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Il delitto dell'uomo in blu

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il killer della cabala: Michele Profeta e il numero 12

Michele Profeta

Caparbio, glaciale, ostinato a negare anche l’evidenza.

Gli investigatori che il 16 febbraio 2001 arrestano Michele Profeta, x anni, siciliano trapiantato in Vneto, accusato di due omicidi ravvicinati nel tempo, si trovano davanti ad un uomo impenetrabile, che continua a negare ogni responsabilità.

Padovano, dipendente di una società finanziara, uomo chiuso e senza amicizie, Michele Profeta è un assiduo frequentatore di Ca’ Vendramin, dove ha sede il Casinò di Venezia. Lì lo conoscono come “il professore”, anche per il suo aspetto distinto. A Ca’ Vendramin Profeta ci va la mattina presto e gioca per ore ed ore alle slot machine. Ma il suo gioco preferito sono le carte, il poker in particolare. Ed il gioco aveva finito per indebitarlo, tantro da spingerlo a commettere i primi reati: assegni a vuoto e truffe.

Il primo delitto lo commette il 29 gennaio 2001 a Padova, assassinando a sangue freddo e senza alcun motivo, a colpi di pistola, il tassista Pierpaolo Lissandron. Sul suo cadavere lascia una carta da gioco, un Re. Pochi giorni dopo, Profeta torna ad uccidere, sempre a Padova: la vittima è un altro sconosciuto, un agente immobiliare contattato con la scusa di voler affittare un appartamento. E’ il 10 febbraio: in ginocchio, quasi fosse giustiziato, muore Walter Boscolo. Anche sul suo cadavere l’assassino lascia una carta da gioco, ancora un Re.

Tra il primo ed il secondo omicidio trascorrono 12 giorni. Un numero maledetto per Michele Profeta: il 12 gennaio 2001, prima dell'omicidio del tassista, invia una lettera alla Questura di Milano, con la quale chiede 12 miliardi, altrimenti avrebbe commesso omicidi a caso, in qualsiasi città. Dopo l'arresto, gli investigatori trovano nel suo appartamento un revolver Iver Johnson calibro 32, utilizzato per entrambi i delitti e le carte da gioco con le quali firmava gli omicidi. Nella sua automobile trovano un normografo con il quale Profeta scriveva le lettere di minaccia.

Determinanti per la cattura sono gli sms con cui Profeta rispondeva, dai suoi dieci cellulari, agli annunci che la Questura pubblicava per comunicare con lui. Nella prima lettera inviata al questore, aveva dato precise istruzioni: “Se volete comunicare con me, dovete mettere questo annuncio sui giornali: 'Cercasi tornitore con 12 anni di esperienza'”. Un'altra volta, quel numero maldetto, il numero 12.

Nel luglio del 2001, Michele Profeta tenta di evadere dal carcere di Padova: per questo viene trasferito nel penitenziario speciale di Voghera.

Condannato al carcere a vita, in primo grado, nel 2002, la difesa di Profeta, nel corso del processo, gioca invanola carta della perizia psichiatrica: il movente dei delitti starebbe in un delirio di onnipotenza. Profeta prima confessa i due omicidi, poi ritratta e infine, durante il dibattimento, ammette di aver ucciso. Il processo d’Appello prima e la Cassazione poi, confermano la sentenza.

Malato di cuore, il 16 luglio 2004, Profeta muore nella sala avvocati del carcere di San Vittore dove era stato trasferito per sostenere il suo primo esame universitario: storia della filosofia. “Era emozionatissimo per questa prova”, dirà il suo legale.

Profeta si accascia mentre sta rispondendo alle domande della commissione esaminatrice.

 

 

 

 

LA VICENDA GIUDIZIARIA

LA CONFESSIONE DI MICHELE PROFETA

IL MEMORIALE DI MICHELE PROFETA
“Perché ho ucciso”

IL GRAN RIFIUTO DEL PROF. VITTORINO ANDREOLI
“A Profeta è stato negato un diritto”

 

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