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Maurizio minghella, la carriera di un serial killer

Minghella

9 aprile 1978, Trensasco, entroterra nord occidentale di Genova: alcuni pastori trovano il corpo senza vita di Anna Pagano, 20 anni, una prostituta dedita agli stupefacenti. Ha la testa fracassata, le gambe e la schiena ricoperte di sgrammaticate scritte alludenti alle Brigate Rosse. L'assassino ha seviziato il cadavere, conficcando nella cavità anale della vittima una penna a sfera. Tre mesi più tardi, l'8 luglio 1978, un’altra donna, Giuseppina Jerardi, 23 anni, viene trovata priva di vita su un'automobile rubata e abbandonata alla periferia di Genova. Undici giorni dopo, il 19 luglio, la polizia scopre il terzo delitto: in uno spiazzo ai margini del torrente Brevenna viene trovato il cadavere di Maria Catena Alba, detta Tina, appena quattordicenne, scomparsa da casa il giorno precedente: il corpo, nudo, era legato ad un albero con una grossa corda, alla maniera della “garrota”. La morte è avvenuta, fu la risposta dei periti, per strangolamento. La notte del 22 agosto Maria Strambelli, 21 anni, una giovane commessa barese da pochi anni a Genova, dopo aver trascorso la serata in compagnia di una amica, non fa ritorno a casa e il suo cadavere, in avanzato stato di decomposizione, viene trovato tre giorni dopo in un bosco a pochi chilometri dalla sua abitazione, ancora una volta alla periferia nord occidentale della città. L'ultimo delitto viene scoperto il 3 dicembre, lungo la scarpata che costeggia la ferrovia Genova-Milano, dove giace il corpo di Wanda Scerra, 19 anni, scomparsa da casa la sera del 28 novembre. Anche in questo caso, come per la Jerardi, la Alba e la Strambelli, la morte è stata causata da strangolamento. Le indagini, condotte dalla squadra mobile genovese, puntano subito su Maurizio Minghella, 23 anni, ex pugile dilettante di origine calabrese, piastrellista, soggetto a turbe psico-sessuali, un giovane molto noto nella zona per il suo carattere insofferente, esperto nei furti di automobili e, soprattutto, abituale frequentatore di almeno due delle vittime. Nella notte tra il 5 e 6 dicembre, nel corso di un ennesimo interrogatorio, Minghella crolla e confessa i delitti di Maria Strambelli e Wanda Scerra. Nega, invece, quelli delle altre tre ragazze. Ma anche per i casi insoluti la polizia sospetta subito di Minghella: troppe analogie, troppi punti di contatto con le morti di Wanda e Maria. E’ così che, nel corso di un supplemento di indagini, il nome di Minghella viene avvicinato a quelli di Anna Pagano e Maria Catena Alba. Per la prima gli indizi di colpevolezza si basano su una perizia calligrafica compiuta sul corpo della ragazza. Le scritte inneggianti alle Brigate Rosse sono opera, secondo gli esperti, di Minghella. Anche la penna conficcata nel corpo della Pagano sarebbe stata di proprietà del giovane. Per l'assassinio di Maria Catena Alba la prova è data, secondo l'accusa, dalla presenza, nell'appartamento di Minghella, di un paio di occhiali in possesso della ragazza al momento della sua uccisione.

Condannato all’ergastolo con sentenza definitiva nel 1982, la vicenda giudiziaria di Maurizio Minghella che, dopo aver ritrattato la sua confessione, accusando la polizia di maltrattamenti, continua a professarsi innocente, sembra finire qui. In carcere il suo comportamento è irreprensibile. In due circostanze, nel 1982 e ancora 17 anni dopo, Minghella tenta vanamente la via della revisione processuale.

Nel 1995 ottiene la semilibertà, può cioè uscire durante le ore diurne per lavorare. Trova un lavoro da falegname in una struttura della comunità del Gruppo Abele, conosce una ragazza e da lei ha un figlio.

Conclusa la sua storia da serial killer, per lui sembra cominciare quella di un uomo che sta pagando per i suoi delitti e sta anche, lentamente, riabilitandosi. Ma, purtroppo, non è così.

Sul finire del 1996, in coincidenza con alcune sue assenze dal lavoro, si registrano a Torino e nei dintorni orrendi delitti di prostitute, violentate prima di essere uccise. La polizia apre un’indagine e mette nel mirino proprio gli spostamenti di Minghella. Risultato: nel 2003, dopo un’evasione durata appena poche ore, Minghella viene condannato all’ergastolo per l'uccisione della prostituta romena Tina Motoc e a 30 anni ciascuno per gli omicidi di altre due prostitute, la marocchina Fatima Didou e la 67/enne Cosima Guido

Il sospetto degli inquirenti, però, è che il curriculum criminale di Maurizio Minghella non sia ancoa completo Il 30 settembre dello stesso anno, la corte d’ Appello di Torino conferma le condanne che Maurizio Minghella ha subito in primo grado, ma, per una complicata questione di procedura, gli riducono la pena da due ergastoli a uno. L’8 giugno 2005 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Mario Sossi, conferma la condanna all'ergastolo.

 

LA VICENDA GIUDIZIARIA

 

 

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