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il dodicenne Ermanno Lavorini nel giorno della sua prima comunione

Fosse accaduto ai giorni nostri sarebbe stato catalogato come l’ennesimo delitto del branco, un misto di violenza gratuita, noia e rancore contro una piccola vittima inerme.

In effetti il sequestro e l’omicidio del dodicenne Ermanno Lavorini è stato un delitto del branco, ma di un branco molto diverso: un mucchio selvaggio politico della destra estrema più assetato di soldi e di trame che di sesso e macabri rituali di morte, anche se sulle pagine della cronaca furono il sesso, la pedofilia e l’omosessualità a farla da padroni.

La dimensione tutta politica del caso Lavorini verrà compresa troppo tardi, quando la strategia della tensione avrà ormai raggiunto i suoi obiettivi.

La scomparsa di Ermanno Lavorini fu il primo kidnapping italiano. Un bambino di 13 anni scompare alle 14.30 del 31 gennaio 1969, in un annoiato pomeriggio, nella ricca Viareggio lontana dalle frenesie dell’estate. Qualcuno telefona a casa sua per chiedere 15 milioni di riscatto, qualcun altro è già pronto a costruire un intricato disegno di depistaggi per occultare la verità.

Alle 11.45 di domenica 9 marzo, ben 37 giorni dopo la scomparsa, il corpo senza vita del piccolo Ermanno viene scoperto, seminascosto, tra le dune di Vecchiano.

Alle 17 di un'altra domenica, quella del 20 aprile, il caso Lavorini - così viene comunicato alla stampa dal colonnello Mario De Julio, comandante della legione dei carabinieri di Livorno - è da ritenersi "definitivamente chiuso": un sedicenne, Marco Baldisseri, ha confessato di aver ucciso Ermanno "per futili motivi".

Tra confessioni, ritrattazioni, racconti di festini e “balletti verdi”, false piste e colpi di scena, il caso Lavorini resterà aperto per altri otto anni, fino al 13 maggio 1977 quando la Cassazione stabilirà che ad uccidere Ermanno fu un gruppetto di estremisti neri con l’obiettivo di raccogliere finanziamenti per la propria associazione eversiva.

La brutta storia di Viareggio - che per otto anni si era impastata di sesso furtivo, orge maschili e nascosti toccamenti nel chiaroscuro di una pineta - diventa così il primo episodio di eversione ad essere consacrato dalla storia giudiziaria.

Non c’entrava nulla l’omosessualità nascosta di Adolfo Meciani, ricco proprietario di stabilimenti balneari, che con la sua “duetto rossa” rimorchiava i ragazzini della pineta, esponendosi a feroci ricatti. Non c’entrava nulla neanche Giuseppe Zacconi, figlio del grande Ermete, l’attore, vittima della sua solitudine. Entrambi morti di dolore: il primo suicida, l’altro di crepacuore.

C’entrava invece la Versilia. Non quella dei giochi proibiti tra i pini marittimi, ma la Versilia dove cresceva una tensione nuova e incontrollata: quel laboratorio eversivo della lucchesia dove stanno già maturando le strutture più ambigue del partito del golpe: le appendici toscane del MAR di Fumagalli, la cellula nera di Mario Tuti, gli stragisti dell’Italicus.

Baldisseri, Della Latta e Vangioni - i condannati per il caso Lavorini - sono solo pedine di un gioco più grande di loro. Giovanissimi monarchici e giovani neofascisti nella Viareggio rossa. Cercano un’affermazione, la cercano nell’estremismo della politica. Si improvvisano tupamaros neri, convinti che un sacco a pelo e una tenda da campeggio bastino ad organizzare il primo sequestro politico italiano.

E dietro di loro personaggi di ben altro spessore come il principe Junio Valerio Borghese che si precipita a Viareggio: il suo tentato colpo di stato personale - il golpe Borghese, appunto - lo tenterà un anno e mezzo dopo. E poi gli inquirenti che rimangono imbrigliati nella ragnatela di versioni, una diversa dall’altra, che gli imputati fanno mettere a verbale. Ed investigatori che - ad essere generosi - sono soltanto incapaci di mettere a fuoco i dettagli di quanto è accaduto su quella spiaggia, tra quelle dune, in un pomeriggio d’inverno, nella ricca Viareggio delle vacanze.

Investigatori come il col. De Julio, quello che dice ai giornalisti: “il caso è chiuso, adesso potete tornare a casa”. Farà carriera il colonnello. D’altronde aveva cominciato bene: cinque anni prima di incappare nel caso Lavorini, nella calda estate del 1964, era stato il braccio destro del gen. Giovanni De Lorenzo. Sì, proprio lui, quello delle schedature di massa, del Piano Solo e del minacciato golpe.

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