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l'imbalsamatore della stazione termini

L'imbalsamatore
Una scena del film L'imbalsamatore (2002)
di Matteo Garrone, ispirato alla storia di Domenico Semeraro,
ucciso nel 1990

In una discarica abusiva sulla via Prenestina a Roma viene trovato, chiuso in un sacco della nettezza urbana, il cadavere di Domenico Semeraro, 44 anni, di professione imbalsamatore. E’ l’alba del 26 aprile 1990.

Semeraro, alto un metro e 30 centimetri, noto come “il nano della stazione Termini” (abitava in un appartamento di via Castro Pretorio) era conosciuto come omosessuale da polizia e carabinieri. E’ stato strangolato con un foulard. Il volto è tumefatto e pieno di lividi, segno che l’uomo, prima di essere ucciso, è stato percosso.

Le indagini prendono subito la piega più scontata: un delitto maturato negli ambienti omosessuali, anche se si scopre che Semeraro non disdegnava affatto compagnia femminile.

Gli investigatori trovano a casa sua oggetti per giochi erotici e materiale pornografico. Comincia un vero e proprio screening della sua vita. Si scopre che nel 1983 Semeraro era stato denunciato perché in una stanza della sua casa aveva installato un laboratorio per imbalsamare abusivamente animali protetti dalla legge, ma nel suo fascicolo compare anche una denuncia per violenza carnale da parte di una giovane donna.

Segretario all’Istituto per la cinematografia “Roberto Rossellini”, una scuola che si trova nella zona dell’Eur, Semeraro - secondo gli investigatori - sarebbe stato ucciso nella sua abitazione che viene trovata in disordine, con mobili rovesciati e stoviglie sparse in quasi tutte le stanze.

L’uomo, oltre a reclutare giovani amici alla stazione Termini, si serviva anche di inserzioni pubblicate gratuitamente sul giornale di annunci Porta Portese. In alcuni annunci, trovati sottolineati, Semeraro aveva scritto: “cercasi ragazzo non più di 20 anni, per lavori saltuari domestici”.

Salta anche fuori che l’uomo era stato segnalato alla magistratura diverse volte per la sua “personalità abnorme e perversa” e denunciato per emissione di assegni a vuoto e piccole truffe.La ricerca dei responsabili dell’omicidio dura solo poche ore. La mattina del 27 aprile finiscono in manette due giovani, un ragazzo e una ragazza, legati alla vittima da una ambigua e complessa amicizia. Sono Michela Palazzini, 20 anni e Armando Lovaglio, 21, che confessano subito. All’origine del delitto la gelosia che Semeraro aveva nei confronti di Lovaglio, che aveva conosciuto quattro anni prima e che lo aiutava nel suo lavoro di imbalsamatore. Elemento di discordia era diventata la Palazzini la quale, arrivata un anno dopo a lavorare per Semeraro, aveva stabilito con Lovaglio un rapporto molto intimo, mai accettato dal Semeraro stesso. Una delicata e complessa unione che si è trascinata per tre anni, con momenti di intima amicizia e odio profondo, fino al tragico epilogo che ha portato al delitto.

Un anno dopo, il 13 maggio 1991, Armando Lovaglio sarà condannato a 15 anni di reclusione per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di Domenico Semeraro. Assolta invece dall'accusa di omicidio, per non avere commesso il fatto, Michela Palazzini, condannata però alla pena di un anno di reclusione, con la condizionale, per il solo reato di concorso in occultamento di cadavere.

Nel processo emergerà che il delitto era avvenuto al culmine di una delle numerose liti scoppiate a causa del legame che univa Michela ad Armando Palazzini (la ragazza al momento del delitto era incinta di Armando e ora i due sono genitori di una bambina). Armando Lovaglio, dal canto suo, era stato per anni l’amante di Semeraro il quale, secondo quanto emerso in dibattimento, ricattava la coppia minacciando di mettere in circolazione fotografie e registrazioni telefoniche compromettenti.

 

INTERVISTA AD ARMANDO LOVAGLIO
di Gianni Giovannetti

 

 

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