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il delitto di San Patrignano

Muccioli
Vincenzo Muccioli,
fondatore della comunità di San Patrignano,
scomparso nel 1995

Il 7 maggio 1989 un contadino di Terzigno (Napoli) scopre sul proprio terreno il cadavere di un uomo. E’ un corpo massacrato a suon di botte. Poche ore di indagine e si scopre che il cadavere appartiene a Roberto Maranzano, 36 anni, originario di Palermo, ma da quasi un anno ospite della comunità terapeutica di San Patrignano, vicino a Rimini, dalla quale più di una volta si era già allontanato.

Il 19 maggio i carabinieri arrivano a San Patrignano: parlano con Vincenzo Muccioli, responsabile della comunità e con altri ospiti. Tutti affermano che Roberto da tempo si vantava di aver stretto legami di amicizia con alcuni boss della Camorra. Fatalmente il delitto va verso l’archiviazione come un omicidio “ad opera di ignoti”.

Sul finire del 1992, un giovane tossicomane, già in cura a San Patrignano confidà ad un operatore sociosanitario di Guastalla (Reggio Emilia) che quand’era in comunità aveva assistito ad un violento pestaggio, culminato in un omicidio. L’uomo, Luciano Lorandi, interrogato da un magistrato di Rimini, racconta con dovizie di particolari la tremenda fine di Roberto Maranzano, ammazzato a colpi di calci e pugni nella porcilaia della comunità di San Patrignano.

Le indagini portano al fermo di otto persone, tutti ospiti della comunità. Tra loro finiscono agli arresti: Alfio Russo, Michele Lupo ed Ezio Persico. Sono loro, ma in particolare il primo, i responsabili della morte di Roberto. Gli altri due ne hanno trasportato il cadavere fino in Campania.

Inevitabile che nell’inchiesta finisca anche lui, Vincenzo Muccioli, leader indiscusso della comunità, all’epoca un personaggio ammantato da un’aurea da santone. Secondo Lupo, Muccioli sapeva. Il capo di San Patrignano prima nega, poi ammette di essere venuto a conoscenza del delitto, ma solo qualche mese dopo e di aver taciuto per il bene della comunità.

L’opinione pubblica si divide: c’è chi difende Muccioli a spada tratta e chi ritiene che Muccioli si sia reso complice di un omicidio, coprendone gli assassini. Ma, al di là delle responsabilità del fondatore della comunità per questo delitto avvenuto in comunità, in discussione finiscono i metodi usati a San Patrignano per il recupero dei tossicodipendenti.

Il 9 dicembre 1993 il sostituto procuratore di Rimini Franco Battaglino chiede il rinvio a giudizio di Vincenzo Muccioli per favoreggiamento e concorso in occultamento di cadavere. Secondo l’accusa il fondatore di S.Patrignano avrebbe concorso nell'occultamento del cadavere (reato amnistiato) assieme a Russo, Lupo e Persico, per i quali chiede il rinvio a giudizio con l’accusa di concorso in omicidio volontario aggravato dalle sevizie, dalla crudeltà e da motivi abbietti. Per Battaglino i tre ospiti della comuità non avrebbero potuto prendere un’auto della comunità, procurarsi i soldi e organizzare il trasporto del cadavere fino a Napoli senza l’autorizzazione di Muccioli.

Il 5 marzo 1994 le posizioni processuali dei quattro si dividono. Mentre Muccioli viene rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo, con rito abbreviato Alfio Russo viene riconosciuto responsabile dell’omicidio preterintenzionale aggravato ed è condannato a otto anni di reclusione, due dei quali condonati. Ezio Persico e Giuseppe Lupo vengono invece assolti dall’accusa di concorso nell’omicidio perché i due agirono in stato di necessità, cioè sotto coartazione del Russo stesso.

Il 15 novembre 1994, il Tribunale di Rimini - al termine di un processo ricco di colpi di scena e durante il quale l’intera attività di San Patrignano finisce sotto la lente d’ingrendimento - condanna Muccioli a otto mesi di carcere, pena condonata, per il reato di favoreggiamento e lo assolve da quello di omicidio colposo.

Il 19 settembre 1995 Vincenzo Muccioli muore, stroncato da un male incurabile.

Ma intanto il processo a Russo è stato annullato dalla corte d’Appello di Bologna. Il 30 ottobre 1997, nel processo bis, Russo viene condannato a 14 anni di reclusione, Lupo a sette, nel frattempo Persico è deceduto. In appello (1999) le pene saranno ridotte, rispettivamente, a dieci e sei anni, sentenza confermata, nel maggio 2000, dalla cassazione. I due, per decisione del giudice di Sorveglianza, non finiranno però mai in carcere.

 

 

LA VICENDA GIUDIZIARIA

COSA DICE LA SENTENZA MUCCIOLI

MUCCIOLI E LE VICENDE GIUDIZIARIE DI SAN PATRIGNANO

LA PERIZIA PSICHIATRICA DI ALFIO RUSSO
del Prof. Angelo Battistini

LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO MARANZANO

TESTIMONIANZE

 

 

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