Il biondino di piazzale lotto

 

 
 

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Pasquale Virgilio, detto "Max", al processo del 1969 per l'omicidio Tagliavento,
parla con i suoi legali, gli avvocati Giovanni Bovio e Armando Cillario (Archivio Rcs)

Pasquale Virgilio, “Max” per gli amici, militare di leva a Trieste, torna a casa a Milano per un licenza di convalescenza. Ancora sei mesi di militare nel reparto “Assaltatori” e poi il ritorno alla vita civile.

Una mattina di metà marzo del 1967 “Max”, piccolo delinquente di periferia con qualche precedente per furto, sta rientrando a casa dal distretto militare di via Mascheroni. E’ in divisa. Lungo il tragitto attraversa piazzale Lotto, passando accanto ad un distributore della Esso dove un mese prima, esattamente nella notte tra il 9 e il 10 febbraio, un bandito ha ucciso a sangue freddo il benzinaio Innocenzo Prezzavento, 48 anni, per rapinargli l'incasso: appena novemila lire. Pasquale Virgilio abita a soli duecento metri più avanti in un appartamento al quarto piano di uno stabile. Di fronte all’ingresso scorge due «gazzelle» dei carabinieri e una decina di uomini in divisa e armati. Salendo le scale gli si insinua il dubbio: a ogni pianerottolo, carabinieri. Arrivato al quarto piano, non fa neanche in tempo a infilare la chiave nella serratura che si sente afferrare e spingere dentro. Senza troppe spiegazioni, due carabinieri cominciano a rovistare l'appartamento. Non trovano nulla, ma lo arrestano lo stesso. E’ accusato di aver commesso quindici rapine, compresa quella di piazzale Lotto.

Come spesso purtroppo avviene i metodi dei carabinieri sono piuttosto pesanti. Nel corso di un interrogatorio estenuante sviene per tre volte. Alla fine è costretto, suo malgrado, a firmare una deposizione che gli si ritorcerà contro. Il suo grande accusatore è tenente colonnello Francesco Paolo Bello, comandante del nucleo di polizia giudiziaria. Ma di lui si è occupato anche il tenente Giampietro Ciancio.

Trasportato nel carcere di San Vittore, “Max” viene messo in isolamento. Contro di lui c’è anche un presunto supertestimone oculare - Italo Rovelli, commerciante di automobili a Sanremo - che lo ha riconosciuto in fotografia: è lui il “biondino di piazzale Lotto”. Ma Pasquale Virgilio non solo non è biondo ma continua a ripetere,che lui, quella sera, non era lì, anche se non può contare su un alibi.

Alla conduzione delle indagini si alternano diversi magistrati: i giudici istruttori Giorgio Berardi, Tommaso Milone, e Oscar Bonavitacola e il sostituto procuratore Enzo Costanzo che sarà poi sostituito da un altro pm, Pasquale Carcasio. Per la cronaca quest’ultimo, diversi anni dopo, nel 1983, diventato sostituto procuratore generale sempre a Milano, si dimetterà dal suo prestigioso incarico, come lui stesso affermerà, “al solo scopo di evitare qualsiasi ulteriore speculazione da parte di chiunque, su fatti distorti a me attribuiti”. I “fatti distorti” erano quelli di aver avuto rapporti con l’imprenditore sardo Flavio Carboni, coinvolto, anche se poi assolto, nella morte del banchiere Roberto Calvi.

Pasquale Virgilio è assistito dagli avvocati Armando Cillario, cui si aggiungeranno Giovanni Bovio, Ezio Maria Valle e Bruno Senatore. Tutti legali che lo assisteranno gratuitamente.

Trascorrono due anni e tre mesi prima che cominci il processo: la condanna all’ergastolo sembra inevitabile. La salvezza arriva da un noto avvocato, il professor Giandomenico Pisapia, che è convinto dell’innocenza di Pasquale Virgilio: ha avuto una confidenza che scagiona Virgilio. Ha già inviato un telegramma al presidente della Corte d'Assise di Milano, Mario Del Rio, nel quale invita i giudici a sospendere il dibattimento “perché stanno condannando un innocente” e perché lui ha “importanti rivelazioni da fare”. Due giorni dopo, in aula, la testimonianza del penalista sconvolge la sesta udienza di un processo destinato a chiudersi senza troppe sorprese: “Ho ricevuto la visita di una persona - dice Pisapia alla corte - che mi ha rivelato fatti e circostanze tali da escludere che l’attuale imputato sia colpevole dei reati che gli sono stati attribuiti. Naturalmente per il segreto professionale non posso farne il nome. Ma dovete fidarvi di me”.

Gli elementi di accusa nei confronti di Virgilio crollano immediatamente. La fortuna vuole che in aula, come pubblico accusatore vi sia un magistrato illuminato come Antonio Scopelliti il quale, ancor prima dell’arrivo di Pisapia, aveva capito che la confessione era stata estorta dai carabinieri e che le testimonianze contro di lui non erano affidabili. Scopelliti è il magistrato che, ormai in Cassazione, verrà ucciso in Calabria nell’agosto del 1991 alla vigilia di un processo contro Cosa nostra in cui avrebbe dovuto sostenere il ruolo dell’accusa. Per elaborare la sentenza i giudici impiegano soli quaranta minuti di camera di consiglio: assoluzione per non aver commesso il fatto. Pasquale è libero, dopo aver trascorso oltre 800 giorni in carcere.

Ma già nel corso del processo aveva preso corpo un “pista nera”. Grazie al racconto di un giovane militante della destra estrema milanese il quale aveva raccontato di avere appreso da alcuni suoi amici camerati, Gianni Nardi e Giancarlo Esposti, che l’assassino era un ex parà di nome Roberto. Gli inquirenti arrivano così a Roberto Rapetti. Lo trovano a casa sua: nudo e nascosto in un armadio. Era appena fuggito dall’ospedale psichiatrico Paolo Pini dove si trovava rinchiuso in seguito a un’altra rapina con sparatoria. In primo grado Rapetti verrà condannato a 25 anni, ridotti in appello perché i giudici gli riconosceranno il vizio parziale di mente. Nel processo restano coinvolti anche Gianni Nardi, il neofascista poi morto a Palma di Maiorca in un misterioso incidente stradale, e Giancarlo Esposti, rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri a Pian di Rascino, subito dopo la strage di Brescia.


 

UN TESTIMONE NON FA UN COLPEVOLE
Di Carla Ravaioli (L'Europeo 1969)

L'"ASSASSINO" DI PIAZZALE LOTTO
Lo straordinario libro-inchiesta di Guido Vergani (1973)

PERSONAGGI E INTERPRETI
galleria fotografica

 

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