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La belva di via San Gregorio

L'omicidio della contessa Bellentani

Il caso Montesi

La decapitata di Castelgandolfo

Il delitto Martirano

Il delitto dell'uomo in blu

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Perché uccidere Milena Sutter?

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NOBILTA' E GELOSIA: LA STRAGE DEL MARCHESE CASATI

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La scomparsa di Davide Cervia

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PEDOFILIA: il caso di Rignano Flaminia

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Il 30 novembre 1946 una ventata di orrore allo stato puro attraversò l’Italia intera: la notizia di un orrendo massacro scoperto in un appartamento del civico 40 di via San Gregorio, nella zona di porta Venezia, a Milano. Una donna e i suoi tre figli – un maschietto di sette anni, una bambina di cinque e un altro piccolo di dieci mesi - erano stati trovati ammazzati a colpi di spranga: la moglie e i tre figli di Pippo Ricciardi, commerciante dagli affari incerti, di origine catanese, da qualche tempo immigrato nel capoluogo lombardo.

Dall’appartamento, letteralmente a soqquadro e invaso dal sangue, mancano solo pochi gioielli. Il movente non può essere stato la rapina. E allora perché commettere un simile scempio? Perché uccidere anche tre bambini? Perché finire a sprangate un piccolino ancora sul seggiolone, ancora incapace di parlare, che non sarebbe certamente stato neppure uno scomodo testimone?

In poche ore il caso è risolto: la belva di via San Gregorio è Caterina Fort, 31 anni, già commessa in un negozio del Ricciardi, da tempo sua amante.

Interrogata per 18 ore la donna confessa. Poi ritratta parzialmente le sue ammissioni. Conferma di aver ucciso la moglie di Pippo Ricciardi, Franca Pappalardo, ma nega di aver infierito sui bambini.

Per anni, nonostante la condanna all’ergastolo in tre gradi di giudizio, Caterina Fort, detta Rina, sosterrà la sua versione: in quella casa non era entrata da sola, ma con un fantomatico “Carmelo”, amico di Pippo Ricciardi. Dal momento che gli affari andavano male, lei e Pippo avevano deciso di inscenare una rapina, tanto per tacitare i creditori. Alla rapina doveva partecipare anche “Carmelo”. Era stato proprio “Carmelo” a drogarla con una sigaretta forse oppiata. Lei aveva perso la testa e con una spranga - che sempre “Carmelo” le aveva infilato in mano - aveva ucciso la Pappalardo. Ma i bambini no: lei, Rina Fort, non li aveva uccisi. Per questa accusa Giuseppe Zappulla, un cinquantenne catanese, trascorrerà da innocente quasi due anni in galera.

Scarcerata nel 1975 con la grazia presidenziale, fin sul letto di morte, avvenuta nel 1988, Rina Fort ha negato di aver massacrato quelle innocenti creature.

La macabra storia di Rina Fort e del suo delitto colpì moltissimo l’opinione pubblica di quegli anni. Molti sottolinearono il contrasto dell’ambiente in cui era maturato il suo delitto e quello di un altro, avvenuto nello stesso periodo, che appassionò i lettori: quello commesso dalla contessa Pia Bellentani che assassinò l’amante.

A Rina Fort fu sempre negata l’incapacità di intendere e di volere, cioè la seminfermità mentale. La stessa che fu invece concessa alla Bellentani.

Anche la giustizia ha sempre avuto una sua interpretazione di classe: Rina Fort era una poveraccia, la contessa, ovviamente, no!


30 NOVEMBRE 1946 ORRORE A MILANO
di Luigi Cecchini

IL PRIMO GRANDE DELITTO DEL DOPOGUERRA
di Franco Ambrosi (Storia illustrata)

L'ULTIMO COLLOQUIO
di Milena Milani (Tempo)

"LEI NON PUO' AVERE FATTO TUTTO DA SOLA"
Parla la testimone di Emanuele Roncalli (L'Eco di Bergamo)

LA QUINTA VITTIMA
di Tommaso Besozzi (L'Europeo)

LA REQUISITORIA DEL PM GIOVANNI DE MATTEO

DINO BUZZATI E IL DELITTO DI VIA SAN GREGORIO

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