentasei promesse di fedeltà e fratellanza. II novizio assume il rango di sey kow jai. La triade è la sua nuova famiglia.». A queste bande di adolescenti con i capelli colorati o le cinture rosse, pronti a fare a pezzi chiunque a un’alzata di sopracciglio del boss, vanno aggiunte le bande sciolte che si contendono i quartieri delle Chinatown a colpi di coltello e di machete. Poi ci sono reti di trafficanti che importano merci di contrabbando e proibite,  le più pregiate delle quali sono uomini e donne dalla Cina all’Italia;  che lucrano sui viaggi dei disperati in cerca di fortuna; che ricattano e minacciano di morte i familiari dei clandestini per ottenere i soldi del viaggio di un congiunto. Poi bisogna tenere conto della “banca fantasma” che opera solo con i cinesi. Dell’importazione illegale di farmaci della medicina tradizionale cinese ma anche di quella occidentale. Delle cliniche abusive che curano esclusivamente cinesi al di là di ogni legalità. E che dire delle prostitute sulle strade, stivate in appartamenti minuscoli, nei centri per i massaggi? Dell’import export senza regole? Dei raid nei negozi per taglieggiare i commercianti? Dell’espansione attraverso l’acquisizione legale di appartamenti, negozi, bar, ristoranti? Su tutte queste attività dominano i clan organizzati, con boss di rango che vedono aumentare di settimana in settimana il proprio potere e le loro ricchezze, che stringono alleanze d’affari con le mafie italiane e cercano amicizie politiche.

I cinesi che vivono nelle nostre città sono silenziosi, laboriosi, schivi e riservati, impenetrabili. Si fanno gli affari loro (e si ammazzano fra di loro) evitando il più possibile il contatto con gli occidentali e questo ha fatto nascere la leggenda secondo la quale sarebbero gli immigrati ideali, quelli che non creano mai problemi, che portano soldi se ci si dimentica della concorrenza sleale ai commercianti per i prezzi bassissimi delle loro merci. In realtà questa è solo apparenza. Perché nelle Chinatown sotto questa calma si vive nella paura di vedersi entrare nel negozio, o nel ristorante i sey kow jay, oppure i ragazzi dalla cintura rossa, o gli appartenenti a una qualsiasi delle tante bande. Ed è tale la ferocia con cui questi giovani si fanno largo nella società a colpi di daga, di pugnale, o di machete, che sono spuntati i primi pentiti: gente perbene che dopo essersi rivolta alle forze dell’ordine vive nel terrore di vedersi recapitare un mazzo di gladioli rossi, chiaro annuncio di morte secondo il codice antichissimo. Tutto questo avviene nelle nostre città dove, ogni giorno vengono scaricati tir di merci contraffatte, di paccottiglia importata senza dazio e di roba proibita nel silenzio e nell’indifferenza dei media che non si scompongono nemmeno quando vengono rinvenuti cadaveri di orientali  fatti a pezzi.

Questo libro inchiesta ricco di vicende ed episodi di vita quotidiana, che si legge come un romanzo nero, è un reportage rigoroso e documentatissimo, il primo a mostrare la faccia nascosta dei nostri coinquilini, quella che va molto oltre le piccole illegalità quotidiane delle vendite sottocosto e delle confezioni in laboratori clandestini. Una faccia che non ha nulla da invidiare ai nostri boss mafiosi più sanguinari, che fino a oggi è passata sotto traccia solo perché le vittime sono scelte esclusivamente fra i connazionali privi di potere e di voce: immigrati clandestini e loro familiari, prostitute, piccoli commercianti per bene che non vogliono o non possono sottostare ai diktat di chi li taglieggia.

Giampiero Rossi Simone Spina

I BOSS DI CHINATOWN

Melampo, 208 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.

 

L’INFILTRATO

Incipit. Capitolo 1. Estate 1978, casello autostradale di Settebagni, Roma. L’uomo appoggiato all’Alfasud, ferma sotto tettoie arroventate, aspirò una boccata profonda prima di lasciar cadere la sigaretta sull’asfalto. Da mezz’ora aspettava qualcuno. I mozziconi intorno ai suoi piedi lo confermavano. Mentre dall’autostrada giungevano zaffate infuocate, l’uomo si tolse la giacca e la gettò sul sedile. Guardò l’orologio. Finalmente un’Alfetta attraversò la barriera di Roma Nord. Lampeggiò mentre si avvicinava. Il finestrino posteriore incorniciava un volto conosciuto. «Senatore, entri in macchina, scusi il ritardo ma arrivo da Milano». «Generale, non si preoccupi. L’unico problema è che avevo finito le sigarette».

 Chi è ancora convinto che il Pci di Enrico Berlinguer fosse colluso con il terrorismo rosso è fuori strada. In realtà durante gli anni delle Brigate rosse, di Prima linea, della P38, quando i morti e i feriti gravi si contavano giornalmente, il partito comunista fu in prima linea contro coloro che avevano scelto la lotta armata. La loro linea di azione si articolava in due attività ben distinte: una, alla luce del sole, con la propaganda nelle sezioni; l’altra, segreta, fondata sul  metodo classico delle autorità che vogliono avere il controllo del territorio, cioè attraverso l’infiltrazione nelle file del nemico. Fu una vera e propria operazione di Intelligence quella  concordata fra il numero due del Pci, Ugo Pecchioli, braccio destro di Berlinguer, e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e consistette nell’infiltrazione di un giovane militante comunista all’interno di un gruppo di fuoco allo scopo di individuare e denunciare non solo i brigatisti, ma anche i loro fiancheggiatori.

In questo libro, che ha ricostruito con i tratti del romanzo ma con il rigore del saggio informato,  il periodo fra il 1978 e 1979, è condensata l’attività del partito comunista messa in atto per salvare la democrazia più che mai in pericolo dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Un’operazione mai venuta alla luce prima e che negli anni è rimasta il segreto politico meglio custodito dal dopoguerra a oggi. E, naturalmente, a fare da sfondo alla vicenda dell’infiltrato, c’è la rievocazione precisa dell’aria che si respirava in quei mesi; c’è la paura, il senso di precarietà che provavano i cittadini nei confronti dei politici e delle istituzioni; c’è la voglia di voltare pagina ma anche il timore dell’ignoto. Tutto questo è il frutto di un’accurata documentazione sulle carte riservate del Partito, sulle trascrizioni delle riunioni riservate. E naturalmente anche attraverso la rilettura delle attività di controllo e denuncia all’interno delle fabbriche, operate in “quei giorni”, mentre nelle strade gli “obiettivi” cadevano a decine , vittime di una guerra dichiarata ma poco percepita.

Vindice Lecis, sardo, marxista convinto, in questo libro s’impone come “romanziere storico”, semplicemente coniugando le due attività: quella di romanziere e quella di giornalista, perché il suo obiettivo è quello di narrare storie tanto importanti e vere quanto poco conosciute  divulgandole il più possibile per sottrarle all’oblio.

Vindice Lecis

L’INFILTRATO

Nutrimenti, 190 pagine, € 12,75 anziché 15,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 7,99

 

NOME IN CODICE SIEGFIRIED. Un reduce delle SS protagonista di una storia ai confini della realtà

Incipit. Giù la maschera. Rieti. Maggio 2005. Il telefono nel salotto sembra impazzito, ha iniziato a squillare quando ero nella vasca da bagno e continua a farlo mentre mi passo il pennello con la schiuma da barba sulle guance. Chiunque sia a quest’ora deve avere una gran fretta di parlarmi. Aspetterà. Vado avanti a radermi con calma. La mia immagine riflessa mi restituisce uno sguardo vivo, i miei occhi verdi hanno la stessa intensità di quando ero ragazzo. È tutto ciò che sta intorno che è cambiato: a settantacinque anni la vita comincia ad assumere sfumature contrastanti. Il trillo torna a distogliermi dai pensieri. Guardo l’orologio che porto al polso, le otto in punto: se sono ancora quelli delle compagnie telefoniche con le loro dannatissime offerte questa volta mi sentono. Per sbrigarmi mi taglio in due punti. Entro in salotto nel momento esatto in cui l’apparecchio ricomincia a squillare. Alzo la cornetta: «Pronto?». Dall’altra parte qualcuno si schiarisce la voce: «Sì, pronto, dottor Monti?». «Sono io. Chi parla?». È una donna dal marcato accento dell’Est Europa. «Salve dottore, sono Olga, la figlia di Katia». Resto in silenzio per alcuni secondi cercando di fare mente locale. «Katia, la signora delle pulizie …» L’interlocutrice deve aver intuito la mia perplessità. D’improvviso mi torna in mente quel faccione simpatico dalle gote incandescenti. «Buongiorno Olga, non l’avevo riconosciuta, mi perdoni. Immagino avesse bisogno di mia moglie, ma è uscita di casa pres…» «No no, cercavo lei, dottor Monti» mi interrompe. Il suo tono non mi piace. Una strana sensazione, un vecchio presentimento, mi si risveglia dentro. Sto volando con la fantasia? La donna mi avrà chiamato per prenotare una visita medica, sarà stata Katia a darle il numero. «Mi dica, Olga, come posso aiutarla?» Adesso è lei a restare in silenzio, all’altro capo della linea sento il suo respiro pesante. «Ecco, dottor Monti, prima al bar parlavano di lei … del suo nome sul giornale. Io ho visto la pagina, c’erano alcune foto ma non ho capito bene … con mia madre ci siamo preoccupate e quindi …»

 Metti che ti svegli una mattina e scopri, da un articolo su La Repubblica, che tuo marito, o tuo padre, o tuo fratello non è l’uomo che credevi di conoscere, quello con cui hai condiviso una vita familiare lunga, ricca e piena. Metti che il giornale, con tanto di nome, cognome e fotografia dica che quell’uomo, il dottor Adriano Monti, uno stimato ginecologo, sia stato per tutta la sua vita, dai quindici anni in poi, prima un nazista arruolato volontario nelle SS internazionali, poi un agente di intelligence (lui rifiuta il titolo di spia) col nome in codice Siegfried al servizio di tutte le agenzie nazionali e internazionali, dei partiti politici di estrema destra e dei movimenti che dal dopoguerra in poi si sono attivati per contrastare una possibile anche se improbabile invasione sovietica dell’Occidente e, dopo la disgregazione dell’impero sovietico, l’avanzata dei partiti di sinistra. La verità su chi fosse realmente quel ginecologo è venuta a galla nel 2005, quando gli americani hanno aperto gli archivi e desecretato una mole imponente di documenti da noi ancora sottoposti al segreto di Stato, compresi quelli della Cia. E’ capitato, in quel frangente, che un corrispondente del quotidiano di Scalfari  individuasse in quelle carte il nome di un italiano piuttosto noto: il dottor Monti, appunto.

Impossibile che quel personaggio non attirasse l’attenzione: era collocato fra coloro che negli anni della guerra fredda e dopo la disgregazione dell’URSS hanno lavorato attivamente, sotto copertura, per favorire l’ascesa delle destre nel nostro Paese. Una volta venuto alla luce il suo ruolo, il “dottore” ormai ottuagenario, ha deciso di parlare svelando non certo tutto quello che negli anni è venuto a sua conoscenza,  ma molti retroscena e dettagli inediti di episodi oscuri, a cominciare dalla famigerata operazione Odessa che, nell’immediato dopoguerra, col favore dei servizi segreti di molti Paesi che evidentemente temevano più Stalin di quanto detestassero il macellaio della storia, Hitler, si era attivata per sottrarre i nazisti, colpevoli di  atrocità, alla giustizia del tribunale di Norimberga. Da allora in poi il dottore è stato instancabile: come agente operativo in servizio effettivo non ha solo servito la rete Gehlen voluta dalla Cia, ma ha partecipato in Italia e all’estero a numerose operazioni sotto copertura, compreso il fallito Golpe Borghese. Balcani, Golan, Palestina, Sudamerica, Africa… Ovunque ci fosse odore di comunismo o servisse destabilizzare un governo, là c’era Siegfried, sempre convinto di servire gli interessi Atlantici e, particolarmente, quelli italiani.

Questo libro, scritto col giornalista Alessandro Zardetto, non è una confessione. Non c’è l’ombra del pentimento nelle parole del dottore. E nemmeno dubbi o ripensamenti. Però merita di essere letto perché aiuta capire quali sentimenti, o quale assenza di sentimenti, pervadesse i personaggi che avrebbero voluto cambiare la nostra storia.

Adriano Monti con Alessandro Zardetto

NOME IN CODICE SIEGFIRIED. Un reduce delle SS protagonista di una storia ai confini della realtà

Chiarelettere, 326 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

 

ORFANI BIANCHI

Incipit. Sulla lama del rasoio Da: mirta.mitea@gmail.com. A: ilie-mitea@list.ru.  Perché non mi scrivi, Ilie? Nonna mi ha detto che hai tre voti insufficienti. Dice che stai sempre in giro con Andrea Monteanu e lo sai che a me quello non piace. Tu devi andare a scuola e studiare ogni giorno, non solo quando fanno le interrogazioni o ci sono i compiti in classe. Sempre. E se spendi tutti i soldi per andare in giro con Monteanu, come mi ha detto nonna, non mi piace, anzi, mi fai piangere il cuore. Sai quanto costano quei soldi? Promettimi che non succede più, che obbedisci a nonna Tatiana e che non fai stare in pensiero tua madre. E scrivimi. 

Tua madre

 Da: mirta.mitea@gmail.com. A: boris_noica@list.ru. Padre, ho bisogno di parlare con mamma. Le può chiedere perché Ilie non mi risponde? Provo anche sul cellulare ma ce l’ha sempre staccato. Ha già finito i soldi che gli avevo caricato? Quando lo vede per favore gli dica di scrivermi. Poi dovrebbe dire a mamma che fra tre giorni mando la roba con Pavel. Arriverà al paese il 25. Le dica di controllare sempre bene dentro le tasche laterali, mi raccomando. I soldi li metto lì. Mi avverta se c’è bisogno di qualcosa.

                               Sua, Mirta Mitea

 Da: boris_noica@list.ru. A: mirta.mitea@gmail.com. Cara Mirta, tua madre è qui con me. Ti chiede se puoi comprarle una medicina che qui non si trova, si chiama Almarytm, e se per favore la puoi spedire con Pavel. Tua madre dice: Ilie sta bene, ma va a scuola un giorno sì e altri tre no. È stanco, non può più fare tutti quei chilometri ogni mattina con la neve.  Si gelano i piedi e la scuola è fredda. Tua madre dice: Forse dovresti tornare, anche solo due giorni. Lei non ce la fa, ormai è anziana. Ha una tosse da giorni che con questo freddo non le passa. Sempre tua madre dice: L’elettricità ora costa più di duecento lei al mese e le medicine si portano via la pensione del compianto tuo padre.  Poi c’è il problema della stufa. Questo te lo dico sinceramente è una brutta cosa. È troppo vecchia e fa fumo. Potremo risolvere la cosa? Che il signore illumini la tua via.

 Padre Boris

 Mirta fa la badante a Roma. Suo figlio Ile ha dodici anni e vive in uno sperduto paesino della Moldavia con la nonna malata che fatica a controllarlo. L’unico filo che li lega è rappresentato dalle e-mail che i due si scrivono. Anzi, che la madre scrive al figlio perché il ragazzino, che pure si beve tutti i messaggi della mamma, è molto restio a dare notizie di sé. Fortunatamente c’è padre Boris, il prete del villaggio, che fa da tramite. Mirta, a Roma, bada a una signora anziana. Si chiama Olivia e non ci sta sempre con la testa ma non è un grosso problema accudirla. Lei lavora serena, risparmiando ogni centesimo per mandare i soldi a casa ed è quasi felice finché un giorno, come capita spesso alle badanti, tutto finisce. Il figlio di Olivia decide di far ricoverare la madre in una casa di riposo per poter vendere l’appartamento e davanti a Mirta si spalanca un baratro. Dove andrà a dormire? Come farà a trovare un altro lavoro? E come manderà i soldi a casa per Ile e la mamma che ha sempre bisogno di medicine? Le badanti sono un bene prezioso del quale non siamo del tutto consapevoli. Eppure ci consentono di vivere nel nostro confortevole limbo anche quando la presenza di anziani malati in famiglia ci obbligherebbe a menage disagiati perché loro ci risolvono problemi sgradevoli, ci confortano quando abbiamo dispiaceri, ci aiutano in ogni modo, come nessun parente, per quanto prossimo, per quanto affezionato, farebbe.  Donne giovani ma non giovanissime, che vengono dalla Romania, dalla Moldavia, dall’Ucraina: Paesi dell’Est che, dopo la disgregazione dell’arcipelago sovietico, hanno visto cadere tutte le certezze: quella del lavoro e del salario sicuro, anzitutto. Poi tutte le garanzie sociali che il comunismo bene o male assicurava: assistenza sanitaria, scuole, leggi che tutelassero le persone più deboli come anziani, donne e bambini, sottraendole alle violenze dei maschi lasciati in balia dell’alcol e di una tolleranza delle autorità spesso letale. Questo libro, che nella sostanza è un romanzo ma in realtà è pura e semplice denuncia, è dedicato a loro, madri costrette a lasciare i figli piccoli, spesso neonati, nei paesi di origine, accuditi da nonne anziane, spesso incapaci di seguirli nella crescita quando diventano ragazzi e adolescenti. Ed è dedicato ai figli che conoscono le carezze di madri, per loro poco più che estranee, solo una volta all’anno, quando anche per le badanti, le più fortunate che sono state regolarmente assunte, arrivano le ferie.

Antonio Manzini, autore della fortunata serie tivù Rocco Schiavone, ha affrontato il tema di questi ragazzi, definiti “orfani bianchi” dalla direttrice di un miserando orfanotrofio statale, con rara sensibilità. La sua scrittura asciutta, efficace e priva di sentimentalismi ci trasporta nella quotidianità di queste donne delle quali troppo spesso diamo per scontata la disponibilità. Mirta manda a Ile pacchi di vestiti, scarponcini, giochi elettronici che non possono sostituire gli abbracci. Si rende conto che il ragazzino soffre e, lasciato a se stesso, rischia di perdersi. Lo incita a studiare perché sogna per lui un futuro in Europa, ma non può fare altro, per tenerlo legato a sé, che scrivergli ogni giorno e-mail nelle quali gli racconta le sue giornate. Lettere che, nella loro tranquilla lucidità risultano struggenti.

Antonio Manzini

ORFANI BIANCHI

Chiarelettere, 256 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99